INFORMAZIONI DI PROCESSI NECROTICI AVVIATI |
Le energie dell'Imperatore erano in combustione entropica. Le premonizioni lo scuotevano, lo percorrevano come se fosse stato un conduttore psichico.
Era dentro il suo palazzo, segregato da null'altro che dalla sua stessa volontà. Era tormentato, camminava convulsamente per le sale con un periodico tornare sui suoi passi che aveva del metodico. Rimuginava di deliranti premonizioni, qualcosa che aveva difficoltà prima che confessare a se stesso, addirittura a rendere palese alla propria cognizione. Sudava, eppure il solstizio invernale era appena passato. Sudava, e rivoli di sudore perfetto, purificato da ogni batterio, gli attraversavano la fronte, le gote, fino al collo e alle piccole boccole a scomparsa delle sue clavicole.
Cosa stava succedendo?
Impossibili rimbombi di rumori non identificati, che sembravano appartenere ad un ordine tecnologico alieno e comunque non postumano, si addensavano come cariche elettriche su una cruna in certi angoli elaborativi della sua mente; Totka analizzava quei disturbi e ne ricavava un senso di sofferenza, un'interruzione delle sue amate singolarità in cui viveva amnioticamente.
Non c'era nulla di buono in quell'evento che sentiva profilarsi nella curvatura delle prossime occorrenze. Le ombre accanto si agitavano in una danza elettrica che ricordava, chissà perché, i terreni oscuri, i luoghi in cui ordini confusi di alberi si addensavano in talune radure piuttosto che su certe balze, dove gli ectoplasmi si lasciano catturare fin sul ciglio delle strade con affettati sensi che rasentano i corpi di chi passa, come se minacciassero il contatto fisico. La notte del Principe, ora impersonante soltanto se stesso, sembrava un immergersi in quelle terre dove il silenzio è sempre profondo, il misticismo è unico, e la paura e la presenza di esseri antichi e temibili è molto più di una labile sensazione sfuggente; i brividi scorrevano per empatia sul suo collo e giù, lungo la spina dorsale in fibra ottica. I brividi erano flash quasi iperreali - alta densità pixel - che tempestavano gli angoli morti della sua visuale e il terzo occhio, soprattutto.
Crustum. Quel luogo che vedeva era Crustum. Totka lo seppe per istinto poco dopo. Così riconobbe i territori agresti e selvaggi, e le premonizioni presero a prendere forme più definite, come se gli riuscisse di focalizzare meglio ciò che la maglia empatica intorno a lui gli stava trasmettendo.
- Cosa cercate di dirmi?
- Cosa dovrei fare?
- Certo, capisco che sta accadendo qualcosa. Quei posti sono abbandonati, sono focolai d'attività psichiche. Ma anche qui accade lo stesso. Voi con me siete conduttori allo stesso modo. Siete con me. Perché lì c'è pericolo?
- Perché lì esiste qualcosa in mutazione?
- Perché lì sta per accadere qualcosa?
- Perché lì si sta concentrando dell'energia che muterà il campo empatico distorcendolo, provocando una singolarità assai diversa da quella attuale? Perché questo è ciò che potrebbe accadere?
- Certo. Perché è questo che potrebbe accadere…
- Il disegno muta. È in continuo mutamento.
- Il disegno non ha soluzione di continuità.
- Il disegno si perpetua attraverso la sua metamorfosi. Il disegno è vivo. Ed ha bisogno d'interazioni.
- Interazioni, capisci?
- Interazioni…
Il soliloquio era ininterrotto. Il Principe parlava apparentemente da solo; discorreva, come sua abitudine, con le forze che lo circondavano. Non ne era ostaggio, era soltanto un loro interlocutore privilegiato.
Il vestito di broccato che indossava presentava molteplici unità elaborative nascoste nelle morbide pieghe; ogni unità aveva capacità sconfinate di elaborazione, e complessi ologrammi esperti monitoravano l'intricata situazione vitale del Principe, compresa la sua salute mentale ed energetica.
- Non esiste nulla di certo.
- Non c'è niente d'assodato, le colonie d'alieni sul territorio non sono le stesse comunità che stanno arrivando.
