PICCOLI CONVULSI EVENTI


Prigione, o una sorta di domicilio coatto; erano rinchiusi in qualche luogo.
Il duo della DollAndr passava le ore con la certezza psicologica d'essere stati catturati per non disturbare un'azione, una circostanza, un susseguirsi d'eventi finalizzato a qualcosa che non conoscevano.
Il luogo dov'erano reclusi era confortevole. La luce s'illividiva per il tramonto che filtrava dalla finestra sull'assurdo, quel luogo dove si materializzavano in precedenza immagini grafiche e dove ora era restituito un plausibile sfondo agreste, come se il posto fosse immerso in una radura, tra alberi - deliziosi arbusti e fronde con insita la fragranza della selva naturale.
Era una poesia quella radura. Una poesia che risuonava in ogni fruscio del vento, in tutte le pieghe che l'erba prendeva quando l'aria soffiava debolmente, e la luce si abbassava per far posto alle tenebre sempre più definite ma ancora lontane; non c'era traccia di carcerieri, nemmeno di evoluti automatismi software in grado di controllare le loro mosse. Apparentemente Dolbert e Vincent potevano aprire la porta e andarsene in giro per quella bellissima distesa di verde, e magari allontanarsi, ma in realtà un dispositivo trasparente avrebbe impedito loro di uscire, pur se riuscivano a spalancare fisicamente la porta d'ingresso: manovellismi d'energia applicata a logiche software di IA, avevano entrambi presto diagnosticato, convincendosi rapidamente che non avrebbero potuto andare da nessuno parte, e che potevano soltanto gustarsi il panorama da quella stanza confortevole, soffice, piacevole da abitare.
Parte di un bosco. Parte di un respiro primordiale che soffiava lieve e delicato sulle corde della loro anima. Quella selva li conquistava subdolamente con un piacevole gioco d'ombre e colori soffusi in cui ogni movimento andava interpretato, apprezzato, sentito dentro al proprio involucro carnale, là dove corpo e anima si fondono misteriosamente in un tripudio che nemmeno il postumanismo aveva saputo spiegare.
Le ombre erano levigate, ma dotate di corporatura. S'intrufolavano ovunque, avevano consistenza emozionale. Rispondevano a sensazioni lievi che interessavano Dolb e Vincent, ma anche altre presenze impalpabili, arcaiche, che intessevano la selva stessa. I due provavano piccoli brividi d'elettricità, insignificanti spostamenti degli occhi verso angoli cui non stavano guardando - appena qualche grado in più verso la periferia del campo visivo - e su tutto, la percezione di particolare prestanza psichica che impregna i cervelli surdimensionati dominava i loro pensieri, la sensazione di presente, i rivoli di intimità indivisibile. Un tipo di ritorno a casa, l'extracorporeità si adagiava sui sensi e imponeva soltanto di guardare ad occhi spalancati l'immateriale ma tangibile vita ultraterrena.
Quelle ombre si allungavano sulla radura. Sulle fronde. Ora inglobavano, non coprivano.
Ogni aspetto del luogo cominciava a coincidere con le tenebre e con le ombre: sembrava non essere più la stessa definizione spaziale di prima.
Nel loro rifugio coatto anche l'ambiente andava modificandosi, non solo perché evidentemente fotosensibile ma forse anche perché - probabilmente - provvisto di materiale in grado di percepire movimenti d'energia diversamente vibrante.
Tutto sembrava mutare magicamente, con aloni di perfezione impossibile da provare nella vita materiale. I volti di Vincent e Dolb si spianavano, loro ascoltavano i rumori farsi odori e i colori divenire parole impronunciabili, suoni simili a mugugni che nessun umano o postumano avrebbe mai saputo pronunciare.
Notte, ormai. Quasi fatta.
Col passare dei minuti anche l'usuale concetto spazio-temporale si assottigliava, sempre di più. Era davvero, quella, la morte della luce, e quel posto dove si trovavano sembrava significare qualcosa che sfuggiva alla normale comprensione; solo a brevi tratti uno dei due, mai entrambi insieme, riuscirono a concepire qualcosa di fastidiosamente presente, un prurito che si trasformava in pungolo poi in dolore, prima lieve poi insistente, come se fosse una pulsazione sanguigna in pressione su un polso rotto.
