Sergio Bissoli |
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racconto
SORTILEGIO
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Sergio Bissoli |
Al conte Roberto Radicati
di Marmorito
1
È trascorso molto tempo da
ciò che sto per narrare.
Adesso, dopo tanti anni la
mia vita scorre tranquilla,
monotona.
Vivo da solo. Nella mia
vecchia casa trovano rifugio
i cani randagi che in
diverse occasioni ho
raccolto per strada e da
allora stanno insieme a me.
Io adoro i cani, specie
quelli bastardi, soli e
senza qualcuno che pensi a
loro.
Amo vivere con semplicità
seguendo il mio ideale in
mezzo alla natura. Il tempo
libero lo dedico a lunghe
passeggiate in campagna, e
d’inverno resto in compagnia
di buoni libri e di fogli
bianchi per scrivere.
Due volte all’anno vado a
Minerbe, ma quel piccolo
paese tanto cambiato mi è
quasi indifferente adesso.
A intervalli un sogno
ricorrente viene ad
allietare le mie notti.
Ritrovo una ragazza ogni
volta diversa in un paesino
sempre differente e a ciò si
accompagna una profonda
gioia che perdura anche al
risveglio.
Forse, alla fine di questo
scritto mi si rimprovererà
di non aver fatto tutto il
possibile per ritrovare
quella ragazza. Mi considero
un uomo felice e fortunato,
ma nelle grandi occasioni,
nei pochi momenti decisivi
della mia vita la sfortuna
era accanto a me, e mi ha
guidato la mano nella
scelta.
Quell’agosto 1966, è lontano
ormai. Ero giovane a quel
tempo, avevo solo diciannove
anni. Diciannove anni, l’età
delle grandi idee e dei
sogni irrealizzabili.
Nel giugno dello stesso anno
avevo conosciuto Jan che era
diventato in breve tempo il
mio migliore amico. Magro,
basso di statura, viso
triangolare. Un carattere
ribelle e anticonformista
unito a una mentalità libera
che disprezzava le
convenzioni. Indossava
sempre un vestito originale
che mi piaceva, per cui
presumevo avesse un
carattere affine al mio.
Una sera il caso mi offrì il
pretesto di conoscerlo e in
pochi giorni la nostra
amicizia era consolidata per
sempre.
La vita goliardica che per
un breve periodo di tempo
condivisi con lui contribuì
al mio arricchimento
psicologico. Ci scambiavamo
le ragazze, facevamo il
bagno nudi nei fiumi.
Insieme ci lanciavamo in
ogni specie di avventure: le
scorribande notturne al
cimitero, le puntate folli
sul rouge di una roulette
clandestina, le ubriacature,
le donne...
Il mese di agosto di quell’anno
fu molto caldo. Per tutta
l’estate non aveva quasi mai
piovuto e nei primi giorni
del mese faceva un caldo
afoso e opprimente.
Assieme a Jan ero stato alle
sagre di Isola e di
Castagnaro. Adesso volevamo
andare alla sagra di Minerbe.
Il nome derivava dalla dea
Minerva poiché anticamente
un tempio sorgeva in quel
paese.
Il mio amico, che aveva
promesso di portarmici,
cambiò opinione il giorno
seguente e per tutta la
settimana dichiarò la sua
avversione per quei luoghi
nei quali aveva trascorso
l’infanzia in un collegio.
Da solo non sarei partito,
perché non conoscevo la
strada. All’ultimo momento
però Jan cambiò idea e mi
chiese di accompagnarlo.
Era l’una e trenta del
pomeriggio quando feci il
segnale convenuto sotto casa
sua. Lui scese dal balcone
aggrappandosi ai rampicanti,
per non svegliare la nonna,
e poco dopo correvamo sulla
sua decappottabile rossa
verso Minerbe.
Non dimenticherò più quella
domenica. Se qualcuno mi
avesse avvertito della
strana avventura a cui
andavo incontro, forse mi
sarei ritirato per lasciare
ad un altro questa
possibilità.
Era la prima domenica di
agosto. La strada si snodava
in curve in mezzo alla
campagna. Il cielo era
fulgido di luce, privo di
nubi, l’aria era calda. Solo
il sole sopra di noi e
intorno la pianura
sconfinata. Ogni tanto si
intravedeva qualche lontana
fattoria fra le messi
tagliate o le ultime
colture.
Dopo aver attraversato
quattro paesi, arrivammo a
una lunghissima doppia curva
dalla quale si vedeva, oltre
il verde degli alberi
davanti a noi, una torre
campanaria, esile,
altissima, complicata.
“Quello è Minerbe” indicò
Jan, ma eravamo lontani
perché le abitazioni non si
vedevano ancora. Dopo le
curve ecco un breve
rettifilo fiancheggiato da
alberi. Poi ancora il sole
sopra di noi e infine un
crocevia con un palo
sovraccarico di segnali
indicatori.
Eravamo arrivati.
Lasciata la vettura
procedemmo a piedi per la
via principale del paese che
immetteva in una piazza.
A sinistra dopo il municipio
si innalzava quella torre
campanaria che mi aveva
incuriosito da lontano.
Vista da qui sembrava ancora
più sottile e complicata con
le feritoie e i blocchi di
pietra inseriti fra i
mattoni. Poi veniva la
chiesa in stile barocco e
più in là un lungo viale.
Sul lato opposto una
canonica allineata con il
palazzo delle poste e
l’imbocco di un’altra
strada. Di fronte alla
chiesa una pesa pubblica e
un muro lungo e basso
chiudevano il perimetro
della piazza.
La fiera stava lì al centro
con il suo Luna Park
colorato e rumoroso. Gli
altoparlanti diffondevano
una musica dolcemente cruda
e che sarebbe stata di moda
per tutta l’estate: Girl,
dei Beatles.
La fiera si era rivelata
molto modesta tanto da farci
rimpiangere di essere
venuti. Circa un’ora dopo
non restava più niente da
scoprire a Minerbe. Il paese
era piccolo e il grande
caldo sembrava renderlo
ancora più vuoto. Nella via
principale che lo tagliava
in due, non c’era ombra e le
finestre delle case erano
tutte chiuse, le
saracinesche abbassate.
Allora sempre a piedi
tornammo indietro nella
piazza dirigendoci verso il
viale situato oltre la
chiesa.
Era un viale di tigli lungo
e dritto che finiva davanti
a una stazione ferroviaria
in disuso con il tetto
coperto d’erba. Ai lati
c’erano panchine bianche e
vecchie villette scure
nascoste nella penombra dei
giardini.
A metà si trovava un
minuscolo chiosco sotto il
buio di un pergolato. Più
oltre le villette si
facevano più rare, più
distanziate le une dalle
altre. E in una di queste,
uno splendido cespuglio di
gelsomini dal profumo amaro
e sognante era abbarbicato
alla ringhiera. Poi in
fondo, lo spiazzo della
stazione con le mimose e un
cancelletto che conduceva ai
binari.
Ripercorremmo il viale in
senso inverso e oltrepassato
il piccolo bar ci sedemmo su
una panchina per riposare.
Una penombra azzurrina, una
chiusa intimità fra cose
dolci e care.
Dopo alcuni minuti mi
sentivo invadere da una
piacevole stanchezza e
avvertivo una sensazione
profonda di quiete. Senza
parlare guardavo le coppie a
passeggio. C’era un grande
silenzio rotto solo dal
ticchettio attutito o il
conversare sottovoce dei
passanti.
Passò ancora del tempo.
