Tutta la vita
è mistero
e soltanto mistero.
Frank Graegorius
VICOLO CIECO
Il vento soffia giù nel
vicolo stretto e mal
lastricato, portandomi in
faccia la fuliggine e il
fumo dei comignoli.
Cammino in fretta sfiorando
i muri di case scurite alte
e storte. L’ultima luce del
crepuscolo di febbraio
spande un chiarore
gialliccio.
Cammino sul marciapiede
sfondato in più punti e
pieno di pozzanghere. Gatti
rognosi strisciano negli
angoli delle vecchie case da
dove proviene odore di
urina. N° 515 un barbiere,
Rossene. L’insegna sbatte al
vento tagliente di
tramontana. Più sopra abita
la vecchia Kostia, quella
che lava i morti. Ancora più
in su un vestito viola sta
appeso alla finestra.
La notte scende nel vicolo,
fredda e ventosa, una notte
degli ultimi giorni di
carnevale.
Dopo l’angolo di un
barbacane la finestrella
quadrata sfavillante di luce
getta una pioggia d’oro
sulle pietre di basalto del
selciato. Ombre di persone
che danzano si vedono
all’interno. La festa
dell’ultimo di carnevale
dell’amico Livinus è già
cominciata, e adesso sono
arrivato.
Spingo la porta che è solo
accostata e subito sono
preso dall’atmosfera della
festa. Luce, caldo,
vertigine... L’aria è satura
di profumi, stelle filanti
cadono dal soffitto.
Mi tolgo il cappotto e vado
verso l’amico Livinus che ho
intravisto insieme ad altri
con un bicchiere in mano. Ma
prima di arrivare un brutto
pirata intabarrato mi sbarra
il passo. Una manciata di
coriandoli mi fa chiudere
gli occhi. Il pirata si
allontana nella folla
insieme a una bambina con i
seni da donna.
Le luci calano di intensità.
Ancora coriandoli e stelle
filanti. Grida e risate.
Una ragazza con la
mascherina azzurra mi viene
vicino e mi guarda con
insistenza. É snella con i
lunghi capelli biondi.
“Chi sei?” chiedo.
“Ah ah...” Mi viene ancora
più vicino e mi mette una
mano sulla spalla. Sento il
suo profumo dolce che fa
stordire.
“Non mi riconosci... ah
ah...”
La voce anche se
contraffatta mi è
familiare... Uno spintone e
subito sono preso tra il
flusso di folla di nuovi
arrivati, cosicché non vedo
più la mascherina.
Ritrovo la ragazza a metà
della serata, quando la luce
è ancora più bassa e le
stelle filanti formano una
ragnatela sopra di noi. Il
suo vestito è un velo lungo
e ne tiene una parte davanti
alla bocca:
“Ah ah... Peter...”
“Sei Chiara?”
Fa segno di no con la testa.
“Sei Stella?... Ma chi
sei...?”
“Sarà tua moglie, Peter...”
risponde un amico di
passaggio.
“Non ti ricordi più di me,
Peter?” lei sussurra con
voce argentina.
“Sì, io ti conosco, ma
adesso...”
I vetri delle finestre sono
tutti appannati e vi
appaiono strane figure di
fiato come in un paese di
sogno.
A mezzanotte, quando ormai
credevo di non rivederla più
mi ritrovo vicino alla
ragazza, sempre più
attraente, sempre più
misteriosa...
Sento di essere vicino a
svelare il segreto, infatti
lei si appoggia al mio corpo
mormorando qualcosa e sta
per togliersi la
mascherina...
La luce si spegne. Colpi di
bottiglia, tonfi, rumori,
gran baccano. Musica
discordante e indiavolata.
La luce si accende e si
spegne più volte. Dov’è,
dov’è... mio Dio! Mi
appoggio a un divano per
versarmi da bere.
L’alba versa la sua luce
malata dalla finestra
facendo impallidire i lumi.
Qualcuno ha vomitato giù nel
vicolo. Rumori di bidoni che
vengono spostati e cozzano
fra di loro. Una forchetta
alla quale manca un dente
sta sul marciapiede e la
sposto con un calcio.
Dalla fogna sgorga un
liquido scuro davanti alla
bottega del ciabattino.
Freddo pungente e rumore di
passi che si allontanano.
Nauseato percorro in fretta
il vicolo. Quando alzo gli
occhi vedo una bambina che
disegna un cuore sul vetro
appannato di una finestra.
Alcuni giorni dopo sono
costretto a dover passare
ancora di lì. Una tosse
catarrale accentua il
silenzio della mattina
bianca e lucente.
Il gelo della notte ha fatto
scoppiare le tubature in
casa di Livinus e gli operai
stanno lavorando per
sostituirle. Sollevano il
pavimento e sotto ci sono
ossa e scheletri umani.
“Credevo di essere solo e
invece ero in compagnia”
commenta Livinus.
DICEMBRE 1982
LA CODA DEL DIAVOLO
“La gallina del diavolo! La
gallina del diavolo...”
grida la donna entrando di
corsa dalla cucina.
L’oste suo marito da dietro
il bancone indaffarato a
riempire i gotti di vino,
cerca di minimizzare la
faccenda:
“Macché diavolo, ma stai a
vedere che dovremo far
venire il prete adesso,
solamente per una
gallina...”
Ma la moglie, una grassona
tutta agitata e sudata, non
dà segno di volersi calmare:
“É indemoniata ti dico, Alan,
non è una gallina come tutte
le altre; ha fatto scappare
il nostro cane, non è
neppure una gallina
quella...”
Il marito anche lui grasso e
in più calvo seguita a
brontolare sottovoce per
calmarla:
“Ma che razza di discorsi
vai a tirar fuori, sono
assurdità, sciocchezze... Tu
e i tuoi ragionamenti
strampalati...”
L’osteria è piena di uomini
tutti mezzi ubriachi che
giocano a carte e discutono
tra di loro, e nessuno,
credo, fa attenzione a
questo dialogo.
Io sono da poco entrato in
questo locale basso e
incatramato dal fumo delle
lucerne e delle pipe. Mi
faccio largo fra un gruppo
di vecchi avventori
avvicinandomi al grosso
banco con il ripiano in
granito.
La donna sta cuocendo i
cotechini. Il camino ha poco
tiraggio poiché c’è un gran
vapore che si spande
dall’acqua in ebollizione.
Portacandele, sale e un
macinino del caffè stanno
sulla mensola.
“Che cosa ha di tanto
strano, eh, questa gallina?”
incomincio con tono
rassicurante.
La donna si volta di scatto.
É ancora sotto l’effetto di
uno spavento subìto, lo si
nota bene.
“Misericordia signore, c’è
la gallina del diavolo nel
nostro pollaio!”
“Ma cos’ha di tanto diverso
dalle altre?” insisto a
chiedere.
“Ha gli occhi rossi, come il
fuoco. É cattiva. Non è né
maschio né femmina, e
aggredisce il nostro cane
che ha paura.”
“Oh questa poi! Non mi
sembra possibile” dico per
stimolarla a parlare.
“Le assicuro che è così
signore, è proprio così. C’è
il demonio le dico...”
E alla mia espressione di
curiosità mista a incertezza
prosegue: “Anzi, venga a
vedere, venga a vedere anche
lei giù nel pollaio!”
Passiamo in un retrocucina
semibuio, umido e stipato di
scatoloni e bottiglie.
Da un sottoscala si scende
in una vecchia lavanderia.
Dalla finestrella non entra
quasi più luce ormai e il
freddo si fa sentire
pungente in quello stanzone
pieno di spifferi alle
fessure. Quasi mi spiace di
aver abbandonato il tepore
fumoso della taverna per
scendere fino qui. Cammino
fra le vasche sulle pietre
consumate e insudiciate
dalle sciacquature.
La donna tira i catenacci e
spalanca una porticina là in
fondo.
Un cortile grigio appare
rischiarato dalla luce color
cenere di un pomeriggio di
gennaio. Freddo intenso e
tagliente intorno a noi.
“Guardi là, è quella” indica
la donna.
Nel cortiletto incassato fra
la vegetazione brulla e i
vecchi edifici, razzolano
alcune galline spennacchiate
che a prima vista sembrano
tutte uguali. Mi volto per
guardare il braccio teso
della donna e allora di
colpo, la vedo.
É diversa dalle altre, sì,
senza alcun dubbio.
Le altre galline sono tutte
radunate a pochi passi da
noi ma quella invece sta da
sola, all’estremità del
cortile. Al contrario delle
altre galline, questa ci
ignora completamente così mi
azzardo a spingermi un po’
più in là per osservarla
meglio.
Ha la forma diversa, più
tozza per le penne che
formano la coda forcuta e
rivolta verso il basso.
Sulla testa ha una cresta
piumata appena accennata. É
brutta. Con gli occhi rossi.
Séguita a camminare a destra
e a sinistra laggiù, con
superiorità, come se noi non
esistessimo.
Mi giro con comprensione
verso la donna accennandole
di aver visto abbastanza.
Allora rientriamo con un
sollievo e lei rinchiude in
fretta la porticina che ci
protegge e lascia fuori
quella cosa diabolica.
DICEMBRE 1982
ONDINE E SALAMANDRE
Di sera come al solito
percorro le vie della città
vecchia. Un vento autunnale
spazza a raffiche le strade
semideserte portando polvere
e foglie ingiallite.
Facciate di case silenziose,
porte sbarrate, muri pieni
di sporgenze che sfioro nel
tentativo di evitare le
pozzanghere.
Mi infilo nei portici umidi
e bui di via degli
antiquari, malrischiarati da
una lanterna appesa alle
travi tarlate del soffitto.
A volte arriva fin qui il
rumore possente del fiume in
piena.
Oltrepasso una antica
scultura pagana che sporge
da un edificio. Rari e
frettolosi passanti si
tengono ben alto il bavero,
una donna col corpo morbido
lascia un profumo di
violette dietro di sé.
Oltre il deposito dei vetri
rotti cammino in uno stretto
viottolo deserto affiancato
da alti muri oltre i quali
stormiscono alberi frondosi.
Mulinelli di foglie
turbinano negli angoli
portate dal freddo vento
autunnale.
La sera allunga le ombre di
una piazza acciottolata tra
due file di lampioni ancora
spenti. La chiesa gotica
erge i suoi contrafforti di
mattoni e ringhiere dentate
di ferro accanto a me.
Salgo alcuni gradini
rabbrividendo. Sciacqui
d’acqua segnalano la
presenza delle latrine.
Profumo di baccalà arriva a
volte nell’aria. Alzo gli
occhi prima di attraversare
la piazza e allora rivedo il
vecchietto.
C’è una vetrina alta con
specialità gastronomiche.
Vasi pieni di lumache,
prosciutto cotto nel pane,
funghi col sugo e il giallo
scintillìo delle bottiglie
di liquori. Il vecchietto fa
contrasto mentre accudisce
il camino gigantesco dove
arde una catasta di legna
dietro una griglia
verticale.
É estremamente vecchio e
decrepito, ridicolo quasi
con il suo camiciotto
bianco. Saltella
letteralmente da un punto
all’altro fra i cibi e il
camino. Gira gli spiedi,
aggiunge olio, attizza la
legna, regola il tiraggio...
É eccessivamente svelto per
la sua età, e molto, troppo
sorridente. Al calar delle
umide sere autunnali egli
appare accanto al camino
come un folletto
indaffarato.
Vi è anche un piccolo bar in
quella vecchia piazza del
mercato. Come al solito
prendo una birra seduto al
mio tavolo divertendomi a
pensare mentre guardo fuori.
Le bancarelle avvolte nelle
tele di sacco sono scosse
dalla furia del vento. Tutto
è fradicio e marcito per la
pioggia caduta durante tutta
la settimana. I cespugli nei
grossi vasi rovesciati dal
vento, la fontana con i
delfini allagata.
E quel vecchio continua a
far fuoco. Ora vedo la grata
arrossata di braci
incandescenti tra uno
sfavillìo dorato di bianco
calore. Vampe azzurre
salgono guizzanti, ma a lui
pare non bastino, e continua
ad aggiungere legna,
continua a far fuoco...
Dal mio posto gli lancio
ogni tanto un’occhiata e il
forno, che emana una luce
intensa ormai, deve
irradiare un caldo terribile
tutto intorno, ma non per il
vecchietto evidentemente.
Circa a mezzanotte le nubi
nere come la pece sono
spazzate dal vento e la luna
bianca e fredda inargenta
con luce spettrale tutta la
piazza.
Si odono dei passi sulle
pietre. Uomini in frac e
bastone passano a braccetto
di donne bellissime e
svaniscono nella nebbiolina
d’ottobre. Fantasmi.
Silenzio profondo rotto
dallo sgocciolìo dell’acqua
che cade da una grondaia.
La piazza è tutta un
luccichìo di opalescenze e
di veli, di cristalli e
trine d’argento. Il negozio
ha chiuso le griglie. Adesso
il vecchietto è scomparso,
come uno spirito elementare,
su per la cappa del camino.
GENNAIO 1983
SERA D’AUTUNNO
Un pomeriggio di ottobre
avvolto in un tepore
nebbioso. Nella luce gialla
ci sono solo distese di
stoppie sui campi. L’autunno
strappa brandelli di anima
intorno a me.
Nel cielo chiaro si perde il
vapore che esce dai tetti
degli essiccatoi. E su
questo cielo bianco vado
scrivendo i miei pensieri.
Le bacche rosse della
dulcamara formano delicate
filigrane lungo il fossato.
Una ragazza sta appoggiata
al parapetto del ponte e
guarda l’acqua.
La stradina scende fra alte
file di cardi spinosi. Erbe
stravaganti crescono
dappertutto e un odore acido
proviene dai mucchi di rape
marcite. La foschia
addolcisce i profili,
allungando le distanze.
Quando arrivo al villaggio
mi appare accucciato,
surreale, semisommerso da
fasci di rampicanti. Il
silenzio è assoluto, pauroso
fra quelle vecchie pietre.
La vegetazione rigogliosa in
certi casi arriva fino al
primo piano.
In questi posti si diceva
che una volta si davano
convegno i satanisti.
Oltrepasso due paracarri di
granito e cammino su un’aia
piena di erbacce. Tini
sfasciati e marciti stanno
lungo un vecchio edificio di
mattoni pieno di inferriate.
Rivedo la vecchia scuola
celeste, alta e sbilenca. La
casa con le finestre verdi
dove abita una ragazzina con
le trecce e le calze rosse.
Calpestando coperchi di
latta arrugginiti mi
avvicino all’abitazione del
signor Nadir e chiamo ad
alta voce:
“Ehi, signor Nadir, signor
Nadir!”
Mi risponde solo l’eco delle
vecchie case. C’è il rumore
di un’imposta che sbatte fra
i grossi nidi di vespe sotto
il tetto.
Il sole rossastro e come
sfocato sta per scomparire
dietro agli edifici. Cammino
fra i rovi che intralciano
l’andatura.
Un rumore improvviso fra
l’erba mi fa sussultare, e
un gatto grigio fugge sui
tetti di alcune baracche.
“Ehi, ma non c’è nessuno
qui? Signor Nadir! Siete
andati via tutti?”
Lontani nella brezza
arrivano i rintocchi di una
campana. Proseguo oltre un
roseto guardando il pozzo
coperto, le finestre murate,
le stalle crollate e in
rovina. Tutto appare in
sfacelo, abbandonato da
lunghissimo tempo.
La sera che scende accresce
il senso della sconfitta e
della disperazione e mi
avvio al ritorno.
Fra i vecchi meli contorti
incontro una donna dai
colori dell’autunno.
I983
LA STREGA
La vecchia Peggy morì in un
nebbioso pomeriggio di fine
dicembre. Era piccola e
zoppa e la gente diceva che
per tutta la vita aveva
fatto le stregonerie.
La sua casa quel giorno è
grigia e fredda. I pochi
parenti venuti per il
funerale sono in attesa, in
piedi nella piccola cucina.
Io sono stato uno dei pochi
a vegliare la salma e ad
assistere agli spaventosi
fenomeni che si sono
verificati.
Alle quattro e trenta della
sera una nebbia densa fuma
per la via impedendo di
vedere a pochi metri.
Chiudiamo le imposte e
mettiamo il catenaccio alla
porta della cucina che
comunica con il portico di
lato, pieno di buio e
nebbia. Il freddo è
fastidioso nonostante
l’umidità fuori che rende
opachi i vetri.
Il cugino Jerome lavora per
accendere una stufetta di
ferro mentre lo zio si frega
le mani per riscaldarsele.
La parentela fra noi è molto
lontana e ci conosciamo
poco. Le foto ovali appese
alle pareti sono di
personaggi con baffoni e
donne d’altra epoca morti
tanto tempo prima cosicché
nessuno li ricorda.
Finalmente arriva un po’ di
calore.
Zia Betta, la sorella di un
cognato della morta deve
andare via e si fa
accompagnare dallo zio, così
restiamo io e il cugino.
Egli, un uomo di quarant’anni
con baffetti e cravatta sta
seduto rigido sul divano.
Un poco più tardi sentiamo
dei rumori di ferraglia di
sopra e decidiamo di andare
a vedere. La scala di legno
è stretta e ripida. La casa
è formata di tre stanze: una
sotto e due al piano
superiore dove è stata
composta la salma.
La lampadina posta sopra la
testa della morta si accende
e si spegne a intervalli
irregolari. Giro più volte
l’interruttore ma questo non
serve.
Il cugino Jerome scende in
cucina perché quassù il
freddo è intensissimo ed io
lo seguo. Il suo volto è
nervoso e molto pallido.
Nuovi rumori, questa volta
come di porte che vengono
aperte o armadi che vengono
strascicati mi costringono a
risalire.
Il velo con cui è ricoperta
la salma è pieno di macchie
marrone. Odore acido
ristagna nell’aria. Il viso
della morta ha scoperto i
denti.
In cucina bevo dalla
fiaschetta che Jerome ha
portato con sé. Nessuno di
noi intende servirsi dei
bicchieri o di altre
stoviglie.
Due ore più tardi il mio
compagno si è appisolato. Io
ascolto sempre più
preoccupato i sibili, i
gemiti, accompagnati dal
calpestìo dei topi.
Una bottiglia si rompe
improvvisamente da sola
rovesciando il latte sul
pavimento. Proviamo a pulire
con uno straccio trovato nel
secchiaio. Anche lo specchio
in cucina che prima era sano
ora appare segnato da una
spaccatura.
Gorgoglìo di acqua che bolle
al primo piano. Il freddo va
aumentando e compaiono delle
strisce di fumo brune,
visibili controluce.
Il gorgoglìo si fa più
intenso e il pavimento di
mattoni si va coprendo di
viscidume specie negli
angoli. Io e Jerome non
sappiamo che fare.
Uno schianto secco
proveniente dalla credenza
di legno davanti a noi.
Fetore di uova marce.
Un secondo rombo spaventoso,
di sopra questa volta, ci fa
sussultare. É come se la
cassa si fosse rovesciata.
Ci guardiamo allibiti.
Nel silenzio adesso si odono
passi duri e meccanici sopra
la nostra testa. I passi
vanno verso la scala, e
incominciano a scendere.
Una schiuma rossa viene giù
ribollendo dai gradini.
Di corsa alla porta per
uscire fuori con il buio e
l’inferno nella stanza
dietro di noi. Alle due di
notte abbandoniamo la casa.
Durante il funerale in
chiesa dalla cassa cola un
liquido scuro che scende sul
catafalco.
Circa un mese dopo in un
giorno di sole sul vialetto
del cimitero sono
infastidito da un ronzio di
mosche e altri insetti.
Un liquame puzzolente cola
dal loculo dove è sepolta la
zia. La cassa deve essere
scoppiata lì dentro, e
sciami di mosconi volano
nell’aria e stanno attaccati
al muro.
1983
L’UOMO NEGATIVO
“Oh, barone Pedrotzky,
buongiorno!”
Così il mio amico aveva
salutato l’uomo che stava
per entrare nel piccolo
negozio di pipe.
Era di luglio, faceva un
caldo insopportabile e le
tende alla finestra erano
tutte abbassate. Le mosche
ronzavano senza sosta nella
penombra.
La porta a vetri era alle
mie spalle così non lo vidi
subito. Mi voltai e Cristo,
non avevo mai visto niente
di simile.
Per non lasciar trasparire
la mia sorpresa toccavo le
pipe che avevo da provare.
Ma quell’uomo, aveva anche
il nome appropriato.
Era piccolo, grasso, zoppo e
calvo.
Quando si avvicinò al banco
notai che portava
l’apparecchio acustico dei
sordi, oltre che due spesse
lenti negli occhiali.
Mai visto un individuo
simile, per diavolo. Mentre
parlava con il mio amico
tabaccaio, che a quanto pare
lo conosceva bene, sentii
che era anche balbuziente.
Salutai tutti e uscii alla
svelta per non ridergli in
faccia.
La prossima volta che andai
a trovare il mio amico, gli
chiesi chi fosse quel tizio.
“Ma come, non conosci il
signor barone Pedrotzky?”
fece lui.
Non lo avevo mai visto prima
e quando lo rividi, era
morto.
Era seduto grasso e deforme
su una sedia sotto un
portico. Il caldo era
asfissiante e aveva mosche
sulla bocca e dentro il
naso. Lo avevano sistemato
là provvisoriamente perché
era deceduto mentre giocava
a carte all’osteria.
Quando arrivarono i
familiari gli sfilarono
l’orologio e l’anello.
Quelli delle pompe funebri
portarono una cassa
provvisoria e ce lo misero
dentro. Ma era pesantissimo
e nel sistemarlo i vestiti
si attorcigliarono su per la
schiena.
Da un barbiere furono presi
dei giornali sportivi per
metterglieli sotto la testa
come cuscino, perché
assumesse una posizione più
decorosa.
In cimitero poi, ero
presente quando ce lo
portarono. La cassa nuova di
zecca color marrone chiaro
luccicava sotto il sole.
Sennonché l’impresa di
sistemarlo nel loculo non fu
affare da poco.
I becchini incolpavano il
falegname, questo scaricava
la responsabilità ai
muratori. La cassa per pochi
centimetri non entrava nel
loculo.