Notte. Densa. I rami erano ormai neri, e le foglie erano indistinguibili da un purulento ammasso organico che produceva un lieve e sottile velo viscoso, viscido come una sensazione di repulsione. Che aumentava col passare dei minuti e con l'intensità del buio che prendeva alla gola.
Erano soli. Un lieve fiotto di paura animava i loro circuiti interni.
- Sono ore che siamo in silenzio.
- Ore, sì. È un bel posto qui fuori.
- Sarebbe stupendo se potessimo anche uscire.
- Sarebbe stupendo se riuscissimo a sapere dove siamo, cosa vogliono fare di noi chi ci ha reclusi.
Rumori molesti. Il tempo era sospeso sopra le loro teste infarcite di bitorzoli: piccole boccole a scomparsa.
Dal fondo della radura qualcosa d'opalescente, nero, si muoveva con mosse furtive. A vederlo da lontano sembrava enorme, come se un carro armato spogliato d'ogni attrezzatura cibernetica rimanesse nel mezzo di un prato; il movimento non era una cosa definita, il buio confonde sempre le percezioni - anche all'occhio postumano - e Dolb cercava di aguzzare gli apparati ottici mentre Vincent provava invano ad attivare l'infrarosso. Quello che appariva come un cingolato era dotato di movimenti soffici, sinuosi quasi, e ciò sembrava significare che non erano ancora in grado di identificare la natura di quel qualcosa; inoltre, confrontando i dati presenti nei loro database craniali, entrambi i soci della DollAndr non riuscivano a capacitarsi di cosa si stava muovendo laggiù. Apprensione strisciante. Subdola. Pericolosa.
- Non riesco a capire dove va…
- Si muove a zig-zag, ma viene verso noi.
- Ma, cos'è…?
In quella domanda c'era tutta l'angoscia che li attanagliava. Il padiglione di servizio su cui rappresentavano la loro esistenza, su cui vivevano i propri sentimenti, appariva destituito d'ogni autorità: maturavano l'opinione che esso fosse diventato un luogo infame da cui sarebbe stato meglio tenersi lontani.
Un'immagine estiva li tormentava, ad entrambi e nello stesso momento. Era qualcosa presa da un viaggio interminabile e stupendo verso una terra sconosciuta, una gita dentro una vettura performante e comoda, nel mentre che sperimentavano tutte le impressioni da connessioni high class; i luoghi intorno erano vaste campagne coltivate in cui erano immersi mulini ad alimentazione elettrica che giravano, e fantasmi lungo il loro percorso li salutavano facendo prove tecniche di connessione craniale per motivi di pura energia cosmica. Tutto era così magnifico in quella visione interiore, percepivano addirittura il colore del calore: bianco, accecante e soffocante; erano entrambi in estasi da delirio e gli sembrava di perdere progressivamente il contatto con la realtà - come in quella notte appena passata a Crustum.
Elaboravano mentalmente fiumi di poesie mai scritte prima. Nessuno di loro due aveva mai composto qualcosa, e nessuno sapeva bene cosa stesse loro succedendo, ma tutto era così sublime, bello, dolce, profondo, coinvolgente. Assoluto. Un bagno d'emozioni psichiche che li inebriava.
Guardavano oltre il territorio che vivevano dentro. Un fenomeno di melting s'incuneava tra loro e le balze; in preda ad un caldo innaturale che li disidratava sembravano accasciarsi con un sorriso che era un manifesto, un trascendere completamente la materia verso qualcosa posto oltre le galassie, i corpi celesti sconosciuti e il profondo spazio siderale. Laggiù, negli angoli occulti del firmamento invisibile, qualcosa sembrava dovesse esistere: in quei momenti ciò era davvero plausibile.
Erano oltre la visione onirica, a bordo dei sogni stessi.
Ed in fondo. Laggiù, in fondo, le entità opalescenti divenivano fantasmi e a volte ombre, antiche forme deificate. Dolb e Vins si erano addentrati senza volerlo, senza aver fatto un solo passo, in un territorio impossibile, mai visto.
