ELEMENTI D'ACCUMULO PRIGOGINICO |
A bordo dell'ambasceria aliena.
Gli echi del disastro avvenuto a Crustum arrivavano frammentati, ma olografici. Ogni scheggia raccontava dell'evento in modo completo. Il Guardiamarina ne aveva ingurgitate alcune, tanto per essere sicuro di non aver scambiato informazioni con qualche network fake.
A frotte veloci ogni istante si ammantava di barocchismi informativi, come un'aggregazione di molecole di carbonio sopra ad un modello stabile, disponibile a legami chimici universali. Il Guardiamarina volle rimanere da solo, per studiare le clips provenienti dalla Tolkien e approfondendo, così, manuali di tattica postumana. Si rifugiava in un guscio di materiale neotossico alle sensibilità postumane, così da schermarsi completamente alle loro influenze psichiche; cercò di realizzare bene cosa avrebbe potuto fare e come, soprattutto. Il ciclo degli eventi richiedeva un'autonomia di decisioni che egli non aveva, soggiogato com'era dagli ordini gerarchici a cui doveva sottostare. Ma i suoi superiori erano così lontani da non essere raggiungibili presto, nemmeno configurando come modello di realtà quello olografico; il Guardiamarina scelse da un nutrito settaggio di realtà possibili quella apparentemente migliore, quella che gli permetteva uno scambio più immediato con i suoi mondi d'appartenenza.
Nel mentre che sceglieva, le urla e il senso del disastro avvenuto a Crustum si mischiavano empaticamente nella sua anima cosmica, legandosi indissolubilmente alle coordinate spazio-temporali di quell'istante; era la configurazione del suo ricordo, di come lo avrebbe rammentato in futuro nel momento in cui avesse digitato i punti cardinali di quei frangenti: un esempio maestro di come i dati matematici potessero diventare immagini, e sensazioni, e gusti fissati sulle labbra, sulla lingua. Estendibile persino agli odori e ai dolori.
Una pena dissociata per le vittime lo accolse, infine, su un viale del ricordo; i terrestri originari, quando erano ancora umani, avrebbero sicuramente immaginato quella scena come l'esemplificazione visiva dei Campi Elisi, il lungo viale dove gli antichi classici immaginavano i morti passeggiare dopo la loro dipartita. L'essersi imbevuto di quella cultura classicamente umana, fin da quando era giovane, aveva significato per il comandante dell'ambasceria aliena cominciare ad interiorizzare, somatizzandoli, i caratteri di una razza così sfuggente e rude, quale quella terrestre.
Era stato un processo psichico interessante, dal punto di vista alieno: sapere che i fautori, i protettori di quegli esseri a volte così bizzarri, erano altre razze aliene, dapprima rimaste nell'ombra e poi, col tempo, venute alla luce acquisendo potenza e carisma, non faceva altro che inorgoglire il Guardiamarina. Lo invitava, altresì, a riflettere: non aveva ancora affrontato seriamente il quesito più grande, quello che nessuna razza dell'universo - di quell'angolo d'universo - aveva metabolizzato e alla fine concepito: quale era il punto d'origine di tutto il paradigma olografico e delle altre realtà ad esso collegato od antagoniste?
Perdeva la cognizione del suo essere, quando cadeva in quella trama complicata e assurda. Ogni razza sapeva a chi doveva riconoscere i meriti della propria creazione, ma dai concili fatti fin dalla notte dei tempi nessuno era stato in grado, nemmeno estrapolando dati con attitudini matematiche, di riuscire a comprendere il disegno architetturale superiore. Alcune spedizioni erano state mandate nel kernel dell'universo, nel vero spazio profondo, alla ricerca d'informazioni fondamentali, di basi conoscitive e teoriche mischiate al pulviscolo che circolava nell'universo da miliardi d'anni: cosa poteva essere successo, quale forma mentale era in grado di spiegare gli eventi? Il Guardiamarina non aveva bisogno di scendere nei meandri oscuri delle religioni ufficiali, la risposta gli sarebbe sovvenuta forse anche in punto di morte, ma al momento lui tendeva a confutare le teorie più avanzate che azzardavano soltanto un modello di strutture endogene, una sorta d'ovvietà di cui i Grandi Antichi si fecero portatori da altri spazi ora annichiliti, o nascosti alla percezione delle razze cosmiche attuali: se non fossero esistiti i Grandi Antichi, non sarebbero esistiti neppure i loro mondi; tutto era annegato in un'illusione di realtà che coincideva con la realtà stessa, quella universalmente accettata come tale in ogni angolo della Via Lattea e in altre migliaia di galassie…
Solo le cellule cerebrali surdimensionate permettevano al Guardiamarina di non andare in overflow. Laddove i postumani mostravano la corda, la sua razza dimostrava di possedere un serbatoio di comprensione che gli umani non avevano raggiunto nemmeno con l'ausilio di protesi cibernetiche. Non giovava ai terrestri la loro giovane età cosmica, era tuttavia certo che essi non avrebbero raggiunto gli stessi risultati degli alieni, nemmeno con un altro milione d'anni d'evoluzione: erano troppo limitati strutturalmente, e accrescersi con protesi significava soltanto aumentare di pochi decimi di percentuale le loro potenzialità.