Si provò di traverso, in
diagonale. La tomba di
famiglia era stretta,
l’apertura mal sistemata.
Un operaio andò a prendere
la sega.
Segarono, sotto gli occhi
preoccupati dei parenti, i
quattro angoli della cassa
badando a non intaccare la
salma.
Fu spinto dentro a forza di
sbuffate e si tirò su il
muretto con la malta
indurita. I pezzi della bara
però, furono lasciati a lui
e messi all’interno del
loculo.
1983
GIOCO INFINITO
Una notte di agosto mi trovo
di passaggio in un paese di
campagna.
Nella via principale stanno
alcune persone sedute
davanti alle vecchie case.
La notte è umida e fosca.
Raggiungo a piedi la mole
nera e mastodontica della
chiesa in periferia e sto
per tornare quando odo le
note dolci di un organetto.
Proseguo fino alle chiuse di
un fiume e intravedo in
mezzo a un campo una giostra
luccicante che gira, con
della gente intorno.
Attraverso una piazzetta
circolare immersa nell’ombra
della chiesa. Nel cielo le
costellazioni dell’estate si
sono spostate più a ovest.
Da sotto un arco si passa in
un lungo androne che sbocca
vicino al campanile. A
sinistra si stende il
cimitero con grosse lapidi
fuori uso appoggiate lungo
il muro in attesa di essere
rimosse. In mezzo a un
grande spiazzo la giostra
piena di lustrini gira al
suono di una musica un po’
triste.
Sull’erba sotto le lampadine
colorate si scatena a
ballare una biondina. Ha il
vestito rosso e corto e lo
sguardo acceso. Ogni tanto
invita i presenti ad
avvicinarsi per fare uno
strano gioco. Fuori
dall’alone di luce della
giostra la notte è scura
come un forno.
Un ragazzo del gruppo si
avvicina emozionato mentre
lei ride bella e provocante.
Il gioco è questo: il
ragazzo deve ripetere i
gesti che lei compie per
prima.
Si mettono l’uno di fronte
all’altra.
La ragazza alza lentamente
il braccio e il suo bel
volto assume un’espressione
seria e concentrata. Gli
posa una mano sopra la testa
e anche il ragazzo mette la
sua mano sulla testa di lei.
Adesso la ragazza abbandona
lentamente la mano fino a
posargliela sulla spalla.
Il ragazzo a questo punto ha
uno scatto nervoso e si tira
indietro. Il campanile alle
nostre spalle batte undici
sonori rintocchi.
La giostra gira, gira,
semivuota e la musica si
perde nella notte.
La ragazza chiama un altro.
Questo dapprima indeciso
finalmente acconsente.
I gesti si ripetono ma con
più tensione e senso si
attesa nelle facce dei
presenti. Tutti seguono in
silenzio il gioco. É come se
dovesse accadere un prodigio
da un momento all’altro.
La mano sulla testa. Poi
sulla spalla destra... Sulla
sinistra…
Ma anche costui a questo
punto si ritrae prima che il
gioco sia finito.
“Chi viene, chi viene al suo
posto?” grida la ragazza. Si
muove tutta ed è nuda sotto
il vestito rosso stretto
attorno al suo corpo. É
eccitante e pericolosa.
Un nuovo giocatore spinto
dagli amici si avvicina. Si
dimostra guardingo anche se
non riesce a trattenere la
sua curiosità.
Lei, come prima ha smesso di
ridere e messasi di fronte a
lui lo guarda negli occhi.
Si scioglie in un movimento
lento fino a posargli la
mano sul capo, ed è come se
compisse un rito...
Il ragazzo ripete il gesto.
Ora si sposta sulla spalla
destra... L’espressione di
lei è di furberia e
lascivia. Piano sulla spalla
sinistra... Sul fianco...
Un urlo di terrore esplode
fra di noi. La musica muore
con una nota sfiatata... Le
luci ondeggiano.
Nuove grida e rumori di
passi che si allontanano di
corsa. Sono scaraventato a
terra e rimango
nell’oscurità per non so
quanto tempo.
Quando mi rimetto in piedi
cammino alla cieca perché il
buio è assoluto intorno a
me. Ora c’è un grande
silenzio e si ode solo il
coro lontano dei grilli.
Provo a spostarmi in tante
direzioni ma non riesco a
raggiungere il muro ed è
impossibile uscire.
Nei fumi dell’alba la
campagna si stende irreale
davanti a me. Il terreno è
fradicio di umidità e i miei
vestiti sono tutti
infangati.
Non c’è più nessuno, nemmeno
la giostra. Sull’erba
calpestata ci sono solo
alcune tracce nere di
bruciato.
1983
DANZA MACABRA
Sulla provinciale per Anfin
c’è, nascosta dai cespugli
di sanguinella, una stradina
bianca in discesa.
Quando la vidi per la prima
volta mi sembrava di
conoscerla già, di averla
percorsa in una vita
precedente.
Nella sera di fine estate il
sole tramonta in un lago di
sangue. Nelle fattorie
buttano in aria il mais con
le pale per liberarlo dalla
pula. Le stoppie si levano
nei campi dentro vortici di
vento.
Poi all’improvviso il vento
si quieta. Il sole manda i
suoi raggi in uno scintillio
di luci. Pesanti tendaggi
rosso cupo e nubi a forma di
capelli si stendono nel
cielo.
Un gregge di pecore e capre
avanza fra il rumore dei
campanacci. Davanti c’è un
pastore vecchissimo, alto e
barbuto, che cammina
appoggiandosi ad un bastone.
“Buonasera. Dove porta
questa strada?” chiedo.
Senza parlare indica col
bastone una targa
arrugginita: “Località
Vignalon”.
La polvere sta sollevata
nella stradina serpeggiante
fra i fossati. Qui la
campagna si fa più immensa,
mi sovrasta nella sera
stregata. Discendo per la
stradina, e subito mi pento
di averlo fatto, ma solo per
poco.
Ancora la campagna nella
sera infinita. Arrivo a un
bivio e giro a caso verso
destra.
La strada diventa stretta,
tortuosa. Tutto si va
incupendo adesso. Dopo una
salita arrivo su un
ponticello.
É tutto così strano stasera.
Il fiume compie anse e
giravolte, prima di perdersi
nel folto.
Laggiù dopo una lunga curva
c’è una donna con i capelli
bagnati in piedi sulla riva,
e guarda l’acqua.
É solo un’illusione, mi
accorgo poco dopo. Si tratta
di un salice contorto e una
lapide piantata proprio
sulla riva. Mi fermo a
guardare; sulla lapide
coperta di licheni si legge
appena un’iscrizione: Sonya
Greeder n.1844 - m.1863.
Guardo dietro di me il ponte
di mattoni, il bosco di
pioppi. Proseguo ancora…
La strada si restringe e
diventa un sentiero.
Le prime case che vedo sono
fattorie grosse e senza
segno di vita. Aie desolate.
Rumori e cigolii mi fanno
voltare di scatto. Un
secchio rotola da solo su
un’aia vecchia di mattoni.
Poi incominciano i salici. O
meglio si fanno più fitti
con tronchi decrepiti e
squarciati che restringono
ancor più il sentiero.
Incontro uno zingaro con un
violino e lo oltrepasso
senza guardarlo.
C’è una congrega di streghe
con i larghi cappelli a
cono, radunate in aperta
campagna. Cantano, fanno
incantesimi, o alzano la
gonna per orinare contro i
salici.
Le streghe intonano una
cantilena, ripetitiva e
monotona che finisce in un
coro dove mi sfuggono sempre
le ultime parole: “Per chi
versa la brodaglia -- -- Ah
Ah Ah. Per chi beve la
brodaglia -- -- Ah Ah Ah.”
Una ragazza vestita di
bianco cammina da sola per
il sentiero. É bella ed
esile.
Anche se è la prima volta
che la vedo, mi sembra di
conoscerla già, di
conoscerla da sempre e di
essere atteso al varco da
uno strano destino.
In questo momento le streghe
ridono tutte in coro e poi
riprendono a cantare.
La ragazza ha gli occhi
verde chiaro che emanano una
luce intensa. Le labbra sono
grosse, sensuali e molto
rosse.
“Qual è il tuo nome?” le
chiedo andandole vicino.
La ragazza ha un sussulto e
un sussurro profumato che
non mi riesce di
comprendere.
Ora c’è una nebbia di luce,
una cristallinità dorata e
verde che rischiara le cose
con un chiarore di cipria.
Le streghe hanno smesso di
cantare. C’è solo un grande
silenzio intorno a noi
adesso.
Mi ricordo di dover dire
alla ragazza una cosa
importante, molto
importante, ma cosa?
“Negli occhi celesti c’è il
cielo...” mormoro
trasognato, “ma in quelli
verdi c’è il mare...”
Lei mi prende per mano e mi
attira verso una casa.
Ci sono ortiche giganti in
un cortilaccio. Da una
finestra della casa lassù
escono pipistrelli e ci sono
ragnatele lunghe e oblique
davanti alla porta.
Le streghe hanno ripreso la
loro cantilena.
Il primo bacio è una discesa
nel vuoto, una sensazione di
assenza... Mai come
nell’amore, penso, l’uomo è
così vicino alla morte.
Le streghe cantano al suono
di un violino stonato, forse
intessendo un destino;
l’oscurità, il calore di lei
e poi la notte.
1983
GIOCHI DEL VENTO
Una giornata ai primi di
aprile a passeggio con un
amico d’infanzia.
Il vento gioca nell’erba e
fra i capelli. L’aria è
dolce e si beve come un
vino.
Nei boschetti con la loro
accoglienza umida e
frusciante si perdono i
nostri passi. Per il
sentiero incontriamo il
vecchio Ector ottantenne che
sta avanzando in bicicletta.
“Oh, caro Ector, sono felice
di rivedervi...”
“Non ho tempo, non ho tempo”
prosegue il vecchietto con
gesti della mano. “Le viti,
devo finire di potare...”
Il vento stormisce e ci
porta frescura, profumi di
foglie nuove, di stagni dove
l’acqua si increspa in
ondine.
Di passaggio diamo
un’occhiata alla fornace
abbandonata. É tutto
deserto: nei camminamenti,
dentro le gallerie di
cottura e nei fumaioli, il
vento ha un sibilo modulato
e incessante mentre solleva
una polvere scura.
La casetta con i glicini è
chiusa. I muri sono
abbaglianti e poi cupi al
passare delle grosse nubi
davanti al sole. Nubi
isolate e immense che
corrono nel cielo.
Il mio amico dice qualcosa
guardandole, ma le sue
parole fuggono nel vento.
Passando dalla casa del
fabbro entriamo dal portone,
con un cenno d’intesa. Il
cortile è ingombro di
ferraglia, da dove
fuoriescono rivoletti rossi
di ruggine. Echi di rumori
lontani.
“Ehi, Septimus, una parola
sola e poi ce ne andiamo.”
Si odono colpi di martello
al primo piano di una
baracca e sbraitare di voci.
Finalmente la finestra si
spalanca e va a sbattere
contro il muro. Escono
riverberi e la testa del
fabbro sopra il grembiule di
cuoio:
“Non ora! No, adesso non ho
tempo! Un altro giorno,
passate un altro giorno...”
Proseguiamo per il sentiero
dei campi dove le margherite
occhieggiano bianche tra i
fiori gialli dei soffioni.
Lungo il fiume dove l’acqua
ha brividi vanno a cadere
come neve i petali del
vicino frutteto.
I meli sono innevati di
fiori e la lana bianca dei
soffioni si stende sotto di
loro. Petali bianchi
galleggiano sull’acqua del
fiume, rotolano fra l’erba
trasportati dalle folate del
vento.
Inoltrandoci ancor di più
nei campi arriviamo alla
casa del pastore dove
formiche grosse e nere
corrono su per i muri.
Il sentiero ha una curva che
toglie la visuale e poi la
prossima casa appare.
Il vento non si sente più.
Lo sentiamo ululare adesso
dietro la casa che fa da
riparo.
É abbandonata,
probabilmente, una delle
tante che si incontrano
nella campagna. Da chi era
abitata? Non eravamo mai
arrivati fin qui prima
d’ora.
Nel cortile soleggiato il
tempo sembra essersi
fermato. Solo le nubi
bianche si muovono nel
cielo.
Restiamo in silenzio a
guardare la pietra
all’angolo, le finestre
semichiuse, i vasi di fiori
allineati lungo i muri.
“Forse ci abita qualcuno.”
Stiamo per andarcene quando
un gatto color arancio ci
corre incontro. É uscito da
sotto una tavola marcita del
portone e adesso ci segue.
Proviamo a prenderlo ma
senza riuscirci. Il vento
oltre l’angolo riprende a
investirci disperdendo
perfino i nostri pensieri.
Alla prossima svolta, poiché
il gatto ci segue, decidiamo
di tornare indietro per
riportarlo al suo posto.
Davanti alla casa ci prende
ancora la stessa sensazione
di prima, ma con maggior
forza. É accaduto qualcosa.
Il tempo qui si è fermato.
Ci avviciniamo di più, ma le
finestre semichiuse, i vetri
sporchi non lasciano
intravedere niente.
“Forse qui abita una
vecchia...” dice il mio
amico guardando su una
targhetta sbiadita. Prova a
toccare la porta sotto la
vite, ed è solo accostata.
“É permesso? Possiamo
entrare?”
Silenzio. Il gatto si
accarezza e fa le fusa sulle
nostre gambe.
É abbandonata, penso,
entrando. E sono accolto da
una sensazione di buio e
umidità sgradevole.
Poi vedo un attaccapanni,
una sedia. No, forse ci
abita qualcuno e chiamo di
nuovo. Restiamo in attesa ad
ascoltare l’ululato e i
mille scricchiolii del vento
all’esterno della casa.
C’è una strana quiete qui
dentro. C’è troppa quiete e
nessun segno di vita.
Il gatto si è infilato in
una porta e lo seguiamo.
Una cucina piccola, con una
tavola di marmo e due
finestre dalle quali entra
la luce di fuori.
“Se ne sono andati lasciando
qui quello che non serviva
più. Saliamo di sopra.”
Una scala strettissima e poi
un profumo di cose care che
non so definire.
“Ma c’è qualcuno qui!”
esclama l’amico davanti a me
e si gira per tornare
indietro, ma anch’io voglio
vedere. Mi lascia passare e
si ferma completando la
frase: “O almeno c’è stato.”
Una stanzetta da letto.
Tutto è intimo, profumato,
raccolto. Dei vestiti da
donna appesi a un gancio,
vestiti frivoli e colorati.
Il profumo è intenso qui,
impregna la stanza come una
presenza. Dei capelli biondi
su un lungo pettine nero
posato su una mensola. Uno
specchio ovale, un
portaspilli sul cassettone.
E ninnoli, cagnolini di
stoffa o di vetro,
suppellettili come
giocattoli distraggono
l’attenzione intorno. Tende
soffici come veli, un
vestito bianco buttato sul
letto disfatto.
“Andiamo via...”
Ma non ci sono altre porte.
Il resto dei piani superiori
della casa è occupato dal
fienile.
“Andiamo via, può tornare da
un momento all’altro.”
Chi? Sì, ce ne andiamo e non
riusciremo a incontrarla.
É una giornata di aprile e
forse lei si è persa nel
vento.
SETTEMBRE
1983
LA CASA STREGATA
Al numero 177 di via S*** in
V*** c’era, e forse c’è
ancora, una casa stregata.
Dopo alcune lettere e
telefonate fra il mio amico
Rochefort e la proprietaria,
in un pomeriggio di una
domenica di dicembre
arriviamo puntuali
all’appuntamento.
“Napoleone. Napoleoneee.”
Un gatto spelacchiato appare
e la vecchia vestita di
grigio lo chiama stando
davanti alla porta.
“Eccola è quella” dice
Rochefort indicandola.
Una casetta bassa e
scolorita non allineata con
le altre.
“Sembra una casa normale”
osservo.
“É stregata!” mormora.
“Finalmente, signor
Rochefort” dice la vecchia
signora con voce lamentosa
accompagnandoci in cucina,
attraverso una saletta.
Dovunque c’è sporcizia:
piattini con resti di cibo
per il gatto, ragnatele,
calcinacci sul pavimento.
“I miei guai sono arrivati
fin qui” prosegue
indicandosi il naso “quando
saliranno ancora per me sarà
la fine...”.
Una corrente d’aria fredda e
fetida si sente
improvvisamente,
accompagnata da un forte
odore di etere e di muffa
che però non è muffa.
“Ecco. Sentite? É questo
odore... che mi ha rovinato
la salute. Dapprima mi sono
rivolta ai medici, ho qui i
risultati delle analisi.” Ed
estrae un fascio di cartelle
che porge a Rochefort.
“... Globuli rossi superiori
al normale... un soffio al
cuore ma non dà disturbi...
operata di ulcera quindici
anni fa... Non c’è niente
che possa far pensare a
stati patologici...”
“Anche i medici non hanno
saputo fare una diagnosi;
eppure soffro per molti
disturbi: continuo a
deperire, mi sento sempre
bruciare internamente, non
posso stare sdraiata sul
divano né a letto;
ultimamente sono dimagrita
di venti chili. All’inizio,
in casa avevo cominciato a
sentire delle vibrazioni;
come se fosse corrente
elettrica. Sentivo
l’elettricità toccando gli
oggetti metallici, nelle
pentole per esempio. Trovavo
pezzi di spago, strisce di
stoffa intrecciate e piene
di nodi. Ce n’erano
dappertutto... Anche
fazzoletti con degli spilli
appuntati. Gli oggetti si
spostavano, o comunque non
erano dove li avevo
lasciati. Gli occhiali del
mio povero zio suicidatosi
quindici anni prima
cambiavano continuamente
posto. Allora sono arrivati
i ladri che hanno portato
via tutto, e quello lasciato
lo hanno rovinato. Ma le
serrature erano intatte. Ho
avvisato la questura, ma non
hanno saputo che fare.”
Rochefort ha cominciato a
prendere appunti su un
taccuino: “Continui.”
“Sono tornati i ladri, per
sette volte...” Si mette a
piangere.
Quando riprende a parlare,
comincio a rendermi conto di
trovarmi di fronte a un caso
di natura ignota e solo la
presenza rassicurante del
mio amico Rochefort mi dà il
coraggio di restare.
“I fiori qui dentro
avvizziscono, i cibi si
guastano, l’acqua diventa
rossa, la cera nera...”
Rochefort si sposta verso
l’acquaio e riempie un
bicchiere di acqua. Questa
dapprima scende limpida ma a
poco a poco il bicchiere si
riempie di particelle
rossastre.
“Può essere ferruginosa?”
intervengo io.
“Può essere” conferma
Rochefort.
Allora la vecchia si alza e
ci porta alla ghiacciaia.
Del cibo ammuffito e del
burro, anche questo
ricoperto di una strana
muffa rossa.
“Da quanto tempo questa roba
è qui?”
“Da questa mattina! Non
posso tenere niente in casa
e sono costretta ad andare a
mangiare fuori anche se
tutta la gente mi evita.”
Tornati in cucina indica
delle macchie sulla parete
che prima non avevo notato.
Il muro in certi punti
sembra diventato scuro e
poroso come per la troppa
umidità. Un centopiedi
grosso come non avevo mai
visto cammina fino a
scomparire sotto una crosta
della parete.
“Guardate quelle macchie. E
gli insetti schifosi. Ce ne
sono milioni, sapete? Topi,
lumache, scarafaggi,
scorpioni infestano la casa.
Ho fatto arrivare
l’assistente sociale,
l’ufficiale sanitario, ma
nessuno ha saputo fare
niente. Nemmeno un prete che
ha benedetto la casa è
servito. Allora mi sono
rivolta a una chiromante e
dopo a una maga.”
“Che cosa ha detto
quest’ultima?”
“All’inizio non voleva
ricevermi; poi è venuta qui,
ha fatto degli esorcismi, è
tornata a rifarli, ma è
stato tutto inutile.”
Il giorno seguente la nostra
mèta è ancora la casa
stregata della vedova
Bonnet.
Credevo di poter esaminare i
fatti con obiettività questa
volta, invece, dopo pochi
minuti l’atmosfera
intossicata della casa e i
modi isterici della donna
hanno il sopravvento sui
miei nervi.
“... La notte ho sognato di
essere all’interno di buche
profonde, e al mattino ho
trovato pezzi di fegato
nell’orina. In poco tempo i
fiori sono diventati tutti
secchi.”
Ci sono infatti vasi con
gerani, cactus e altre
piante che paiono come
pietrificate.
“Li ho mostrati a una
veggente. Volevo portarli
dal prete ma me lo hanno
impedito, non mi permettono
di entrare in canonica, solo
in sagrestia. Ho mostrato
anche questo alla veggente,
guardate...”
Sono grosse setole, denti di
pettine, piume. Restano
attaccate ai materassi come
per magnetismo.
Io non me la sento di
toccare, ma Rochefort prova
più volte a lasciare andare
queste immondizie ed esse si
comportano proprio come se
fossero calamitate.
“Da tanto tempo compaiono
dei corpi estranei nelle
trapunte, nei materassi.
Pezzi di sapone, candele,
gomitoli, corone di piume.
Ne ho trovati tanti, ma
adesso devo evitare questi
luoghi,” indica il divano e
il letto, “perché mi sono
diventati ostili. A volte
sento quell’odore cattivo di
olio rancido e mi sento
bruciare bevendo l’acqua.”
Spesso si percepiscono scie
di freddo passarci accanto,
correnti d’aria gelide e
improvvise. Ci guardiamo
intorno, ma porte e finestre
sono chiuse.
“Ultimamente ho fatto
mettere chiavistelli nuovi e
ho cambiato due volte le
serrature” dice con voce
sconsolata la donna, “ma non
è servito.”
La stessa sera siamo
chiamati di nuovo a casa
della vedova Bonnet che
chiede con urgenza il nostro
aiuto.
Arrivati subito dopo, la
troviamo quasi fuori di sé
per lo spavento, mentre
seguita a ripetere:
“Là, nel ripostiglio, sono
entrata e ho visto... ho
visto...”
Scopriamo una bambola senza
braccia, di stoffa celeste,
trafitta di chiodi, con
penne che fuoriescono dal
sesso e dagli occhi, dentro
un piatto contenente acqua
putrida, pepe, capelli e
altri ingredienti.