Quell'ammasso d'ombra informe, simile ad un carro armato, era più vicino; di questo se n'avvide Dolb in un raro momento in cui era riuscito a togliere, da davanti alle cellule cerebrali d'impianto, la visione della terra assolata e del viaggio. Rivedeva ora il giusto e largo spazio d'erba e fronde, e la sua prigione, nitidamente come se non avesse visto o percepito altro da mesi. Focalizzò un cospicuo movimento di tenebre e percepì la presenza di Vincent come uno sproporzionato specchio su cui si riflettevano le stelle del mattino, ancora da venire.
Qualcosa di codificato. Era quello il concetto stridente in tutto l'accadimento che stavano subendo così passivamente da metterne in dubbio addirittura l'esistenza, la veridicità, anche dentro i propri pensieri più intimi. Quel codificato era, Dolb riuscì ad isolarlo con uno sforzo assurdo, una sequenza di bit. Puri bit che arrivavano da fuori, dal punto in cui l'ombra viveva e si concretizzava in movimenti verso loro.
Movimenti prevedibili come macro.
Movimenti sensibili ad azioni riconducibili a losanghe di logica, le stesse che sperimentalmente Dolb indirizzava addosso a quell'ammasso oscuro. Sotto quei fantastici colpi la visione vacillava qualche istante, vibrava e poi si stabilizzava. Dolb sentiva il calore estivo inframmezzarsi a gelo, come se fossero alle terme imperiali dell'antichità.
Calidarium.
Frigidarium.
Tepidarium.
In sequenza.
Usciva e rientrava; con associazioni psicologiche usciva ed entrava in quegli ambienti balneari che la psiche gli suggeriva tramite libere associazioni. Senza soluzioni di continuità. Tra senatori e plebei faceva il bagno. Si faceva pulire da schiavi. E la strada scorreva veloce sotto le sue ruote e intorno, il cuore del panorama significava mulini ad alimentazione elettrica che giravano. Giravano. Giravano…


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Negli uffici della Tolkien Corporation le immagini arrivavano nitide. Lo streaming si ammucchiava ordinatamente ed era evaso, con ordine.
- Non ci cadono…
- No. Almeno uno dei due riesce a venire a capo della diffrazione. Ha il senso del codice.
- I metodi, eppure, sono invasivi.
- Sì. Lo sono. Ma non possiamo tenerli a lungo sotto scacco emozionale: è rischioso.
- Cos'ha di rischioso? - Ringhiò con un verso quasi incomprensibile l'Amministratore Delegato, tanto da dover ripetere sul display l'esemplificazione visiva della sua domanda.
- Potrebbero rimanere menomati. L'Imperatore potrebbe tenerci sotto controllo e veder istupiditi questi due cittadini invischiati nel commercio dei dati lo insospettirebbe sicuramente.
- Non possiamo rischiare. Bisogna mettere in opera un diversivo.
- O aprire un nuovo fronte. - Ghignò sempre lui, il presidente del CdA.
Tutti lo guardarono con un appariscente punto interrogativo dipinto digitalmente sul volto.
- Un nuovo fronte. Qualcosa che nessuno si aspetta da noi.
- Qualche suggerimento, Presidente?
- Certo. Nessuno conosce i nostri reali contatti.
Un mormorio diffuso si dissolse subito nell'aria. Il presidente del CdA osservava soddisfatto gli sguardi interrogativi dei suoi sottoposti. Era contento di averli stupiti di nuovo con una mossa a sorpresa, che ancora non aveva rivelato.


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Onde d'alieni in marcia. Nella notte, nel giorno, senza differenza alcuna. Del resto, in pozzi gravitazionali artificiali il concetto di giorno e notte diveniva evanescente, una pura convenzione.
- Confini dell'Impero, Guardiamarina…
- Coordinate intersecate?
- Esattamente, Signore…
Nel profondo spazio siderale i mondi si confondevano: soltanto chiarori da un luogo lontano, indefinibili e vaghi. Salvo rimanerne accecati in loro prossimità.
- Manovre d'approccio.
- Avviate, Signore.
- Istanti di camuffamento tattico. Avete idee di come procedere?
- Abbastanza, Comandante. Abbiamo soltanto dubbi sulla procedura da adottare per schermare la nostra nave alla vista della guardia imperiale.
- Non siete i soli…
La pragmatica ma incomprensibile ideologia aliena si manifestava anche così agli occhi dei postumani: con una certa imprecisione fatalista che si risolveva, sempre, nella constatazione che tutto era andato per il meglio. Intanto, dal profondo kernel del loro mondo, gli alieni si muovevano a velocità inaudita verso il territorio imperiale. Prossimi all'incrocio.