Queste considerazioni, in sequenze alterate e non enumerate, si affollavano in modo postumano nella mente del Guardiamarina, che non poteva distogliersi dal fascino che avevano su di lui certi modi di pensare terrestri - di cui aveva assorbito i memi. Le considerazioni che elucubrava riguardo agli umani e agli abitanti dell'Impero avevano tonalità bluastre, livide e riconducibili al concetto di terra. Non si aspettava enormi capacità tattiche da coloro che reputava esseri inferiori eppure, ora, era costretto a trattenere parte del suo fluido vitale per cercare di comprendere il disegno della Tolkien.
Tutto ciò era indiscutibilmente crudele. Aveva un sapore machiavellico, schifosamente ributtante.
Il regime d'isolamento era terminato. Il Guardiamarina s'installava nei suoi gangli artificiali di comando ed era pronto a dare gli impulsi giusti, necessari all'atterraggio. Il lungo viaggio attraverso le stelle ed i sistemi solari, tra le nebulose e le quasar stava per terminare; le coordinate della mappa olografica a cui si era attenuto testimoniavano il profondo legame esistente tra gli esseri che popolavano le galassie contigue ed i percorsi della conoscenza, codificati in ogni angstrom dello spazio profondo.
- Dobbiamo scendere dove c'indicano quelli della Tolkien, Timoniere…
L'atmosfera emotiva a bordo dell'astronave si era acuita, ogni componente dell'equipaggio percepiva un umore alterato, assottigliato su livelli di pericolo imminente; era generalmente difficile udire concetti grafici espressi nella lingua madre degli alieni, ed in quel momento l'unica cosa che si ascoltava era un fiorire di tecnicismi in formato testo atti a guidare la nave verso un epilogo felice del viaggio.
Crustum era in basso. Lì sotto.
Il fumo dell'eccidio si alzava ancora, a gruppi di piccoli falò da cui dipartivano colonnine di carboni ancora caldi. Il perfetto ecosistema agreste, regolato su valori dati dal passare del tempo e dalla crescita autoregolata, era distrutto. Le ombre erano percepibili, pur se la luce solare imperversava; risultava difficile non dare importanza al senso di profonda inquietudine che lì aleggiava, perché alcune delle entità disincarnate vagavano con addosso le vibrazioni di un omicidio appena perpetrato.
*
* *
I corridoi della Tolkien Corporation trasudavano di sangue. Lerciume rosso in violenta esondazione. Era come se un torrente di sozzura, quella che derivava dalle cattive azioni, si fosse impossessato del fabbricato - metavetro - dove risiedevano i sistemi esperti che davano un concreto aiuto nel far prendere le decisioni al CdA della Tolkien.
I sensori affogati nelle pareti risuonavano delle azioni intraprese dalle IA e dal CdA, in sinergia. Le telecamere inquadravano sinistramente i separé dei vari dipendenti e, ancor di più, le postazioni dove alloggiavano i servo destinati all'ausilio dei dipendenti.
Il silenzio presente all'interno degli uffici era inquietante. Era vivo. Nelle stanze dei piani alti un rumore cerebrale emanava vibrazioni a bassa frequenza. Discorsi in stentato alieno - emulazione per parlare a braccio con gli alieni stessi - configuravano neogeroglifici che, dall'altra parte del cosmo, potevano interfacciarsi in modo inquietante con gli antichi simboli egiziani.