Alcuni giorni più tardi la
vedova Bonnet muore, e né la
sorella né i medici sanno
spiegare la causa del
decesso.
AGOSTO 1982
OMBRE
“Ecco, lei può sistemarsi
qui” dice il vecchio
precedendomi su per la scala
ripida.
Entro in uno stanzone lungo
pieno di finestre. Alle sei
di sera, con tutti gli
alberghi strapieni per la
annuale fiera del paese,
posso ritenermi fortunato di
aver trovato da passare la
notte in questa fattoria.
“Chi ci dormiva qui?”
chiedo.
“Nessuno, una volta era la
stanza usata per essiccare
la frutta. In quell’angolo
c’è una brandina ripiegata
con delle coperte.”
Ringrazio e gli metto in
mano alcune banconote.
Quando sono solo mi affaccio
a una finestra con le
inferriate. Il sole di
ottobre giallo come una
cotogna sta per tramontare
là in basso. Sciami di
moscerini danzano al calore
degli ultimi raggi. I campi
hanno una luce strana e i
mattoni della stanza
rosseggiano sotto la luce
dorata. É tutto pieno di
polvere qui. Chissà da
quanto tempo non ci veniva
qualcuno.
Mi preparo il letto per la
notte, dispiego le coperte e
per ultimo provo a
distendermi per sentire come
si sta. Bene. Le coperte
sono scure e ruvide, la rete
sotto è ricurva ma è sempre
meglio di niente.
A occhi aperti penso al
viaggio faticoso che ho
fatto, faccio programmi per
il giorno successivo. Tra
poco scenderò giù in paese
per mangiare qualcosa, poi a
letto e domattina presto...
Sono svegliato di
soprassalto da uno schianto
sul pavimento e apro gli
occhi. Lo stanzone è
imbiancato dal chiaro di
luna che entra dai
finestroni. Fa un freddo
pungente. Perbacco, ero
talmente stanco che devo
essermi addormentato. Che
ora sarà? Fa troppo freddo
per alzarmi ma non ho più
sonno ormai.
Rimango sdraiato. La luna
rende luminoso lo stanzone
entrando dalle finestre,
disegna le ombre distorte
delle inferriate, dei
graticci rotti, delle tele
di sacco squarciate e
penzolanti. Per farmi venire
sonno conto le grosse travi
sotto il tetto: una, due,
tre, quattro, cinque, sei...
Un sommesso grattare, come
se qualcuno raspasse a
intervalli. Topi. Chissà
quanti ce ne sono quassù.
Un lieve sussurro si ode
adesso. Resto immobile, in
ascolto. Silenzio assoluto.
Passa ancora del tempo.
Guardo da una parte e poi
dall’altra. Il lungo
stanzone è completamente
vuoto. Vedo le file dei
pilastri di mattoni perdersi
nel buio, il pavimento pure
di mattoni incurvato, le
capriate delle grosse travi
di legno...
Un borbottìo basso e
profondo proviene dal fondo
della stanza.
Balzo a sedere sul letto.
Forse è il proprietario che
ha dimenticato di dirmi
qualcosa. Ma come è
possibile a quest’ora di
notte!
“Chi c’è là?” E la mia voce
si perde in quel grande
ambiente.
Mi alzo e vado verso le
finestre. Guardo la stanza
che appare completamente
illuminata e vuota. Allora
vado a controllare la porta.
É fatta di tavole di legno
malsquadrate. Alzo il
saliscendi e guardo giù per
la scala. Buio assoluto.
Rinchiudo fissando il
saliscendi con uno spago che
sta attaccato lì. Fa troppo
freddo per indugiare e
ritorno a letto sotto le
coperte.
Dopo un po’ di tempo la voce
grave risuona ancora in
fondo alla stanza.
Con gli occhi sbarrati
guardo da quella parte e
trattengo il respiro per
ascoltare. É un borbottìo
basso, lento, indistinto.
Proviene dalla parte opposta
alla porta, là dove c’è solo
il muro senza finestre. Il
borbottìo si fa più forte e
vedo distintamente un’ombra
alta e scura con il
mantellino e il cappello da
viaggio che avanza verso di
me. Resto paralizzato dalla
paura. Istintivamente mi
tiro su le coperte sperando
che non mi veda, che non si
accorga di me. Però mi sento
ancora più in pericolo e
guardo di nuovo.
Ancora l’ombra distintissima
con la faccia scura e regge
un pacco fra le mani. Quando
passa davanti alla finestra
crea l’ombra sul pavimento.
Si dirige verso la porta
passando in fondo al mio
letto, e quando è vicina non
posso trattenere il
movimento brusco di alzarmi.
Ma mi arresto di colpo.
L’ombra prosegue e pare non
avermi sentito. Il fatto che
mi ignori completamente mi
fa tornare un po’ di
coraggio.
Un’altra ombra va verso la
prima. Da dove è venuta?
Tutto si svolge rapidamente
e in un silenzio di tomba.
Non le sento muoversi né
camminare eppure agiscono
come esseri veri e come
corpi opachi creano l’ombra
sul pavimento.
Insieme si dirigono verso un
punto nella stanza.
Vedo che mettono la cosa che
la prima ombra reggeva in
mano, in un punto là in alto
e poi vedo che mettono dei
mattoni.
Lavorano insieme e io nel
frattempo guardo in alto per
trovare un punto di
riferimento. Conto le
travi... è sotto la
sedicesima trave a partire
dalla porta.
Quando guardo di nuovo le
ombre sono scomparse e posso
pensare che non sono mai
esistite.
Sento il cuore che batte e
il sudore freddo corrermi
lungo il corpo. Respiro
profondamente per tornare a
calmarmi. Più tardi provo a
chiudere gli occhi.
La luce grigia dell’alba
entra dalle finestre
rivelando tutto lo squallore
del vecchio granaio. Subito
mi ricordo di quanto è
successo e corro a
controllare il muro sotto la
sedicesima trave. Non c’è
nulla da vedere. Solo un
muro di vecchi mattoni...
Ma... i mattoni, là in alto,
sono inseriti in maniera
differente che tutto
intorno. Sono tenuti insieme
sempre dalla malta, però
sono posati uno sopra
l’altro e non intercalati.
Questo per uno spazio di
circa mezzo metro quadro.
Quando scendo trovo il
vecchio che dà da mangiare
agli animali nel cortile.
“Piuttosto freddo stanotte,
vero?” dico con
indifferenza.
“Sì, abbastanza.”
“Ma ho dormito bene
ugualmente. A proposito, chi
ci abitava in quella
stanza?”
“Nessuno, le ho detto che
era una stanza usata per
essiccare la frutta.”
“E allora perché c’era una
branda?”
“Ah, quella; sì
saltuariamente ci veniva a
dormire un girovago...”
“Un girovago?” chiedo con
interesse. “Lei se lo
ricorda bene? Potrebbe
descrivermelo?”
Il vecchio mi guarda
sospettosamente: “Bah, era
un tipo magro che amava le
fiere.”
“E quando è stato qui
l’ultima volta?” chiedo.
“Oh. Almeno quarant’anni fa.
Ma perché le interessano
queste cose?”
“Niente. Pura curiosità.”
Porto il discorso sulla
fiera, sul tempo, poi do una
mancia e me ne vado.
Dentro di me ho il fermo
convincimento che ritornerò
un giorno. L’uomo magro era
il fantasma dello zingaro, e
l’altro chi poteva essere?
Forse un suo complice. Che
cosa avranno nascosto di
notte dentro il muro?
Dell’oro, dei documenti, o
forse le prove di un
delitto?
Questi interrogativi
restarono senza risposta.
Alla fiera feci numerosi
affari e conobbi una ragazza
che in seguito divenne mia
moglie. Ci trasferimmo
lontano da quel paese e il
lavoro, la casa e la
famiglia fecero passare gli
anni quasi senza che me ne
accorgessi.
Non sono più tornato in
quella fattoria. Non saprei
che pretesto inventare per
entrare lassù.
Però non ho mai dimenticato
quella notte. Dentro il muro
di quel granaio, sotto la
sedicesima trave so che vi è
un segreto nascosto.
OTTOBRE 1988
L’ALBERO STREGATO
Esco dalla stazione e decido
di raggiungere a piedi la
casa dei miei parenti. Una
passeggiata mi farà
dimenticare la noia del
viaggio in treno e
recupererò l’appetito. Sono
quattro anni che non passo
da queste parti e voglio
vedere se questi luoghi
hanno conservato il fascino
che avevano nella mia
giovinezza.
La strada è fiancheggiata da
gelsi tozzi, sproporzionati
e salici vecchissimi. Nella
sera di aprile c’è il
profumo dei fiori di salice
nell’aria. É un profumo
strano che evoca pensieri,
ricordi di anni passati.
Le catapecchie del villaggio
che mi sono lasciato alle
spalle appaiono nere contro
il cielo rosso. Devo
raggiungere il prossimo
villaggio, del quale
intravedo a volte il
campanile, prima che faccia
buio.
Il tempo si va guastando.
Nubi scure come vapori si
alzano in fondo alla lunga
strada. Uno stormo di
cornacchie si levano sopra
di me cantando “rain, rain,
rain”.
Arrivo a una casa diroccata.
C’è un bivio e sono un po’
incerto sulla strada da
seguire. Più in là un uomo
curvo, con gli stivali, sta
mettendo delle lumache
dentro un sacco.
“Sono buone, vero?” gli
chiedo.
L’uomo alza la testa: “É un
cibo indigesto.”
“É questa la strada per
Boschi?”
“Tutte e due portano là...”
“Allora questa è la più
corta” concludo muovendo
alcuni passi, ma mi arresto
subito dopo sentendo il
resto delle sue parole: “ma
se fossi in lei non passerei
per quella strada...”
“Perché? Se devo andare a
Boschi che è a est e questa
strada va verso est non
capisco perché devo prendere
un giro più lungo visto che
sta per piovere.”
“Perché di là si va dritti
all’albero del diavolo.”
“Che cosa? Ah... adesso
capisco.”
Probabilmente si riferisce a
uno di quegli alberi dove
intorno si facevano i sabba.
So che era un’usanza
abbastanza comune una volta
in queste terre.
“E che cosa aspettano ad
abbatterlo allora?” rispondo
sorridendo.
“Un contadino in cerca di
legna da ardere ha provato a
tagliarlo e ha avuto il
braccio paralizzato. E
alcuni boscaioli hanno
surriscaldato quattro lame
di seghe senza riuscire a
scalfirlo” prosegue lui con
voce monotona.
Un altro lampo nel cielo. Mi
manca il tempo per star qui
ad ascoltare il resto della
leggenda. Perciò saluto
l’uomo e mi incammino per la
via più breve.
Tutto è fradicio di umidità.
Ci sono salici contorti e
avvitati, ceppi di platani
bitorzoluti lungo i fossi
allagati. Si vede che i
paesani non frequentano
molto questa strada; è tutta
piena di erbe ormai. La
stradina compie giri
tortuosi affondando in mezzo
alla vegetazione. Non una
casa, solo distese di campi
bagnati.
Il cielo è rosso lungo il
fiume e più in alto
compaiono lampi silenziosi.
Una luce elettrica tremola
nelle nubi gonfie. Le nubi
questa sera hanno forme
strane: la faccia di un
vecchio, due gatti bianchi
accucciati...
Strada senza fine, stretta,
tortuosa. Séguito a
proseguire sotto il cielo
piovoso senza quasi più
speranza di raggiungere la
mèta.
Ancora un bivio dove sono
costretto ad orientarmi per
pura intuizione. Forse, in
fondo era meglio se prendevo
l’altra strada, più agevole
e sicura. Non ho paura
dell’albero, non mi trovo
qui per danneggiarlo ma solo
per arrivare a casa prima
che si metta a piovere.
Costeggio il lungo muro di
una fattoria abbandonata e
all’improvviso lo vedo. É un
frassino enorme, con una
piramide di lumi posta alla
base. Alcuni sono accesi,
molti spenti.
Mi fermo per la sorpresa.
Allora non è vero che
nessuno viene più da queste
parti. Chissà quante persone
ci sono venute di recente.
Ma perché?
L’albero sorge al centro di
un crocicchio di quattro
strade. La mia strada deve
essere quella di destra e
per raggiungerla sono
costretto a passargli
davanti.
Con passo più calmo mi
dirigo verso il crocevia. Mi
avvicino piano.
É un frassino maestoso,
vecchissimo. Al tronco sono
appesi nastri colorati,
bicchieri con fiori,
cordicelle con nodi, simboli
magici. Le fiammelle dei
lumi ardono silenziose
accentuando il senso di
venerazione. Adesso capisco
perché è temuto.
Effettivamente la presenza
di questo albero in questa
terra desolata evoca
suggestioni e timori.
Sto per arrivare sotto ai
suoi rami quando accade una
cosa assurda. L’albero
tremola, diventando a tratti
fosforescente. Il suo verde
pallido si staglia contro il
cielo grigio in un effetto
di luce stranissimo.
Apro e chiudo gli occhi più
volte per scacciare la
stanchezza. Adesso cadono le
prime gocce di pioggia.
Improvvisamente qualcosa
emerge su dalle rive di un
fosso facendomi arrestare
dallo spavento.
É una ragazza bellissima. Mi
saluta con la mano e mi fa
cenno di avvicinarmi. Chi è?
Forse mi conosce, ma come è
possibile? penso mentre
muovo i primi passi.
É vestita completamente di
nero e ha unghie lunghe
smaltate pure di nero.
Più per istinto che per
paura taglio in diagonale
attraverso il campo per
raggiungere la strada
tenendomi il più possibile
lontano da lei.
Adesso che mi sento al
sicuro mi volto a guardare
ma non vedo più la ragazza
perché l’acqua mi scende giù
per il viso. Solo l’albero
scosso dal vento domina la
scena mentre sullo sfondo a
ovest cade una pioggia
obliqua colorata di verde e
di rosso.
Riprendo a correre senza più
voltarmi finché vedo la
banderuola a forma di angelo
sul campanile del paese.
Poco dopo raggiungo la casa
dei miei zii.
Dopo cena, radunati accanto
al fuoco, racconto quello
che mi è capitato.
Dapprima si fa silenzio;
poi, passato lo stupore lo
zio più anziano prende la
parola per spiegarmi che
forse si tratta di una
giovane demente rimasta
vedova che si aggira a volte
per la campagna. Oppure ho
visto veramente il Dio Pan,
nel posto dove molti
contadini affermano di
averlo incontrato.
Non so cosa pensare. Forse
adesso propendo per la
seconda ipotesi.
OTTOBRE 1988
DESTINI SOSPESI
Cammino per il paese, sotto
i cieli di agosto
scarabocchiati dal
temporale. Incontro un
vecchio e gli chiedo se
conosce una buona locanda;
lui mi raccomanda: L’osteria
dei meli.
“La tratteranno benissimo
lì, dica che la mando io,
l’oste è mio figlio.”
Così facciamo conoscenza e
lo accompagno nella sua
passeggiata mentre aspetto
l’ora di cena.
“É tutto cambiato qui, è
tutto cambiato” seguita a
ripetere il mio occasionale
compagno.
“Sono stato altre volte qui,
e questo paese mi piace” gli
dico indicando il lungo
viale dei tigli che stiamo
percorrendo.
“Sono un museo di ricordi.
Ah! mi ricordo quando hanno
piantato questi tigli, venti
anni fa e quando è passata
la ferrovia sessanta anni
fa.”
“Scusi, quanti anni ha
allora?”
“Ottantaquattro. Ecco vede
la via non era così lunga.
In questo punto c’era un
muro. Qui c’era una porta
carraia e dietro scorreva un
fiume che in seguito è stato
incanalato sottoterra. Sul
fiume c’era un ponticello a
schiena d’asino...”
“E dove si andava di lì?”
“Si andava nei campi
naturalmente. Allora queste
case non c’erano ancora e
quelli che ci abitano non
erano ancora nati.”
Caspita, penso a cos’è il
tempo. Fa un effetto strano
sentire raccontare queste
storie, provo la sensazione
di aver vissuto più a lungo.
Si interrompe di raccontare
all’avvicinarsi di tre
giovani donne e alcuni
bambini. C’è uno scambio di
effusioni e abbracci, e
proseguiamo insieme la
passeggiata.
La comitiva, un po’ alla
volta, così come si era
formata si scioglie. Il
nonno e i maschietti
prendono una stradina
laterale. Due donne sono
arrivate a casa.
Per un breve tratto resto in
compagnia con l’ultima di
loro. Il suo nome è Sheena
ed è bellissima. Ha la pelle
che pare di luna e i lunghi
capelli biondi, lisci e
morbidi.
Restando a parlare scopriamo
di avere molte cose in
comune. Sheena ha una voce
dolcissima. Dalle sue
confidenze intuisco qualcosa
del suo destino triste.
Di carattere fragile e
insicuro si è sposata
giovanissima a un
carrettiere brutale che la
ha sempre trascurata per
ubriacarsi all’osteria.
Il pomeriggio spande fiale
di profumi intorno a noi. Il
cielo è una sfera d’argento
appannata in cui tremola un
luccichìo di forbici e
lucchetti.
Lei mi confida delle sue
illusioni giovanili, mi
racconta di quando da
ragazzina amava passeggiare
sulla piazza mentre sognava
una vita migliore e diversa.
Ci lasciamo così come ci
siamo incontrati, senza
arrivederci o addii, con la
consapevolezza di non
incontrarci mai più.
All’osteria mangio in fretta
un minestrone. Anche se non
ci siamo dato
l’appuntamento, sento che
lei mi sta aspettando e che
forse la rivedrò.
Pago il conto e dopo pochi
minuti sono di nuovo in
strada. Per non farmi notare
preferisco seguire una via
secondaria.
Tutto sembra diverso. La
sera fa un po’ paura, scende
sul paese come una piccola
agonia. Le bambine giocano
lungo la via. In un cortile
un uomo barbuto suona con
l’armonica walzer tristi. Al
suono di quella musica una
bambina si dondola
sull’altalena. L’uomo
seguita a suonare senza
interrompersi mai. I gatti
strisciano lungo i muri e le
siepi.
Sulla piazza hanno acceso
dei suggestivi lampioni
doppi, a coppetta, che
creano macchie di luce. La
villa scura e la chiesa
dormono nell’oscurità. Il
campanile con la banderuola
traforata si erge nero sullo
sfondo del cielo rosso, dove
sta appesa una luna bicorne.
Una bambina sta giocando da
sola. É bionda e il suo
sguardo sembra rivolgermi
una domanda.
Ero abituato ad arrivare
sulla piazza provenendo
dalla via principale.
Venendo dal vicolo invece la
chiesa è alla mia sinistra.
Dunque per raggiungere il
viale dei tigli...
Rimango per un po’ a
guardare le quattro strade
che, viste da qui, non
sembrano più le stesse. Poi
oltrepasso la chiesa e
proseguo dritto. Una strada
piena di curve con lampadine
pendule e case basse. Ma non
è il viale dei tigli questo.
Mi giro e muovo alcuni passi
perplesso. La bambina sola
mi guarda e pare che
aspetti.
Vado verso l’altra strada.
Dunque, venendo da sinistra
il viale deve trovarsi... Mi
sorprende come sia facile
perdere l’orientamento
quando le cose familiari
sono viste da un punto di
vista differente. Ma che
importa? L’importante è di
non arrivare tardi
all’appuntamento. Ma lei
verrà veramente
all’appuntamento? E verrà
sola?
Una via corta, chiusa sul
fondo da un palazzo grigio
con una pianta di glicine
che sale fino alla grondaia.
Nemmeno questo è il viale,
rimane solo la prossima
strada ed è per forza quella
che cerco.
É scesa la notte e
l’oscurità rende la piazza
più immensa, mentre gli
edifici appaiono più
lontani. Cammino sotto le
isole di luce dei lampioni e
mi dirigo con decisione
verso la via a destra della
chiesa.
L’inizio è rischiarato dalla
luce che proviene dalla
piazza poi la strada affonda
nel buio. Cammino per vedere
dove porta ma sono costretto
a rallentare il passo. Il
terreno diviene soffice ed
erboso, sento il frinire dei
grilli e intravedo l’ombra
di un ostacolo davanti a me.
É un muro ricoperto di
edera. Lo tocco allungando
le mani, poi lo seguo piano.
Verso destra c’è una porta
semicadente imprigionata dai
tralci dei rampicanti. Il
terreno diventa duro in quel
punto per la presenza di un
sentiero.
Dove porta? Dove sto
andando?
Ascoltando con attenzione
tra il frinire monotono dei
grilli mi sembra di udire il
gorgoglìo dell’acqua.
La porta carraia. Il fiume
dietro il muro. Che
stregoneria è mai questa?
Non uscirò più da questo
dannato paese che si è
spostato nel tempo!
Ma cosa vado pensando
adesso? Le bambine che
giocavano nel cortile
assomigliavano alle donne
che ho conosciuto questo
pomeriggio. E la bambina da
sola sulla piazza è... Devo
sapere chi è!
Inciampando torno indietro
di corsa, verso le luci
sicure della piazza. Tutto è
deserto. Non c’è più nessuno
ormai.
Un barlume di logica mi
suggerisce la risposta. Sarà
andata a dormire. Saranno
tutti in casa a quest’ora.
Mi basta attendere per...
per che cosa?
Spaventato e avvilito prendo
una decisione. Corro verso
la via principale, quella
che ho percorso tante volte.
Corro al massimo delle
forze. Ho paura. Ho paura di
non rivedere più gli
ambienti familiari, le cose
che conosco bene.
Sul marciapiede incontro un
uomo adesso e poi una donna,
ma li oltrepasso senza
fermarmi. Presto, devo fare
presto, devo sapere da me,
devo vedere con i miei
occhi.
Le luci rosse della vecchia
farmacia. Il rumore monotono
dei frigoriferi nella
macelleria, il botteghino
dei dolciumi prima del
bivio. Adesso ci sono.
Rassicurato mi lascio
trasportare dall’inerzia
della corsa, poi pian piano
mi fermo.
Ora dovrò ripetere il
percorso all’inverso e
fermarmi non appena noterò
qualcosa di differente.