Improvvisamente il quadro era chiaro, dettagliato, come se un flash gli avesse illuminato la parte di un atto che stava per andare in scena: alieni in arrivo, che cercavano appoggi per lo sbarco, probabilmente presso i loro stessi consimili. A Crustum. Nel luogo che aveva visto, recentemente più d'ogni altro, l'affermarsi militare della potenza imperiale.
- È lecito dare impulso ad una mossa difensiva?
- È giusto che io dia un impulso alle mosse preventive?
- È doveroso spingermi sul luogo con le mie forze terrestri per iniziare una resistenza, oppure sarebbe meglio non interferire col tessuto degli eventi e attendere il loro sgonfiarsi?
- Devo dar retta ad una parte delle visioni che mi suggerisce un epilogo diverso da quello che si sta configurando ora, nei miei schermi craniali?
L'Imperatore era chiamato all'ennesima prova di destrezza politica, militare e amministrativa. Doveva dirimere i fili di singolarità tutt'altro che dipanati, pericolosamente aggrovigliati in un corpo unico in cui si faceva fatica a distinguere le separate varianti che costituivano l'evento in formazione.
- Parti del gioiello di policarbonato sono inattive. Raramente ciò è successo nelle ultime decine d'anni.
- La sezione dei frammenti molli del mio vestito s'irrigidisce inspiegabilmente, come se la vitalità degli ectoplasmi esperti fosse stata tirata via. Come se loro fossero stati svuotati da qualcosa di non necessariamente vivo.
- Sembra un susseguirsi di microeventi che, come un effetto farfalla, influisce sul mio corpo astrale.
- Il tessuto del mio vestito è un compendio di capacità impensabili ad ogni postumano.
- Le sezioni tecnologiche sono ridotte al minimo. Tutto è nativo, nei miei abiti.
- Le pieghe che l'abito assume sono in sintonia con il luogo in cui mi trovo. E con voi, amici miei.
Gli schermi del policarbonato si attivarono ad intermittenza. Le ombre, per tutto il palazzo, erano in subbuglio e le voci dei corpi celesti cantavano ancora l'epifania per il solstizio d'inverno appena trascorso. L'Imperatore celebrava l'evento con sedute di meditazione proiettiva, e così facendo ascoltava tutto l'universo parlargli attraverso il suono delle nebulose, filtrato, amplificato ed interpretato dalle possenti nubi di Oort.
- Chi siamo noi? Chi siete voi?
- Chi cerchiamo di essere mentre proviamo a governare questo popolo sterminato di entità poco più che bassamente evolute?
- Cosa possiamo inventarci per rilassare i muscoli dalla tensione e per riflettere attentamente se conservare il regno o ampliarlo, toccando territori e tempi prima sconosciuti?
- Ver Sacrum. Dovremo eternarlo?
- Vorrei non essere condannato a questa continua necessità di decisioni. Di durezza. Ma so che non posso distogliermene: è il mio compito.
- Devo continuare a cacciare i barbari dal territorio, per tutta la mia esistenza?
- Dovrete essere sempre con me, in ogni mio passo e decisione. Dovrete farmi da consiglieri. Sempre. Non so quanto potrò essere ancora forte. Non abbandonatemi.
Ebbe la sensazione intima che qualcosa gli rispondesse "Ti porteremo con noi. Saremo sempre con te, e non sarà un favore quello che riceverai…"
Lui, il Principe, in quel momento era calato nei panni di Marco Aurelio e osservava immalinconito la notte pesta stringersi addosso. Era longevo, ma come ogni cosa viva non era immortale, anche se agli occhi dei postumani sfiorava quel concetto fin quasi ad identificarvisi.
*
* *
Dopo ore.
Nel palazzo imperiale il silenzio era abissale. I cigolii delle elaborazioni dei servo attaccati ai loro gruppi energetici si erano abbassati d'intensità, segnalando il quasi completo reintegro del livello d'energia di cui ogni unità aveva bisogno.