- Era necessario!
- No, potevamo trovare strade diverse. Abbiamo mostrato un pessimo volto agli alieni.
- L'avrebbero comunque compreso presto.
- L'avrebbero compreso forse presto. O forse mai.
- Non potevamo lasciare andare quei due…
- Non ho mai detto questo, né lo ha asserito il gruppo di clienti che rappresento; certo è che dal non lasciarli andare al compiere lo scempio che abbiamo tutti sotto gli occhi ce ne corre!
- La furbizia che pensavano di possedere è stata la loro condanna a morte.
- La nostra scaltrezza potrebbe essere la fossa in cui ci manderà a macerare l'Imperatore.
- Abbiamo fatto le cose per bene.
- Abbiamo fatto le cose in un modo che suscita ribrezzo. Oltretutto gli alieni vorranno renderci conto dei morti tra i loro coloni.
- Nessuno può ragionevolmente accusarci.
- L'evidenza non ha bisogno di tribunali per essere confutata.
Il colloquio tra il presidente del CdA e il resto del Consiglio della Tolkien era serrato. Aspro.
- Voi non potete accusarmi di comportamenti scaltri, giacché siete voi che me li avete chiesti. Quasi imposti.
- Forse Lei ricorda male, o è volutamente confuso.
Cloths estrasse, allora, dalle sue nicchie craniali, del software pesante. Era un piccolo malloppo di macro e codice solido, malleabile, destinato alla registrazione assai fedele di documenti importanti. Il lettore in grado di leggere tali informazioni era, semplicemente, il cervello, che smetteva per tutto il periodo della riproduzione di essere connesso al mondo e alla propria coscienza, e diveniva poco più di un proiettore. Il dirigente della Tolkien s'infilò quel piccolo nugolo informativo dentro la nicchia craniale deputata all'uso, e presto cominciarono a srotolarsi sul muro di fronte a lui significativi spezzoni di dialoghi, assolutamente validi, immersi in altri momenti dialettici e visivi di scarsa importanza ma capaci di fissare il momento storico. Il senso del documento era inoppugnabile: il Consiglio d'Amministrazione intero della Tolkien desiderava, unicamente e all'unanimità, accedere a livelli di potenza prossimi a quelli imperiali. Desiderava le stesse primitive informative che usava l'Imperatore ed era disposto a qualsiasi cosa pur di possederle. Nulla doveva capitare al Principe né al suo sistema politico, ma la Tolkien Corporation poteva e doveva essere una sorta di braccio destro - di fatto - del potere imperiale. Un secondo punto di riferimento dell'economia informativa. Ciò era desiderato, bramato, dall'intero CdA.
Di ritorno dalla proiezione, Cloths scese in un momento di torpore - un bisogno tecnico per riprendere il controllo della propria coscienza e cerebralità. Intorno a lui, il silenzio calò tra i membri del CdA, per degli attimi interminabili.
- Siete ancora del parere che questa strage l'abbia voluta soltanto io, e che sia una sorta di carnefice, sadico e sanguinario? Un pazzo?
- La Tolkien si riconosce in quanto è stato detto nelle registrazioni. Ma a tutto c'è un limite. Rischiamo una guerra commerciale e politica, ora.
- Sta a voi trovare un modo per evitarla. Diplomazia ed economia, due discipline che devono andare a braccetto.
- Non sempre è possibile.
- In politica ogni menzogna può essere indorata con una visione parziale di verità. Basta saperla indirizzare. Ne siete capaci?
Dopo alcuni secondi di sospensione, elettricità terribile nell'aria:
- Ci possiamo provare…
- Non dovete provarci: dovete riuscirci. O qui andiamo tutti nelle patrie galere imperiali, su Sisyphus IV. Dove ci strangoleranno dopo aver cavato dai nostri cervelli ogni minima informazione preziosa per la salute dello Stato.
*
* *
- La negromanzia è una scienza occulta, ma precisa.
- Posso servirmi di voi, se desiderate dare un aiuto per la mia causa.
- Posso interrogarvi su ciò che mi sta accadendo intorno; in questo palazzo, ad esempio. Sono Settimio Severo, sapete…
Il desiderio prese forma.