Ricordo che Jan stava
parlando mentre la mia
attenzione era attirata da
una persona lontana che
camminava nella folla
anonima. Era una ragazza.
Camminava da sola sulla
strada verso di noi.
A mano a mano che si
avvicinava la vedevo sempre
meglio. Indossava una blusa
rosa e una gonna nera.
Rosa e nero. La guardavo con
più interesse adesso. I
capelli castani erano
sciolti, lisci, lunghissimi.
Gli angoli della bocca erano
piegati verso il basso.
La ragazza era bella fino
all’inverosimile, fino alla
sofferenza. Senza sapere
perché ero diventato agitato
e ansioso di conoscerla.
La vedevo molto da vicino
adesso: era un angelo.
L’angelo della luce.
Sentivo come un soffio caldo
e spossante. Il volto era di
una bellezza indefinibile,
magica.
Ricordo che le offrii da
bere qualcosa proprio mentre
stava per oltrepassarci.
Rifiutò ringraziandomi ed io
restai a seguirla con lo
sguardo mentre proseguiva
fra le coppie lontane. Di
colpo avevo perduto la pace.
Trascorremmo alcune ore fra
le attrazioni della fiera ma
non riuscivo a distrarmi.
Intanto la folla aumentava e
con essa il rumore.
La fiera giunta al suo
culmine dispiegava tutti i
giochi, le novità e i mille
richiami di cui disponeva.
Jan incontrò perfino un
compagno di scuola e restò
per un po’ a chiacchierare
degli anni passati.
Quando fummo stanchi di
girovagare ci allontanammo
dalla piazza, punto di
convergenza della folla che
non smetteva di affluire.
Veniva la sera. Sul viale
era disceso un velo violaceo
e rosa fatto di ombre e di
profumi indistinti.
Quella sera la vidi una
seconda volta. La incontrai
all’improvviso all’inizio di
via delle poste.
Il pretesto per scambiare
qualche parola con lei fu il
primo che mi venne in mente:
mi offrii di accompagnarla a
casa. La ragazza rifiutò
indicando la sua abitazione
a pochi passi da noi.
Lasciammo Minerbe che era
quasi buio.
La strada del ritorno la
percorremmo in compagnia di
due graziose autostoppiste
delle quali non ricordo i
nomi.
2
Jan partì per la Germania
alcuni giorni dopo. Il
miraggio di un futuro
migliore e di una vita più
facile lo avevano spinto a
partire, e da allora non
l’ho più rivisto.
Questi semplici avvenimenti,
ma soprattutto il ricordo
della sconosciuta di Minerbe
mi resero inquieto durante
quella settimana. Provavo
una sensazione di distacco
verso tutte le cose che
giorni prima costituivano la
mia vita, i miei interessi.
Mangiavo poco e non riuscivo
più a dormire di notte. Ciò
che mi era caro mi diventava
indifferente e il pensiero
di lei mi rendeva estraneo
agli avvenimenti che mi
circondavano.
Era una smania. Altre volte
mi ero innamorato prima di
allora ma era stata una cosa
ben diversa. Ora non provavo
piacere ma ansia, e una
sensazione di vuoto, di
sfinimento fisico.
Alle ore tredici della
domenica seguente presi la
bicicletta, perché non avevo
ancora l’automobile, e
partii sulla strada piena di
sole che porta a Minerbe.
Dopo aver percorso la
provinciale si arriva al
primo paese con poche case e
una bottega da barbiere.
Più avanti si trova Legnago
un modesto centro con lo
scalo ferroviario, il parco,
lo zuccherificio. Da qui
bisogna risalire il ponte
per raggiungere l’altro
paese, situato più in basso
del letto del fiume e
protetto da un poderoso
argine in terra battuta.
A sinistra per alcuni
chilometri; poi ancora a
sinistra.
Qui l’orizzonte è visibile a
tutti i punti cardinali.
Nessun ostacolo ad eccezione
dei boschetti di pioppi e
delle colture.
Naturalmente adesso, dopo
tanti anni quei luoghi hanno
subìto dei cambiamenti. Ma
non importa. Nella mia
memoria li vedo
perfettamente come li ho
visti sfilare allora.
C’è una frazione che porta
il nome di un santo. Ricordo
un’osteria, la chiesa e la
minuscola piazza affollata
di bambini che uscivano
dalle funzioni proprio in
quel momento. Non più di una
decina di abitazioni
grigiastre, addossate le une
alle altre che seguivano le
curve della strada. Muri
decrepiti non a perpendicolo
con finestre cieche,
inferriate, comignoli,
vecchi portoni.
Ancora alcuni chilometri poi
la grande doppia curva con
di fronte, oltre gli alberi,
l’esile torre campanaria di
Minerbe.
Un senso di quiete mi
ispirava quella visione. I
mattoni cotti della torre
parevano più chiari a causa
della luce abbagliante che
li investiva. Il cielo era
celeste con grandi nubi
bianche, la campagna
tremolava con tutte le
gradazioni del verde.
Entrai in Minerbe. Il paese
dopo la fiera non sembrava
più lo stesso assopito
com’era nei riverberi del
caldo.
Andai subito alla stazione
dove bevvi dell’acqua e mi
rinfrescai.
Poi raggiunsi la piazza per
osservare la casa dove
abitava la ragazza. Era
proprio in fondo alla breve
via situata fra le poste e
il muro di recinzione. Si
trattava di un vecchio
palazzo con la porta a volta
e le finestre chiuse. Una
pianta di glicini avvolgeva
il pilastro del portone e
saliva fino alla grondaia.
Attesi a lungo sorvegliando
l’ingresso, ma evidentemente
a quell’ora dormivano tutti.
Mi spostai allora sulla
prima panchina del viale,
sul lato sud della chiesa. I
colombi tubavano sul tetto.
A intervalli poi si levavano
a stormi e volavano sopra di
me. Il caldo diventava
sempre più insopportabile.
Ogni tanto mi alzavo per
controllare l’ingresso del
palazzo, ma la porta
rimaneva chiusa, non usciva
mai nessuno.
Un vecchio dall’andatura
traballante camminava verso
la chiesa. Vestiva di nero.
I capelli erano tutti
bianchi sulla sua testa
curiosamente schiacciata.
Pareva molto allegro e
sorrideva.
Poco dopo essere scomparso
in una porticina le campane
incominciarono a suonare e
tutti i colombi
abbandonarono i tetti. Era
il campanaro.
Una zitella piccola e gobba
vestita all’antica
attraversò diagonalmente la
piazza ed entrò in chiesa.
Altre persone comparvero sui
limiti della piazza.
Mi alzai e tornai al mio
posto di osservazione
proprio in tempo per
scorgere un bambino che
usciva dal vecchio palazzo.
Gli andai incontro e lo
interrogai riguardo ai suoi
fratelli.
Disse che non ne aveva.
Solamente una sorella; una
sorella maggiore.
Chiesi il nome. Si chiamava
Clara.
Soddisfatto lasciai il
piccolo e tornai alla mia
panchina.
Ero emozionato ma contento.
Certo avrei potuto chiedere
di più, sapere dove si
trovava per esempio ma non
volevo lasciar trasparire il
mio interesse per lei e
trovarla impreparata quando
l’avessi incontrata.
Immerso nei miei pensieri il
tempo passò più in fretta e
venne la sera.
Allora vagabondai per il
paese percorrendolo tutto,
più volte, senza mai
incontrarla.
E sulla strada del ritorno
pensavo ancora a lei, al
bambino, al paese e facevo
progetti per ritornarvi al
più presto.