Sui loro impianti visivi al plasma - un plasma diverso da quello conosciuto nell'Impero, ma dall'identico funzionamento tecnico - apparivano le sfumature dei paesaggi terrestri: sovrapposizioni indolori ed anzi esaltanti d'istanti storici diversi avvenuti negli stessi luoghi, così da rendere l'impressione di stratificazioni congruenti e immaginifiche; ciò li lasciava allibiti, dimentichi che anche loro avevano splendidi esempi di magnificenze politiche perfettamente integrate con gli elementi della natura - le caratterizzazioni del proprio luogo nativo, alla lunga, divengono banalità che si ricordano soltanto in vecchiaia o in attacchi di malinconia.
Sui loro impianti visivi apparivano tramonti, selve in luoghi ancora imprecisati in cui le tenebre si mischiavano con la sacra paura atavica del buio, che anche gli alieni conoscevano bene. Su tutto sembrava sovrastare la paura di presenze antichissime, che pure loro chiamavano i Grandi antichi. Così, furono presi intimamente dallo spettacolo delle ombre che si allungavano sul territorio dell'Imperatore; ombre lunghe, tanto da immedesimarsi quasi in esse. Così da lasciarsi scorrere sulla schiena rugosa fitte ondate di brividi - i postumani in quel modo avrebbero definito l'equivalente del lento gorgogliare di convulse contrazioni sulla pelle squamata degli alieni.
- Ecco. Il confine…
- Decisamente, buttateci dentro la nostra nave, Timoniere. Portiamo lì dentro un altro po' del nostro mondo.


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Traiano si era perso in una memoria di massa che ora era fuori della portata del Principe. Così, Settimio Severo si affacciava e occupava il posto di comando sul trono, in un'emulazione che gli aveva permesso di trascendere se stesso così da diventare una vera e propria incarnazione del principe dominatore.
I movimenti delle sue mani erano ornamentali, espressivi. Si manifestava con un fare femminile, a volte, eppure aggraziato e virile; era un poeta completo e potente che riusciva ad espletare la sua carica emozionale con pochi tratteggi - dono dell'essenzialità colta. A volte ricordava Claudio Nerone, ed il germe della follia gli illuminava gli occhi con guizzi incontrollabili - luci bianche come laser ma fredde, gelide, degne del suo essere alieno, non umano né postumano. Lui, Totka, Principe dei postumani, a capo di un impero di postumani, non era nemmeno uno di loro: quale motivo migliore, allora, per esserne al comando da secoli così da trascendere il bisogno di morire, di terminare la propria evoluzione dentro lo stesso involucro carnale?
La notte era giunta ancora. Inesorabile. Secoli dello stesso ciclo temporale avrebbero fiaccato chiunque, ma il Principe aveva dalla sua la potenza della propria volontà incorruttibile; aveva la capacità di non farsi influenzare dagli eventi astronomici di cui lui, in qualche modo, n'era il Signore, l'unico incontrastato capo - almeno in quella vasta fatta di dominio spazio-temporale.
Il palazzo rifulgeva dello splendore interiore del suo occupante. Rifletteva nel cosmo. Gli alieni avrebbero potuto vederlo dallo spazio e se ne sarebbero sentiti sicuramente intimoriti; le ombre lo circondavano, facevano da culla e da balia.
Totka amava quei momenti, amava quel suo essere lieve ma oscuro.
Eclissi della sua personalità.
Ora era Marco Aurelio ed era di nuovo in sella al suo cavallo, pronto ad attraversare in groppa a quell'animale tutto il suo vasto territorio per difenderne i confini; echi di battaglie, d'archi e di frecce fiammeggianti che attraversavano il cuore del crepuscolo e che si abbattevano sulle file dei nemici barbari. Trafitto da ondate selvagge di déja vu, gli capitava di ascoltare spesso il fragore della battaglia. Era un Principe guerriero, ma filosofo.
Filosofia come arte di vita.
Sullo sfondo c'era il crepuscolo evocato da una decadenza incipiente che lui aveva fermato sul nascere, ma non eliminato. Non tolto dal vocabolario delle paure imperiali.