Un vischioso senso di perdizione s'impossessò dell'essenza di Settimio Severo. Le ombre veicolavano un messaggio di oscura percezione, qualcosa che faceva perdere loro il lume della ragione esoterica, occulta. Dal profondo dell'esistenza tra i meandri di dimensioni non umane né postumane, gli spettri coagularono attorno al loro corpo astrale immagini di morti dolorose. Il luogo dove tutto ciò avveniva era difficilmente riconoscibile, era possibile allocarvi soltanto paesaggi agresti e dimore selvagge, case d'antichi dei e folletti della natura.
Il Principe si concentrò, come sapeva fare nei momenti più difficili, e scandagliò attentamente ogni zolla di terra per cercare di riconoscere il luogo. Era cosciente che il messaggio che gli veniva portato era importante, capitale. Il terreno su cui agiva aveva del familiare, nei secoli del suo sterminato potere aveva visitato quasi tutto il suo Impero, e aveva visto molti degli angoli del suo dominio. Aveva in mente, ben allocate, le immagini salienti di ogni luogo esistente, e fu una ricerca lunga quella che svolse nei database di appoggio che riuscivano ad ottimizzargli le ricerche craniali.
La viscosità che lo stringeva era sinistra. Nessun senso di nausea riusciva ad uscire dalla coscienza dell'Imperatore, che si teneva tutto per sé il disagio e il mal di stomaco che la sensazione di morte, suggerita dalle ombre che sembravano attendere soltanto il permesso per estrinsecarla, provocava nei suoi livelli subcoscienti.
- Ma è orribile!
- Ma è una catastrofe!
Silenzio. Sbigottito.
- Cosa, chi ha ordito tanto?
- Cosa ha osato sfidare le mie prerogative di vita e di morte?
- Nessuno doveva permettersi di uccidere in modo così brutale centinaia d'anime!
- Nulla doveva accadere, non fino a questo punto. Nulla! Io lo avevo vietato, fin dalla strage di Crustum!
- Crustum che avevo distrutto io. Io! Io Claudio Nerone!!
- Crustum!
- Crustum!!
- Ecco qual è il luogo che percepisco: Crustum!!
Le ombre gli si stringevano addosso aumentandogli la sensazione di valore empatico. Spaventato dall'enorme livello di buio raggiunto, Nerone corse per gli angoli della vasta sala dove aveva preso a soggiornare in modo sempre più esclusivo. Non aveva scampo, lo sapeva, gli spettri erano così densi da sembrargli esseri in carne e ossa. Loro lo rincorrevano, e quel toccarlo quasi fisico lo spaventava perché nessuno, da tempo immemore, aveva più voluto sfiorarlo. Lo sterminato potere di cui egli era proprietario aveva allontanato ogni forma di comunicazione alla pari dal suo mondo, e se quegli spettri ora osavano tanto era perché, probabilmente, avevano acquisito il suo stesso potere - o forse perché erano degli stolti rivoluzionari volti a rivoltare il suo universo politico.
Nulla di buono da quei momenti, comunque.
Nulla di desiderabile, e così l'abisso si aprì sotto i piedi del monarca, fino a recidergli le certezze che diventavano liquide; immagini in sciolto caramellato che, appiccicoso, si attaccava alle pareti invisibili di un buco nel terreno, largo e davvero profondo, dentro cui i piedi e l'intero corpo dell'Imperatore, di Nerone e Settimio Severo in piedi accanto a Marco Aurelio, scivolavano senza riuscire ad incontrare un regime di soluzione di continuità.
- La negromanzia mi rende schiavo.
- La negromanzia mi ha promesso cose e mi rende schiavo. Non posso sfuggire al suo accanimento.
- La negromanzia è un delirio.
- Deliquio.
Tutte le persone che aveva conosciuto nella sua sterminata esistenza, gli vennero incontro. E vennero anche le donne che aveva amato in riva al mare, millenni prima; così pure gli eccidi che aveva perpetrato. Era un universo di malefatte e disfatte che si configurava aderente alla sua persona; era un coacervo di trame ordite per il puro potere e per la brama di allontanare il puzzo della putrefazione, della carne che si sfalda dalle ossa e lascia nell'aria solo corpo astrale, troppo legato ad un organismo che non c'è più…
Tutte quelle entità formavano catene di lettere e numeri, un infinito alfabeto dove venivano composte le parole tramite rappresentazioni olografiche. Le stesse parole, in una ciclicità d'immagini associative - rebus - formavano sempre lo stesso significato.
