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  Vittorio Baccelli

science fiction

FINO ALL’ALBA
 

 
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Vittorio Baccelli

 


Si sveglia di soprassalto, un raggio di sole entra dalle ante socchiuse e giunge fino al suo guanciale. Osserva la polvere che luccicante in lenti mulinelli attraversa il fascio luminoso. Si alza svogliatamente, va prima in bagno poi si riveste. Accende la tivù, la maggior parte dei canali ancora funzionano, lui scarrella e la lascia sintonizzata su un canale locale. Alza la cornetta del telefono e il familiare segnale di libero lo raggiunge. Il computer segnala delle e-mail arrivate. Tutto è regolare, tutto sembra normale. Si prepara un caffè con la moka, lo beve e scende in garage. La serranda elettrica ad un suo comando si alza, l’auto viene messa in moto, l’autoradio automaticamente s’accende sulla stazione preselezionata che trasmette musica ventiquattro ore su ventiquattro. Entra in strada e si ferma a lato del marciapiede: preme un pulsante sul cruscotto e la capotte dell’auto scivola lentamente all’indietro. Prima di partire si alza in piedi sul sedile e si guarda intorno: niente traffico. Un po’ più di spazzatura del solito ai lati della strada e… se non ci fossero due corpi stesi per terra a ridosso del marciapiede – un uomo e una donna – tutto sembrerebbe abituale. Sgomma, lui che non l’ha mai fatto, e si dirige verso la statale. Un’auto lo sorpassa a velocità folle poi contromano con stridore di gomme s’infila in una via secondaria. Imbocca la statale e nel suo senso molte persone in fila indiana con pesanti zaini sulle spalle stanno lentamente avanzando, più avanti su una piazzola di sosta un gruppo di giovani che s’agitano convulsamente: forse stanno litigando oppure sono impegnati in qualche strano gioco. Con l’auto scoperta viaggia tra gli ultimi palazzi della periferia, scorge un supermercato e c’è gente che lo sta saccheggiando, sul piazzale merce sparsa, carrelli rovesciati… ode una serie di colpi d’arma da fuoco. Aumenta la velocità ed esce veloce dai pressi del supermercato, la strada adesso è proprio quella di sempre, alcune auto lo sorpassano, altre proseguono in senso inverso, un gruppo di giovani coi ciclomotori sbucano da una strada laterale e s’immettono sulla statale. C’è un semaforo, è rosso, si ferma mentre una moto di grossa cilindrata lo sorpassa da destra a velocità sostenuta. Prima che possa rendersene conto, mentre è ancora fermo nell’attesa del verde, un uomo in divisa apre con violenza la portiera del suo veicolo e l’afferra saldamente, lo spinge fuori e con forza lo scaraventa contro la fiancata della sua auto: lui non ha avuto il tempo per reagire e cade pesantemente sull’asfalto. Si odono tre colpi d’arma da fuoco in successione rapida. Alza gli occhi e vede l’aggressore che è già caduto a terra e giace accanto a lui. È una guardia giurata, perde sangue in abbondanza da un orecchio, non è immobile, una sua gamba sta tremando. S’è formata una pozzanghera rosso scuro sull’asfalto attorno alla testa. Vede che ha una fondina con una pistola attaccata alla cintura di cuoio. Sfila la pistola e rientra in auto, la posa sul sedile accanto al suo, estrae dal cassetto portaoggetti un pacchetto di fazzoletti inumiditi. Si ripulisce la faccia, si toglie il sangue dalle mani: sangue suo o del vigilante? Si guarda nello specchietto, ha uno zigomo gonfio e qualche sgraffio, per il resto è tutto ok. Riparte anche se il semaforo è tornato sul rosso. Corre lungo la statale e trova sulla sua strada una chiesa che è in fiamme, molte persone stanno girando attorno all’edificio, nessuno pensa a spegnere l’incendio. Ci sono anche molti bambini. Chi guarda la chiesa, chi ha lo sguardo perso nel vuoto; tutti stanno camminando molto lentamente, tutti nella stessa direzione come se fossero impegnati in un vero e proprio girotondo attorno all’edificio in fiamme, altri passeggiano in mezzo alla statale incuranti dei pericoli. Sta osservando la scena col motore ancora acceso e camminando a passo d’uomo e mentre accelera per ripartire vede nello specchietto retrovisore alcune persone, tra le quali un paio di donne che stanno arrivando verso di lui armati di bastoni. Lui accelera mentre