Il Principe era in piena elucubrazione. Il livello dei suoi pensieri era elevato, ragionava come non faceva spesso ed era in preda ad un surplus di livello vitale quale nessun postumano poteva permettersi. Totka era l'imperatore. Colui a capo di un vasto dominio, e come tale si comportava.
Gli spettri si erano coagulati in pochi corpi ectoplasmici, una sorta di confederazione avente l'unico scopo di farsi maggiormente rappresentare. Con loro si erano associate anche altre ombre, aliene, rappresentanze d'antiche divinità - gli umani così le chiamavano, altri le definivano divinità degli inferi - che avevano presieduto all'atto che nell'Impero veniva chiamato Creazione. L'inizio d'ogni cosa.
In parte ciò era vero, solo che la verità - o parte consistente della verità integrale - era sottaciuta e l'Imperatore stesso ne conosceva soltanto un misero frammento, perché comprenderla tutta avrebbe significato avere una logica superiore che nemmeno era patrimonio di tutti gli alieni. In parte, gli stessi che ora cercavano di minacciare, colonizzandolo, il vasto dominio regale.
Le antichissime entità ectoplasmiche sfioravano il vestito di broccato del Principe e vi lasciavano adagiate piccole scosse d'elettricità statica; il corto circuito sulle microfibre shuntava i sistemi esperti che si annidavano su esse, e il Principe rimaneva per lunghi secondi preda assoluta delle visioni suscitate dagli esseri disincarnati. Lunghi istanti in cui il mondo gli appariva desolatamente spento.
Dove la notte era un abisso profondo.
Stralci d'informazioni ridotte a brandelli, senza valore, erano gettati via come carta straccia. Solitudine. Estrema.
- Il disegno è microfessurato. V'intravedo spiragli di luce impropria.
- Ho la sensazione di essere circondato. Cori reversi nel mio animo. E gelo. Splendida solitudine. Amo essere così spettrale, tra gli spettri.
- Il destino di miliardi d'individui, in ogni tempo, dipende da me. È un pensiero assurdamente vivido, so che è così. Molto di ciò che decido influisce sulla loro vita.
- Molto di ciò che loro hanno dipende dal mio livello psichico, dalle informazioni che posso far circolare nel mio regno.
- Assurdamente spettrale. Ma sto bene. Sto essenzialmente in sintonia con me stesso, e con tutta la sequenza energetica del cosmo.
- Che canta, risuona dentro di me.
- Che danza con i gonfiori cromatici delle stelle nane, e delle quasar. E dei buchi neri.
- E del solstizio che s'integra col macrocosmo.
- E d'ogni altro ordine di realtà che non conoscerò mai.
L'invasione psichica si fermava al livello che il Principe predisponeva, come se uno sbarramento invalicabile riuscisse a configurare un invaso dentro cui si esaurivano le energie psichiche. Che, tuttavia, emanavano un livello elevato di radiazioni emotive, un senso di mistico rapimento dove la religiosità era soltanto una necessità per basse menti, meno che postumane.
Ancora sul far del mattino i pensieri del Sovrano erano d'ordine sparso, non erano ancora giunti ad un punto fermo verso cui, però, inconsciamente tendevano. Tutto quel processo emo-cognitivo aveva come unico scopo non dichiarato quello di riuscire a prendere una decisione. Una decisione sul da farsi per riparare a ciò che sembrava essere un pericolo imminente, che poteva squassare l'ordito dei disegni imperiali.
- È quasi giorno, ormai.
- La risoluzione si delinea come un ologramma all'orizzonte.
- Il paradigma che assumerò come vero mi aiuterà a focalizzare gli obiettivi. Loro, stanno cercando un punto d'approdo.
- Loro, stanno cercando un modo d'approcciare al mio territorio e alla mia esistenza psichica.
- Loro, vogliono integrarsi, modificandolo, al sistema imperiale.
Spicchi di luce dietro le montagne. Il lividume della notte in sublimazione immalinconiva le stanche membra psichiche del Principe e lo rendeva vulnerabile. Nel momento di massimo gelo e silenzio dell'intera giornata, egli era indifeso agli attacchi delle forze psichiche.