Totka viveva immerso in quelle sensazioni mistiche. In fondo al suo kernel esisteva sempre una labile percezione di cosa era prima; accanto, le sue immagini di quando era nudo sulla spiaggia, agli albori dell'umanità, continuavano ad accarezzarlo. Ispirarlo.
Le donne che aveva amato nella sua sterminata esistenza avevano mille volti. Le ricordava tutte, insieme alle loro caratteristiche salienti. A volte aveva amoreggiato con puri spiriti femminili, senza corpo. Altre volte era stato con loro soltanto per un puro esercizio sessuale - bisogni di sventrare donne con la potenza del suo membro; desiderava lo spirito femminile, sostanzialmente. Amava quei visi che ora gli sovvenivano nei ricordi, quei corpi minuti che tanto lo avevano sconvolto nella fase acerba della sua esistenza. Amava…
Entrava nel Tepidarium, poi nel Frigidarium e nel Calidarium, ed adorava quel continuo, sconvolgente passaggio, quel leggero cantare di voci muliebri; ancora una volta, elementi femminili si presentavano alla sua coscienza e riuscivano a fargli compagnia fin nel cuore della sua anima sensibile. I ricordi dei tempi vissuti nell'antica Roma si materializzavano, li poteva nuovamente toccare in quanto capo dell'Impero, quell'organismo politico frammisto a territorialità e cronologia.
- Entrate, mie ombre preferite. Sono con voi ancora una volta…
- Entrate. Statemi accanto. Il vostro canto mi allieta il pesante trascorrere delle ore.
- Entrate, e mi vestirò ancora da satiro per tirare su il morale a me, a voi, a tutti coloro che ricordano ancora quei tempi.
Era un principio di delirio. Cosciente. Un ricomporsi di tasselli da mosaico.
- Entrate, e non andate via per questa notte. Saremo ancora al Colosseo a guardare gli spettacoli che a voi tanto piacevano…
Si era seduto sulle gradinate ornate di marmo purpureo ed osservava intorno a sé il tripudio pregno d'onori che il popolo gli tributava.
Poi, osservava il giorno sfumare, degradare verso il porpora che si spengeva nel cielo; già da allora egli carezzava la consistenza dell'Impero a cui, un giorno, si sarebbe trovato a capo. Il caos intorno aumentava, un coro d'approvazione perfettamente caotico in cui lui rileggeva le leggi matematiche che regolavano i frattali, quelle leggi che custodiva nello scrigno che nessun altro poteva aprire pena la morte, pena l'incomprensione e la follia lucida, inspiegabile, che poteva dare il tentativo di comprendere.


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Una pioggia di pixel li sommergeva, dissolvendosi non appena toccava i loro corpi. Dolb e Vincent asciugavano i residui digitali prima che evaporassero - mercurio software - e assaporavano poi i risultati della sublimazione del liquido numerico, apprezzando che si stessero trasferendo verso loro piccole, significative icone di conoscenza minimale. Le assorbivano avidamente.
Le terme erano lontane; il luogo in cui s'incontravano più piani di realtà era indiscutibilmente distorto, disassato dal perno d'oscillazione stabilito dalle regole spazio-temporali dell'Impero.
Il CdA li osservava non visto, scrutava come dal buco della serratura le reazioni dei due della DollAndr e si connetteva ai loro neuroni in regime di socket nascosto: la paura si mescolava bene al senso di stordimento.
Le tecniche invasive producevano effetti importanti, e dalle reazioni inconsce scatenate su Dolb e Vins si poteva comprendere come la Tolkien riuscisse far quadrato attorno ai suoi interessi.


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Gli alieni erano entrati nel sistema d'interferenza imperiale. Contavano di giungere nei pressi della Terra configurata nell'anno 2.823 d.C. - comodità d'indirizzamento - e di andare ad ingrossare le fila della Tolkien Corporation, la multinazionale che abilmente aveva camuffato l'ingresso, tra i suoi azionisti, di personaggi muniti di moneta sonante aliena. Le informazioni che la multinazionale avevano avuto da quegli esseri stranieri erano di qualità incommensurabile, e gli permetteva di acquisire segreti sul volo spaziale che nessuno, ad eccezione dell'Imperatore, possedeva; in cambio, la Tolkien permetteva a quegli esseri dalle sembianze serpentine di rappresentare una testa di ponte verso interessi puramente terrestri, o che gravitassero comunque intorno a quell'orbita informativa.