Cammino piano sul
marciapiede con un senso di
diffidenza e di tensione. Le
vecchie case, le porte, le
insegne, i paracarri, tutto
mi è familiare.
Arrivo sulla piazza
sforzandomi di non pensare a
cosa mi è appena successo.
Meccanicamente, senza
riflettere, come tante volte
prima di questa sera, mi
dirigo verso il viale dei
tigli. Oltrepasso la chiesa
e il viale appare
silenzioso, deserto e
malrischiarato, proprio come
lo ricordavo.
Lo percorro più volte,
avanti e indietro. Mi sento
bene adesso, sono di nuovo
calmo e rilassato.
Con piacere aspiro i profumi
della notte d’estate e
lascio la mia mente libera
di pensare.
Incontro qualche giovane
coppietta. Sheena non è
venuta a questo tacito
appuntamento. O forse è
venuta ma in un tempo
differente.
NOVEMBRE 1988
GLI INSETTI
A quei tempi lavoravo in una
pasticceria. La pasticceria
era gestita da due vecchie
zitelle Alma e Wilma.
Al piano inferiore c’era il
locale riservato al pubblico
e sopra, in un granaio era
situato il forno con le
tavole per impastare e gli
scatoloni degli ingredienti.
Sacchi di farina, di
zucchero, ceste di mandorle,
bidoni di latte, di
marmellata erano stipati
dappertutto ed accatastati
perfino lungo la scala.
L’ambiente era uno stanzone
basso e scuro e prendeva
luce da un lucernario e da
finestrini a livello del
pavimento. Il mio lavoro
consisteva nel fare un po’
di tutto: aiutavo a
impastare, caricavo il
forno, rifornivo gli
ingredienti, facevo le
pulizie.
Arriva l’estate, caldissima.
Nella pasticceria avevamo
messo in funzione i
ventilatori e steso le
tendine per le mosche.
Una mattina sono giù in
negozio quando sento un
grido e poi la voce isterica
di Wilma che mi chiama.
Corro su per le scale e lei
mi indica dei granellini
neri sul ripiano di marmo.
Li tocco per esaminarli. É
sterco di topo,
probabilmente. Da dove sono
venuti? La proprietaria pare
molto preoccupata e mi fa
sistemare alcune trappole.
Due o tre giorni dopo, la
proprietaria sale di sopra e
scopre che le cialde che
avevamo messo a lievitare la
sera prima pullulano di
tarme. Sono animaletti
lunghi, pelosi e sembrano
molto voraci.
Quella mattina la
trascorriamo impegnati a
raccogliere le cialde dentro
ai bidoni per evitare che si
propaghi l’infestazione. É
un lavoro massacrante. Le
sorelle riempiono i bidoni
di cialde inutilizzabili, io
scopo e ripulisco tutto
intorno ammazzando le tarme.
Togliamo tutte le scatole
dagli scaffali per ripulire
i ripiani e le sistemiamo
sul lato opposto della
stanza.
Arriva mezzogiorno e siamo
ancora indaffarati a
rimettere le cose al loro
posto. Comunque tarme non se
ne vedono più, tranne
qualcuna che scopriamo
nascosta sotto il forno o
lungo le scale.
Il giorno successivo le cose
sono peggiorate. Sugli
imbuti, dentro alle terrine,
sopra ai mestoli è comparsa
una polvere grigia leggera e
impalpabile. Veli di polvere
sono stesi anche sui ripiani
e sulle pale di legno.
Il pomeriggio dello stesso
giorno compaiono le
formiche. Wilma fa la
scoperta appena entra in
laboratorio e mi chiama
disperata.
Lunghe file di formiche
minuscole vanno dai sacchi
di farina fin nelle crepe
del pavimento. Mi manda giù
a prendere una bottiglia di
alcool. Poi ne versa un poco
sui mattoni, lungo la fila
di formiche e dà fuoco. Un
odore irritante si propaga
dalle fiamme azzurrine e la
fa smettere. Inoltre le
faccio notare il pericolo di
creare un incendio. Allora
mi fa spostare i sacchi e
poi laviamo il pavimento con
acqua e soda.
Riprendiamo le pulizie alla
mattina successiva e per una
settimana i guai sembrano
essere finiti.
Una mattina caldissima apro
la porta del laboratorio e
sono accolto da un odore
insopportabile. Sembra odore
di carne in decomposizione.
Meglio avvertire le
proprietarie. Nel frattempo
spalanco le finestre e porto
su i ventilatori per
scacciare la puzza.
Dopo un po’ salgono su le
vecchie signorine: Alma ha
uno sguardo desolato mentre
Wilma pare la più
battagliera.
Spostiamo i sacchi per
individuare la causa.
Tiriamo giù dagli scaffali
tutti i barattoli dei
pinoli, della vaniglia, le
bottiglie dei liquori, per
vedere cosa si nasconde
dietro. Ma non scopriamo
niente di grave. Solamente
alcuni scarafaggi e una
vecchia carogna di topo che
da sola non poteva mandare
tutto quell’odore.
La stessa sera, è quasi
arrivata l’ora di andare a
casa e mi trovo giù assieme
ad Alma per servire l’ultimo
cliente.
Sto confezionando il pacco
dei pasticcini quando un
grido stridulo proviene dal
laboratorio. Restiamo per un
istante a guardarci stupiti.
Poi do il rotolo di spago ad
Alma perché finisca di
confezionare e corro su per
le scale.
Una serie di grida acute e
colpi soffocati. Dio mio,
che cosa sta succedendo
lassù!
Spalanco la porta e faccio
per lanciarmi nello stanzone
ma resto paralizzato per uno
spettacolo orrendo. Milioni
di piccoli ragni neri
scendono dappertutto dal
soffitto. Wilma con la scopa
sta tentando di colpirne il
più possibile ma è una
impresa disperata. Il
pavimento è una marea nera
di ragni in movimento. Tutti
gli oggetti grondano ragni
tanto da perdere i loro
contorni definiti. Wilma si
accorge della gravità della
situazione e mi urla di
andare a chiamare i
pompieri.
Tutto si svolge rapidamente.
Quando sono di ritorno
accompagnato da due uomini
in divisa un pianto
disperato echeggia nel
negozio.
Alma mi indica qualcosa
dietro alla porta. Corriamo
a vedere: Wilma sta là,
sdraiata in fondo alla scala
in una posizione assurda. Ha
gli occhi spalancati e una
espressione esterrefatta sul
viso.
Un uomo corre a chiamare un
dottore, un altro sale con
me su per la scala ed
entriamo in laboratorio
preparandoci al peggio.
Resto ammutolito dalla
sorpresa. Neanche l’ombra
dei ragni. Il laboratorio
appare in perfetto ordine,
c’è pulizia e buon profumo
di vaniglia. Faccio un giro
intorno per assicurarmene e
poi torniamo a prestare il
nostro aiuto dabbasso.
Intanto è arrivato il medico
e i curiosi si affacciano
alla porta. Ma non c’è più
niente da fare, Wilma è
morta cadendo giù per la
scala.
I giorni successivi resto
molto vicino ad Alma, perché
è sempre stata buona con me
e mi fa una gran pena. La
pasticceria è messa in
vendita e sono incaricato di
sbrigare le pratiche.
Alcune settimane dopo
saliamo in laboratorio
aspettandoci le più brutte
sorprese ma non c’è niente,
tutto è come l’avevamo
lasciato. Niente insetti o
animali di nessun tipo. E
non appaiono più neanche in
seguito. Eppure io avevo
visto lo spettacolo dei
ragni che infestavano
l’ambiente. O era stata solo
un’allucinazione?
Un pomeriggio lo dico ad
Alma e lei mi fa alcune
confidenze:
“Da più di quaranta anni mia
sorella Wilma aveva
seguitato a sterminare
insetti ed altri animaletti.
Nei primi anni erano pochi.
Ma poi gli insetti
crescevano e più lei ne
ammazzava e più ne
comparivano. Chissà se anche
gli insetti hanno un’anima?
Chissà se è giusto
ucciderli? Cosa ne pensa lei
Carl? Non potrebbero tutti
quei ragni che ha visto,
essere i fantasmi di quelli
che mia sorella ha ucciso?”
Non dico niente. É tutto
così strano. Non so che cosa
pensare.
NOVEMBRE 1988
ANGELI
Un giorno il mio amico è
andato a pescare e io mi
incammino lungo il sentiero
dei campi sperando di
incontrarlo da qualche
parte.
L’aria è dolce e triste.
Dopo le piogge di aprile il
cielo appare come un velo
d’argento. La primavera è
una bellezza inconsapevole,
come la giovinezza.
Grossi carri sfilano
lentamente lasciando il
profumo del fieno. Passo
vicino a una casa gialla con
enormi portici scuri. Qui
tanto tempo fa abitavano
otto sorelle.
Attraverso un ponticello
sopra un piccolo fiume
increspato di ondine che
paiono migliaia di
specchietti. L’acqua a
tratti sembra argento fuso.
Oltre il ponte il frutteto è
una festa di fiori. Cammino,
e mi sembra di entrare in un
mondo irreale fra alberi
innevati di fiori rosa e
bianchi.
Su una radura sorge un
faggio secolare. Ha la
corteccia incisa con
iscrizioni d’amore e date,
nomi. Provo a leggerne
qualcuna. Ci sono sogni,
ansie, desideri dietro
queste brevi parole. Ci sono
speranze, aspettative,
illusioni...
Due cuori intrecciati con la
scritta: “Paul e Diana 1950
per sempre”. Avranno
mantenuto la loro promessa
d’amore? O non avranno
voluto mantenerla? O non
avranno potuto mantenerla?
Le parole “Corinne ti amo” e
una data. É tutto quello che
rimane a testimoniare storie
d’amore meravigliose, ormai
finite. Chissà se si saranno
realizzate, probabilmente
no.
A intervalli mi sembra di
sentire un sospiro agitato
fra risatine soffocate.
Forse è solo il rumore del
vento fra i rami.
L’amore, nella giovinezza,
ha dimensioni smisurate. Poi
col passare del tempo,
quando questo bisogno
d’amore si affievolisce
diventiamo ottusi e non
riusciamo più a ricordarlo,
non riusciamo più a
comprenderlo.
Lampi di luce, come riflessi
di vetri, appaiono laggiù in
mezzo ai fiori. Mi inoltro
nel frutteto per scoprire di
cosa si tratta ma non c’è
proprio niente. Il sentiero
si perde ondulando fino alla
prossima curva chiusa dallo
spumeggiare di soffice
biancore.
La luce nel frutteto sembra
aumentare di intensità forse
a causa delle nubi bianche
che diffondono i raggi del
sole. Ancora un riflesso
laggiù, e un altro più
debole e più lontano.
Un lampo di luce. Provo a
muovermi e quello scompare.
Allora mi fermo e aspetto
con attenzione lo strano
fenomeno ottico.
Non ci vuole molto. Là in
fondo, in mezzo ai fiori,
fluttua qualcosa di
semitrasparente. Sembra un
filo di fumo ora, o un
raggio obliquo di luce, o un
picchiettìo di puntini
argentati...
La tentazione di muovermi fa
scomparire tutto. Ma mi
basta voltarmi per rivedere
lontano, dietro di me lo
stesso fenomeno, ancora più
accentuato. Anche alla mia
destra mi sembra di scorgere
a volte questi misteriosi
riflessi, galleggianti a
mezz’aria, sempre in
movimento. Sentendomi
circondato provo un po’ di
paura e guardo intensamente.
Riconosco fattezze umane
bellissime, visi angelici si
fanno e si disfano in un
secondo, corpi piccoli,
sinuosi, movimenti scomposti
di braccia, di capelli, di
seni... Nel frutteto
fluttuano esseri bellissimi
semitrasparenti.
La scoperta mi procura uno
strano sentimento di
eccitazione. La paura è
svanita anche perché noto la
loro inconsistenza e so che
basta un movimento brusco o
un nonnulla per farli
scomparire.
Esseri bellissimi, diafani,
vagano nelle profondità del
frutteto. Sono ragazze
semitrasparenti e giovinette
che giocano, si rincorrono
ignorando completamente la
mia presenza. Se provo ad
avvicinarmi si allontanano e
spariscono dietro ai tronchi
degli alberi.
Allora mi fermo e rimango ad
osservarne una. É una
ragazza vestita di bianco
con corone di fiori
intrecciate sui lunghi
capelli. Assieme alle altre
gioca e danza. A volte mi
sembra di guardare una
fotografia sbiadita, poi uno
zampillo d’acqua, poi tutto
scompare e la ritrovo più in
là.
La luce nel frutteto va
calando di intensità. Il
sole si va abbassando dietro
agli alberi con pennellate
rosse, rosa, gialle, lilla.
Per contrasto i riflessi
appaiono più luminosi ma le
loro fattezze non si
riconoscono più.
In quest’ora serale le
pozzanghere creano
altrettanti riflettori e si
intravedono i primi lumi
alle finestre del villaggio
vicino. Ancora un altro poco
e non sono più sicuro di ciò
che ho appena visto.
Lentamente mi avvio verso
casa. Sul fiume luccicano
manciate di diamanti.
La vita non è come ce la
aspettiamo. Se non rimane
niente delle azioni reali,
cosa può restare dei sogni
che sono solamente
illusioni?
O forse nulla va perduto, e
la vita è costruita di sogni
oltre che di azioni reali.
Di sogni brevi e sfuggenti
ma che durano per
l’eternità.
DICEMBRE 1988
SAGRA PAESANA
Una tenda viola piena di
ripiegamenti e gonfiori
tagliata da lame di luce
d’oro. Il tramonto di giugno
trasforma il cielo in un
luna park di luci e di
colori.
Per contrasto la piccola
sagra sperduta nella pianura
sembra una miniatura. Vi
arrivo per caso e cammino
sul prato in mezzo alla
gente.
Stelle fatte di lustrini e
strisce di carta pendono
dall’alto. Sotto file di
lumi colorati girano i
cavalli di legno della
giostra. I colori
fantasmagorici del
crepuscolo si sciolgono in
pennellate dense, violacee
su sfondi gialli.
Improvvisamente si fa
silenzio nella festa e tutti
diventano immobili, in
attesa. Poco lontano si vede
venire avanti una piccola
processione composta di
alcuni uomini che sorreggono
un trono di legno dorato.
Sommersa da stoffe preziose,
fiori e gioielli vi sta
seduta sopra una bambina; è
la reginetta della festa e
rappresenta una Dea pagana.
Uomini e donne si accodano
dietro allungando la
processione che gira intorno
al prato.
Il trono viene deposto
vicino a un pergolato di
roselline selvatiche e tutti
sfilano davanti. Mettono ai
suoi piedi piccole offerte,
spighe di grano, in cambio
di pronostici per il futuro
o l’esaudimento dei
desideri.
La bambina, che simboleggia
la Dea dell’abbondanza, ha
una espressione annoiata o
misteriosa. Le altre bambine
la guardano con occhi
spalancati.
La festa riprende più
rumorosa di prima e tutti
mangiano, bevono o ballano
in suo onore. Mi siedo alla
tavola per mangiare un
panino fra contadini
baffuti, in un tintinnìo di
piatti e bicchieri.
Un vecchio paralitico con la
punta chiodata del suo
bastone crea disegni
complicati sulla polvere. Li
guardo con attenzione
adesso: sono spirali, cerchi
concentrici, ellissi... Che
cosa può significare?
Riprendo a camminare sul
prato.
In un angolo la ruota della
fortuna gira e i chiodi
numerati vanno a distribuire
premi ai partecipanti.
L’uomo sorridente con la
faccia cavallina mi chiama:
“Venga, venga da questa
parte signore, questa è la
sua sera fortunata...” le
sue parole sono coperte dal
rumore della folla.
Passo davanti alle
bancarelle dei dolci, del
vino e visito una mostra di
farfalle.
Sul palco, piccolo e
sbilenco, sono saliti adesso
quattro musicanti molto
originali che suonano una
musica antiquata. Quello con
uno strano berretto e con i
capelli che gli sfuggono di
lato suona il mandolino. Un
grassone con occhiali e
basettoni è alla chitarra.
Il terzo soffia nel
sassofono in maniera
indiavolata diventando tutto
rosso in faccia e l’ultimo,
magro e sudato, è alla
grancassa. Ogni tanto si
interrompono per bere da un
fiasco di vino.
Incontro una ragazza che mi
piace e la invito a ballare.
Poi ballo con un’altra e
un’altra ancora...
Stasera la Vita mi dà alla
testa come un vino, e la mia
mente è tutto uno
spumeggiare di pensieri.
I lumi sono diventati più
brillanti, aumentano di
intensità come per scacciare
indietro la notte.
Improvvisamente dalla folla
si leva un grido di stupore
e tutti si fermano per
guardare il cielo. Ansimante
e sudato mi fermo di ballare
anch’io e guardo in alto.
Nel cielo a nord sono
apparse strisce di celeste
acquerello e in mezzo si
vedono semicerchi di macchie
rosse, come corone di rose
su sfondo bianco! Tutti
gridano al prodigio e un
senso di venerazione per il
supernaturale passa fra di
noi come un brivido.
Lentamente il fenomeno
celeste sbiadisce, diventa
sfocato finché il cielo a
poco a poco ritorna nero. Il
profumo della paglia è così
intenso da dare un senso di
stordimento.
La festa continua colorata e
rumorosa. I musicanti
riprendono a suonare.
La bambina seduta sul trono
ha un sorriso ambiguo.
DICEMBRE 1989
FILTRI NOTTURNI
Una luce celestognola
ristagna nel vicolo deserto.
Il sole di marzo si abbassa
dietro alle case in strisce
di luce gialla.
Il vento seguita a soffiare
portando sbuffi di fumo dai
comignoli. Cammino
costeggiando le case basse e
grigie dove sui tetti si
arrampicano i gatti.
A metà il vicolo gira a
gomito e c’è un paracarro
piegato. Una lampada
pendente oscilla sbattendo
contro i tralci secchi dei
glicini. Fra i ciottoli ci
sono pozzanghere di liquido
scuro.
Sta arrivando la sera. Una
foschia violacea scende nel
vicolo lasciando solo i
colori lividi della luna.
Con la sera arriva una
nebbia grigia che si mescola
al fumo creando effetti di
magia.
Una ragazza esile sta
appoggiata alla porta di
casa. Ha un viso luminoso
con le lunghe trecce che mi
incanta e mi turba.
Mi fermo per chiedere
un’informazione e restiamo
lì insieme quasi tutta la
notte.
Si chiama Lavinia e fa la
cucitrice di tela.
La luna piena corre fra i
comignoli, sale sul vicino
campanile e attraverso i
finestroni illumina la
ferraglia dell’orologio. Un
cagnolino piccolo e bianco
abbaia. Avanza annusando il
terreno e striscia lungo il
muro come impaurito. Poi a
un tratto corre di ritorno
con guaiti di dolore.
***
Ormai Lavinia è entrata
nella mia vita. Le sere
successive per tante altre
volte vado a trovarla.
Ma una sera arrivo in
ritardo. Perdo il treno e
sono costretto ad aspettare
l’ultima corriera.
Sono terribilmente in
ritardo. L’orologio del
campanile batte mezzanotte
mentre entro nel vicolo
dalla estremità opposta.
Ad un tratto vedo Lavinia di
spalle come non l’avevo mai
veduta prima d’ora: è magra,
con un vestito sbrindellato.
Fa strani gesti e con una
bottiglia sparge un liquido
nero.
Mi fermo a guardarla mentre
saltella di qua e di là
emettendo parole roche.
Ma la ragazza accortasi di
me si arresta subito dopo.
Il suo viso ha una smorfia
cattiva. Lancia grida
stridule, che finiscono in
un pianto acuto. Poi corre
in casa sbattendo la porta.
Lentamente ritorno indietro
camminando sui ciottoli
neri. Sciarpe di nebbia
ristagnano nel vicolo.
Dai tetti delle vecchie case
spunta una luna calante
arrabbiata, con la faccia da
strega.
GENNAIO 1990
GALLERIA DEGLI SPECCHI
Una sera che non riesco a
dormire esco e faccio un
giro per il paese.
Per le strade c’è profumo di
acacia. Io cammino seguendo
i pensieri e sentendomi
scontento della mia vita
miserabile di artista.
Attraverso un Luna Park
semideserto. I baracconi
stanno per chiudere e le
giostre girano a vuoto.
Un’insegna composta di
lustrini dondola al vento:
Galleria degli specchi. Con
gli spiccioli che mi restano
compro il biglietto ed
entro.
Subito dopo mi rivedo magro
con il corpo filiforme. Poi
grasso, tarchiato e sono
diventato un nanerottolo.
Allo specchio successivo
appaio rovesciato con le
gambe lunghe.
Incomincio a divertirmi.
Passo davanti a uno specchio
dove l’immagine del mio
corpo viene ripetuta tre
volte, con la testa sotto e
sopra. Altri specchi
rimandano la mia immagine
ridicola dimagrita con
smorfie da cavallo, da
vampiro...
Il proprietario è un ometto
calvo, simpatico, mezzo
artista e mezzo matto. Se ne
sta in un angolo, poi a un
tratto mi viene vicino:
“Le è piaciuto vero? Li ho
costruiti io, quegli
specchi, lavorando le lastre
con smeriglio e rossetto
inglese.”
Gli faccio i complimenti e
lui gesticolando continua a
parlare:
“Ho costruito specchi che
fanno brutti e specchi che
fanno belli, specchi che
invecchiano o
ringiovaniscono... Potrei
farle vedere il mondo
attraverso uno di questi
specchi. Le piacerebbe? Il
mondo, con le sue follie,
vale la pena di vederlo
attraverso questi specchi,
non crede?”
Sorrido alla sua proposta e
lui riprende:
“Venga allora, venga da
questa parte. Non abbia
paura. Non c’è pericolo.”
Mi accompagna in fondo al
baraccone, poi si inchina
per lasciarmi passare.
Entro un po’ indeciso in uno
stretto cassone verticale
nel cui fondo vi è una
superficie chiara e in
leggero movimento come una
cascata d’acqua. Avanzo
cautamente tenendo le
braccia in avanti.