Fu il giorno seguente
lunedì, una festività.
Ancora il sole, il caldo in
un viaggio che si ripeteva
identico al precedente.
Unica variante: un amico
casuale che intendeva
recarsi a una manifestazione
sportiva mi accompagnò per
un buon tratto di strada.
A Legnago ci separammo e il
percorso da solo sembrava
più lungo.
Rividi il ponte.
Familiarizzai con le vecchie
case di San Vito
dall’espressione arcigna.
Ancora l’apparizione della
torre sulla doppia curva e
la gioia che questa mi
ispirava.
In quel paese deserto aveva
luogo la mia lunga attesa,
sulla stessa panchina mentre
ascoltavo il tubare monotono
dei colombi.
Alla solita ora comparve
perfino il campanaro seguito
dall’arrivo della zitella
gobba.
Con i colombi che fuggivano
via se ne andava un altro
giorno.
Una lunga attesa che però
ero disposto a ripetere
anche le domeniche
successive per poter
rivedere quella ragazza.
Allora lentamente il sole si
oscurò. Grosse nubi si
andavano ammassando nel
cielo. Gradatamente la luce
calava di intensità per
lasciar posto a un chiarore
vitreo e grigio. L’afa
intanto, era aumentata.
Stavo per andarmene quando
la vidi. Ero già sulla via
principale che taglia
Minerbe e lei camminava
dalla parte opposta, da
sola.
Lasciai la bicicletta lì
vicino e la raggiunsi
proprio mentre stava per
attraversare la piazza.
Camminavo al suo fianco
lentamente, senza parlare,
guardandola. Lei pareva non
accorgersi di me. La sua
bellezza mi faceva provare
un’ansia sconfinata.
Mi rendevo conto che non
avrei potuto seguitare ad
accompagnarla a lungo se
rimanevo silenzioso. Provai
ad attaccare discorso.
“Ciao... Vuoi che facciamo
conoscenza?”
Si fermò di colpo volgendosi
verso di me. Il volto era di
una bellezza estrema.
Sorrise, e nel farlo la sua
bocca assunse la forma di un
cuore:
“No”.
Rimasi immobile osservandola
mentre proseguiva da sola.
Però vedendo che si
allontanava e che ero sul
punto di perderla, dopo
tutto quello che avevo fatto
per trovarla, provai una
specie di rabbia che mi
spinse a raggiungerla di
corsa:
“Dimmi almeno il tuo nome”
supplicai.
Eravamo all’inizio del viale
dei tigli. Questa volta le
sue labbra si mossero in un
impercettibile sussurro:
“Loretta”.
In questo modo iniziai la
conversazione con lei.
Percorremmo tutto il viale,
fino a una villetta dove
ella entrò per pochi minuti.
Uscì insieme ad una bambina
di quattro o cinque anni e
le accompagnai di ritorno
fino alla chiesa, felice di
starle accanto, di poterle
parlare.
Non era un dialogo vero e
proprio; lei rispondeva a
monosillabi senza guardarmi,
ma sembrava prestare
attenzione a ciò che dicevo.
Poche volte riuscii a farla
sorridere. Quando ciò
accadeva lei si voltava
verso di me. I capelli
lunghissimi frusciavano, le
labbra piegate verso il
basso assumevano la forma di
un cuore. Intorno a noi la
penombra azzurra, il
silenzio, il profumo intenso
del gelsomino.
Questi semplici avvenimenti
mi procurarono una voluttà
per la quale provo, anche a
distanza di tempo, una
specie di pudore.
Seppi che aveva diciotto
anni, un genitore di origine
francese e lei lavorava come
sarta.
Mi congedai sulla piazza di
Minerbe per non sembrare
scortese restando troppo a
lungo.
Dentro di me era un
intreccio di sofferenza e
piacere mai provati prima di
allora.
Sulla strada del ritorno
nubi basse e colori
sbiaditi. Si levò il vento e
l’orizzonte a occidente
divenne nero.
Oltrepassata una frazione,
il vento si fece impetuoso
sollevando vortici di
polvere e di foglie.
Ero solo sulla strada.
Proseguire in quelle
condizioni era impossibile,
per cui deviai a sinistra
fino a raggiungere una
vecchia fattoria.
Là una donna mi accolse in
una saletta quasi spoglia,
poi andò via senza parlare.
L’ambiente era triste. Dai
vetri sporchi rigati di
pioggia filtrava una luce
scialba.
Dopo un violento e breve
acquazzone cadeva una
pioggia monotona che
ticchettava fra i sibili del
vento. A tratti giungevano
appena percettibili le voci
di persone che conversavano
a grande distanza.
Uno scalpiccio di piedi nudi
sulle mattonelle; subito
dopo la porta si spalancava
e una ragazza vestita del
solo reggiseno apparve
bianca nel riquadro scuro.
Udii un gridolino di
stupore, poi la porta tornò
a richiudersi di colpo.
Ero ancora solo, in quella
saletta all’antica, fra le
tele di ragno e le sedie di
vimini polverose.
Più tardi ripresi il
viaggio. L’aria era fredda e
pioveva ancora sotto i
grandi platani.
3
Nei giorni che seguirono
insieme a lei, sperimentai
l’estasi più perfetta, più
vera. Nessun altra
esperienza può reggere al
confronto.
Loretta era il suo vero
nome. Non abitava nel
vecchio palazzo ma nella
casa adiacente, così il
ragazzino da me incontrato
non era suo fratello.
Loretta appariva come una
ragazza chiusa, introversa
e, forse, infelice. Il suo
sguardo era tanto dolce e
caro, ma vi trovava posto in
esso anche il gelo e il
cinico distacco. Le labbra
piegate verso il basso la
facevano apparire ancora più
triste.
Io non so, ma ho provato fin
dal primo momento
l’impressione di trovarmi di
fronte a una persona che
aveva conosciuto una
felicità immensa e poi l’ha
perduta. C’era nella
bellezza di quel volto il
ricordo di una gioia finita
e la consapevolezza insieme
di non riuscire più a
ritrovarla.
Ma non era solo questo.
Frequentarla era come
accostarsi a un sublime
segreto.
Il suo carattere fu sempre
un enigma per me: parlava
pochissimo ed era vera e
falsa allo stesso tempo, i
sentimenti più opposti si
alternavano in lei senza
continuità. A volte sembrava
consapevole della sua
bellezza e tesa ad
impiegarla con il massimo
vantaggio e a volte no.
Stranezza! La sua bellezza
forse era legata a ciò, ad
una nota disarmonica nella
sinfonia.
Stavamo insieme quei giorni,
ma io la cercavo.
Passeggiavamo lungo il viale
ma quasi sempre io parlavo
sforzandomi di sapere
qualcosa da lei, di farla
sorridere. Quando ciò
accadeva la sua bocca
assumeva la forma di un
cuore e io mi perdevo
nell’incanto di quelle
labbra.
Non saprei riportare i
dialoghi di quelle
domeniche. Per la maggior
parte lei si limitava ad
ascoltare con docilità,
senza noia, senza interesse.
Quando tacevo rimaneva in
silenzio e dava alle mie
domande risposte sempre
abbastanza brevi.
Il nostro rapporto era
singolare dapprima. Non era
amicizia perché era molto di
più, non era amore perché
lei non ne provava per me.
Tutte le volte che arrivavo
lei fingeva di non vedermi.
Ero sempre il primo a
salutarla e correrle
incontro.