una potente mazzata colpisce il cofano del portabagagli e manda in frantumi un fanale posteriore. L’auto schizza veloce in avanti ma in due sono riusciti ad aggrapparsi alla carrozzeria. Pensa che tutto è divenuto così assurdo mentre procede a zig zag finchè uno dei due molla la presa. Dallo specchietto lo vede rotolare più volte sull’asfalto, colpire un lampione e fermarsi lì con gli arti che hanno assunto angolazioni impossibili. L’altro intanto è riuscito a salire e ora è in ginocchio sul portabagagli mentre con una mano si tiene ad un poggiatesta. Sta per saltare sui sedili posteriori, lui impugna la pistola, si gira con la mano tesa e gli spara quasi a bruciapelo in piena faccia. I lineamenti dell’uomo colpito si deformano e come una bambola di pezza scivola giù dall’auto. Il pericolo è passato e prosegue lungo la statale, adesso c’è un gruppo di persone in mezzo alla strada, non rallenta e loro solo all’ultimo momento si spostano. Una figura è colpita di striscio e rotola in mezzo agli altri. Più avanti evita due auto di traverso sulla via che stanno bruciando, poi quando è vicino all’incrocio col lungomare riprende l’arma e la soppesa a lungo. C’è una ragazza con lo zaino che sta correndo in direzione opposta alla sua lungo il marciapiede. Prende la mira, due colpi e la ragazza rotola più volte rimanendo infine immobile tra il marciapiede e il nastro d’asfalto. Gira verso il lungomare e getta via la pistola contro la vetrina d’un bar. S’ode un colpo sordo seguito dal rumore di vetri che si frantumano. La strada del mare è deserta, ci sono delle auto abbandonate e sull’asfalto mucchi di giornali e libri trasformati ormai in carta straccia. Con stupore vede che qualcosa è attaccato e penzola dai lampioni. Quando li raggiunge scorge i cadaveri che dondolano dai lampioni, dieci, venti, cento impiccati che oscillano al vento sopra la strada. Prosegue sotto i macabri festoni chiedendosi chi si sarà mai divertito a farlo. Finiscono i lampioni e anche gli impiccati, il lungomare si snoda in ampie curve per chilometri e chilometri, lui prosegue con una guida lenta e sicura, evita corpi, spazzatura, carrelli di market, auto abbandonate, gente che passeggia in trance nel bel mezzo della via senza minimamente curarsi di ciò che potrebbe succederle. Abbandona il lungomare all’altezza d’un buffo cartello stradale che invita a non fumare e s’insinua in una stradina che sale trai pini e giunge a una casa colonica. Gli altri sono già arrivati, vede parcheggiate le auto degli amici. Si ferma accanto alle altre macchine e per terra scorge un lenzuolo che copre un corpo. Scende, vede Pietro, il padrone di casa, venirgli incontro sorridente.
- Alfonso! Ero sicuro che non saresti mancato!
- Ciao Pietro! Non potevo certo mancare a questa festa.
- È iniziata da tre giorni ma il bello deve ancora venire. Ho da parte anche i fuochi artificiali per stanotte. Vedrai che spettacolo, ho svuotato un intero magazzino.
- Qui sotto chi c’è?
- Giovanna.
- Com’è andata?
- Giocavano qui fuori alla roulette russa. Poi hanno smesso.
- Chi c’è in casa?
- Tutto il nostro gruppo d’amici e anche qualche aggregato. Ogni tanto qualcuno va via, poi torna…è tutto così. C’è da bere, da mangiare, ci sono droghe e spezie d’ogni tipo. Anche tranquillanti e sonniferi se qualcuno li preferisce. Sai, Giovanni prima di chiudere la sua farmacia ha caricato tutto quello che ci poteva servire sul fuoristrada e l’ha scaricato qui. Anzi la farmacia non l'ha mica chiusa, m’ha detto che l’ha lasciata aperta.
Entrano e Alfonso si guarda attorno, già nell’ingresso ci sono dischi e videocassette per terra e lattine di birra, siringhe usate, cocci, residui di cibo e indumenti abbandonati. Pietro dopo averlo abbracciato s’avvia barcollante verso la cucina mentre Alfonso entra in salotto. Una parete è stata abbattuta e ora salotto e sala da pranzo sono unite in un unico grande salone, tavoli e mobili sono stati accatastati ad una parete. Per terra cuscini, coperte, tappeti e tra questi diverse persone nude: chi dorme, chi fa l’amore, chi parla… Resta immobile e guarda la scena alla luce soffusa nella quale è immersa la stanza, si serve da bere, accende una sigaretta, si sposta verso una poltrona. Una ragazza gli afferra una gamba.