Si raccolse in una posa che poteva apparire di preghiera. In realtà, cercava di ricaricare le cellule energetiche deputate al funzionamento degli ologrammi esperti, presenti a nutriti gruppi sul suo sfarzoso vestito.
Si addormentò per pochi minuti, sedendosi sul trono da cui poteva connettersi contemporaneamente a migliaia di siti informativi sparsi per tutto il territorio, fino a scorrere all'indietro per secoli interi.
*
* *
A bordo dell'astronave aliena il caos era ridotto al minimo, e molto del rimanente era concettualmente fisiologico e costituiva una forma di ritorno energetico capace di far funzionare la navicella. Era una nave piccola ma funzionalmente, capace di garantire viaggi galattici con il massimo del confort per il cospicuo equipaggio.
- Guardiamarina, la Tolkien Corporation in linea.
Primitive di collegamento istantaneo si attivarono, essendo presenti nell'aria come certi moduli d'antichi sistemi operativi che correvano continuamente nella RAM dei primi calcolatori.
Il Guardiamarina si attivò con la sua migliore espressione conciliante. Nessun postumano avrebbe mai saputo capire in cosa differiva dalle altre a lui possibili.
- Presidente, i miei saluti dallo spazio profondo…
- I miei dalla cittadella della Tolkien Corporation, Guardiamarina. Vi ho visti per un istante sul mio schermo, poi vi ho perso. Dove siete?
- Siamo ad un centinaio dei vostri chilometri d'altezza. Stiamo studiando un approdo congruente.
- Perché avete evitato le nostre postazioni?
- Abbiamo i nostri motivi di sicurezza. Vi disturba?
- Diciamo che avevamo preparato per voi, all'ora prestabilita, degli approdi su misura.
- Vi ringraziamo per la premura…
- ...Che non avete sfruttato. Abbiamo dei problemi a mantenere aperto il canale.
- Non vi stiamo chiedendo ciò. I nostri progetti non chiedono tanto sforzo organizzativo da parte vostra e del resto non ce n'è traccia nei nostri accordi. - Il Guardiamarina si fece, volutamente, inquadrare nel mentre che sfogliava i log dell'accordo con la multinazionale imperiale.
- Come già avete avuto modo di osservare, noi teniamo a voi. Cerchiamo di rendere il più agevole possibile il vostro arrivo. Abbiamo i nostri vantaggi dal vostro essere agevolati.
- Venga al punto, Presidente.
- Sono già al punto: dovete atterrare sul luogo che vi avevamo preparato. Subito.
- Non ora.
- Se non lo fate adesso, molto del nostro accordo potrebbe compromettersi alla luce degli eventi prossimi.
- Perché?
- Informazioni riservate ci fanno credere che i nostri movimenti siano stati spiati empaticamente.
- Da chi?
- Siamo nel mondo informativo. Più di tanto non è possibile specificare.
Un momento di silenzio sottolineò il traballare delle certezze che avevano sorretto gli alieni. Il Presidente della Tolkien sembrava aver centrato il punto focale di tutta l'operazione, evidenziando i pericoli insiti nei cambi minimali di strategia.
- Bisogna che torniate indietro ed atterriate nei pressi di Crustum. Nostri emissari vi attendono.
- Non possiamo, lo ripeto.
- Non avete scelta.
- Abbiamo riserve sul comitato d'accoglienza.
- Sono vostri affini.
- Non sappiamo più quanto, ora.
- Fidatevi. Dovete.
- Può spiegarmi il concetto di fiducia?
Disturbi di frequenza parassita s'infiltrarono nel colloquio, non prima che il Guardiamarina riuscisse, con un moto di soddisfazione non comprensibile dal Presidente, a notare in lui un gesto di stizza.
- Lei sa bene che la fiducia è un tratto tipicamente umano, non spiegabile perfettamente ad esponenti d'altre razze extragalattiche; tuttavia credo sappia abbastanza di noi da capire cosa s'intende per fiducia. Vero?
- Non completamente. E comunque non in modo affidabile.