Ricordo che una volta mi
adirai a tal punto per
questa sua indifferenza che,
appena l’ebbi vista
passeggiare lungo il viale,
decisi di ritornarmene
subito a casa. Fu un
pomeriggio vuoto e lungo di
rimpianti. Fu questa la mia
unica scortesia verso di
lei.
La domenica successiva finse
ancora di non vedermi, ma
non mi importava più. Senza
Loretta era l’inferno per me
e avevo deciso di donarle un
amore incondizionato, privo
di contropartita. Anche se
lei, come era evidente, non
provava interesse per me
avrei chiesto solo il
permesso di amarla perché
già questo mi faceva provare
una gioia illimitata.
Ma quella volta Loretta mi
chiese a bassa voce, nella
sua solita maniera, perché
mi ero comportato così la
domenica precedente. Non
furono che poche parole
pronunciate senza rimpianto
e senza entusiasmo; pure ero
stordito dalla sorpresa. La
sua indifferenza era dunque
inautentica? La supplicai di
perdonarmi senza aggiungere
altro e in cuor mio le
promisi di nuovo l’amore più
incondizionato. Questa fu
una delle poche volte che,
in quel suo strano modo ella
dimostrò della simpatia per
me.
La bellezza di Loretta, la
sua psicologia
indecifrabile, il carattere
riservato talvolta assente,
ricco di sfumature ed ombre,
misteriose come gemme,
complesse come astrazioni.
Pensavo ancora a lei, mentre
ero in viaggio la prima
domenica di settembre in
compagnia di un amico.
Roberto, longilineo, magro,
era vestito con giacca e
cravatta bene annodata
nonostante il caldo.
Arrivammo a Roverchiara un
paese dominato da un
campanile cuspidato e
grigio.
Dopo una breve sosta
ripartimmo prendendo una
strada con l’indicazione:
Minerbe.
Attraversammo un altro
paese, il cui nome è il
diminutivo di Roverchiara.
Al di là del fiume si stende
Bonavigo con i suoi grandi
boschi e giardini.
Arrivati a Minerbe trovai
Loretta che usciva di chiesa
assieme a quattro o cinque
amiche.
La seguii camminando al suo
fianco nel viale dei tigli
ma visto che mi ignorava,
come pure le altre che
seguitavano a discorrere tra
di loro, chiesi in tono
scherzoso:
“Non riconosci più gli
amici, Loretta?”
Una ragazza dai capelli
lunghi parve stupirsi più
delle altre:
“Lo conosci, Loretta?”
Seguirono le presentazioni:
AnnaMaria, una biondina
Nadya, Mary, Gloria e
qualcun’altra.
Roberto, distinto com’era
nel suo carattere, si
dimostrò gentile e galante
con tutte.
AnnaMaria era la più bella
del gruppo, dopo Loretta,
naturalmente. Una figura
alta, snella, con il volto
molto grazioso, i capelli
lunghissimi, lisci.
Sorridente, cortese, sarebbe
stata la compagna ideale per
me, se Loretta non fosse mai
entrata nella mia vita.
Trascorsi un pomeriggio
delizioso punteggiato dai
raffinati complimenti di
Roberto, fra Mary, la
biondissima Nadya, Loretta
divina come sempre e
incomprensibile. Mi sembrava
di percorrere una girandola
di piaceri come la carezza
di goccioline d’acqua sui
fiori.
Nessun segno dell’autunno
pure tanto vicino si
avvertiva; un’eterna
primavera si stendeva sul
viale denso di sensazioni.
Verso sera tornai da solo
perché Roberto lo avevo
perduto di vista; aveva
portato al cinema una
ragazza, mi pare.
Il caldo della giornata non
si era ancora del tutto
dileguato. I profumi che
salivano dalla campagna
rendevano piacevole il
viaggio e misteriosi
luccichii apparivano lontano
nel verde e violetto
dell’orizzonte.
4
Con il passare del tempo il
mio amore per Loretta
divenne morboso. Piacere e
sofferenza furono le sole
note di quello straordinario
sentimento che provavo per
lei. Sofferenza quando ero
lontano e la sua immagine mi
rendeva inconsolabile. Il
piacere più completo nei
pomeriggi delle domeniche
che seguirono.
Il tempo era molto
peggiorato, e sette giorni
dopo si avvertiva nell’aria
la presenza dell’autunno. Il
cielo, perduto il suo
splendore era cupo, l’aria
era diventata umida e
fresca.
La campagna risentiva ancor
più del cambiamento e si
intravedeva sfumata nella
bruma azzurrina. Non era
ancora l’autunno dorato di
toni attutiti nella pallida
luce. Ne era la premessa.
Il ricordo di quei giorni
brevi è confuso. Fui
stupito, le domeniche
seguenti, del colore sempre
più cupo che andava
assumendo la torre di
Minerbe vista da lontano. E
il fresco nel viale dei
tigli faceva rabbrividire
nell’oscurità più
accentuata.
Una volta alcuni ragazzi
gridarono passando di corsa:
“Loretta stai attenta!”
Non ho mai compreso cosa
intendessero, forse vi era
un’ombra nel passato di lei.
Loretta parve colpita ma non
disse niente.
Per il resto, tutto si
svolgeva come sempre.
L’accompagnavo per mano in
lunghe passeggiate, fino a
sera.
Lei era sempre docile,
passiva. A volte qualche
sorriso, o sfumatura di
voce, mi facevano sperare
che lei provasse qualcosa
per me. Ma più spesso era un
sentimento in bilico fra
l’indifferenza e la cortesia
che traspariva in lei, rotto
talvolta da stupefacenti e
imprevisti cambiamenti.
Comunque, anche se avevo
perduto la speranza di
essere ricambiato, mi era
sufficiente amarla.
Egoista a modo suo, aveva
slanci di altruismo. Poteva
rimanere muta e chiusa per
ore, e poi sorridere,
guardandomi con dolcezza e
quasi chiedendo perdono. Il
suo volto ridente poteva
corrucciarsi di colpo, senza
spiegazioni, così senza
motivo.
Seconda domenica di
novembre: avevo preso
l’ombrello con me perché
sembrava stesse per piovere.
Ero stanco e procedevo
immerso nella campagna
grigia, quasi morente. Un
senso profondo di sfacelo
scivolava sulle cose fluide
ed opache. Lo spirito veniva
sopraffatto da tanta quiete,
a poco a poco, senza quasi
rendersene conto.
Le pozzanghere sulla strada,
le facciate più scure e
sfuggenti delle vecchie case
di S. Vito.
Poi, la torre campanaria di
Minerbe si profilò nera nel
cielo di nord-est. Pareva
ancora più tetra, più esile,
più alta e fragile di quanto
avessi notato le altre
volte. Con lo sfondo di nubi
basse oscillava al di sopra
degli alberi, avvolta nella
nebbia.
Ma non solo il paesaggio era
cambiato. Quando incontrai
Loretta sul piazzale della
chiesa ebbi un fremito.
Era ancora più bella delle
altre volte, se possibile. I
capelli castani erano più
lisci, più soffici, più
lunghi con sfumature bionde,
lievissime. Una maglia di
lana coloro rosa caldo e una
gonna in velluto nero.
Pallida, raffinata,
misteriosamente bella,
mentre mi avvicinavo,
sorrideva. Tutto in lei era
nuance e solamente nuance,
così anche il suo sorriso.
Il vento era freddo e il
viale con i neri tronchi dei
tigli si dissolveva nella
immobilità della nebbia.
Fu più docile di tutte le
altre volte. Mi parlò di
lei, della sua famiglia
ostile verso il nostro
rapporto, se avesse saputo.
