VIRUS


I


Steam si osservava mentre era avviluppato dagli strali dimensionali, la sua visione in emulazione degli strati dimensionali totali era impressionante: vedeva pieghe infinite di materia mentre si trasformava - osservava, in dettaglio, il momento in cui la materia subiva mutazioni genetiche - ripiegandosi come mantelli di lava solidificata. Era raffigurato, il tutto, come un'enorme ampolla traslucida, appena visibile, ricca di barocchismi visivi a cui si poteva associare, tramite un veloce ProgVir, emozioni condensate olfattive e gustative di spezie orientali troppo "cariche" di sapore. I suoi sensi si esaltavano. Le molecole coinvolte nel trasporto transdimensionale sembravano come impazzite, descrivendo giri inconcepibili in percorsi inesistenti. Il rumore era impressionante, il rumore saliva d'intensità in iperboli, assai dettagliatamente disegnate in un angolo del visore - craniale - di Steam; cambiando posizione si accorse che cambiava anche il suo umore poiché, ovviamente, mutavano le coordinate su cui si basava il proprio ordine di pensieri. Per cui, ciò che egli pensava quando era nelle ordinarie 3D non era più realizzabile quando si sottoponeva all'ordine delle Dn, entrando in scena nuove emozioni, nuove rappresentazioni da sfondo, come in un palcoscenico.


II


La sobrietà di una sorpresa. I passi che venivano contati, tramite invertitori logici duali, su tavolette grafiche per implementare statistiche governative sulla dinamicità della popolazione; Steam era consapevole di questo e di altre miriade di controlli effettuati sulla sua persona in modo subdolo, a volte subliminale. Cercò nelle sue tasche elettroniche compattate pratiche da sveltire, mentre attendeva il passaggio nell'unità riconvertitrice per riportare tutte i suoi atomi in posizione 3D, dopo essere stati, questi, manipolati dal fasatore dimensionale. Ricevette rumori impersonali, afasici, come risposta ai suoi desideri; ma i suoi desideri erano soltanto deboli impulsi elettrici, bagliori fosforescenti nelle sue iridi che lo rimandavano alle impressioni che aveva riscontrato nel fasatore. Un evento improvviso. Un brivido che lo percorreva, in tutto il suo essere, per lasciarlo intimorito, intristito. I brandelli della sua anima giacevano in luoghi distanti, i brandelli di quella sensazione che aveva indosso si personificavano e, pur rimanendo divise, assumevano le sembianze terrificanti di un ectoplasma, troppo espanso per non farlo cadere nel terrore più indescrivibile, letteralmente. Gli episodi di una saga interminabile del fantastico si erano configurati. Da un profondo situato in posti totalmente incompatibili uscirono forme multimediali, settando così il tempo da un valore, che dovrebbe essere freddamente normale - i giorni grigi, susseguenti uno all'altro - a un altro che assunse, l'istante dopo, il significato diverso di istante focale, quando un particolare tratto dell'esistenza diviene troppo importante da descrivere, troppo importante e pesante da condividere. Steam stava sperimentando sensazioni di distacco dal proprio corso vitale, stava vivendo il suo continuum mentre era immerso in quello condiviso, in quello normale. Ebbe, allora, la precisa sensazione di ciò che il fasatore aveva tentato di suggerirgli: le dimensioni sono latenti all'interno del normale corso sensoriale, le dimensioni esplodono nel momento in cui si alterano le percezioni. L'Infinito poteva essere figlio delle variazioni umorali, l'Infinito nasceva da ciò che non poteva essere concepito perché limitata è la formazione mentale che Steam, sottilmente, riusciva a capire di avere. Quello che non poteva essere concepito era lo spazio che non ha limiti. L'ectoplasma tacque, smaterializzandosi. Ebbe l'impressione che esso stesse comportandosi come un trauma da nevrosi, che scompare all'atto della sua espletazione. L'istante dopo Steam osservò il formarsi di sottili paranoie sul suo visore cranico, che gli offuscavano la visione limpida di ciò che era disponibile in quel momento sul network biologico. Le paranoie si agitavano formando ghirigori di logica cortocircuitata, logica solcata da passi reiterati di passaggi inutili - l'intorno era perfettamente vergine - finché decisero di assemblarsi in macro; la tentazione fu forte. Si trovò con il microspinotto all'altezza dell'imbocco craniale, la sua SCAN di materiale morbido - usa e getta - era posizionata all'ingresso, come se fosse stata guidata da una calamita; si sorprese con l'impulso di affondare in quei disegni ripetuti dai colori accattivanti, madidi di insulse motivazioni, fino a quando la connessione avvenne. Era ora cortocircuitato. Era ora impoverito da tutti quei falsi algoritmi di patch esauste, ridondanti su se stesse. Il virus paranoidale si spostava completamente, di istante in istante, nei suoi banchi neurali, trattando il suo cervello come una sterminata massa RAM...