Un flusso di dati autoscompattanti, in piena violazione d'alcune regole commerciali stabilite dall'Imperatore stesso, viaggiarono alla volta dell'astronave. Obiettivo della Tolkien era quello di spiegare il più esaustivamente possibile il concetto di transazione terrestre, pur sapendo che a grandi linee esso era già conosciuto. All'uopo, il kernel di tutto l'invio era dato da un'icona olografica che narrava empaticamente di fondamenta e di ponti poggiati sul nulla, eppure stabili e completamente sicuri (olografia del concetto di fiducia). Toccando con le dita quell'immagine si aveva un effetto viscoso tale da far appiccicare parte di quell'ologramma alle dita stesse; si aveva, così, un lieve senso di tranquillità interiore al contatto, un puro riflesso connettivo eppure rassicurante, tale da dare una vaga idea del concetto di fede. Subito dopo, immagini in rapida sequenza illustravano la natura commerciale dell'accordo che le due entità avevano stabilito nei tempi precedenti.
- Capisco… - Ammiccò il Guardiamarina dopo qualche istante di silenzio in cui si era fatto serio; aveva assorbito i dati in transito senza rimandare indietro nulla per paura delle intercettazioni.
- Si fidi, Guardiamarina. Atterri lì.
- Quanto tempo ho per decidere?
- Il tempo non è una risorsa che gestiamo noi.
- Capisco.
- Atterri.
Silenzio. Attimi.
- Timoniere?
- Si, comandante.
- Dia disposizioni per atterrare sul luogo che c'indica la Tolkien. Presidente, può mandarci altri dati?
- Sono già presenti nel file che vi abbiamo appena inviato, basta rendere il contenuto d'alcune stringhe spurie perfettamente analogiche. Nessuno controlla più quell'antico modo d'espressione.
*
* *
La pioggia scendeva copiosa intorno. Era giorno fatto, ma l'ampiezza dell'arco solare era contenuta dall'effetto del solstizio. La temperatura scendeva rapida e il rifugio dove i due della DollAndr erano confinati si rivelava confortevole ma asfittico.
L'alienazione a cui quei due erano sottoposti lasciava il segno sulla loro psiche. L'atipicità di trovarsi in una situazione tanto estraniante e lo stress che sentivano salire, si manifestava con insofferenza all'aria viziata, alla luce artificiale e ad un certo sintomo d'emicrania che inficiava il corretto funzionamento delle loro protesi craniali.
- Ho voglia di una bella birra fresca…
Vins guardava stupito Dolb, stupefatto dal desiderio dell'altro. Sorrise.
- Una birra, dici?
- Eh sì. Una birra. Fresca dalla spina. Come quando eravamo nel pub poche sere fa, ricordi?
- Oh sì. A discutere del perché quelli della Tolkien ci avessero tirato un tale bidone.
- Ora siamo qui. Chiusi tra queste mura. Collegamenti con l'esterno zero, a parte questa finestra che dà su un luogo silvestre. Probabilmente finto…
- Hai sviluppato anticorpi contro la Corporazione?
- No, ma non so come uscire da qui, sinceramente. Non m'importa di odiare o apprezzare ciò che fanno alla Tolkien e nelle altre migliaia di società simili, m'importa di uscire da qui e riprendere a tessere nuovamente i nostri affari. Con chicchessia.
- Ma, laggiù, non vedi del movimento?
- Laggiù, dove?
Guardarono entrambi verso il confine della radura: ombre in trasferimento confuso, non riconoscibili, si aggregavano e poi svolazzavano in leggiadri movimenti non postumani. Sembravano istinti divenuti forme tangibili, volenterosi insetti pronti a costruire un'emulazione di pensieri assimilabili a quelli degli umani.
- Ectoplasmi?
- Forse. Forse sono soltanto aggregazioni di energia abilmente convogliate da proiettori di particelle.
- Dovremmo non guardare?