Le allusioni, le reticenze
non erano ancora del tutto
scomparse dai suoi discorsi.
Ma riconoscevo in lei la
creatura umana capace, se
non di dare, di ricevere
quella meravigliosa
sensazione chiamata amore.
La dea era diventata donna;
per me, e solo per me questa
grigia giornata di novembre
aveva saputo operare il
prodigio.
Fu docile, appassionata.
Passeggiammo nel viale, dove
incontrai Nadya che mi
sorrise.
L’accompagnai per la via
principale fino alla
chiesetta sbrecciata di San
Zeno in periferia. Là
abitava una sua zia, una
delle tante perché ne aveva
moltissime, mi disse, e
tutte vecchie e noiose. Mi
chiese di aspettare davanti
a una casetta unita alle
altre tutte basse e
scolorite.
Dai vetri appannati scorgevo
una piccola cucina
illuminata e davanti al
camino una anziana e magra
signora vicino a Loretta.
Quando uscì da sola, il
nostro idillio riprese come
prima. Vedemmo per pochi
attimi il sole, abbassarsi
scialbo e senza calore, in
una cortina di soffici nubi
che subito si rinchiuse. Ma
il sole era lì accanto a me,
con tutta la sua luce e
bellezza.
Venne la sera. Assomiglia a
un turbinio di chiaroscuri
smorti una sera d’autunno.
Con la nebbia leggera che
fluisce piano, piano, con
delicata monotonia.
Il viale era più intimo,
ricco di suggestioni. Lì la
lasciai e tornai indietro
con una sensazione di
dolcezza dentro di me.
Dall’estremità della piazza
vidi sui gradini della
chiesa una figuretta scura
con i lunghi capelli che mi
salutava con il braccio.
Nelle ombre del crepuscolo
riconobbi AnnaMaria e
risposi con enfasi al
saluto, senza fermarmi.
5
Per tutto l’inverno fui alla
ricerca di mezzi di
trasporto per arrivare a
Minerbe, dato che il paese
rimaneva praticamente
tagliato fuori dalle vie di
comunicazione. L’unica
corriera veniva soppressa.
Un giorno pagai una grossa
somma a un tizio perché mi
ci portasse con la moto.
Le domeniche di sole ci
incontravamo e stavamo
insieme a volte solo per
pochi minuti.
In marzo, quando i giorni
freddi erano finiti, l’ansia
per la lontananza di Loretta
si attenuò. Adesso provavo
una sensazione di piacere e
sofferenza senza punti
intermedi.
La frenesia di raggiungere
Minerbe mi faceva impazzire.
La vita si presentava come
una doppia possibilità: con
o senza Loretta. E gli
attimi che trascorrevo
vicino a lei accrescevano a
volte la paura di perderla.
La torre di Minerbe assumeva
un colore più chiaro in quel
giorno di marzo. Il paese
festeggiava San Giuseppe con
musica e festoni colorati
per le strade.
In compagnia di Loretta mi
persi nella folla.
Il viale si risvegliava a
nuova vita offrendo tutte le
promesse della primavera, la
brezza tiepida era deliziosa
perché portava entusiasmanti
novità. Fu un pomeriggio
indimenticabile.
Tra la folla lungo il viale
incontrai AnnaMaria, bella
come sempre e sorridente.
Sostammo un poco scambiando
qualche parola. Disse che
intendeva trasferirsi in una
città, ma non ne era ancora
sicura.
Nella tiepida luce del sole
di marzo il volto di
AnnaMaria rivelava la sua
stupefacente purezza. I
capelli lunghissimi che le
ricadevano sulle spalle
accrescevano la sua
bellezza. Prima di
congedarmi le feci qualche
complimento che gradì molto.
Non si deve pensare che
Lorette provasse della
gelosia per la mia
ammirazione verso l’amica.
Tutt’altro. La sua
spontaneità
nell’indifferenza era
autentica, proprio come la
sua bellezza. Bellezza che
era completamente diversa,
più profonda e preziosa.
Verso sera Loretta mi
presentò ad alcune persone,
nel viale di fronte alla
casa di una sua zia. Ogni
timore di venir sorpresa era
scomparso in lei, forse non
era mai esistito ed io mi
ero sbagliato sul senso da
dare ai suoi discorsi.
Quel giorno, mi parve, fu
l’unico nel quale Loretta mi
sembrò felice. Una felicità
la sua senza esuberanze,
come era nel suo carattere.
Quella sera rimasi a
guardare i colori del
crepuscolo insieme a lei.
Come mai prima d’ora la
sentivo lieta e serena e ciò
la faceva apparire ancora
più incomprensibile. La sua
dolcezza mi stordiva.
La dea fredda e malinconica
era lì, l’avvertivo nella
raffinata cortesia dei gesti
e nel fluire delle brevi
frasi. Ma anche la donna a
volte affiorava in lei, la
donna appassionata dalla
infinite possibilità
d’amare. La sua bellezza era
al culmine. Niente da
paragonare, nessun confronto
era possibile. La sua era la
bellezza pura, astratta,
inconoscibile, la bellezza
che dà le vertigini quando
la si contempla troppo a
lungo, che toglie il
respiro.
Da quando l’avevo conosciuta
non desideravo e non mi
interessava più nulla
all’infuori di lei. A volte
mi stupivo che altri non la
corteggiassero,
probabilmente a causa della
sua superiorità, anche se
ogni forma di disprezzo era
assente in lei.
In lei era qualcosa di
dolce, di intimo, di tanto
caro e bello e di freddo, di
egoistico e come un
indifferente distacco al
tempo stesso.
6
Arrivò maggio con i suoi
giorni lunghi e splendidi.
Ora avevo molto tempo da
trascorrere a Minerbe in
compagnia della mia adorata
Loretta. Lei non finiva mai
di stupirmi, di sorprendermi
e le incognite del suo
carattere stimolavano il
desiderio di conoscerla
sempre di più.
La campagna verde, i cieli
pieni di luce mi davano una
sensazione di eccitamento e
timore mentre correvo verso
la mia sublime Loretta.
Ancora la doppia curva con
la torre chiara sullo
sfondo, il rettilineo
ombreggiato.
Rallentai nell’entrare in
paese, in questo paese tanto
caro e sognato, con le
indicazioni all’incrocio e
le case vecchiotte che erano
finite per diventarmi
simpatiche.
Raggiunto a piedi il luogo
del nostro appuntamento, non
vi trovai Loretta. Le sfere
ghirigorate dell’orologio
sul campanile segnavano le
due.
Attraversai la piazza con
calma, nel silenzio profondo
rotto a tratti da grida di
bambini che giocavano.
Avanzai nella penombra
turchina del viale dei
tigli.
Loretta camminava più avanti
e mi voltava le spalle. La
chiamai correndole incontro.
Lei si voltò e mi guardò
come se non mi conoscesse.
In un attimo ero al suo
fianco. Pareva stupita. Mi
parlò, sempre camminando
piano e senza guardarmi:
“Vada via, non voglio più
rivederla”.
Nella sua voce calma non vi
era rancore né rimpianto,
solo indifferenza.
Era una situazione assurda e
non capivo:
“Loretta, ma cosa vuol
dire?”
La ragazza ripeté le parole
di prima, con lo stesso
tono. Poi attraversò la
strada ed entrò in casa.
Sorpreso e sbalordito mi
sedetti nel piccolo bar
sotto il pergolato, di
fronte a quella casa e
rimasi ad aspettarla per
tutto il pomeriggio. In
quelle ore di attesa avevo
la certezza di rivederla, di
parlarle di nuovo, solamente
ero triste per quel
pomeriggio senza di lei.