- Chi sei?
- Chiara, non ti ricordi di me?
- Certo, sei la moglie di Domenico, anche lui è qui?
- No! Voleva recarsi da suo fratello per rivederlo ancora una volta. Forse più tardi arriva.
Detto questo lei si alza e comincia a baciarlo, lei è nuda e sicuramente fatta, come gli altri, l’aiuta a spogliarsi, infine si sdraiano sul pavimento. Alfonso pensa che sta scopandosi una che mai e poi mai avrebbe pensato di farsela. Ma oggi sembra tutto ribaltato, e se arrivasse Domenico? Ma che importanza potrebbe mai avere. Tutto diviene possibile. Mentre fanno l’amore un’altra ragazza s’intromette, vuol partecipare anche lei e quasi gli strappa di dosso Chiara e si mette lei al suo posto. Lui lascia fare si fa prendere dagli eventi e i cambi si susseguono. C’è odore di spezie nell’aria e musica in sottofondo. Nuovi liquori girano e anche sigarette. Allucinogeni? Qualcuno ha detto allucinogeni? Dove? Nel liquore, nelle sigarette o nelle spezie che bruciano?
- Alfonso! Alfonso!
Si sente chiamare e sollevare quasi di peso. Cerca di mettere a fuoco la vista e quando ci riesce rimane di stucco. Non crede ai suoi occhi, è Serena! Il suo amore nascosto, una sua seconda cugina che è sempre fuori per lavoro e fa la modella per un settimanale di moda. È bellissima, l’ha sempre ritenuta inavvicinabile e tutte le volte che ha cercato d’incontrarla o solo di parlare con lei, sempre tutta una serie d’ostacoli l’hanno allontanato, lavori, impegni, telefoni che squillavano, amici intorno… Lui è in piedi immerso in questi pensieri, nudo nel bel mezzo della stanza, lei invece è completamente vestita, addirittura indossa un abito da sera, lungo, tutto brillantini, con ampi spacchi, ha pure scarpe con tacchi a spillo, altissimi…
- Vieni, andiamo di sopra.
Ok, mormora e lei lo prende delicatamente per mano. Mentre escono dalla sala zeppa d’amici un’anziana donna nuda li blocca.
- Dove lo porti bella?
- …
- Oggi si paga pegno.
- …
- Niente da fare, da qui non se ne va nessuno se prima non m’ha scopato… e anche tu bellezza vieni, leccami la fica se vuoi uscire… dai leccamela… oggi vi voglio tutti… proprio tutti.
E afferra lei per il collo e la fa chinare mentre s’accoscia e le fa strusciare le labbra sulla sua fica. Lei non oppone alcuna resistenza e l’asseconda, tutte e due sono ora in terra e Serena le sta leccando la fica con gesti forti e decisi mentre la donna mugola di piacere. Si rialza prende per mano nuovamente Alfonso che le stava guardando e con lui s’avvia decisa su per le scale.
- Damerino! Non mi scappi! Quando torni giù devi darmelo, ricorda!
I due la ignorano e salgono e mentre stanno raggiungendo il piano superiore Alfonso si ricorda chi è l’anziana donna: è la madre di Pietro, una signora tanto educata e per bene, molto religiosa per giunta e che fino a poco tempo fa ha fatto l’insegnante d’inglese. Adesso sono davanti ad una camera, l’aprono: il letto è già occupato e tre persone giacciono immobili. Non sono nudi come gli altri ma hanno dei leggeri pigiami. Uno dei tre è una bambina.
- Mario, Clara e la loro figlia.
- Quanti anni ha la bambina?
- Nove credo.
Alfonso mette una mano sulla fronte di ognuno di loro.
- Sono vivi, dormono. Barbiturici o qualche altro sonnifero.
- Più avanti ci dovrebbero essere altre due camere.