- Dovremmo non essere qui. Dovremmo…
Il suono della catastrofe. Un'esplosione a cui ne seguiva subito un'altra, e altre ancora in rapida successione, fino a raggiungere i pressi dei due della DollAndr. Le esplosioni generavano onde di calore conduttivo che sprigionavano significati radianti, un grappolo di percezioni che flooddavano i canali dei due rimasti incautamente aperti; le deflagrazioni erano scudisciate, violenti spostamenti d'aria rimasti inalterati, nella loro tecnologia innescata, fin dai tempi degli antichi umani: fuoco e fiamme improvvise, fiammate alte nel cielo da carbonizzare subito le cime degli alberi. Poi, la quiete successiva, ed un suono di risucchio simile ad un gorgoglio umano.
Gas.
Rumore del gas in un circuito dove circola in pressione. Più rumori di quello stesso tipo da direzioni diverse. E lingue di fuoco che si sprigionavano non appena si udivano quei risucchi, come un rumore a ritroso. Il suono della distruzione. Il canto della morte temibile e terribile che avanzava indisturbata, densa di corrosivo potere.
Un senso di mistica paura attanagliò Dolbert e Vincent, terrificati nei loro sguardi; in pochi istanti avevano avuto la capacità di manifestarsi a vicenda la percezione di un pericolo spaventoso: quel piccolo spazio che li divideva fisicamente divenne un campo informativo d'alto valore commerciale, tendente all'estinzione. Un doloroso innesto di cellule necrotizzanti nella loro alta qualità induttiva che portava, semplicemente, ad un devastante messaggio di morte, era totalmente configurato in loro.
Ci fu tempo soltanto per urlare la propria folle paura. L'intero prato era preda d'alte fiamme e ogni albero era avvolto da spaventose lingue di fuoco. A Dolbert parve di udire, nel delirio che stava assalendo tutto e loro stessi, lamenti di natura sconosciuta, come se egli fosse riuscito a percepire un nuovo ordine d'onde psichiche; era sicuro che quello che stava sentendo altro non era che urla di dolore provenienti dagli alberi. E dagli spiriti in essi contenuti, costretti a fuggire dalla dimora biologica che si erano scelti.
Le fiamme accerchiarono, si modellarono addosso alla casa dove Dolb e Vins erano tenuti prigionieri. Ogni cosa andava consumandosi rapidamente e Vins ebbe la sensazione di scorgere vampe assumere sembianze di volti umani: gli avventori del pub che si torcevano in pose atroci tra orrendi dolori.
Qualcosa portava a loro il significato di morti innocenti. Tutta la valle era percorsa da quel fuoco purificatore e le vittime erano sicuramente a centinaia: innumerevoli vittime innocenti, arrostite da un rogo impossibile da domare, morte per mezzo di un espediente antico quanto l'umanità.
- Vins!!! Viiinsss!!!
Le urla disperate per cercare una via d'uscita impossibile.
- VIINSSSSSS!!!!!!
Ma Vins era già preda del rogo che tutto cancella. Dolb lo vide agitarsi in un'orribile lotta contro le fiamme che lambivano, avvolgevano la sua sembianza umana; lo vide lottare per spengere le fiamme che lo divoravano, in un impossibile combattimento che non poteva sortire altri effetti che una carbonizzazione totale del suo organismo. In uno slancio di panico terminale, Vincent si gettò verso l'amico come per chiedere aiuto. Dolbert fu avvolto immediatamente da quelle stesse fiamme e fu un vano moto di stizza che gli fece capire che il suo tempo era, in ogni caso, limitato: la casa dov'erano era completamente preda delle fiamme, e il risucchio del gas intubato era sempre più vicino, fin dentro le sue orecchie. Avrebbero resistito poco oltre. L'incendio li avrebbe presto avvolti.
Si abbracciarono in un ultimo disperato tentativo privo di razionalità. Le loro carni sfrigolavano selvaggiamente e gli rimaneva soltanto l'empatia estrema di un contatto psichico in dissolvimento, capace soltanto di portarli verso un nuovo livello prigoginico d'esistenza.
Tutta la radura bruciava. E la città pure.
Crustum, sullo sfondo, si animava di un convulso senso d'impotenza, e il disordine di tentativi isolati e scoordinati di salvare la selva che era intorno alla città, le case e tutto l'abitato si rivelò vano, a volte controproducente.