Nei giorni che seguirono mi
sforzai di trovare una
spiegazione per quel suo
capriccio, anche se nessuna
mi pareva plausibile.
La domenica successiva
raggiunsi Minerbe ma ero
preoccupato. Stati d’animo
di incertezza e paura si
alternavano.
Dall’estremità della piazza
la vidi avanzare dal fondo
della via, ma dopo pochi
passi tornò indietro verso
l’abitazione di una delle
sue tante zie. Allora
compresi che non avrei più
potuto avvicinarla perché
lei sarebbe sfuggita tutte
le volte che mi avesse
incontrato.
La disperazione mi prese
all’improvviso. Di colpo mi
sentii solo, sperduto in
quella piazza grande. Non
riuscivo a capire e sentivo
onde di nausea. Rabbrividivo
ed ero tutto sudato.
Girovagai per le strade fino
a sera come un ubriaco con
la speranza di incontrarla,
poi tornai a casa.
Sono un poeta che vive per
la bellezza e dopo aver
perduto Loretta mi sentii
disperato. Durante quei
giorni pensavo ancora di
incontrarla. Mi dicevo che
prima o poi le avrei parlato
e dopo la nostra relazione
sarebbe continuata come
prima. Ma sarebbe stato
veramente così? Io non
conoscevo Loretta.
Ancora la disperazione e
pensieri di tristezza
inguaribile.
Per quattro o cinque
domeniche Loretta non uscì
di casa ed io rimasi a
spiarla sotto il pergolato
del piccolo bar.
Lentamente cominciavo a
perdere la fiducia, era
accaduto qualcosa che mi
sfuggiva. Ma cosa?
Di notte non dormivo e
pensavo al tempo trascorso
insieme a lei. Poi correvo a
Minerbe dove sprecavo i
giorni nell’attesa di
rivederla.
E un giorno, tanto tempo
dopo, finalmente la rividi.
Ricordo che era estate. Ero
seduto sulla solita panchina
di lato alla chiesa, quando
la vidi uscire da via delle
poste e risalire la piazza
verso di me.
Era Loretta, certo, ma come
era cambiata, Dio come era
cambiata.... I capelli
lunghissimi non li aveva
più. Se li era tagliati
adottando una brutta
acconciatura e indossava una
gonna a disegni geometrici.
Bellezza e raffinatezza
erano scomparse.
L’attimo che mi passò
davanti senza guardarmi fu
indescrivibile. Chi era
veramente quella ragazza?
Non dissi niente e in
quell’istante compresi che
nessun discorso sarebbe più
servito. Adesso avevo la
certezza di averla
completamente perduta.
Rimasi come stordito per
tutto il resto del
pomeriggio.
Verso sera al ritorno,
passando sul ponte di un
fiume pensai al suicidio.
Solo la paura mi trattenne.
Per il resto senza Loretta
avevo perduto tutto, non mi
restava niente altro da
perdere.
Poi con il passare del
tempo, la sofferenza dei
primi momenti si modificò
diventando cronica. Ero
diventato apatico e nulla mi
dava più sollievo.
Sempre più raramente andavo
a Minerbe dove mi
accontentavo di vederla da
lontano.
7
Tre anni dopo arrivai a
Minerbe nella festa di
primavera, San Giuseppe, in
marzo. Era una giornata con
il cielo coperto e le vie
erano lucide di pioggia.
Pensavo ai giorni trascorsi
insieme a Loretta nel viale,
sulle panchine sotto agli
alberi, dove avevamo vissuto
la nostra storia d’amore.
Ricordavo la sua voce, il
suo profumo. Ricordavo la
bellezza del suo volto che
mi aveva fatto sognare, che
mi aveva fatto soffrire.
Con questi pensieri mi
lasciai trasportare dalla
folla verso i rumori e le
luci della piazza. Il viale
con le sue seduzioni e
promesse passate, era alle
mie spalle ormai.
Allora rividi Loretta. Era
tornata identica a come
l’avevo vista la prima
volta. I capelli lisci,
lunghissimi, il nero
profondo del velluto e il
rosa tenue, la bellezza
estrema che non si può
immaginare. Non mancava
niente.
Sorrideva... ma non era
sola. Insieme a lei c’era un
uomo bruno, di trent’anni.
Mi passarono accanto e tutto
era finito.
Li sorpresi insieme ancora
un paio di volte e dopo non
incontrai mai più
quell’uomo.
Nelle domeniche successive
Loretta era tornata di nuovo
sola, ma io non riuscii ad
avvicinarla perché la vidi
sempre di sfuggita: mentre
saliva su un autobus o
dietro i vetri di una
finestra per pochi attimi,
così da farmi dubitare che
fosse lei. Una volta la
rincorsi dopo averla vista
attraversare da lontano una
via, ma lei era già sparita
tra la folla.
Per tutta l’estate seguitai
a cercarla, familiarizzando
con i colombi che tubavano
sui tetti, con il vecchio
campanaro dai capelli
bianchi e l’andatura
barcollante e con la zitella
gobba che arrivava in chiesa
puntualmente alle quattro e
mezza.
Dalla mia panchina osservavo
la vita svolgersi intorno a
me, nella pace di quel
piccolo paese.
In autunno, la marchesa di
Dionisi mi propose di fare
l’inventario in biblioteca
ed io accettai perché
speravo che ciò mi avrebbe
aiutato a cancellare i
ricordi di Minerbe.
In una stanza che odorava di
troppo chiuso e piena di
scricchiolii, sfogliavo i
libri che prelevavo dagli
scaffali. I volumi erano
datati dal 1600 fino al 1800
ed erano bellissimi e di
grande valore.
Sfogliai romanzi francesi
con capilettere miniati con
delicate figure di donne;
rari libri olandesi di
alchimia e stregoneria;
vecchi antifonari con
serrature e punte di
ferro...
Sono un bibliofilo e avevo
molto entusiasmo all’inizio,
ma dopo alcune settimane ero
stanco di scrivere e
consultare. Anche le visite
alla villa e le passeggiate
nel parco mi annoiarono.
Durante quel periodo il
ricordo di Loretta anziché
attenuarsi si fece più vivo.
Nelle lunghe giornate
rimanevo assorto nel
tentativo di ricordare il
suo volto.
Finché perdetti l’interesse
nelle ricerche sui libri e
abbandonai il lavoro.
Improvvisamente ero
diventato impaziente di
raggiungere Minerbe per
vedere se tutto era come lo
ricordavo.
Ma arrivarono altri impegni,
altri lavori che mi
costrinsero a rimandare.
Chiuso nella stanza di casa
mia, per tanto tempo sognai
e desiderai di ritornare a
Minerbe.
Quando ci andai finalmente
era primavera e un altro
anno era passato. Rivedevo
la solita strada, la torre,
il paese semideserto e solo
adesso capivo come mi erano
cari quei luoghi e come la
vita risultasse
insopportabile lontano da
loro.
Anche negli anni successivi
tornai a rivederli nei
pomeriggi di quasi tutte le
domeniche. Passeggiavo o
trascorrevo le ore seduto
sulla panchina assorto in
una specie di beatitudine.
Ma Loretta non riuscii più a
rivederla nemmeno da
lontano. Una volta chiesi di
lei a delle persone che non
la conoscevano, poi ripetei
il tentativo con altri, ma
sempre senza successo.