Oltrepasso un velo d’acqua
che però non mi bagna. C’è
chiaro, c’è scuro; poi
ancora chiaro. Mi sembra che
lo spazio si srotoli davanti
a me.
Ecco, mi ritrovo all’aperto.
Ho una lieve vertigine che
mi costringe a fermarmi.
Tutto il vicolo si sposta,
io scavalco qualcosa ed
entro in un’altra
dimensione. Per un attimo
vedo le immagini dei due
mondi sovrapposte, poi il
vicolo sbiadisce e l’altro
mondo prende consistenza.
Una luce ultraterrena
rischiara la città. Il cielo
è viola, con le montagne
rosse sullo sfondo.
La città è diventata strana
e assurda. Le case alte,
vecchissime, decrepite sono
tutte inclinate e sembra
stiano per cadere.
La prospettiva è deformata,
tutto è storto, obliquo e
allungato. Dalle aperture
dei vicoli entra la luce del
sole al tramonto. Ma i raggi
sono conici o spiralati.
Lunghe ombre nere tagliano
la strada seghettandola come
abissi spalancati.
Camminando piano lungo gli
edifici che paiono di gomma
sbocco in una piccola
piazza. Allora vedo la folla
di persone che stanno là e
mi sembra di perdere la
ragione.
Uomini-verme,
uomini-annodati. Esseri
stranissimi a forma di
campanula di fiore.
Le gambe non mi tengono più
in piedi. Prima di cadere,
con uno sforzo disperato mi
giro e incomincio a correre.
Vedo il marciapiede in
discesa davanti a me, ma
invece compio uno sforzo
terribile come se stessi
salendo. Più la discesa
aumenta e più faccio fatica
ad avanzare. Ad un tratto
mentre sto correndo al
massimo delle forze sento
una voce vicinissima alle
mie orecchie.
“Pst. Pst.”
Giro la testa: due esseri
stranissimi sono al mio
fianco. Un uomo con il naso
a trombetta e un altro con
la faccia a prisma. Smetto
di correre, visto
l’inutilità dello sforzo e
rimango davanti a loro a
guardarli.
Il primo a rompere il
silenzio è il vecchio con il
naso a trombetta. Non sembra
avere intenzione di
aggredirmi, anzi sembra
afflitto per non potermi
aiutare.
“Sei un mago?” mi chiede. La
sua domanda mi lascia
sbigottito.
“No, sono solo un artista,
povero e affamato.”
“Ne arrivano talvolta e sono
benvenuti qui.”
Passato lo spavento dedico
maggior attenzione alla
strana coppia di personaggi.
Quello con il naso a
trombetta ha una espressione
bonaria, è vestito come un
buffone e in testa ha un
imbuto rovesciato con sopra
una candela accesa. Parla
abbastanza bene la mia
lingua. Il suo compagno
invece ha la faccia a prisma
così è impossibile vedere la
sua espressione. Sembrano
innocui, così mi azzardo a
fare qualche domanda:
“Dove mi trovo,
all’inferno?”
“No, sei in un mondo
parallelo. Ma vieni che
andiamo a mangiare.”
Mi metto a camminare al loro
fianco, incuriosito. Non so
fino a che punto posso
fidarmi di questi strani
ciceroni, ma mi conviene
stare con loro. Posso
ricavare delle informazioni
che mi aiutano ad uscire di
qui. Inoltre stando insieme
a loro non devo fuggire e
così recupero energia.
Una casa alta e stretta di
colore giallo. Un edificio
sbilenco pieno di
protuberanze, con grate,
inferriate, finestre cieche.
Per entrarvi attraversiamo
un ponticello di legno sopra
un fiumiciattolo.
Entriamo in uno stanzone
semibuio dove altri strani
esseri stanno seduti attorno
alle tavole. Mi guardo
intorno. C’è molta oscurità
e gli esseri sono lontani.
Le pareti sono nere e
storte, con diramazioni a
gomito. Dopo un po’ arriva
un tizio grasso e basso con
il naso a proboscide e il
ventre a forma di botte.
“Un bicchiere di tempo.”
“Un piatto di folletti
arrosto” ordinano i miei
compagni.
“Anche per me, anche per me”
dico evitando di guardare in
faccia l’oste.
Poco dopo mi trovo davanti
un bicchiere pieno di fumo
denso e un piatto di
esserini che somigliano a
gamberetti rossi. Assaggio i
folletti che hanno un sapore
troppo salato; ma non me la
sento di toccare il
bicchiere.
“Chi sono quegli esseri?”
chiedo indicando gli altri
commensali.
“Sono creature che
provengono da un’altra linea
evolutiva.”
“Ci sono molti esseri di
altre provenienze?”
“Certo. Ci sono molte
creazioni. Ci sono molti
Dei.”
“Chi sono gli Dei?”
“Sono esseri provenienti da
creature inferiori come un
uomo, un ragno, un albero,
un sasso. ”
“Com’è possibile che un Dio
sia stato un sasso? (che il
diavolo ti masturbi il
cervello)” gli dico
sottovoce.
Emette una risata sottile
simile al fruscìo del vento
su un albero con foglie di
alluminio.
“Ah. Ah. Ah. Ogni essere,
secondo la sua maturità e le
sue azioni, può salire o
scendere la scala
dell’evoluzione. Chi scende
rinasce animale, vegetale,
minerale, demone… Chi sale
rinasce uomo, genio, santo,
Dio, Dio ancora più
potente…”
“Cosa fanno gli Dei?”
“Creano universi ed esseri
inferiori.”
“E Dio? Chi è allora Dio?”
“Questa è una parola
relativa. Dio è solo
l’essere che sta al di sopra
di un altro essere. Per una
formica il cane è Dio. Per
il cane l’uomo è Dio…”
“Come si fa per vedere gli
Dei?”
“Non tutti gli esseri della
scala evolutiva sono
visibili. Quelli troppo in
basso e quelli troppo in
alto non sono percepibili.”
“E gli artisti? A che
gradino sono sulla scala
dell’evoluzione?”
“Fra gli uomini gli artisti
sono al livello più alto
perché si allenano a creare
universi fittizi. Poi
nell’altra vita potranno
creare nella realtà e
saranno gli Dèi delle loro
opere.”
I miei amici, trascurando il
loro aspetto, mi sono
diventati quasi simpatici.
Sto per fare ancora domande
quando quello con il naso a
trombetta sembra diventato
impaziente:
“Bevi, altrimenti noi ci
allontaneremo da te.”
Prendo in mano il bicchiere.
É denso, pieno di fumo
lattiginoso e non oso berlo.
“Presto, fa presto” mi
incitano i miei compagni.
Sono indeciso e nel tempo
che passa mi pare di vedere
la stanza oscurarsi ancora
di più e i miei compagni
rimpicciolire.
Tutta la folla di esseri
mostruosi rimpicciolisce,
rimpicciolisce fino a
diventare minuscoli
animaletti e poi ancora più
piccoli, moscerini, granelli
di polvere...
É l’alba. La polvere danza
nei raggi di luce che
entrano dalle imposte rotte.
Resto disteso nel mio letto
a guardarli.
Il sole si alza mettendo in
fuga gli incubi e le
fantasmagorie della notte.
MARZO 1989
NOTTE DI TEMPESTA
La sera di novembre è cupa e
piovosa.
Il villaggio appare deserto
poiché nessuno osa uscire di
casa. Una pioggia
torrenziale sta cadendo da
ore e la bufera non accenna
a diminuire. Le pozzanghere
in certi punti arrivano fino
al centro della strada e i
fossi sono straripati.
Cammino, immerso nei miei
pensieri. Non so se sono
ancora in tempo per salutare
Sarah prima che sia già
partita. É stata la mia
compagna di giochi per tanti
anni ed ora anche lei se ne
va; lascia per sempre il
paese.
Cammino abbassando il
parapioggia per proteggermi
dagli scrosci di acqua
spinta dal vento. Nel mio
animo c’è una grande
tristezza quasi un senso di
impotenza e di
annientamento.
La casa di Sarah sta isolata
fuori dal villaggio. Nella
notte piovosa è solo
un’ombra scura e priva di
vita. Due finestre piccole
al piano superiore
risplendono fiocamente come
lumi.
Busso alla porta bagnata
cercando riparo sotto
all’architrave. Poi provo a
chiamare ma la mia voce si
disperde nel vento.
In silenzio la porta si apre
un poco, quanto basta per
lasciarmi passare. Appena
entro nella saletta la vedo:
Sarah indossa un vestito
bianco e ha i lunghi capelli
biondi sciolti sulle spalle.
In mano tiene una bugia di
ottone con una candela
accesa. Nei suoi occhi c’è
smarrimento e paura.
Rinchiude mettendo i
catenacci mentre io deposito
in un angolo il parapioggia
che forma subito una
pozzanghera sulle
mattonelle. Mi guardo
intorno: la saletta vuota
sembra più piccola. I mobili
sono già stati portati via,
è rimasto solo un baule e
alcune valige.
Senza parlare Sarah mi fa
cenno di seguirla.
Attraversiamo la cucina,
dove abbiamo trascorso
pomeriggi a giocare fra il
borbottare dei nonni e
l’abbaiare dei cuccioli. Ora
che sono partiti tutti è
solo una stanza priva di
vita, fredda e vuota.
Con movimenti flessuosi la
ragazza sale le scale ripide
di legno tenendo alta la
candela. La fiamma
tremolante scava ombre
paurose sulle pareti. La
pioggia di novembre cade sui
tetti con un rumore
insistente, monotono.
Lei apre una porta del
corridoio. Mi fa entrare in
una cameretta semibuia
rischiarata dalla luce
rossastra del camino. É
rimasto solo il letto, un
tappeto e un telaietto da
ricamo. Uno specchio ovale
sta attaccato al muro.
Vado davanti al camino
acceso per asciugarmi. Anche
lei si curva sul fuoco senza
parlare. Il suo corpo esile
è scosso da brividi di
freddo. Dalle finestre
piccole vedo il buio oltre i
vetri ruscellanti di
pioggia.
Nella notte da tregenda
restiamo ad ascoltare il
fischio del vento e lo
scroscio incessante della
pioggia. Si odono
scricchiolii, piccoli tonfi,
gemiti... La casa pare
animata e vibra sotto la
spinta delle raffiche. Ci
sentiamo completamente soli
quasi fossimo gli unici
esseri rimasti al mondo. Ci
sentiamo sperduti, in balìa
delle forze della natura.
Un topo corre in fondo alla
stanza e va a rifugiarsi in
una fessura. Fuori nella
notte buia ci sono solo i
démoni in ascolto e abbiamo
paura di parlare.
Il corpo di Sarah è curvo
sul fuoco alla ricerca di
calore. I capelli le
ricadono sul viso come una
pioggia di seta. Il vento
ulula dentro alla cappa del
camino, fa salire le
faville, disperde la cenere.
Con il passare del tempo ci
sediamo sul tappeto. Il
freddo ci fa stare più
vicini. Il suo volto
stupendo ha una espressione
seria, quasi implorante.
Solo con gli sguardi
comunichiamo la sofferenza
delle nostre anime.
La notte sembra non dover
finire mai. All’improvviso
negli occhi di Sarah scorgo
lampi di desiderio e paura.
Riconosco tutto l’erotismo
dell’adolescenza, solo
sognato e intuito.
Le sue labbra con gli angoli
piegati verso il basso
sussurrano alcune parole,
come una preghiera:
“Baciami, amore baciami, e
non fermarti mai...”
Nel silenzio grave che
segue, le sue parole
lasciano un’eco di perle che
cadono nel latte.
Timidamente ci prendiamo per
mano. La guardo negli occhi
ed è come se vedessi in
fondo alla sua anima.
Il primo bacio è solo uno
sfiorare di labbra. I
capelli hanno riflessi
d’oro. Le sue lunghe mani
vellutate tremano.
Lentamente l’attiro sempre
più vicino fino ad
abbracciare il suo corpo
soffice.
***
É molto tardi. É quasi
l’alba.
Devo andarmene per non
essere sorpreso dai parenti
che verranno a prendere
Sarah e a caricare le cose
rimaste.
Le prime luci del mattino
illividiscono il cielo.
Sulla porta le dico un
ultimo ciao senza ricevere
risposta. Dopo la notte
d’amore vado a casa e
rimango a letto fino a
tardi.
Verso mezzogiorno un tiepido
sole illumina la campagna.
Dalla mia finestra guardo le
gocce di pioggia scorrere
sul vecchio muro della casa
di fronte, come lacrime.
Mi vesto in fretta ed esco
in strada di corsa. Forse
sono ancora in tempo per
vedere Sarah per l’ultima
volta. Il cielo è tutto un
ribollire di nubi
bianchissime, spumose in
mezzo a torri di cristallo.
Raggiungo la sua casa ma le
finestre sono tutte chiuse.
Nel fango della strada sono
impressi i segni delle
ruote. I parenti sono venuti
a prendere anche lei e
adesso sono partiti tutti.
Camminando piano ritorno
indietro. Tutto è finito.
Una parte della mia vita se
ne è andata per sempre.
A est nubi a raggiera
dilatano il cielo. Anche se
l’inverno è vicino c’è
nell’aria come un senso di
speranza.
Spero che il futuro sia
sempre per me come una
pagina bianca.
MARZO 1989
IL BOSCO INCANTATO
Ho accettato l’incarico di
riordinare la biblioteca
nella villa della marchesa
Dionisis.
La marchesa è vecchia e non
la vedo quasi mai. Una
cameriera vecchissima mi
prepara da mangiare e a
volte resto qui anche a
dormire. Nelle ore di
libertà scendo giù nell’orto
per fare una passeggiata.
I libri sono centinaia.
Tutte rare edizioni in
pergamena, alcuni con
serratura in rame e punte di
ferro. Gli autori: Eliphas
Levi, Crowley, Kremmerz,
Barret, Papus, Kardec,
Gardner, Blackwood, Frank
Graegorius, trattano
spiritismo, magia e
stregoneria.
Un pomeriggio di maggio,
stanco di catalogare libri,
esco per fare una
passeggiata.
Il giardiniere, che è anche
guardiano, è un vecchietto
rustico con berretto e un
paio di stivali pieni di
pezze. Lo guardo mentre
zappa le cipolle con
incredibile lentezza
fischiettando un motivo. Le
aiole sono piene di erbacce
e sulla ghiaia crescono le
ortiche. Quell’uomo è troppo
vecchio e non riesce a
badare a tutto.
L’orto è chiuso sul fondo da
un cancello altissimo che lo
divide da un bosco di alberi
secolari. Già da alcune
settimane provo il desiderio
di entrare nel bosco ma il
giardiniere trova mille
pretesti per rimandare.
Oggi, per esempio, mi dice
che non può aprirmi perché
non trova più la chiave.
Così gironzolo un po’ a caso
finché trovo una apertura
nell’alta siepe di
caprifoglio. Aspetto che
l’uomo mi volti le spalle
per entrare nel bosco.
Corro su una grande radura
con al centro frassini
secolari. Arrivo a un varco
tra gli alberi, come una
specie di porta. La
attraverso e sono accolto da
una pioggia di aghi di pino.
Ci sono alberi grotteschi
che assomigliano a ragni
velenosi. Seguo un sentiero
che passa vicino a un
canneto. Poi il sentiero
discende fino a costeggiare
un laghetto.
Mi siedo sulla riva e guardo
le grandi ninfee bianche
sull’acqua scura. Al centro
c’è un’isola con i ruderi di
un tempietto coperto di
erba. Lancio alcune pietre
nell’acqua e guardo i cerchi
che si formano e si
espandono. I cerchi d’acqua
danno vita a ondine fluide
ed effimere.
Con la coda dell’occhio mi
pare di scorgere delle
persone vicino a me. Mi
giro, ma non c’è nessuno.
Questo succede due o tre
volte. Così mi impongo la
immobilità più assoluta e mi
sforzo di osservare senza
girare la testa.
Dopo un po’ rimango allibito
per la sorpresa. Vedo
ragazze nude che ridono e si
tengono per mano. Sono al
limite del mio campo di
visuale. Quando mi pare che
stiano per allontanarsi mi
muovo appena e tutto
scompare.
Resto ancora immobile finché
intravedo di fianco a me una
ragazza nuda con i lunghi
capelli verdi. Il volto
bellissimo mi guarda con una
espressione perfida. Mi giro
e lei con uno scatto si
ritira. Di sicuro sulla riva
c’è solo il gioco di luce ed
ombre delle fronde mosse dal
vento.
Mi rimetto in cammino. Il
sentiero prosegue in mezzo a
gelsi vecchissimi con
tronchi tozzi di dimensioni
colossali. I raggi di sole
entrano a fatica,
obliquamente e creano
bizzarri chiaroscuri.
Nell’ombra qualcosa si
muove. Mi fermo restando a
guardare. Non c’è nessuno.
All’improvviso da dietro un
tronco sbuca qualcuno, un
bambino mi pare, ma con la
faccia da vecchio. Corre a
nascondersi velocemente
dietro un altro tronco. Dopo
un po’ altri due strani
esseri piccoli e rugosi
corrono a nascondersi dietro
ai tronchi. Sono vestiti di
corteccia di albero così da
confondersi alla vista e si
muovono velocissimi.
Ancora mezzo incredulo resto
stordito dalla sorpresa. La
mia mente è come intorpidita
e rifiuta di riflettere.
Poi, un pensiero si impone
di colpo: il bosco è
popolato dagli gnomi!
Il crepuscolo ristagna sullo
sfondo del cielo in strisce
di luce arancione. Devo
uscire al più presto da
questo posto, devo ritrovare
la strada per tornare
indietro.
Olmi e faggi sono curvi e
fortemente piegati. Dal
fondo di una grotta escono
fiammelle che si muovono
galleggiando a mezz’aria.
Mi accuccio il più possibile
dentro a un cespuglio di
bosso e resto in attesa.
Misteriosi personaggi
vestiti di nero sfilano in
processione dirigendosi nel
folto. Sono avvolti in
lunghi mantelli neri. Alcuni
di loro recano in mano una
torcia accesa, e dove la
manica è scostata si
intravede un braccio di
scheletro. Passano davanti a
me ed io aspetto che sia
scesa l’oscurità per osare a
muovermi.
É una notte quieta, bianca
di luna. Il senso di
solennità è accentuato dal
coro lontano dei grilli.
Cautamente mi incammino fra
le avene selvatiche della
radura. Passo vicino a una
fontana: una Venere si bagna
dentro una conchiglia fra le
gocce d’acqua che
scintillano come gemme.
Oltre i pioppi mossi dal
vento vedo l’ombra angolosa
della villa. Sembra una
cattedrale e crea
fantomatici disegni sul
prato. A quella vista provo
una grande gioia e accelero
il passo.
Sotto alcune magnolie ci
sono vasche con ninfee e
fior di loto che dondolano
al vento. Un fiore è
particolarmente grande e mi
avvicino incuriosito. Quando
il vento lo inclina verso di
me mi pare che assomigli a
una testa... I petali del
fiore ripetono la mia
faccia, ed io sto guardando
un altro me stesso, ma con i
lineamenti più vecchi e
furbeschi.
Lancio un grido di orrore
correndo via attraverso il
prato. Nel delirio vedo
passare uccellacci neri
davanti al disco bianco
della luna, o forse sono
streghe che cavalcano manici
di scopa. Entro nella siepe
di caprifoglio lacerandomi
la camicia e infine corro a
rifugiarmi nella mia
stanzetta.
Quando esco al mattino dopo
vedo il giardiniere seduto
sul bordo del letamaio che
sta fumando la pipa. Vorrei
raccontargli subito che cosa
mi è successo e chiedergli
delle spiegazioni, ma mi
manca il coraggio di
incominciare. Lui mi guarda
in maniera strana, come se
sapesse, poi sorride
maliziosamente:
“Ha avuto fortuna ieri
sera?... con il suo lavoro.”
Senza aspettare la mia
risposta prende in mano la
zappa e incomincia a
zappare. Dalla sua
espressione intuisco che
anche lui conosce il segreto
del bosco e mi invita a
mantenere il silenzio.
APRILE 1989
IL DIO IN SCATOLA
“L’infimo e il sublime sono
le due vie di uscita dalla
normalità.”
Un tizio impegnato a
costruire aeroplanini di
carta sta parlando da solo
vicino a me, ma non gli do
ascolto. Seduto nella sala
di aspetto della piccola
stazione mi annoio ad
aspettare il treno che non
arriverà prima di due ore.
“Io ho scelto la seconda
soluzione e ho costruito un
Dio” prosegue la voce.
Mi volto verso l’uomo che ha
parlato. É magro, vestito di
grigio. Approfitta del mio
sguardo per sorridermi e per
allungarmi la mano:
“Mi chiamo Hartley e sono
meccanico.”
Fa una pausa: “Come le
dicevo, poiché sono un
meccanico ho voluto
fabbricare un Dio logico, un
Dio razionale. Mi capisce?”
“Ha fatto questo, dice?
Chissà che fatica!”
commento.
“No. Alcuni costruiscono
imperi, altri fanno bolle di
sapone. Io mi sono divertito
a costruire un Dio.”
“Un Dio? Non è nuova questa
invenzione. Ce ne sono già
tanti sulla terra” gli
rispondo deluso.
“Ci sono tanti Dèi che sono
i simboli delle aspirazioni,
dei desideri e dei bisogni
dell’umanità. Questi Dèi
sono la materializzazione di
un grido di dolore, sono
solo surrogati. Il mio Dio
invece, quello che ho
costruito, serve a
realizzare i desideri.”
Questo tipo è un pensatore.
Per metterlo in imbarazzo
gli faccio la domanda che ha
fatto impazzire per secoli i
filosofi:
“A cosa serve la sofferenza
sulla terra?”
Lui non sembra scomporsi e
risponde con tranquillità:
“La sofferenza è come il
pepe, serve a rendere meno
insipida e più interessante
la vita.”
I discorsi dell’ometto
incominciano a interessarmi.
“E come l’ha fatto il suo
Dio? Come un uomo?”
“Un Dio antropomorfo sarebbe
stato possibile, ma con
debolezze e vizi umani. No!
Ho preferito dargli un’altra
forma.”
“E serve per esaudire i
desideri, ha detto?”
“I desideri dell’uomo.”