Destabilizzare non era il principio ispiratore di nessuno, tanto che probabilmente alcuno avrebbe ricevuto altro che puri danni dal cambio di regime; certo è che tutti, sia la Tolkien che gli alieni, intendevano insinuarsi il più possibile nel tessuto informativo statale per ricavarne vantaggi rapaci, sperando di non spallare l'intero sistema.
- Comandante, le luci delle città imperiali…
- Spenga le nostre, che cerchiamo di localizzare un porto di nostro gradimento.
- Potremmo usare le indicazioni che ci danno i nostri compagni già integrati. - Era la voce dell'attendente del Guardiamarina, un giovane ufficiale in odore di promozione.
- Ci avevo già pensato, solo che non sappiamo quanto possiamo fidarci delle loro conoscenze: nessuno sa quanto abbiano assorbito della cultura postumana, e se ciò fosse vero potrebbero infettarci coi germi del loro trasformismo. Avanti così, sfruttiamo le reti neurali di bordo. - Erano reticolati informativi che nessun postumano avrebbe mai compreso, la logica che le animava era semplicemente diversa da quella che si respirava nell'Impero.
I led d'approvazione delle reti neurali si componevano in un festoso albero di logica.
- Comandante, oltre la curvatura terrestre c'è un luogo d'approdo certificato dalle nostre reti.
Il vaglio delle condizioni richiedeva un numero elevato di nanosecondi; il silenzio a bordo era stemperato da continui bip d'elettronica biologica, e le occhiate di sottecchi che si scambiavano tutti gli occupanti dell'astronave erano formalizzate da protocolli comportamentali.
- Va bene. Atterrate in quella radura, vicino al nostro accampamento. Ci sono istallazioni della Tolkien Corporation e nostri emissari vi lavorano.
Erano sopra Crustum, ed era un continuo lampeggio di conduttività che si stemperava nelle lande invase dalla notte. Il Guardiamarina rimase sorpreso da un certo tipo d'alone energetico che vi aleggiava.
- Non è un luogo puramente terrestre, qui. - Disse aspirando una voluta di fumo autoprodotto, una sorta di rilassante endogeno.
- I sensori segnalano altro, in effetti.
- Ci sono attività elettriche che si agganciano ad anarchismi latenti e decadenti, come se nessuno riuscisse a governare le forze scaturite da entità postumane.
- No, è molto di più… - Disse il Comandante in preda ad un senso di delirio incontrollabile, ma contratto - È come se lì fosse successo qualcosa di tragico. Forse un enorme eccidio.
- Forse è solo il luogo che ispira quest'ordine d'idee.
Dopo una sapiente attesa di qualche istante, il Guardiamarina seppe che aveva meditato abbastanza.
- No, è un rincorrersi d'energie intrappolate. Sono nere, hanno perso la capacità di guidare i loro involucri essoterici e vagano, come enormi lumache senza guscio. Sono molli, e disperate.
Rumori di preparazione all'atterraggio.
- No, alziamoci. Andiamo in ricognizione dall'alto, fino a saperne di più.


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- Vincent, provo una strana sensazione.
Silenzio dall'altra parte.
- Vins, mi sento risucchiato verso l'alto, come se stessi uscendo dal mio guscio.
Il suo compagno era in catatonia assoluta. Dolbert lo osservò un attimo solo e non riuscì a capire se aveva almeno compreso cosa gli stava dicendo. Dolbert guardava verso il prato, e verso l'alto. Il silenzio lì fuori era assoluto, troppo perfetto, e non gli riusciva di comprendere perché all'improvviso fosse decaduto, nella sua mente, il regime di confusione onirica, quasi lisergica che lo aveva attanagliato.
- Dolb, la risposta che mi viene da darti è che non siamo soli, adesso…

Dall'altra parte del monitor i quadri della Tolkien ebbero un sussulto, un dubbio che poteva minare i loro progetti. Osservarono Dolb e Vins all'infrarosso, anche con altri spettri visivi non percepibili dall'occhio postumano - nemmeno da quelli più modificati. I parametri della crescita empatica indicavano anche una certa frenesia negli accampamenti frequentati dagli alieni, intorno a Crustum e al luogo in cui i due della DollAndr erano tenuti segregati.