- Il libro Tibetano dei morti…
- Histoir d'O…
- La Lettera scarlatta…
- Key…
- Insert the key…
- Empty spaces…
- Never again…
Quelle icone nascondevano definizioni. Erano spezzoni d'iconografie che non sembravano approdare a nulla se non dopo accurate analisi.
Totka lesse attentamente tutte le immagini; espandendo le sue capacità elaborative arrivò a separare le sillabe. Poi altre sillabe. Infine fu costretto a cancellare tutto perché un'altra intuizione gli permise di comprendere che era fuori strada: arrivò ad isolare una sequenza sicura. LKI.
L'intuito gli portò il resto. Ed il canto inverso delle ombre lo accompagnò come se quelle stessero cercando di dargli incoraggiamento. Tra le ombre vi erano anche i cadaveri di chi era morto combattendolo a Crustum, vinto pure nell'altra vita dalla schiacciante superiorità psichica del Principe. Quelle unità mortali sembravano schierarsi al fianco del loro carnefice, e gli suggerivano con sussurri raggelanti cosa, chi organizzava, tramava. Ordiva.
EN.
La T iniziale.
TOLKIEN.
TOLKIEN.
TOLKIEN.
Era la Tolkien Corporation che ordiva. Che tramava.
Le immagini che avevano portato alla soluzione dell'enigma ciclavano continuamente nella sua mente aliena; tramavano anche loro per sollecitare le capacità elaborative di lui, del Principe.
Il senso d'alieno ultraterreno s'impossessò di tutto il palazzo imperiale. Sembrava che esso tremasse fino alle fondamenta.
Il Principe torno se stesso. Cacciò via tutti gli imperatori del passato perché capì che doveva fare affidamento, ora, soltanto sulle sue forze. Per vincere la sfida.
Per non soccombere.
- La negromanzia è una scienza occulta, ma precisa.
Le ombre danzarono tutta la notte un mistico ballo di tremendo delirio ultraterreno.
*
* *
Lo spettacolo spettrale della campagna attorno a Crustum era un denso crepitare d'emozioni. Chi avesse fissato attentamente i vari elementi che componevano lo scenario avrebbe notato diffrazioni impercettibili, eppure vive, una sorta d'opalescenza in movimento che si frapponeva tra l'osservatore e il resto del paesaggio, qualcosa che sembrava essere animato da elettricità animale. In pieno giorno.
Quel crepitare animoso si eternava attraverso le emozioni delle unità postumane attirate da quell'evento straordinario. Tutte erano in una sorta di LAN craniale che lasciava diffondere i messaggi a fantastiche velocità, dell'ordine dei Gb/s; l'enorme lavorio a cui essi si sottoponevano ricordava un evento singolare, di quelli che capitano una volta ogni generazione. Era come se fosse avvenuto che una risorsa psichica si manifestasse, si materializzasse e creasse fisicità intangibile, con sembianze intelligibili agli occhi di spettatori increduli. Era l'equivalente di un manifesto generazionale. Era uno scatenarsi di concause che portavano fatalmente allo scoccare di un risultato che coincide con le caratteristiche spaziotemporali del momento in cui avviene: un marcatore psichico.
Crustum assisteva all'esasperazione delle conduttanze psichiche ed i superstiti al rogo, nel mentre che contavano i morti, rimanevano estasiati dall'estraneo fenomeno; si sentivano tutti un po' come dei testimoni di un'epoca tramontata, di cui loro erano l'esclusiva memoria storica ed emozionale.
Il vento spazzava la scena, ma subito si riformavano le diffrazioni. Il gelo diurno aiutava a mantenere uno spessore d'irrealtà che colpiva chiunque vi assistesse, e il registrare l'evento nelle sterminate cellule craniali - adatte a contenere svariati Gb di capacità - poteva aiutare a mantenere vivo il ricordo della stranezza di quei giorni; ma ben pochi avrebbero saputo trarre beneficio dall'aver assorbito quei bit dalla definizioni buona ma non perfetta, e il ricordo si sarebbe pian piano smorzato come un racconto generazionale dei nonni trasmesso ai nipoti increduli, incapaci di percepire la reale portata dell'evento e incapaci di assorbire lo scherno di rimando dei propri genitori, interessati soltanto a sminuzzare i valori in cui i loro antenati credevano.