“Sì, sì, certo ma... può
provare quello che afferma?”
“Venga. Venga a vedere. Il
mio laboratorio è qui
vicino. Sa, io non devo
partire” spiega l’ometto,
“di solito vengo qui solo
per studiare i treni.”
Dopo un attimo di
perplessità afferro le
valige e lo seguo fuori
dalla stazione. Manca ancora
molto tempo all’arrivo del
treno.
Seguiamo una strada lungo un
corso d’acqua. Dopo un
edificio diroccato con la
scritta Albergo Lux
imbocchiamo un vicolo
trasversale, semibuio,
mettendo in fuga decine di
gatti rognosi. Qui molti
edifici sono ancora
semidistrutti dai
bombardamenti della guerra.
Dalle finestre escono i
pipistrelli e nel silenzio
si ode il lamento del gufo.
Penso che ho fatto male a
fidarmi di uno sconosciuto.
Forse ha intenzione di
portarmi dai suoi complici
per assalirmi e derubarmi.
Il quarto di luna nel cielo
scuro è un gingillo dorato
che tramonta dietro nubi di
gommapiuma. Questa visione,
chissà perché, mi rassicura
e mi tornano alla memoria
dei ricordi belli e tristi.
“Ho amato soprattutto due
cose in gioventù” sussurro
piano.” Una donna che ho
perduto e un cane randagio
che mi hanno portato via...”
“C’è un Dio anche per i
cani, signore, come c’è un
Dio per gli artisti e per
gli amanti” mi interrompe.
“Bene, lei pensa che sia
possibile ritrovarli ora?”
“Sì. Anche se spostare un
tassello della realtà spesso
comporta spostamenti
indesiderati di altri
tasselli per riequilibrare
il piano. Cosicché alla fine
con la somma di tutti gli
eventi modificati si ottiene
un risultato equivalente
alla situazione iniziale.”
“Mi sta dicendo che non
conviene modificare gli
eventi. Si contraddice!”
“No. Ogni filosofia molto
complessa sembra
contraddittoria. Anche in
natura sembra che ci siano
delle contraddizioni! Ma
eccoci, siamo arrivati.”
Un edificio tetro. Mi fermo,
lascio che entri per primo e
quando vedo la luce
tremolare attraverso i vetri
sudici mi azzardo ad
entrare. É una officina.
Dappertutto c’è unto e
fuliggine. Intravedo un
tornio, mantice, pressa,
alcune grosse pompe
idrauliche. Pezzi di motore
d’aereo sono smontati sui
banchi. Seguo l’ometto
facendo attenzione a non
inciampare nella ferraglia.
Apre una porticina.
Attraversiamo un
sottopassaggio basso di
mattoni che immette in un
pollaio col gabinetto. In un
cortiletto fangoso
camminiamo fra uno scolo per
l’acqua e lunghi edifici
scuri con tele di sacco alle
finestre. Sento l’uomo che
tira dei catenacci e poi
esclama:
“Eccola, la mia creatura!”
Non vedo niente. Poi accende
una lampadina fioca e
anch’io entro.
Lo stanzone è occupato dalla
mole alta e massiccia di un
congegno che sembra un
incrocio fra un orologio da
torre e una macchina per
tipografia. Ruote dentate,
leve, contrappesi,
stantuffi, un lungo
bilanciere di ottone.. Nel
silenzio si sente il lontano
rumore d’acqua di una
cascata.
Il meccanico non mi lascia
il tempo per ammirare la
macchina perché sembra
impaziente di darmi subito
le sue istruzioni. Mi fa
salire su una scaletta di
ferro fino a un seggiolino
sistemato là in alto.
Davanti a me c’è un
complesso sistema di lenti e
prismi e più in sotto la
tromba di un megafono.
Da lassù vedo Hartley
indaffarato a far scattare
delle cremagliere. Forse ha
aperto delle chiuse perché
il rumore della cascata è
aumentato.
Poi vedo Hartley che compone
alcune sigle su una
tastiera: (una vecchia
tastiera Remington
modificata) N 10022 T. A A J
W X 23 Y.
Si ode uno scricchiolìo come
di una ruota sotto sforzo
che gira. Tutto il castello
di acciaio
dell’apparecchiatura si
mette a vibrare e la stanza
si riempie immediatamente
del ronzìo basso degli
ingranaggi, intervallato a
tratti da duri scatti
metallici. A quanto pare la
macchina è partita.
Ora vedo che il meccanico
preme un tasto rosso con la
scritta: RICHIAMA. Il rumore
diviene più intenso e si
sentono le ruote aumentare
di velocità. Seguono rumori
di caldaie in pressione,
risucchi di stantuffi,
gracidii di seghe... Un
indice rosso si alza e le
lancette di alcuni strumenti
si mettono a vibrare.
Adesso l’ometto pare
indemoniato. La sua testa
calva è sudata, ha lo
sguardo sbarrato e si muove
fra i congegni con movimenti
sempre più frenetici. Mi
grida qualcosa che non
riesco a comprendere bene
fra il rumore:
“Si tenga pronto -- --
arrivare...”
Tira alcune leve, spinge dei
pomelli. Preme un tasto nero
con la scritta: REALIZZA.
Sullo schermo in fondo al
tubo appare un filo di fumo
nerissimo che rotea come un
mulinello. Il filo di fumo
attira tutta la mia
attenzione e mi pare che
assomigli a una donna nuda,
esile, che rotea e si
contorce a incredibile
velocità. Contemporaneamente
sono disturbato da un
sibilo, da un fischio sempre
più acuto e insopportabile.
Segnalo a Hartley che mi
faccia scendere, ma lui pare
fuori di sé ed è impegnato a
spargere olio sui congegni
con un grosso oliatore.
Semistordito dal rumore
assordante e dalle
vibrazioni della macchina
grido più forte aiutandomi
con i gesti. Il rumore
diviene ancora più acuto.
Adesso voglio scendere di
qui. Non mi importa più
niente dell’esperimento.
Provo a muovermi ma mi sento
intrappolato sullo stretto
sedile e non riesco a
trovare i gradini.
“Hartley, Hartley. Aiuto!”
In un ultimo tentativo di
difesa mi tappo le orecchie
per non udire più il sibilo
e socchiudo gli occhi. In
quella confusione infernale
vedo sciami di faville
bianche incandescenti.
La macchina sembra
impazzita. Le vibrazioni
sono sempre più forti, le
leve corrono sempre più
rapide, gli ingranaggi
girano sempre più veloci,
sempre più veloci... Al
colmo della disperazione
grido:
“Aiuto! Fatemi scendere!
Voglio tornare in
stazioneee...”
Odo uno stridìo. Un suono
lacerante poi la stanza si
riempie di un’esplosione di
luce seguita dal buio.
Quando riapro gli occhi mi
ritrovo seduto nella sala
d’aspetto. Cosa è successo?
Mi passo le mani sugli occhi
per scacciare la stanchezza.
É stato solo un sogno. Devo
essermi addormentato.
Gli altoparlanti sotto il
soffitto gracchiano che il
mio treno sta per partire.
Devo affrettarmi se non
voglio rischiare di
perderlo.
Salgo sul treno e sistemo le
valige. Mi siedo sui sedili
di legno ascoltando il
fischio del capostazione e
gli sbuffi di vapore del
treno che si muove.
Guardo le mie scarpe. Sono
tutte infangate. Sui miei
pantaloni ci sono macchie
scure di olio.
Che occasione mancata!
Resto sbalordito dalla
sorpresa. Che occasione
perduta!
Il treno aumenta di velocità
ed io non riesco ancora a
riprendermi dalla terribile
avventura.
Ma un giorno tornerò
dall’inventore, e al suo Dio
artificiale chiederò denaro,
donne, giovinezza, potere...
APRILE 1989
BELLA DI NOTTE
É molto tardi stasera e non
sarò a casa prima di
mezzanotte. Sto pensando a
questo mentre percorro in
bicicletta la strada di
campagna.
Attraverso il Borgo di notte
a tarda ora. I pochi fanali
rischiarano appena la via
semideserta con le case
basse.
Il paese appare accucciato.
Porte e finestre sono tutte
chiuse. Solamente in fondo
al paese da una vecchia
osteria escono voci smorzate
e tintinnii di bicchieri.
Appena finisce la via
rientro nella notte di
agosto, afosa e immensa. La
notte buia è piena del canto
dei grilli e del gracidare
delle rane.
Improvvisamente sento i
sassi della strada sotto di
me. Ho forato la ruota
posteriore!
Il paese che mi sono
lasciato alle spalle è a
qualche chilometro perciò
decido di proseguire
ugualmente. Dopo un po’ sono
tutto sudato per la fatica,
e l’andatura è così lenta
che mi conviene camminare a
piedi. La campagna si stende
tutto intorno e mi restano
ancora due paesi da
attraversare.
Una fattoria con i lumi
rossastri è come sperduta
nella notte. In cerca di
aiuto devìo per la stradina
erbosa e mentre mi avvicino
chiamo per farmi sentire.
Passo sotto alcuni archi in
muratura, entro in un
portico profondo e buio
ingombro di carri, rastrelli
in legno e altri attrezzi.
Una lanterna accesa sta
attaccata a un chiodo.
C’è una ragazza ancheggiante
vestita di bianco ad
accogliermi. É magra con le
labbra rosa. I capelli a
chignon sono raccolti in un
nastrino d’argento. Con
movimenti flessuosi sta
ammucchiando mazzi di
saggina per le scope e tutte
le volte che passa davanti
alla lanterna il suo corpo
si profila controluce come
se fosse nuda.
In fondo al portico passa
qualcuno nell’oscurità. É un
vecchio che spinge una
carriola la quale cigola
orribilmente. Poi una voce
rugginosa chiama:
“Deridre. Deridre.”
Alcuni giovani,
probabilmente fratelli,
vengono a darmi una mano per
riparare la bici. Portano
una cassetta di attrezzi e
incominciano a smontare la
ruota.
Intanto una vecchia mi fa
cenno di seguirla in casa.
Lascio i ragazzi al lavoro e
la seguo con la speranza di
rivedere la ragazza.
Attraversiamo un corridoio
scuro con ai lati mensole e
ciuffi di pannocchie appese
ai muri. Entro in una grande
cucina dove alcuni uomini e
donne sono seduti a tavola.
Il camino acceso ha la cappa
sostenuta da due grifoni di
marmo. Una lucerna a fiori
di vetro celeste e rosa con
lunghi steli bianchi spande
una luce quieta. Sulla
tavola massiccia sono
rimasti i resti della cena
fra le bottiglie semivuote.
La vecchia mi indica il
secchiaio dove posso lavarmi
le mani. Poi mi siedo
insieme a loro. Spiego cosa
mi è successo e qualcuno
vuole offrirmi del vino.
Restiamo così, in silenzio.
Parlano poco in questa casa
però sono molto ospitali.
Per evitare tutti quegli
sguardi su di me, fingo di
interessarmi alle foto
appese oblique al muro.
Raffigurano vecchioni con
folte barbe bianche;
probabilmente sono gli
antenati.
Il tempo passa ed aspetto di
rivedere Deridre, invece lei
non viene mai in cucina.
Qualcuno entra, ma è solo un
ragazzo: viene ad avvertirmi
che la bici è riparata.
Ritorno nel portico.
Ringrazio tutti, do loro una
piccola mancia e me ne vado
pedalando forte per
recuperare il tempo perduto.
Solo quando sono quasi
arrivato a casa mi ricordo
del mio cappello che ho
lasciato laggiù, sulla
sponda del carro. Non fa
niente. Avrò il pretesto per
tornare a riprenderlo
un’altra volta e potrò così
rivedere la ragazza.
***
Circa un mese dopo, un
pomeriggio d’autunno mi
capita di dover passare
ancora da quei posti.
Attraverso un ponte piatto
sostenuto da otto colonne.
Nel piccolo fiume passano
galleggiando strati di mele
marce. Il tramonto rosso
porpora ha strisce
d’arancio, come macchie di
sangue rappreso.
La fattoria appare sullo
sfondo dei pioppi gialli e
tremuli nel cielo azzurro. É
un palazzetto color
arancione con due alberi di
kaki carichi di frutta ai
lati. Gonne rosse e viola
stanno appese alle finestre.
Il portone è spalancato,
bloccato dai rampicanti. Su
un pilastro leggo la scritta
sbiadita: Località
Stellapersa.
Quando sono arrivato più
vicino vedo che non sono
gonne ma le foglie di una
vite. Foglie bruciate, di un
rosso maligno con sfumature
violette.
Chiamo forte per farmi
sentire ma questa volta
nessuno risponde. Ci sono
tini neri e sfasciati, una
meridiana sbrecciata. Tralci
secchi della vite pendono
dalla ringhiera di ferro
arrugginita. I gatti corrono
sui tetti bassi dei pollai e
sulle ceppaie tarlate. Il
vento ha portato alcune
foglie sulla soglia
dell’ingresso, disponendole
casualmente tutte oblique.
Il portico è molto più
malandato di come lo
ricordavo. Alcune travi sono
tarlate e ho paura che non
reggeranno a lungo il tetto.
Entro e ritrovo il mio
cappello sopra uno strato di
polvere, là dove lo avevo
lasciato. Chiamando di nuovo
apro la porta, percorro il
corridoio ed entro in
cucina.
Rimango sbalordito mentre
sento un brivido freddo
corrermi per tutto il corpo.
La stanza sembra abbandonata
da decenni. Ci sono ancora
le sedie attorno alla
tavola, come se le persone
si fossero appena alzate
dopo una partita a carte. Ma
è tutto pieno di polvere e
sporcizia. Polvere sulla
tavola e sui mobili
sfasciati che cadono in
pezzi. C’è ancora un ceppo
nel camino dove i ragni
hanno tessuto tele enormi.
Allora salgo lo scalone che
porta ai piani superiori. La
luce arancione del tramonto
ristagna nei saloni vuoti.
Le imposte sbattono e il
vento entra nelle stanze.
Una camera da letto marcita
è abbandonata ai tarli e
all’umidità.
In un’altra stanza ci sono
dei barattoli arrugginiti,
una macchinetta per
l’insetticida. Più in là c’è
una bambola rotta.
Sconsolato mi avvicino a una
finestra e rimango a pensare
e guardare fuori. Il cielo è
turchino con trasparenze
tendenti al lilla. Le foglie
secche delle viti stridono
come vetro. Dal fiume si
alza la nebbia. C’è tanta
bellezza e solitudine.
Le prime ombre della sera si
allungano nelle stanze. Mi
sembra di percepire fantasmi
silenziosi, forse gli
spettri di coloro che sono
vissuti tra queste mura.
La casa si anima di
misteriosi fruscii, di
scricchiolii. Sono i
conciliaboli del silenzio
che si sentono in tutte le
case vuote.
Qualcosa di strano sul
pavimento attira la mia
attenzione. É una mattonella
a forma di losanga di colore
leggermente diverso dalle
altre. Mi chino e vedo che è
falsa perché è fatta di
legno e si muove. É uno
spioncino, come erano soliti
metterli nelle case di
campagna.
Sollevo la mattonella e
riconosco la stanza sotto di
me. É la cucina. Una vecchia
sta impastando le lasagne.
Una donna fa uno scialle
seduta accanto alla
finestra...
Mio Dio! Non è possibile
questo! La fattoria era
disabitata! Devo
accertarmene subito se non
voglio impazzire.
Corro verso le scale ma
passando da una finestra
vedo qualcosa di bianco che
si muove laggiù fra le viti.
Mi arresto di colpo con un
tuffo al cuore:
“Deridre!!!” grido.
Come un forsennato corro giù
dai gradini, attraverso il
salone ed esco dalla parte
posteriore.
Nel cortile ci sono grossi
alberi di fichi lungo il
muro nord fra ombra e
umidità. Una sella da
cavallo è appesa sopra alla
porta.
La sera è scesa sul vigneto.
Una brezza fredda mi fa
rabbrividire.
Nulla. Nessuno. Dalle
distese di vigne rosse
violacee arriva il crepitìo
delle foglie secche. Sotto
un cespuglio di lillà un
vecchio dondolo sfasciato
oscilla nel vento.
Avanzo alcuni passi
nell’erba alta e la vedo di
nuovo.
“Deridre! Deridre!” chiamo
con voce roca dall’emozione.
Poi corro verso di lei ma le
erbacce alte e le ortiche
rallentano il mio slancio.
Una bambina bionda
appoggiata a un pagliaio
mangia una mela e mi guarda.
Mi fermo smarrito tra i
filari contorti delle viti.
Una forma bianca passa
laggiù, sinuosa e veloce.
“Deridre! Deridre!”
La chiamo di nuovo e la mia
voce ha una nota disperata
mentre riprendo a correre
affondando nelle erbe alte,
rosse di siccità.
“Deridre! Deridre!” urlo
agitando le braccia.
Corro come un pazzo, come un
invasato. Le mie scarpe si
riempiono di sementi. Cado
più volte; ogni volta mi
rialzo sempre più sporco,
infangato e mi rimetto a
correre.
Il mio inseguimento diventa
una ossessione. Sento di
essere al limite delle
forze. Sento che tra pochi
istanti cadrò per terra
stremato ma non voglio
pensarci e continuo a
correre e a gridare.
Le foglie delle viti intorno
a me sono rosse, arancione,
gialle, marrone, violette,
blu...
MAGGIO 1989
IL MORTO CANDITO
Questa notte improvvisamente
è mancato il Cavalier
Commendator Grand’Ufficial
Bartolomeus R. Fergusson.
Quattro medaglie d’oro al
merito. Di anni 96.
Lo annunciano straziati dal
dolore i cugini Ernest,
Gustav, Bertand con le
rispettive mogli.
Annientati dal dolore per
l’incolmabile perdita di
Bartolomeus R. Fergusson di
anni 96 Membro onorario
della Società per i diritti
civili. Munifico presidente
del Comitato Pro Humanae
Caritatae che si è distinto
per le eccelse virtù e gli
altissimi meriti.
I nipoti e i pronipoti.
Gli avvisi funebri attaccati
al muro sudano gocce di
colla sotto il sole rovente
di luglio. Il funerale di
seconda classe si svolge
nella chiesetta di
periferia. La campana fessa
si è stancata di suonare i
rintocchi perché il morto è
in ritardo di quaranta
minuti.
Sono le tre del pomeriggio e
fa un caldo che mi sembra di
scoppiare. Il giardinetto
del sagrato è tutto
spelacchiato e i fiori nelle
aiole sono bruciati dalla
siccità. Sul cornicione
della chiesa i colombi
tubano. Ogni tanto cade giù
il loro sterco. Il
termometro della banca segna
quarantotto gradi all’ombra.
La gente sbuffa dal caldo.
Non ne possiamo più di
aspettare sotto il sole che
scotta, con lo sterco dei
colombi che ogni tanto ci
cade in testa. Un ciccione
vestito di nero vicino a me
sembra scoppiare dentro al
vestito. Cola da tutte le
parti grosse gocce di sudore
e continua ad asciugarsi la
testa e la fronte con un
fazzoletto ormai fradicio.
Mi sposto all’ombra di un
pinnacolo ma sento un
formicolìo nel corpo per il
troppo caldo. Il termometro
di là della strada segna
quarantanove gradi.
Eccolo che arriva,
pianissimo, in fondo alla
via. Precedono le bandiere
listate a lutto e gli
stendardi funebri. Sul
carretto la cassa color
antracite luccica sotto il
sole a perpendicolo. Con
questo caldo il morto ci
starà bollendo dentro.
Un tizio in nero incomincia
l’elogio funebre:
“Signori...”
“La merda!” grida un
ragazzino.
É passato uno stormo di
colombi e il loro sterco ci
è caduto in testa e sulle
giacche come tanti
coriandoli neri. Per
sfuggire ad altri
inconvenienti il discorso è
sospeso ed entriamo in
chiesa.
Caldo asfissiante anche lì e
sole che ci investe entrando
dai finestroni. I petali dei
fiori sono appassiti e
cadono sul pavimento. I
facchini sollevano la cassa
sopra al catafalco e ha
inizio l’ufficio funebre.
L’uomo delle pulizie sale
sull’altare a fare da
chierichetto. É un tizio
magro, maldestro che
rovescia i vasi sacri
durante il servizio
religioso. Il prete
vecchissimo, zoppo ed
estremamente lento non
sembra accorgersene. Intona
un canto stonato e qualcuno
lo accompagna cantando fuori
fase.
Accanto a me i parenti
pregano. Poi sottovoce si
domandano in quale giorno
verrà aperto il testamento.
Quelli nel banco dietro di
me invece stanno facendo il
conto delle probabili
suddivisioni dell’eredità e
fanno la stima degli utili
che si possono ricavare.
Le candele sono curve,
sgocciolanti, rovesciate. A
metà della funzione è
necessario interrompere per
arrestare un principio di
incendio. La base in legno
del portacandele sta
prendendo fuoco e alcuni dei
presenti corrono a portarla
fuori. Nubi di fumo si
diffondono nella navata
facendomi tossire. Alla fine
il prete prende il
fornellino dell’incenso e
con qualche nuvoletta di
fumo licenzia il defunto.
Quando usciamo di nuovo
fuori sono investito dallo
schiaffo del caldo: sudore
che cola giù per la schiena,
gola secca, senso di
soffocamento come per
eccessiva pressione. Sento
un pizzicore per tutto il
corpo mentre mi incammino
nel corteo che serpeggia
sulla strada assolata.
In cimitero ci dirigiamo
verso la parte vecchia. Per
i vialetti le pietre
scottano e rimandano un
calore d’inferno. Molte
lapidi hanno la scritta
illeggibile. Passiamo
accanto a una cappella che
ha il soffitto sfondato. Con
le scarpe affondo in una
pozzanghera prosciugata dove
ci sono centinaia di girini
morti.
Siamo rimasti in pochi
perché molti sono già andati
a casa. Intanto gli operai
là davanti hanno sollevato
la pietra tombale e stanno
spargendo giù del liquido.
L’odore acre del
disinfettante mi fa
arretrare. Quando mi
avvicino, dalla stretta
botola aperta intravedo pile
di bare nere ai lati del
loculo.
I becchini sollevano la bara
e la alzano in verticale.