La camera accanto ha tutti i mobili fracassati e loro si fermano davanti alla porta socchiusa. Ci sono due coppie, tutti uomini e si stanno sodomizzando. La stanza è in penombra e loro socchiudono la porta senza capire chi sono quei quattro, è giusto lasciarli fare in santa pace. L’altra stanza. Aprono la porta. Le finestre sono qui spalancate e il sole entra con violenza. C’è una donna sopra il letto, ma è irriconoscibile. Sangue raggrumato, ormai nero, è ovunque: sul corpo, sui lenzuoli, per terra, sui muri e schizzi sono perfino sul soffitto. Che cosa può esser qui accaduto? Sciami di mosche e d’altri insetti ronzano per la stanza. Escono, richiudono la porta e tornano alla prima stanza. Spostando con delicatezza le lenzuola fanno scivolare a terra i tre corpi, poi sempre con le lenzuola li trascinano fuori della porta. Dall’armadio estraggono due nuove coperte. Con una coprono delicatamente i tre nel corridoio, mettono la bambina trai genitori e lasciano scoperte solo le tre teste sotto cui mettono dei cuscini. Con l’altra ricoprono il letto e chiudono a chiave la porta della camera. Adesso anche lei è nuda e inizia a leccarlo partendo dalle punte dei piedi per poi salire lentamente, molto lentamente. Dalla porta giungono rumori diversi: qualcuno ha messo su un po’ di musica rock, s’odono dei colpi, forse i quattro della camera accanto hanno trovato qualcos’altro da sfasciare, e anche risa, grida di piacere, qualcuno piange, un colpo d’arma da fuoco. Più tardi Alfonso esce dalla camera, torna con stimolanti, bottiglie, panini e due pacchetti di sigarette. Si rituffano nel letto. Fuori comincia a far scuro. Un cellulare squilla, è quello di Serena, è buffo come tutto continui a funzionare. Lei risponde, è sua sorella, la vuole a cena da lei.
- Abita a meno di venti chilometri da qui, che ne dici, ci andiamo?
- Per me va bene. Le strade sono abbastanza sgombre.
Si rivestono, lei coi suoi abiti, lui con altri trovati nell’ingresso. C’è anche una pistola carica di quelle a tamburo su un tavolinetto nell’ingresso, la prende e se l’infila in tasca. Trova anche una bottiglietta piena di pasticche d’anfetamina, ne butta giù tre o quattro e lascia sul tavolinetto il flacone. Adesso nella casa sembrano tutti addormentati, una pausa nella festa, l’unico rumore è quello del rock in sottofondo, i Nirvana con Kurt Cobain? Forse. Quando sono sulla porta di casa sentono la voce della madre di Pietro che gli dice di non dimenticarsi di ritornare che devono ancora darle qualcosa. La ignorano ed escono, le chiavi del cabrio sono infilate ancora nel cruscotto, mettono in moto. Adesso è calata la notte, una notte strana caratterizzata da un forte chiarore viola. Le luci della strada sono accese e da queste pendono ancora gli impiccati, la solita stazione radio trasmette la musica di sempre. I fari come lame tagliano il buio della via e lui è pronto ad evitare corpi, altri oggetti e auto, l’anfe che ha assunto lo tiene particolarmente attento, lei ha posato la testa sulla sua spalla e se ne sta in silenzio. Adesso si vede in lontananza il bagliore di numerosi incendi, l’aria è surriscaldata e i corpi sulla strada sono sempre più numerosi. Uno non riesce proprio ad evitarlo e l’auto sembra scivolarci sopra. Tira fuori allora la pistola dalla tasca e la passa a lei dicendole di tenerla sempre pronta. Lei gli indica la strada da prendere e in breve, senza aver corso alcun pericolo, giungono davanti ad una villetta incastonata tra il verde e due strade. Lei scende, preme un pulsante nascosto e il cancello si apre. L’auto avanza mentre il cancello lentamente si richiude. La porta d’ingresso viene spalancata e il vialetto d’accesso s’illumina, la sorella di Serena, vestita pure lei come per una serata elegante, viene incontro a loro.
- Ciao Serena, sono felice che tu sia qui. E questo dovrebbe essere il nostro Alfonso.
- Ciao Sara, sei bellissima come al solito, e tuo marito?
- Da sua madre, doveva tornare ieri con l’aereo ma non s’è visto e, neppure ha telefonato.