III


Così, era esausto. Si passava le dita tra i capelli, si stropicciava gli occhi a mo' di stanchezza, si ristudiava tutte le posizioni del corpo che doveva assumere, per dissimulare i loop concentrici mentali che stava eseguendo. Parodiava i significati. Parodiava ed emulava stati di reiterazione espansa con strati di gel limaccioso, applicato ai suoi impianti bio-connettivali - gel ad alta risoluzione capacitiva, capace, cioè, di produrre adrenalina per alimentare superlavori - trovandosi a pensare di lunghe giornate stressate, di lunghe ore passate a ripetere concetti di logica troppo elementari per non bloccarsi nei suoi pensieri; capì, con distaccato disappunto, che il suo tipo di flusso mentale era estremamente ricettivo a esercitare controlli esageratamente puntigliosi - punto per punto, passo dopo passo - ma non riuscì a ricavarne altro che blandi palliativi alla sua frenesia paranoica.

Paranoia.

Come una chiave la parola stava scardinando la sua mente. Cortocircuitato: questa era la sensazione che, adesso, Steam aveva di sé. Raccontava con immagini mentali a se stesso - o forse tentava di cantarsi - tutta la fatica che stava facendo per uscire dal cerchio concentrico, senza uscita, delle azioni.

Come una chiave, la parola aveva dato l'accesso dentro i suoi cluster biologici a caratteristiche sconosciute. Ora sentiva stringere al suo collo un anello, di materiale ferroso, che lo faceva sentire in forte disagio - convulsioni. Il malessere era fisico e psichico.

Come una chiave, la parola aveva svolto la sua funzione. Steam capiva l'ingresso, lo vedeva raffigurato nel suo personale cyberspazio, racchiuso in una piccola porzione, in alto, del suo visore craniale. Si trattava di tanti piccoli vermicelli, portatori di malattie mentali biologiche. Si trattava dei microrganismi provenienti da laboratori di ricerca software, forse clandestini, devastanti messaggeri della paranoia gratuita, inutile.

Provò a sconnettersi la SCAN; essa era lock. La notte successiva la febbre sembrò quasi divorare Steam, con quel microspinotto ancora connesso. Poi, improvvisamente, il lock si disattivò, lasciando placare, come una scarica lenta di condensatori, la temperatura elevata presente nelle sue implementazioni neurali. Gli ci vollero alcuni giorni per riprendersi, giorni che gli riuscì di ridurre a ore essendo in possesso di un compattatore temporale. Il fastidio di doversi pian piano abituare al fuso diverso del suo continuum, rimasto a scorrere come sempre era fluito, fu una delle sue principali necessità, oltre a quella più impellente di riallineare i suoi pensieri con quelli pre-contaminati dal virus. Giacque lunghe ore per tentare, senza riuscirci, di bloccare le ripetitive boccate di vomito, fino a che un'immagine di sogno virtuale di paesi nordici non ripolarizzò, nel giusto modo, le sue cellule più interne: le native.