Una sera d’estate passando
per Morubio, incontrai
Roberto in una locanda.
Appena mi vide mi parlò di
Minerbe. In quel paese aveva
lasciato il suo cuore, mi
disse, anche se Mary aveva
scelto un altro e adesso
sarebbe stato inutile
cercarla. Ricordavo appena
quella ragazza. Fui io a
presentargliela in quel
settembre del 1966, e faceva
parte del gruppo di amiche
di Loretta.
Continuammo a parlare mentre
alcuni uomini davanti a noi
giocavano a bocce. Non
sarebbe più tornato in quei
luoghi, affermava Roberto,
per non rivedere nessuna di
quelle persone. Erano
fantasmi per lui e non
voleva più incontrarli.
Quella notte restai a vagare
fino all’alba a cantare
canzoni oscene in compagnia
dei nottambuli.
Un’altra sera, davanti a un
vecchio circo incontrai Jan.
Era invecchiato, ingrassato.
Restammo a parlare delle
avventure giovanili, ma
anche dei nuovi problemi
futuri. Il giorno dopo lui
ripartì, e io provai il
desiderio di scrivere questa
storia. Adesso che il paese
è così cambiato penso a
com’era prima, quando senza
quei fabbricati nuovi era
molto più caratteristico.
Un giorno ho visto persone
nuove nella casa dove
abitava la zia di Loretta.
Ho chiesto informazioni, ma
erano arrivati da poco e
nessuno aveva conosciuto la
vecchia proprietaria.
Persino Anselmo il
campanaro, che si vanta di
conoscere tutti nella zona,
non ha mai sentito parlare
di Loretta e delle sue
amiche. Il pover’uomo è
invecchiato molto in questi
ultimi tempi e forse non c’è
da fidarsi della sua
memoria.
Ho incontrato anche una
ragazza che, a giudicare
dalla fisionomia potrebbe
essere la bambina
accompagnata da Loretta in
quel lontano pomeriggio di
agosto. Ho tentato di
avvicinarla ma si è
dimostrata scortese con me,
forse perché mi scambia per
un importuno.
8
Frugare nel passato è come
immergere un bastone in uno
stagno limpido e chiaro. A
poco a poco si vede l’acqua
intorbidirsi per il fango
che sale in superficie, e si
sente l’odore della
putredine che ci farà
smettere e pentirci di
averlo fatto.
Erano passati quasi dieci
anni dal giorno in cui avevo
incontrato Loretta e in una
domenica di giugno tornai a
Minerbe. L’aria era tiepida
con un intenso profumo di
tigli.
Due ragazze incontrate per
strada mi avevano indicato
la nuova abitazione di
Loretta, una villetta che si
distingueva dalle altre
simili per un pozzo nel
giardino. Una sola volta
durante le mie passeggiate
avevo osservato da lontano,
senza farmi notare, una
ragazza sola in piedi in
quel piccolo giardino. Non
ero riuscito a distinguerla
bene, ma ero sicuro che era
Loretta.
Ora ero tornato a Minerbe
con l’idea di indagare sulla
sua vita. In paese chiesi di
lei a un forestiero, poi ad
altre due persone che mi
diedero una risposta strana:
pur conoscendo quasi tutte
le ragazze del luogo, quel
nome non l’avevano mai
sentito prima d’ora. La
descrissi, ma inutilmente.
E così fu per altri due
passanti che interrogai più
tardi. Non conoscevano una
ragazza con quel nome che
rispondesse alle mie
descrizioni. Accennai alla
sua amicizia con Nadya. Sì,
adesso ricordavano di aver
visto spesse volte Nadya in
compagni di un’amica della
quale non sapevano il nome.
Non ero scoraggiato.
Passeggiando pensavo alle
amiche di Loretta che
avrebbero potuto aiutarmi.
Gloria, ma non la vedevo da
molto tempo e forse non
avrei saputo riconoscerla.
AnnaMaria, ma anche lei era
scomparsa, forse era andata
ad abitare in qualche città.
Restava Nadya, la meno bella
delle tre: un gioiello di
luce pura.... La vedevo un
paio di volte all’anno. Lei
e la sorella non restavano
mai sole, ma avevano
facoltosi corteggiatori con
macchine fuoriserie. La
bellezza si accompagna alla
ricchezza. Spesse volte le
avevo vedute salire su
quelle auto e lasciare
Minerbe.
Nadya possedeva anche un
piacevole carattere. La
ricordavo buona e dolce,
simpatica ma non importuna,
fine e gentile senza
pretendere queste doti dagli
altri.
Ricominciai a pensare a
Loretta. Ero deciso ad
andare a casa sua a chiedere
di lei a chiunque fosse
venuto ad aprirmi, anche al
marito. Poi dopo averla
veduta mi sarei scusato per
averla scambiata con
un’altra persona. Era un
modo per vederla, anche se
solo per pochi attimi.
La nuova casa di Lorette era
situata fra un gruppo di
villette simili alla
periferia di Minerbe. Mi
fermai alla prima e chiesi
di lei a un signore che
lavorava in giardino. Non
poteva essermi utile.
Nella seconda un tizio dopo
avermi ascoltato chiamò la
moglie, una grassona che
sembrava molto desiderosa di
aiutarmi. Chiesi a lei di
Loretta. La donna mi
elencava tutti gli abitanti
delle case, insieme con le
loro figlie o nipoti. No,
nessuna donna o ragazza con
quel nome risiedeva in
quella via, ne era sicura.
Allora indicai la casa:
“Forse abita là” dissi. Ma
la donna seguitava a
scuotere il capo. No, no, a
meno che non intendessi una
bambina undicenne che
appunto risiedeva lì con la
famiglia.
Ringraziai e proseguii a
piedi fino alla casa di
Loretta. Rallentai, poi dopo
una breve esitazione passai
oltre. Volevo sapere, volevo
conoscere prima di
incontrarla, i mutamenti che
erano avvenuti durante
questo tempo.
Nell’ultima villetta chiesi
a un vecchietto che riposava
nel giardino. Anche questa
volta intervenne la moglie,
una anziana signora, e tutto
si ripeté come prima. Chiesi
di Loretta; ma non la
conosceva. Indicai la casa e
ancora mi sentii ripetere il
nome della bambina
undicenne. La buona signora
mi assicurò che confondevo
le cose. Una donna con quel
nome abitava infatti in una
fattoria fuori di Minerbe.
Ringraziai, ma ero certo di
non sbagliarmi; inoltre le
descrizioni dell’altra
Loretta non corrispondevano
per niente.
Quella volta tornai a casa
perplesso.
9
Se il lettore curioso vorrà
visitare Minerbe può farlo,
certamente. Se vorrà vedere
quel paese a me tanto caro o
passeggiare in quel lungo
viale dei tigli, ricordi
solo di non disturbare i
fantasmi di quei luoghi. Lo
pregherei di usare la
delicatezza e il rispetto
che io ho usato, frutto
della mia esperienza e di
una lunga dedizione. Là
equivale camminare nella mia
anima. Là tante cose si sono
decise della mia vita
futura, perché il destino mi
ha preso per mano e mi ha
guidato per strade dalla
prospettiva infinita che io
non conoscevo, e che non
conosco nemmeno ora.
Dopo una breve pausa che mi
permise di riprendere
fiducia nel mio progetto, la
domenica seguente tornai a
Minerbe.
Ancora il caldo e il profumo
intenso dei tigli. Sentivo
che avrei perduto dell’altro
tempo rimanendo lì e appena
arrivato mi era venuta
voglia di andarmene.