Entrano in casa e in salotto c’è apparecchiato per tre. Si siedono e iniziano la cena prendendo le vivande che sono posate su un carrello. Il cibo è ottimo e i vini sono tutti d’annate preziose. Il tempo scorre lentamente. La tivù è accesa così come il computer. Mentre le due sorelle chiacchierano, Alfonso si siede davanti al computer e si collega col suo server di posta. Risponde ai messaggi, ricambia i saluti. Il telefono suona più volte e le due sorelle rispondono. Lui intanto gira un po’ in internet ed evita le notizie. All’improvviso un urlo lacerante e un rumore di vetri infranti, si volta e vede un uomo dai lineamenti stravolti, coi vestiti a brandelli che è entrato in casa sfondando la vetrata della finestra. Alfonso guarda l’uomo stracciato e sanguinante, ha un lungo coltello in mano, di quelli da macelleria e gli si sta avvicinando pericolosamente. Tre secchi colpi d’arma da fuoco e un leggero bagliore, poi l’odore inconfondibile di cordite. L’uomo crolla di schianto sul tappeto. Serena ha ancora la pistola in mano e Sara chiude le imposte in legno della finestra. Tutti e tre afferrano il tappeto ove l’uomo giace e s’avviano verso l’ingresso. Aprono e scaraventano fuori dalla porta il tappeto col suo contenuto. Il cadavere finisce tra le rose. Chiudono la porta d’ingresso e tutte le finestre della casa. Il caffè è pronto, così come le sigarette speziate e nuovi liquori. L’impianto di diffusione musicale viene attivato, fumano, ballano… Poi Sara inizia a sparecchiare, rimette nel frigo ciò che è avanzato, ripone i piatti, bicchieri e posate rimasti puliti. I piatti sporchi finiscono nella lavastoviglie che viene attivata. La sala da pranzo è ora in perfetto ordine, anche i mozziconi delle sigarette sono finiti nel sacco della spazzatura, hanno anche spazzato la stanza. Tutti e tre hanno collaborato. Un ultimo bicchiere di gin con limone poi riprendono a ballare. E’ Sara a spogliarsi per prima impegnandosi in uno strip giocoso. Cadono anche gli abiti degli altri due, mentre s’accarezzano e si baciano. Lasciano per terra i vestiti e salgono in camera. Mentre stanno giocando sul letto s’ode la musichetta d’un cellulare e poco dopo il trillo del telefono, ma nessuno ormai più risponde. Fanno l’amore a lungo, la notte è inoltrata quando Sara annuncia di voler dormire.
- Non vi darò fastidio, mi metto qui sul divano.
Sul comò si versa da una caraffa un bicchiere d’acqua e butta giù tre pillole.
- Ciao a tutti, con tre si dorme subito come ghiri, se ne volete ce n’è anche per voi. Buonanotte.
Detto questo si sdraia sul divano e subito il suo respiro si fa lento e regolare. Alfonso e Serena fanno ancora più volte l’amore, poi sazi s’accendono una sigaretta. L’alba ormai è vicina.
- Se per te va bene, dice Serena, vorrei dormire pure io.
- Certo, fai pure.
Si alza e ripete i gesti della sorella, dà un bacio sulla fronte a Sara, le rimbocca la coperta che si era tirata addosso, dà un bacio sulla guancia ad Alfonso e si sdraia sul letto. S’addormenta quasi subito. Alfonso accende una nuova sigaretta e spalanca la finestra. L’aria è torrida, è l’alba che si preannunzia è terribile: lampi viola e lingue di fuoco all’orizzonte. Il sole non è ancora sorto ma tutto è già illuminato a giorno, però i colori sono diversi, assurdi. Dopo alcuni minuti di calma piatta un vento infuocato si leva impetuoso, lampi elettrici solcano l’aria, la terra inizia a tremare. La musica invade ancora in sottofondo la casa, la tivù è accesa sintonizzata su un canale che sta trasmettendo un cartone animato della Disney, il computer segnala e-mail in arrivo. Alfonso trova un paio d’occhiali da sole da donna e se li mette, esce, si siede in veranda su una vecchia sedia a dondolo di vimini, la sigaretta in bocca, un bicchiere colmo di gin in mano. Guarda attento davanti a se ed ecco un lampo intermittente avanzare dal limite dell’orizzonte che si trasforma in breve in una muraglia d’un bianco abbagliante come se fosse di metallo fuso. Una striscia di fuoco avanza ora vertiginosamente polverizzando ciò che incontra, sempre più rapida disgregando cielo e terra: in breve il muro abbagliante è proprio davanti a lui e tutto si polverizza nell’attimo del suo passaggio.
 

 

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