Il senso di catastrofe prendeva a vivere ed era impressionante, irreale per la rapidità che portava la distruzione; ci fu più di un crustumino che si sentì paralizzato dagli eventi. Qualcuno morì per quel motivo, altri assistettero impotenti alla distruzione delle case, dei loro beni, del patrimonio informativo che si andava rapidamente depauperando sotto i colpi micidiali della catastrofe. Ogni minuto più estrema.
Nessuno poteva scampare a quella furia.
Nulla avrebbe potuto essere come prima, ormai. Le urla si udivano ovunque e l'angoscia era un male psichico contagioso, forse più della paura della morte. Le stesse forze di polizia civile si trovarono a fronteggiare contemporaneamente numerosi focolai dalla violenza inaudita che carbonizzavano tutte le fonti informative del centro cittadino, tagliando fuori ogni possibile organizzazione dei soccorsi diffusi via network.
Tutti, se riuscivano ad aver salva la vita, perdevano la testa. Molti di essi erano anime perse, appena consapevoli di essere scampate al disastro, e si trascinavano nella catastrofe cittadina guardandosi negli occhi, senza un filo di vita e con la sola, sbigottita soddisfazione di essere ancora lì a raccontarselo.
Dal buio vitale emergevano soltanto le ombre degli antichi spiriti crustumini che si agitavano empaticamente, coscienti dell'enorme dramma che si andava consumando e che riuscivano a comprendere per esperienza diretta. Il loro habitat era stato devastato. Ancora una volta erano senza casa, dovevano muoversi in un territorio che appariva depresso come la luna, fumante come L'Ade.
I terminali della Tolkien erano andati distrutti nel rogo, e l'aver carbonizzato le info ivi contenute aveva il duplice scopo di richiedere un forte indennizzo alla tesoreria imperiale, e di nascondere la natura compromettente delle informazioni bruciate.
La Tolkien usciva purificata e martire dall'incendio. Nessuno poteva incolpare loro del disastro.
Le azioni della DollAndr furono assorbite nel giro di un paio d'ore dalla Corporazione, grazie ad un meccanismo di ricircolo economico studiato appositamente per non disperdere capitale - quindi informazioni - senza proprietario, nel territorio.
La Tolkien pretese quelle azioni esibendo falsi documenti che attestavano una visita di Vincent Dollmen e Dolbert Andretti, titolari regolari della DollAndr - riconoscimento dell'iride esibito come prova. Quelle prove elettroniche dimostravano che i due avevano spontaneamente geneticamente firmato un atto di cessione incondizionata delle loro quote alla multinazionale, allo scopo di confluire nella Corporation; a maggior riprova fu mostrato un altro atto ufficiale che provava il movimento di crediti Tolkien verso i conti ormai estinti dei due. Quelle info furono abilmente falsificate da alcuni contabili, lavorando accortamente su alcuni crittogrammi di derivazione aliena che normalmente non erano controllati dagli emissari computisti dell'Imperatore. A suggello di tutto, c'era la firma del Presidente del CdA: Cloths
I corpi di Dolbert e Vincent fumavano vistosamente, a dodici ore dallo scoppio del rogo, ed erano rimasti avvinghiati in una posizione che li saldava insieme; i crepitii dei loro log craniali erano ancora udibili, e ronde di semplici cittadini crustumini erano impegnate nella conta dei morti. Le urla delle madri erano alte verso il cielo e verso i terminali che monitoravano lo svolgersi quotidiano della vita così da permettere, all'Imperatore, di scrutare come da un buco della serratura il regolare incremento delle sue entrate informative.
Soltanto alcuni studenti di medicina cibernetica in odor di laurea presero i corpi di Vincent e Dolb - senza sapere di chi fossero effettivamente - e li sezionarono per estrarne informazioni, allo scopo di rivenderle - se possibile - al mercato nero; si accorsero troppo tardi di aver commesso un terribile sbaglio, e pagarono con la vita la curiosità e l'imperizia di prendere i primi cadaveri che gli fossero capitati: esisteva un racket delle riesumazioni psichiche, gestito da pochi scaltri individui, che non ammetteva intromissioni di nessun tipo.
Oltretutto, la Tolkien voleva rimanere pulita…