Attraversai la piazza e
allora improvvisamente
comparve Nadya, in compagnia
della sorella. Non mi
aspettavo di incontrarla e
le dissi solo un breve
saluto:
“Ciao Nadya”.
“Ciao Peter”.
Straordinario! Ricordava
ancora il mio nome. Il mio
nome su quelle labbra che
sorridevano aveva un suono
strano.
La seguii con lo sguardo
mentre camminava nelle ombre
celesti del viale. Era una
buona occasione. L’amica di
Loretta. Quante cose avrei
saputo di lei!
Intanto Nadya non era più
nel viale. Mi incamminai
nella sua direzione fra le
ombre, il profumo, il
silenzio. Tutto questo mi
stordiva e il viale era come
una culla per me, il caldo
come una ninna nanna.
Proseguii fino davanti al
piccolo bar seminascosto dal
pergolato e come supponevo
Nadya era seduta là, insieme
alla sorella e ad alcuni
uomini che parlavano forte.
Nadya aveva distolto gli
occhi dal gruppo e mi
guardava. La guardai
anch’io; era bellissima ma
non potevo parlarle ora,
perciò proseguii fino al
grande cespuglio di
gelsomini ancora in
bocciolo.
Ero stanco. Aspettai un poco
poi tornai indietro ed
entrai nel bar. Un’oscurità
sgradevole mi accolse. Mi
appoggiai al banco e
attraverso i vetri vedevo
Nadya sempre seduta al suo
posto.
Dopo un po’ di tempo gli
uomini andarono via ma altre
due amiche erano arrivate.
Attesi un istante poi uscii
con disinvoltura dalla porta
principale, presi una sedia
vuota e accostandola al
circolo di ragazze chiesi il
permesso di sedermi. Dissi
qualcosa rivolgendomi a
Nadya e dopo un poco la
conversazione era ripresa
come prima.
Fine, biondissima, gentile,
Nadya parlava e sorrideva.
Alla mia destra era la
sorella, anche lei bionda ma
con i capelli lunghi. Non
parlò quasi mai. Poi sedeva
Nadya, poi le due altre
ragazze che non conoscevo e
io chiudevo il circolo.
Guardando lei provavo una
sensazione dolce di quiete.
Era bella fino allo
splendore nella sua
semplicità. Una gonna nera e
lucente, una camicetta
bianca con bottoni minuscoli
di perla. Il reggiseno
bianco si notava appena fra
la scollatura triangolare.
Alle mani un anello sottile
come un filo sul quale vi
era una sterlina non
incurvata. Nessun trucco. I
capelli erano fini,
cortissimi, biondissimi come
le ciglia e le sopracciglia.
Le gambe erano accavallate,
affusolate, tornite, bianche
fino alla coscia.
Anche sua sorella era tanto
graziosa ma non quanto lei e
le altre due ragazze non mi
interessavano e non saprei
descriverle.
Nadya era il sole di quel
circolo e tutto luccicava
intorno a lei ma di luce
riflessa. Fine, gentilissima
seguitava a conversare a
bassa voce, a sorridere con
spontaneità. Mi dichiarai
affascinato dalla sua
bellezza e lei sorrise ai
miei complimenti senza
parlare.
Lasciai trascorrere
dell’altro tempo. La quiete
era perfetta sotto il
pergolato, il profumo dei
tigli faceva sognare.
Sentivo che era scortese
chiedere ad una donna
notizie di un’altra donna,
specie se sono entrambe
belle, ma ero deciso a
sapere, volevo acquietare il
cuore che sperava ancora.
Mentalmente formulai la
domanda: “Dov’è Loretta?”
Subito molte risposte si
affollarono in me: era
sposata, era morta, aveva
dei figli, non era più la
sua amica, non la vedeva da
molto tempo, era malata, era
separata, era fuggita....
Preparai le parole adatte
alle possibili risposte. Non
dovevo rimanere colpito,
avrei dissimulato la mia
sorpresa e ripreso
l’argomento per
approfondirlo se possibile;
tutto doveva avvenire con
spontaneità.
Dissi qualcosa per entrare
nella conversazione. Resi
noto il mio desiderio di
venire ad abitare a Minerbe,
dichiarai il mio amore per
quel paese.
Poi mi rivolsi a Nadya,
sorridendo. I suoi occhi
celesti incontrarono i miei.
Sorrideva. Era quello il mio
momento. La mia domanda
apparve casuale, priva di
interessi profondi.
“E... Loretta, da quanto
tempo non la vedi più?”
Ebbe un moto di stupore:
“Chi?”
Perché voleva farmi ripetere
il nome, non era possibile
non lo avesse udito.
“Loretta” ripetei a bassa
voce.
Un altro moto di sorpresa,
contenuto però, un sincero
stupore e un cordiale
desiderio di aiutarmi. Non
fingeva: “Chi è?”
Le altre ragazze si erano
fatte silenziose. Mi sentivo
imbarazzato; evidentemente
Nadya non ricordava bene,
giocai a carte scoperte
allora:
“Ma Nadya, era una tua buona
amica, era sempre con te
anni fa, non puoi non
ricordarti di lei...”.
Ogni sfumatura di stupore
era scomparsa nella sua
voce, adesso aveva il tono
di chi fa una constatazione
evidente o dice una verità
oggettiva. E la bonarietà di
chi non desidera offendere
l’interlocutore che ha
sbagliato:
“Non ho mai conosciuto una
ragazza con quel nome, non
ho mai avuto un’amica con
quel nome”.
Fece una pausa:
“Liliana, Rita...”. Passava
in rassegna i nomi delle sue
amiche per vedere se la
confondevo con una di loro.
Era straordinario. Non
potevo oppormi al destino.
Eppure Loretta era il suo
vero nome, perché avevo
sentito altri chiamarla
così.
Guardavo Nadya. Non era una
commedia la sua, non fingeva
per niente, ero io che mi
stavo comportando da
stupido.
Le altre ragazze ripresero a
conversare. Non parlavo più,
non sapevo che dire, non ero
preparato a quella risposta.
Ancora il tempo che fluiva
nella quiete del viale.
Ancora la stessa sensazione
di stanchezza. Avevo
perduto. La mia ossessione
sarebbe rimasta avvolta nel
mistero.
Nadya intanto si era alzata
e mi salutava. Stava per
andarsene ed io nella
confusione sbagliai perfino
il nome: “Ciao Rita...”.
Quando mi accorsi
dell’errore lei mi voltava
le spalle e si allontanava
insieme alla sorella. Il
posto era diventato scialbo,
il pergolato incolore.
Sono uno stupido, seguitavo
a ripetere dentro di me.
Anche le altre due ragazze
erano andate via.
Rimasto solo attesi un’ora,
due ore, poi mi alzai.
Guardai le sedie sulle quali
eravamo seduti, guardai per
l’ultima volta il viale dei
tigli che galleggiava in una
penombra profumata.
Guardai le coppie che
passeggiavano assorte nei
loro sogni. Feci ritorno a
casa che era già notte. Ero
sfinito.
Nei giorni che seguirono
anche Nadya scomparve,
insieme alla sua sconosciuta
sorella. Non le rivedrò più,
lo sento, ed ora appartiene
al passato.
Con lei che era forse la
sola in grado di aiutarmi,
se ne vanno le mie ultime
speranze. Non la rivedrò
più, e so che sarebbe
inutile cercarla....
Dopo dieci anni il
meraviglioso e crudele
sortilegio, del quale non
conoscevo né la causa né il
fine, si era per sempre
concluso.
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