Sento il rumore del corpo
che si raggrinza e si piega
su se stesso all’interno
della cassa, sbattendo
contro le pareti.
Imbrigliano la cassa con le
corde e poi la calano giù
dalla botola tenendola in
verticale. Al colmo dello
sforzo agli uomini sfuggono
sbuffi di rabbia e di
fatica:
“Dai! Tira! Oooh...”
Un tonfo avverte che la
cassa ha toccato il fondo.
Adesso tocca a un uomo
magrolino scendere giù e
sistemare la cassa. Ha il
camice grigio, la barba
ispida e grigia come la sua
faccia.
In silenzio, aiutato dagli
altri si cala giù. Spinge la
bara mentre gli altri operai
da sopra tirano le corde.
Riesce ad adagiarla per un
lato sopra alle altre casse.
Adesso prova a sollevare
anche l’altro lato ma la
cassa gli scivola giù con un
tonfo. Si sentono
imprecazioni, rumori e tosse
catarrale giù nella polvere.
Al secondo tentativo
l’operazione riesce. Con
sforzi e sbuffate la cassa
va a finire in cima alle
altre. Gli operai ritirano
le corde. Quello sotto si
appresta a risalire
faticosamente fra un gran
polverone. Mette i piedi
sulle casse servendosi come
gradini. É quasi arrivato.
Vedo la sua testa con i
capelli pieni di ragnatele.
Crak! Uno schianto e un
grido disperato:
“Aaaaaaagh...”
Segue un boato tremendo di
casse che precipitano le une
sulle altre. Evidentemente
una cassa ha ceduto facendo
precipitare tutte le altre.
Gli operai sbraitano e si
muovono con movimenti
concitati. C’è confusione e
baccano. La polvere sale
dalla botola come fumo
impedendo di vedere cosa è
successo.
Un altro operaio si lega con
le corde e si cala giù.
Dopo molti sforzi il
compagno viene recuperato,
malconcio, sporco e
insanguinato ma ancora vivo.
MAGGIO 1989
LE ERBE VAMPIRE
“... quelle dannate erbe
devono essere carnivore...”
Mi volto verso il mio amico
Bob che ha appena parlato.
“Eh? Di che cosa parli?”
“Delle erbe che sono
spuntate alla vecchia
fornace abbandonata...”
Si riferisce a una fornace
abbandonata oltre quaranta
anni fa.
“Erbe carnivore qui da noi,
con questo clima? Non è
proprio possibile...” gli
rispondo pescando con la
memoria nei miei vecchi
ricordi di botanica.
Stando sveglio nel mio letto
di notte, ricordo i
frammenti del mio ultimo
dialogo con Bob. Sono stato
uno degli ultimi testimoni a
vederlo, prima della sua
scomparsa. Quella sera
all’osteria ero stanco e
ascoltavo distrattamente i
discorsi dell’amico. C’era
il temporale e aspettavo che
smettesse di piovere per
andare a casa a dormire.
Il giorno dopo Bob scomparve
di casa e la polizia lo sta
cercando da oltre due
settimane. Alcuni dicono di
averlo visto insieme a una
donna. Altri suggeriscono
che è partito in cerca di
libertà.
In realtà da quando l’ho
conosciuto ha sempre
dimostrato un carattere
difficile, imprevedibile.
Possedeva un grande senso
per l’amicizia e un profondo
amore per la libertà. Il suo
problema forse nasceva da
questo contrasto: amava le
persone, ma non sopportava i
vincoli che l’amore da
sempre crea.
Ricordo che altre volte Bob
mi aveva chiesto di andare
alla vecchia fornace per
studiare le erbe... Come ho
potuto dimenticare tutto
questo! Forse sarà andato là
da solo e si sarà fatto
male. Forse è là che
bisognerebbe cercarlo
adesso.
Accendo la lampada e guardo
l’orologio; le due e un
quarto di notte. Chissà se
invece non sia veramente
partito in cerca di libertà.
Il mattino seguente sto per
andare alla polizia ma
all’ultimo momento cambio
idea per non rischiare di
apparire ridicolo.
Sul tardo pomeriggio mi
tornano in mente le ansie
della notte. Così per
scrupolo mi incammino sul
sentiero in discesa che
conduce alla fornace. Sarà
tutto cadente da quello che
si può vedere da lontano.
Tetti sfasciati. Due cinture
in ferro del camino
saltate...
La fornace sorge isolata nei
campi. Lo stesso villaggio
che ospitava a quel tempo
gli operai è abbandonato
perché le famiglie sono
emigrate. Man mano che mi
avvicino la mole
dell’edificio diventa
gigantesca, imponente e si
notano maggiormente i danni
dovuti all’abbandono.
Arrivo dietro, sul lato
ovest dopo aver attraversato
un tratto di terreno
incolto. Sono tutto sudato.
C’è un calore afoso in
questa estate eccessivamente
umida. Il lunghissimo muro
di cinta è crollato in un
punto così non dovrò fare la
fatica di scalarlo. Salgo
sulle macerie e da lì entro
dentro.
Un cortile affollato di
strane erbe spinose tipiche
dei terreni aridi. Artemisie
gigantesche dal fusto
rossastro. Scopacci
(Erigeron Canadensis) grandi
come non ne avevo mai visto.
Davanti a me le basse
casematte di mattoni rossi
investite dal sole. Più
oltre si susseguono le
lunghe campate dei tetti e
sullo sfondo torreggia il
camino rosso-bruno contro
l’azzurro del cielo.
Resto all’ombra del muro di
cinta provando una strana
eccitazione. Anche Bob è
stato qui prima di me e ha
visto tutto questo.
Poi scendo giù e guardo le
erbe. A quale si riferiva il
mio amico? C’è il cardo, poi
un tipo di erba rossastra
che ho visto ancora da
qualche parte... No non si
tratta di queste.
Cammino nel cortile deserto
provando uno strano disagio.
Compio giri, per evitare le
erbe spinose, fino a un
portone in ferro nero. Di
fianco c’è una pianta di
cardo gigantesco che arriva
quasi ai tetti delle
costruzioni. Per terra ci
sono lunghi chiodi
arrugginiti e teste di
comignoli cadute.
Sul lato sud allignano steli
alti e magri che attirano la
mia attenzione. Non ho mai
visto niente di simile. Mi
avvicino per esaminarli.
Sono erbe alte più di due
metri color marrone
bruciato. Provo a scuotere
lo stelo duro e flessibile.
Per tutta l’altezza spuntano
peduncoli appuntiti e alla
base ci sono foglie lunghe e
sottili.
I mattoni rossi illuminati
dal sole al tramonto
immergono il cortile in una
strana luce rossastra che
sembra sangue. Allora entro
negli edifici cupi e pieni
di polvere. Sento rumore di
uccelli in fuga sotto i
tetti. Percorro i corridoi
lungo le camere di cottura.
Guardo dentro alle arcate
scure e profonde. Raggiungo
la base enorme del camino.
Del mio amico Bob non c’è
nessuna traccia.
Su una passerella
sopraelevata trovo una
scarpa che potrebbe
appartenere a Bob. Ma è
vecchia, polverosa e chissà
da quanto tempo è qui.
La luce dorata del sole che
entra dai finestroni mi
avverte che sta scendendo la
sera. Sporco e sudato
ritorno indietro e abbandono
le ricerche.
La stessa notte penso alla
mia escursione alla vecchia
fabbrica. La scarpa che ho
trovato laggiù sarà stata
veramente di Bob? Per
togliermi ogni dubbio decido
di tornare a prenderla il
giorno dopo.
Ma al mattino gli impegni
non mi consentono di
allontanarmi dal lavoro. Al
pomeriggio per sfortuna
arriva un temporale con
pioggia, vento, grandine e
devo aspettare che finisca.
Sul tardo pomeriggio quando
è tutto passato mi incammino
sul sentiero fangoso che
porta alla fornace. Dopo la
tempesta l’aria è fredda e
il cielo ha una luminescenza
di cristallo. Il sole color
rosso sangue sta tramontando
in uno scenario di nubi
viola e turchine.
Oltrepassata la breccia nel
muro il cortile appare più
piccolo e isolato. I mattoni
riflettono il colore rosso
cupo, le erbe bagnate
sembrano vetrificate. Poiché
desidero far presto mi metto
a correre ma il terreno
appiccicoso trattiene la mia
scarpa facendomi cadere.
Rimango seduto, ansante, ad
asciugarmi il sudore. La
temperatura è molto elevata
qui dentro. Forse a causa
dei riverberi degli edifici
intorno al cortile chiuso.
C’è una ragnatela rossastra,
come una specie di muschio
esteso sul terreno. La mia
mano toccandolo si è
arrossata. Gratto via il
prurito e mi alzo in piedi.
Odo uno strano fischio,
sottile, lontano e
intermittente. Mi fermo per
ascoltare il fenomeno. Sarà
il vento che fa fischiare le
lamiere delle grondaie.
Mi chino di nuovo per
osservare la ragnatela
rossastra che qui è ancora
più evidente. E lo strano
sibilo sopra di me è
aumentato diventando più
acuto. Ma cosa sta
succedendo qui dentro?
Il terreno ha strani
rigonfiamenti simili a
collinette e in quei punti
sembra più molle e
appiccicoso. Alzo la testa
di scatto allarmato e
impaurito. Le strane erbe
filiformi adesso si piegano
tutte verso di me come sotto
l’effetto del vento. Ma non
c’è vento!
Allora vedo il germoglio
rosso vivo, mostruosamente
aperto e pulsante come una
bocca...
Senza perdere un istante mi
lancio di corsa passando
sotto alle erbe piegate.
Raggiungo il muro di
recinzione nel punto più
vicino, evitando di
attraversare il cortile per
arrivare alla breccia
dell’uscita.
Scalo freneticamente i
mattoni senza badare alle
cose che mi toccano e
sembrano volermi trattenere.
Quando sono sulla cima prima
di saltare dall’altra parte
guardo per l’ultima volta il
cortile assassino.
Tutto vibra e si muove. Le
erbe fischiano, si piegano,
la ragnatela si è ingrossata
come rivoli di sangue.
Il mio pensiero va al mio
amico Bob e da questo
momento ho perduto la
speranza di rivederlo.
AGOSTO 1989
IL FRUTTO MIRACOLOSO
Questa mattina c’è una
strana agitazione nella casa
del mio vicino. Lui non è
ancora uscito per andare a
lavorare. Persone entrano ed
escono, altre sono
raggruppate davanti ai
cancelli.
Il mio vicino è un manovale
di 55 anni e abita in una
casetta con piante di
serenelle, assieme alla
moglie, tre figli e il
vecchio padre.
Sono arrivate ancora delle
altre persone perciò, dopo
colazione, scendo giù in
strada. Chiedo a una
grassona che sta in piedi in
attesa se può dirmi cosa è
successo. Così mi racconta
la storia più incredibile
che abbia mai sentito.
La sera prima, 15 luglio, il
manovale nel tornare dal
lavoro si era fermato da un
ortolano per comprare un
cocomero. Lo sceglie grosso
nel campo, lo stacca e lo
porta a casa. Taglia il
cocomero davanti alla moglie
e ai figli e vedono che
all’interno c’è scritta una
grande lettera M.
Restano allibiti e non osano
toccarlo. Allora chiamano i
vicini e restano a discutere
tutta la notte. Concludono
di conservarlo nella
ghiacciaia per il giorno
dopo.
Questa mattina molti paesani
hanno saputo questa storia e
sono venuti a vedere. In
questo paese dove non
succede mai nulla anche un
fatto insignificante attira
l’attenzione.
Così mi unisco al gruppo di
curiosi e aspetto il mio
turno per vedere di cosa si
tratta. Arriva uno dei figli
ad aprirci e ci fa entrare
in casa. Aspettiamo ancora
in piedi nella piccola
cucina. Alcuni parlano a
bassa voce facendo
congetture, altri si
informano sui particolari.
La cucina è piccola, afosa e
malrischiarata. Il pavimento
di mattoni sconnesso, i
mobili scuri e sporchi. Da
una porticina aperta vedo il
retrocucina. Uno stanzino
stretto e semibuio con uno
stipo, una finestrella e una
vecchia ghiacciaia.
Arriva il padrone di casa,
alto, magro e sdentato. Con
modi servizievoli ci guida
dentro il retrocucina. Tira
i catenacci per aprire lo
sportello della ghiacciaia.
Sembra un sacerdote che apre
il reliquiario di un Dio.
Trattengo l’impulso di
ridere. Ma sono diventati
tutti matti qui? Cosa si
aspettano di vedere?
La porta in legno si apre e
là nel biancore del ghiaccio
spiccano le due metà rosse
del cocomero. Come le
vediamo rimaniamo scioccati.
Perché c’è una grande M
perfetta, simmetrica,
incavata da entrambi i lati.
La M è nitida, precisa da
sembrare intagliata.
Rimaniamo alcuni minuti a
guardare stupiti, nel
silenzio e nella penombra
della vecchia dispensa. Una
donna si inginocchia. Un
uomo butta del denaro per
terra, subito imitato da un
altro.
Ritorno a casa e durante il
pomeriggio arrivano ancora
nuove persone per vedere il
fenomeno. Prima di sera si
saranno stancati e saranno
andati via tutti.
Invece il giorno successivo
il pellegrinaggio è
aumentato. Arriva gente da
tutte le parti per vedere il
cocomero. I cancelli del
cortile rimangono adesso
sempre aperti.
Scendo giù anch’io e mi
mescolo tra la folla. Si
sono formati piccoli gruppi
che discutono a bassa voce
ma in maniera concitata.
Alcuni parlano di opere
miracolose, altri di un
segno divino.
Entro in casa e quando sono
in cucina comprendo il
perché di tanta agitazione.
Il vecchio prete, calvo e
grasso sta parlando con la
sua vocetta:
“... secondo me è uno
scherzo della natura e non è
un simbolo divino né
ultraterreno.”
Verso mezzogiorno arrivano
uomini eleganti con
riflettori e macchine
fotografiche. Sono i
cronisti di un giornale
locale. Alcune persone
vengono fatte uscire dalla
cucina per far spazio. I
figli spostano una credenza
e vengono installati i
riflettori. Poi il padrone
di casa, aiutato dalla
moglie, toglie il frutto dal
ghiaccio e lo porta sulla
tavola, davanti agli
obiettivi.
Rivedo il cocomero con il
suo disegno inquietante. É
ancora più rosso, la M è
ancora più evidente perché i
solchi si sono allargati
anche se un po’ slabbrati.
Davanti al frutto, sulla
tavola, vengono depositate
offerte, monete,
braccialetti d’oro,
orecchini.. Il manovale è
sempre disponibile e
servizievole. Accoglie
tutti, offre da mangiare ai
forestieri. Sembra svolgere
una missione affidatagli da
un destino superiore.
Poi arrivano i cronisti di
una radio locale per
l’intervista. Di pomeriggio
quando vado di nuovo giù tra
la folla, vengo a sapere che
il prete ha dato la
benedizione alla casa.
Adesso stanno scrivendo una
richiesta per far arrivare
sua eccellenza il Vescovo.
All’alba del giorno dopo
sono svegliato da rumore di
clacson e rombare di motori.
La strada è ingombra di
veicoli che avanzano a passo
d’uomo formando un lungo
serpente.
C’è uno strano andirivieni
di signori eleganti e
barbuti. Saranno forestieri
venuti da lontano.
Approfitto della confusione
per entrare anch’io in
cucina a vedere gli sviluppi
del caso.
Adesso è tutto cambiato qui.
Hanno spostato i mobili e la
cucina sembra un santuario:
ci sono addobbi, libri,
talismani, pentacoli...
Comprendo che i signori
venuti sono occultisti e
maghi. Discutono fra loro in
un linguaggio ermetico.
Fanno speculazioni, cercano
analogie, studiano nelle
profezie... Parla un tale
con voce tonante:
“La M può significare Morte,
Magia, Madre, Mondo,
Mostro... Ma leggendola
rovesciata si potrebbe
interpretarla come una W e
in questo caso Vittoria del
bene sul male o Vittoria
sulla morte...”
Interviene un altro:
“Ho trovato la quartina dove
Nostradamus fa accenno a
questo episodio,
ascoltate...”
Ma viene interrotto da un
cabalista:
“Il 15 luglio, sole nel
cancro dopo il solstizio
d’estate, significa ascesa.
Il 15 rappresenta il diavolo
dei tarocchi, l’energia.
Adesso, signori, vi faccio
notare che se sommiamo il 15
giorno al 7° mese che
simboleggia il misticismo,
otteniamo il 22, numero del
destino...”
Il mattino seguente sono
svegliato da un brusìo sotto
alle mie finestre. La strada
sotto è tutta piena di
gente. Un poliziotto regola
l’afflusso dei visitatori
all’ingresso. Un altro è
davanti ai cancelli. Ci
saranno almeno 500 persone
che aspettano di vedere il
fenomeno. C’è un tizio con
la cesta di frutta, il
venditore di foto ricordo,
il venditore dell’acqua di
melissa... Sono arrivate le
corriere con targhe di città
lontane che scaricano intere
comitive... Fin quando
durerà?
Circa all’una del pomeriggio
sento inni e clamori
provenire dal cortile. Corro
giù e mi faccio strada tra
la marea di folla.
Grida isteriche provengono
dall’interno della casa. La
gente parla di una donna
guarita dalla paralisi dopo
quindici anni di immobilità.
Do spintoni per avanzare e
finalmente riesco a guardare
da una finestra.
La cucina è rischiarata
dalle candele e c’è fumo e
odore di cera. Vedo una
donna piccola e brutta che
cammina in mezzo a un
cerchio di persone che la
incitano.
La donna cammina
barcollando, emettendo grida
isteriche. Dietro di lei una
sedia a rotelle vuota. Per
terra gli scialli che
alzandosi ha lasciato
cadere. Intorno la folla si
inginocchia, prega, seguita
a scandire e ripetere la
parola: “Miracolo!”
All’alba del quinto giorno
appena mi sveglio corro ad
aprire la finestra per
vedere la situazione. Sotto
è tutto pieno di gente.
Qualcuno grida facendo
segnali con la paletta. La
casa del mio vicino ha porte
e finestre spalancate.
Però succede un fatto
strano. La gente scende, gli
automezzi fanno manovra di
inversione e poi quelli che
erano scesi risalgono sulle
corriere.
Vado giù in cortile e mi
avvicino ai gruppi di
persone che discorrono
animatamente. In breve tempo
vengo a sapere la novità:
questa mattina il frutto è
marcito ed è stato buttato
nelle immondizie!
La gente è dispiaciuta,
delusa. Qualcuno commenta;
qualcun altro non vuole
rassegnarsi e parla di
sacrilegio, di azione
blasfema...
Adesso che non c’è più
niente da vedere molti sono
già partiti e gli altri sono
assiepati sul ciglio della
strada in attesa di andare
via. Prima di sera non è
rimasto più nessuno e il
luogo appare deserto.
É arrivato l’autunno umido e
nebbioso e la gente sembra
aver dimenticato. Tutto è
tornato come prima. La casa
dei miei vicini è ancora una
casa come tante altre. I
cancelli sono chiusi e
nessuno viene più qui.
Il padrone di casa esce
tutte le mattine presto per
andare a lavorare e ritorna
alla sera. Si dice che abbia
comprato altri cocomeri,
senza trovare nulla di
strano.
É tutto finito. La grigia
quotidianità del piccolo
paese di campagna ha
cancellato la rossa ondata
di follia.
Una mattina mi sveglio dopo
una notte di pioggia. Guardo
alla finestra il sole
scialbo che sta spuntando
dietro ai tetti. Il giardino
del mio vicino è allagato di
pioggia. Allora sposto lo
sguardo sul muro est della
casa e noto il fenomeno.
Durante la notte le lumache,
con il loro percorso
capriccioso, hanno disegnato
delle grandi M che luccicano
argentee ai raggi del sole.
SETTEMBRE 1989
IL DOSSO DELLE STREGHE
Durante la primavera e
l’estate andavo a trovare
Monelle, la figlia minore
del fattore.
Il padre è vecchio e lavora
nella stalla. La madre è
semiparalizzata e lei deve
badare ai lavori di casa. Ha
un fratello, un ragazzone
simpatico con un nome
originale: Aldighiero,
sempre occupato a studiare
occultismo e folklore
campagnolo.
Monelle abita insieme ad
altre tre famiglie nell’ala
più recente di una
costruzione quattrocentesca.
La parte più vecchia
dell’edificio ha inferriate
panciute e due torri con
grondaie penzolanti e
avvitate.
La sera del 30 giugno
durante la seconda raccolta
del fieno, poiché ho avuto
molto da lavorare arrivo
tardi all’appuntamento.
Monelle è già sulla soglia
di casa e mi accoglie con un
bacio leggero sulla bocca.
Mi prende per mano e mi
attira dentro.
Come le altre sere rimaniamo
in un angolo della cucina a
parlare dei nostri progetti
futuri. Lei è una ragazza
semplice e buona, forse un
poco ingenua. Se le faccio
involontariamente del male,
come succede a tutti gli
innamorati, provo una
profonda sofferenza nel
cuore.
Più tardi Monelle si sente
stanca e la lascio andare a
letto. Quando viene a darmi
la buona notte indossa una
camicia bianca lunga fino ai
piedini nudi. I capelli sono
sciolti e in mano regge un
portacandele. Si china un
poco per darmi un bacino.
Sento un profumo leggero e
la carezza soffice dei
capelli, poi fugge via di
corsa su per lo scalone
semibuio.
Così rimango nella grande
cucina a chiacchierare con
il fratello. Questo ragazzo
di trentanove anni, robusto,
scapolo, ha una conoscenza
dell’occultismo davvero
profonda. Va a prendere pile
di documenti ingialliti e mi
legge i resoconti di
cronache locali, talvolta
strane, talvolta
incredibili.
Dalle finestre aperte sento
il frinire dei grilli. Si è
fatto tardi e domani devo
alzarmi presto, così
interrompo Aldighiero perché
devo andare via.
Lui mi accompagna fuori
sulla grande aia silenziosa,
illuminata dal plenilunio.
Le cataste di pali sembrano
irte di corni e la fila di
porticati sono immersi
nell’ombra. Sto per
andarmene quando Aldighiero
mi suggerisce di passare
dietro alla sua proprietà
per arrivare a casa prima.