Il vento rabbrividiva ed elettrizzava le coscienze. I superstiti sentivano forte l'istinto di accoppiarsi. Cariche erotiche di forte intensità polarizzavano l'aria conducendo ondate di desiderio in formato binario; la gente si accoppiava dove poteva, con pose scabrose e fortemente animali. Chiazze di sperma rappreso portavano scariche di DNA conduttivo ovunque, e fantasie di pornografia iperreale fuoriuscivano dalle memorie postnative dei crustumini, impregnando l'aria di feromoni memetici. Molti approfittavano del momento di licenziosità generale per spacciare le proprie perversioni come paure stile fine millennio, qualcosa che suonava tipo passato pericolo; nelle alcove bruciavano passioni istantanee al ritmo del rumore da connessioni e ciò che scaturiva era sperma, umori vaginali e fecali, e soprattutto linfa vitale per le vibrazioni occulte che si spostavano lungo le linee digitali dell'Impero.
Lo sviluppo commerciale era altalenante.
Gli alieni si gettarono a capofitto nell'impresa di nuove frontiere informative ancora da definire. Tenevano volutamente vago, nei discorsi minuti con i crustumini ma non solo con loro, il senso di una nuova linea di separazione da conseguire anche con tutti i cittadini dell'Impero, raggiunti pressoché istantaneamente dalla notizia dell'evento epocale: la morte d'altri coloni a Crustum e d'alcune nutrite avanguardie aliene.
Gli alieni erano compatti nel perseguire il loro scopo. Nessuno di loro si allontanò di un minimo dall'obiettivo granitico che era a cuore dell'intera razza straniera: conseguire ruoli importanti nell'Impero, senza spazzarlo via. Posizione condivisa anche dalla Tolkien Corporation, che ufficialmente presentava soltanto prospetti di crescita avulsi dai veri contesti che mirava; tramite occulte pratiche commerciali ma non solo, la Tolkien tramava in segreto ed effettuava studi concreti sulla possibilità di avere le energie esoteriche dalla propria parte. Molti psicotecnici vennero convertiti alla magia, alla negromanzia e agli studi cabalistici.
Nel mentre che il vento rendeva desolante lo spettacolo offerto all'Impero dalle campagne intorno a Crustum, trasformando così in inutilità il decadere fisiologico della memoria, i mesi passavano uno dopo l'altro con insistente indifferenza; lo studio del declinare molecolare interessava pochi eletti tra gli psicotecnici freelance, e lo scoprire che le molecole seguivano un disegno prima mai riconosciuto, definibile come mistico, sorprese gli stessi relatori della rivelazione quando lo rivelarono alla comunità scientifica imperiale. In altre parole, ci si era accorti che ogni quantità minima d'energia seguiva un percorso iniziatico in grado di portare, chiunque fosse stato in grado di comprenderlo, verso una conoscenza superiore. Quel percorso fu definito dagli scopritori come Connettivismo e non era, come qualcuno ebbe facilmente a dire, un percorso da setta segreta od esoterica, bensì un puro comprendere la materia, trascendendo le leggi matematiche e fisiche che suonavano, questo sì, come un rumore misticheggiante intorno ai mattoni della materia. Sembrava essere quella la strada che i Grandi Antichi avevano seguito, la stessa che gli aveva permesso di creare il sentiero su cui aveva poggiato le fondamenta l'universo così com'era conosciuto ora. Pochi, però, erano disposti a trascendere l'Impero seguendo quelle regole.
Tranne l'Imperatore stesso. Che già sapeva.
Egli era stato in disparte tutto quel tempo a meditare. Per capire cosa fare e come muoversi. La profondità del momento lo colpiva, sapeva meglio di tutti i cittadini imperiali e degli alieni quanto fosse epocale quel frangente. Lui era in una posizione privilegiata perché aveva compreso il cambiamento proprio nel momento in cui accadeva: gli spiriti che abitavano in lui e nella sua dimora gli avevano spianato la strada alla comprensione.
Si era ritirato dalla vita pubblica. In eterni istanti di flashback aveva sezionato le immagini che vedeva da lunga distanza e vi aveva scorto significati occulti; lui, il Principe delle arti nere, era in grado di riconoscere i richiami che provenivano da altri tempi, da altri luoghi e da altre entità, e se ne beava, cercava di immagazzinare il tutto in poderose camere craniali ancor prima che in grandiose memorie di massa, di cui tutto il palazzo era dotato. Per induzione sapeva di non dover fare udire la sua poderosa voce.
Così, aveva atteso che il vento finisse di spazzare via la cenere dai campi, che i tozzi carbonizzati degli alberi fossero ridotti in pietre e carbone, e che i movimenti energetici attorno a Crustum ponessero lui e la popolazione tutta in uno stadio di maggior predisposizione alla calma interiore. Attese che l'ondata di lussuria si posasse e che la successiva spinta tecnologica toccasse il suo apice. Lui era sempre nel buio silenzioso del suo palazzo, ad osservare il formarsi degli eventi ed a scrutare i suoi avversari nel mentre che organizzavano subdole trappole in cui far cadere lui, Totka, il Principe dell'Impero. Il Signore assoluto dei luoghi e del tempo in cui i suoi cittadini vivevano.
Attese. Tutto quel tempo.
Si rilesse pazientemente le memorie dei crustumini che perpetuavano, con dettaglio minore rispetto all'iperrealtà degli eventi accaduti, l'eccidio avvenuto per mano della Tolkien.
Poi, improvvisamente, dalla profondità del suo essere antico e sensibile qualcosa mutò. L'aria cominciava a cambiare. Crustum, in quanto una delle città nodali di tutto lo Stato, si rianimava di una nuova, ennesima ondata di coloni. La stratificazione degli anni agì come un collante sotto cui le sottili falde gli eventi assumevano le sembianze di favole. Di leggende: era mitologia.
Il palazzo rimbombò d'eventi magici, come non avveniva più da secoli. Voci tenebrose risuonavano ovunque, soprattutto durante le ore notturne e il Principe era il centro di quell'universo tenebroso, oscuro e magico in cui forze temibili si misuravano e interagivano con l'antico potente signore di quell'angolo d'universo. I brividi, soprattutto, erano percepiti come un vasto dominio emozionale, ed erano trasmessi al suo esterno da una tempesta umorale di devastante portata.
Il Principe delle tenebre si stava risvegliando nell'involucro carnale di Totka. Egli, l'alieno a capo dello Stato, ringiovaniva inspiegabilmente, ed i fenomeni terrificanti che avvenivano dentro e immediatamente fuori il recinto della sua residenza scioccavano chiunque fosse così sempliciotto e poco avveduto da trovarsi lì durante momenti poco propizi, come la notte o sul far del giorno. Dall'esterno si udivano estenuanti urla e singulti che terminavano in un eco demoltiplicato, quasi un perdere consistenza e presa sulla dimensione dove operava il Principe.
Lui era l'officiante, il Pontefice Massimo, la spiritualità che proveniva da un altro angolo dell'universo e che aveva amato donne nell'arco infinito di secoli. Era il consigliere delle anime disperate che accorrevano alla sua mensa esoterica.
Si era risvegliato.
Sapeva cosa fare, come farlo.
- Portatemi il sangue. Sangue da bere.
- Portatemi ancora altro sangue. E i libri della vera magia, quelli scritti da me millenni fa.
- Portatemi sensazioni in formato gassoso. Voglio le angosce dei morti.
- Voglio il poderoso fluido di voi, voi che siete morti.
- Pretendo il vostro rispetto, ora. Non più la vostra servitù empatica e spontanea, ma la vostra cieca obbedienza.
- Le vostri vibranti visioni.
- Il mio richiamarvi dall'oblio. Dal profondo abisso del tempo.
- Pretendo l'abisso.
- Desidero le potenze oscure.
- Le urla.
- Le percezioni che s'irradiano potenti la notte, dagli alberi.
- Le urla. Ancora le urla.
- La potenza delle tenebre.
- Le tenebre.
- Io sono oscuro. Potente.
- Adoro le tenebre!
Il Principe. Totka. L'Imperatore dell'Impero. Egli era di nuovo a capo del suo sterminato territorio. I suoi legati erano in assetto da notifica e l'enorme macchina burocratica scoppiava di vigore.
L'esercito era pronto ad azzannare i germi parassiti che vagavano nell'organismo. Quei germi erano virus. Mutanti.