“Segui la scorciatoia fra i
meli, attraversi il guado
sul fiume e passi vicino al
dosso delle streghe.”
Questo è un monticello di
terra battuta alto cinque o
sei metri, ricoperto di
rovi. La leggenda afferma
che è stato costruito dalle
streghe in una sola notte.
In realtà si tratta di una
altura artificiale costruita
a scopo di vedetta dalle
truppe di Napoleone.
“Ma sei sicuro che in questa
stagione sia praticabile?”
gli chiedo.
“Certo. Vieni, ti accompagno
io.”
Si mette gli stivali e ci
incamminiamo dietro casa
sull’erba alta bagnata di
rugiada. La notte è calda,
incantevole. La luna allaga
la pianura di luce bianca.
“Guarda queste vene di
siccità.”
Mi indica delle striature
bruciate che attraversano il
raccolto. Si china per
raccogliere qualcosa:
“E qui ci sono delle penne
di gallina. Segno che
qualcuno ha lanciato la
malìa” lo sento borbottare.
“Ma è ridicolo! Tutto questo
è paganesimo, ignoranza,
buie credenze del
passato...”
“Cose del passato, dici? Non
hai idea di come la
stregoneria sia praticata
oggigiorno da queste parti.
Le vecchie megere raccolgono
ancora la rugiada nella
notte di Lammas e la notte
del solstizio. E là abita la
vecchia Vertha che bolle i
pentolini e nei pleniluni è
stata vista camminare sulle
punte degli alberi...”
Il suo racconto è interrotto
dal grido di una civetta.
Aldighiero si volta alzando
gli occhi e anch’io seguo il
suo sguardo. La casa in
lontananza sembra un animale
in agguato, pronto a
saltarci addosso. Le due
torri si elevano nere e
dentellate nella luce della
luna. Dopo un attimo di
silenzio il grido si ripete
stridulo, lamentoso, prima
di finire in una specie di
risata da far rabbrividire.
Aldighiero commenta
sforzandosi di sorridere:
“La civetta canta alla
nostra destra, uno di noi è
in pericolo. Se fosse stata
a sinistra invece...”
Costeggiando il fiume tra le
erbacce incontriamo mucchi
di sassi disposti a
triangolo. Sembrano piccoli
menhir, e Aldighiero compie
giri larghi per evitarli. Il
fiume fa un’ansa e si
restringe. Salto in quel
punto servendomi di una
pertica. Poi rilancio
indietro la pertica e
proseguo da solo sul
sentiero.
Cammino trasognato
sforzandomi di dimenticare
quelle truci superstizioni.
Sento il canto dei grilli e
a volte la brezza mi porta
il profumo dolce del
caprifoglio. La notte è
tiepida nell’immensa quiete.
Una luce rossa si muove
laggiù nei campi. Mi fermo a
guardarla. É una fiammella
tremolante che procede
saltellando. Che cosa può
essere? Forse è un fuoco
fatuo.
La luce avanza saltellando
sospesa sul terreno, sorvola
il fiume passando davanti a
me e prosegue in diagonale
nei campi. Poi il chiarore
rossastro scompare dietro ai
gelsi. Riappare più lontano,
la intravedo fra il fogliame
finché la perdo
definitivamente.
Mi fermo con il cuore che
batte per l’emozione. Quando
riprendo il cammino, dopo
pochi passi vedo un’altra
luce provenire dalla stessa
direzione. Istintivamente
rimango immobile e dopo un
po’ la vedo passare, questa
volta molto più da vicino.
Sembra una sfera gassosa di
luce rosso-giallognola
sospesa nell’aria. Procede
velocemente in direzione del
monte artificiale.
Incuriosito provo a seguirla
ma poco dopo anche questa
scompare.
Il dosso delle streghe si
eleva nero di fianco a me,
coperto di erbacce e rovi.
Allora vedo altre luci
piccole e grandi provenire
da diverse direzioni. Si
spostano tutte veloci e
silenziose a diverse altezze
e convergono verso il dosso
delle streghe. Le seguo con
lo sguardo e resto allibito.
Il monticciolo a tratti
sembra avvolto da un alone
di luce verdognola. Mi
avvicino ancora di più
camminando nella sterpaglia
fin quasi alla base del
monte. La luce lunare lo
illumina e vedo le asperità,
i rametti contorti, la
sommità brulla dove si
muovono alcune ombre...
Odo sussurri di donne e
risatine portate dalla
brezza. Lentamente le ombre
si alzano e incominciano a
spogliarsi. Si spogliano
completamente finché restano
tutte nude, immobili,
tenendosi per mano.
Vedo ragazze giovani e
vecchie megere. Nel grande
silenzio i loro corpi
biancheggiano sotto la luna.
Un canto lieve, monotono,
proviene dall’altura. É
appena percettibile tra il
fruscìo delle foglie, e a
volte scompare nel vento.
Dopo un po’ si fa più forte
e il suo ritmo diventa più
veloce.
Adesso le donne incominciano
a muoversi e formano un
girotondo. Vedo corpi di
adolescenti e corpi deformi
di vecchie. A volte
intravedo perfino qualche
viso ghignante. Le carni
sode hanno lampi bianchi, i
seni ballonzolano.
Girano piano dapprima,
ripetendo la nenia, poi
aumentano il ritmo. La danza
si fa sempre più frenetica,
i movimenti sempre più
rapidi, il canto sempre più
ossessivo... Il girotondo
diviene veloce,
sgangherato...
Adesso girano invasate,
sbraitando attorno a
qualcosa che sta nel centro.
Improvvisamente qualcuna
grida un nome. Il canto
cessa di colpo. Il girotondo
finisce. Le streghe cadono a
terra con una esclamazione
di stupore.
Il silenzio diviene
assoluto. Non vedo più
nessuno. Lo stupore e il
senso di attesa si vanno a
poco a poco attenuando e
posso pensare di aver
sognato ogni cosa. Sono
tutto sudato. Guardo la
campagna che si stende sotto
la luna e provo un grande
senso di quiete.
Eppure qualcosa ancora si
muove lassù sul dosso.
Sembra un esile filo di fumo
che lentamente sorge dalla
sommità del monte. É una
ragazza nuda. Una pallida
Dea della notte con le
braccia tese.
Quando alza la testa i
capelli si scostano e
riconosco il viso di Monelle
che mi guarda con i suoi
grandi occhi tristi.
OTTOBRE 1989
UN MISTERO DI CAMPAGNA
Una notte d’autunno sono
nella mia cameretta nella
casa di campagna dello zio
ma non riesco a dormire.
Sento il vento autunnale che
sibila. Sento il lontano
frusciare dei pioppi.
Ma a volte sento anche un
altro rumore, più acuto e
preoccupante. É una specie
di fischio o grido e non
riesco a capire da dove
provenga.
Devo essermi addormentato.
Mi sveglio all’improvviso
nel cuore della notte
sentendo dei tonfi giù in
cucina. Aspetto un altro
poco. Ancora i rumori
inspiegabili; stridii acuti,
tramestìo.
Questa volta non posso
sbagliarmi. C’è qualcuno
giù, forse un ladro. Negli
ultimi tempi sono scomparsi
dei vitelli nelle fattorie
vicine.
Mi alzo piano, prendo il
lumino e senza far rumore
esco nel corridoio.
Socchiudo la porta della
camera dello zio e lo vedo
disteso sul letto con gli
occhi aperti. Mi fa cenno di
entrare. Anche lui ha
sentito i rumori perciò si
alza, indossa gli stivali e
mi precede in camicia da
notte.
Entro nella stanza del
nonno: poiché soffre di
insonnia sta seduto vestito
sul letto a fumare la pipa.
Pure lui ha sentito i rumori
così prende il suo bastone e
mi segue.
Spengo il lumino e tutti
insieme scendiamo la scala
passo dopo passo sforzandoci
di non fare rumore.
Arrivati giù ci fermiamo
sulla soglia a guardare. La
cucina è immersa nel buio.
Strisce di luce lunare
entrano dalle fessure alle
imposte.
Allora avanziamo piano fino
a raggiungere la saletta.
Anche qui buio e la luce
lunare che entra dalle
fessure della porta. Mio zio
accende un fiammifero, poi
accende la lucerna.
La visita alle due stanzette
inferiori è presto fatta. Le
porte sono sbarrate con i
catenacci, le finestre sono
chiuse e munite di
inferriate. Io guardo nel
secchiaio e nel sottoscala.
Per scaricare la tensione ci
mettiamo a chiacchierare
prima di ritornare a letto.
Il rumore, una specie di
grido aspro e acuto, si fa
sentire vicinissimo questa
volta mettendoci in allarme.
Nel silenzio che segue ci
voltiamo tutti verso la
porta chiusa che immette
nella legnaia. É piccola e
robusta, sbarrata con due
ganci e due catenacci. Mio
zio la indica parlando
sottovoce:
“Qualcuno è entrato nella
legnaia.”
Ci avviciniamo piano alla
porta che abbiamo varcato
tante volte, ma che adesso
appare inaccessibile e
pericolosa. Lentamente
sfiliamo i catenacci. Mio
zio dopo aver atteso un poco
sferra un poderoso calcio
con gli stivali mandandola a
sbattere contro il muro. Poi
mette il braccio in avanti
illuminando con la candela
la stanzetta piccola e
squallida, riempita di
cataste di legna per
l’inverno.
Scendiamo i due gradini. Non
c’è nessuno nemmeno qui. Ci
fermiamo nel centro della
stanzetta sotto le travi
basse guardando tutto
intorno.
Un sibilo sottile e rabbioso
ci fa sobbalzare. In cima a
una pila di legna c’è il
nostro gatto che soffia con
il pelo ritto e la schiena
inarcata. Sembra
irriconoscibile. Con un
salto corre giù, infila la
porta della cucina e
scompare.
Ancora il silenzio. Poi un
nuovo rumore, questa volta
acuto e rabbioso. Mio zio
che ha visto qualcosa,
impugnando il rastrello
corre verso il fondo della
legnaia.
In un angolo è apparsa una
biscia mostruosa con il
corpo grosso e lungo e la
testa da gallo! Mio zio
l’affronta decisamente con
il rastrello. La biscia si
ritira poi con uno scatto
volta la testa e si solleva.
Mio zio pentito della mossa
avventata si gira per
tornare indietro. La biscia
con uno slancio gli si
attacca alla caviglia. Nello
stesso momento io alzo la
mannaia che sta posata sul
ceppo e con un colpo taglio
in due il corpo della
biscia.
Mio zio manda un grido, ma
non si è fatto niente perché
gli stivali di gomma lo
hanno protetto. I due
tronconi del serpente
restano a dibattersi sul
pavimento di terra, in una
pozza di liquido scuro.
La stessa notte usciamo
fuori sull’aia. Una luna
piccola e fredda rischiara
la campagna. Il vento
d’autunno fa fischiare i
comignoli.
Senza parlare scaviamo una
buca profonda in mezzo al
letamaio. Poi mio zio va a
prendere la cosa con la
forca, la butta dentro e la
seppelliamo sotto mucchi di
letame.
Quando abbiamo finito un
fumo si leva dietro di noi.
Corriamo a vedere: ma è solo
la giacca del nonno
sull’aia. Egli se la era
tolta per aiutarci a scavare
dimenticando nel taschino la
sua pipa accesa.
MARZO 1990
L’UOMO CHE ERA STATO UN
PAPAVERO
Ne ho incontrati molti di
tipi strani. Ho conosciuto
un tale il quale affermava
che gli uomini e le creature
sono lo sterco di Dio. Un
altro credeva che la vita
fosse un gioco creato per il
divertimento degli Dèi.
Sono uomini che i casi della
vita hanno reso filosofi, ma
la loro visione del mondo
non comparirà sui libri di
filosofia.
Ma il più strano di tutti è
stato l’incontro con un
vagabondo il quale credeva
di essere stato un fiore.
Era di giugno, la strada era
dritta e deserta
fiancheggiata da qualche
pioppo. Avrei dovuto
percorrerla tutta poiché la
mia automobile si era
arrestata con il motore che
fumava.
Verso mezzogiorno cammino
ancora. Il sole è alto nel
cielo celeste. La brezza
calda fa oscillare il
frumento nei campi.
In fondo alla strada
un’ombra scura si muove
lentamente. Quando gli sono
più vicino mi accorgo che si
tratta di un hippy con un
lungo pastrano nero dagli
orli sbrindellati. Cammina a
piedi scalzi, sotto il sole
e poiché va nella mia stessa
direzione dopo un po’ lo
raggiungo.
Incuriosito dallo strano
personaggio mi affianco con
prudenza. L’uomo cammina
come in trance, ignorando
completamente la mia
presenza. Allora provo a
domandargli:
“Va lontano?”
Alla mia voce l’uomo pare
risvegliarsi. Mi guarda con
i suoi grandi occhi chiari.
Ha i capelli lunghi e la
barba incolta ricopre il suo
viso scarno e bruno.
“Praha” risponde con accento
straniero.
“E... da dove viene?”
Nessuna risposta. Gli ripeto
la domanda ma l’uomo sembra
ritornato nel suo stato di
intensa concentrazione che
gli fa dimenticare il mondo.
Tiro fuori una moneta e
gliela offro. Ma lui scuote
la testa e ha una
espressione di sdegno.
Sembra un veggente, un mago
o un profeta. Prima di
lasciarlo gli rivolgo
un’ultima domanda:
“Ha incontrato Dio?”
L’uomo mi guarda con una
espressione intensa, senza
parlare. Poi si volta e
riprende a camminare.
Gli alti campi di grano
ondeggiano accarezzati dalla
brezza accanto a noi.
All’improvviso l’uomo pare
svegliarsi dal suo
sonnambulismo. Il suo volto
assume una espressione
radiosa, come se avesse
riconosciuto qualcuno o
qualcosa di invisibile.
Lo vedo mentre scende giù
nel campo quasi di corsa.
Adesso allarga le braccia,
poi cade in ginocchio...
Mi fermo ad osservarlo a
distanza. Che cosa c’è? Che
cosa vede?
Il suo volto è percorso da
brividi di felicità. Lacrime
gli scendono dagli occhi, ma
sono lacrime di gioia.
Adesso si piega fino a
sfiorare con le labbra un
cespuglio di papaveri e
rimane immobile, estasiato.
Anziché andarmene mi fermo
per osservarlo. Passano
alcuni minuti, finché l’uomo
lentamente si alza. Sembra
stanco, spossato, ma molto
felice. Mi viene incontro
sorridendo e sussurra
qualcosa, come per rendermi
partecipe della sua gioia:
“É sempre una emozione
rivedere quello che sono
stato prima.”
“Che cosa intende dire?” gli
chiedo stupito.
“Forse ha anche lei un fiore
che le piace
particolarmente?”
“ Certo! mi piacciono le
ninfee, i glicini, la
camomilla, il gelsomino, la
robinia...”
Mi interrompe:
“No. Non è questo. Io
intendevo dire: prova una
certa affinità con qualche
specie vegetale? Io ad
esempio –sento- i papaveri.”
“Le piacerà il colore rosso,
suppongo.”
“Al contrario; odio tutte le
cose rosse poiché io amo il
nero. I papaveri
costituiscono l’unica
eccezione.”
“Non capisco...”
“Provi a pensare se c’è un
vegetale o un animale per il
quale prova una profonda
attrazione. Ecco, in una
vita precedente lei era
quello. O anche una grande
avversione se in quella
forma vivente lei ha
sofferto.”
Dopo aver detto questo
sembra ritornare nel suo
stato di trance. Non parla
più adesso. Gli occhi si
fissano su un punto lontano
e cammina come un
sonnambulo. Lo guardo mentre
si allontana; io invece mi
dirigo verso il paese.
Sono quasi le due. Devo
trovare al più presto un
meccanico, devo risolvere i
soliti problemi materiali.
Il sole alto su di me
illumina le prime case.
Penso alla mia vita e al mio
incontro con quello strano
hippy.
NOVEMBRE 1990
LA BARA A FIORI
Arriva il lunedì mattina,
triste come una donna
incinta, come una sera di
settembre, come un uomo a
sessant’anni.
Di mattina presto arriva
Vinicius, quasi di corsa. É
sempre stato un eccentrico.
In gioventù aveva
collezionato chiocciole, poi
spade, e questa mattina...
“Sono passato per dirti che
ci vediamo oggi alle quattro
davanti alle pompe funebri.”
“Eh? Perché mai?”
“É una sorpresa. Ti
spiegherò là.”
“Ma, perché proprio davanti
alle pompe funebri?”
“Alle quattro, ricordati, ci
sarà anche l’ungherese e
Marieluise.”
Il deposito delle casse è
una vecchia chiesetta
sconsacrata.
Lo strano terzetto è già là.
L’amico Vinicius sbuffa di
impazienza. L’ungherese si
sta pettinando i capelli
lunghi e nerissimi.
Insieme a loro c’è
Marieluise, ancora bella,
vestita di bianco e di rosa,
con il viso incipriato dove
si indovinano le prime
rughe. É una pittrice un po’
viziata, che si concederebbe
solo a un duca o a un
fognaiolo.
Vinicius entra subito in
argomento:
“Dunque, ho deciso di
comprarmi una bara, da
mettere in salotto per
stupire gli ospiti, si
capisce. Non trovi che sia
un’idea originale?”
“Sì... Potresti metterci
dentro le bottiglie dei
liquori...”
“Ma no, che sciocchezza! La
terrò vuota e chiusa, vicino
al pianoforte.”
Arriva l’uomo delle pompe
funebri. É curvo, vestito di
grigio. Ha una personalità
scialba e un volto smorto
che sembra impolverato.
Entriamo da una porta
laterale e percorriamo un
corridoio lungo, sinuoso,
con facce paffute di
angioletti scolpite sul muro
di destra. Il magazzino è
ricavato nell’abside della
chiesa. Il resto
dell’edificio comprende la
falegnameria.
Vinicius passa in rassegna
le casse messe in fila,
nella luce tetra dei
finestroni. Sembra un
bambino che ammira i
giocattoli. Ogni tanto
chiede con voce eccitata:
“Questa bara chiara di che
legno è?”
“Faggio” risponde
l’impresario con voce
monotona.
“Questa più scura?”
“Di quercia.”
“E questa?”
“Di olmo...”
L’ungherese invece fa le sue
riflessioni ispirate alla
magia:
“La morte è la porta verso
l’Oltremondo. E l’amore è la
porta dall’Oltremondo verso
questo mondo.”
Marieluise commenta con la
sua acuta sensibilità di
artista:
“La vita è un nulla. É solo
una collana con il filo
rotto che lascia sfuggire le
perle.”
Poi, nascondendosi un po’
fra le pile di bare
incomincia a ridere e a
spogliarsi.
L’impresario tossisce per
l’imbarazzo.
Marieluise improvvisa una
specie di spogliarello
macabro ed eccitante fra le
bare. Il suo corpo si
intravede seminudo, bianco
nell’ombra. Poi esce
dondolandosi, mostrandoci
due occhi disegnati sulle
natiche.
Sempre ridendo la pittrice
si ritira per rivestirsi, ma
ad un tratto arriva la sua
voce stupita:
“Toh, come è graziosa
questa!”
Andiamo a vedere anche noi.
In un angolo c’è una bara
scura polverosa, con sopra
dipinti grandi fiori rossi e
gialli.
“E quella? Che cos’è?”
chiede Vinicius
all’impresario.
“Ah sì! Quel cofano è stato
commissionato dal milionario
Ikys, quando era ancora in
vita. Saprete anche voi la
storia. No forse siete
troppo giovani. Ikys era un
eccentrico e voleva essere
seppellito in quella,
vestito da clown. Sennonché
i familiari trovarono modo
di eludere le disposizioni
testamentarie adottando una
bara ricoperta di fiori
veri. Così entrarono
ugualmente in possesso
dell’eredità.”
Vinicius non si trattiene
più, finché eccitatissimo
esclama:
“Oh! Quanto costa? La
compro!”
Sentito il prezzo il mio
amico estrae un grosso
portafoglio legato a una
catenella. Paga in fretta
l’acquisto poi, ignorando lo
sbalordimento
dell’impresario, si rivolge
a noi:
“Allora, voi che siete in
due prenderete la parte
della testa, io invece dal
fondo.”
Sudando e sbuffando usciamo
fuori dal deposito e
proseguiamo sul marciapiede.
Il paese è immerso nella
luce sulfurea della sera,
mentre in cielo brilla una
luna d’argento e quarzo.
I rari passanti si
stupiscono vedendoci
trasportare a piedi una
cassa da morto. Il legno
scivola, il coperchio
sbatte, Vinicius preoccupato
grida ordini e ci sollecita
a fare attenzione affinché
gli spigoli non urtino
contro i muri.
Camminiamo stentatamente
sotto il peso. L’ungherese
seguita a parlare di magia e
Marieluise si fa matte
risate accanto a noi.
NOVEMBRE 1990
CASA DI MARTHA
Nel gelido crepuscolo di
novembre la vecchia fiera di
Stellara è composta di
bancarelle dei dolciumi,
spazzacamini, burattinai,
ombrellai...
Io sono venuto per andare
dalla vecchia Martha
affinché provi a guarirmi il
mio male al petto. Chiedo di
lei a un contadino che sta
spaccando la legna.
“Lei sa dove abita la vedova
Martha?”
“Sicuro che lo so. Abita
laggiù, dove cresce la
saggina, insieme a quelle
altre...”
“Perché? Che cosa fa?”
“Fa le stregonerie. Lei e le
vecchie Diana, Viviana e
Gelsomina hanno passato la
vita a rovinare i raccolti,
far ammalare uomini e
bestiame e a scatenare
temporali. Bisognerebbe
bruciarle! Spero che
ricevano tutta la sofferenza
che si meritano!”
La nebbia cade sul
villaggio. Sapevo che la
vecchia Martha ha fama di
essere una strega.
Percorro la via principale,
talmente stretta che le
streghe si potrebbero
graffiare stando alle
finestre. Poi la strada
prosegue in campagna. Gelsi
e salici vecchissimi,
piegati e squarciati che
sembrano piantati dal
diavolo.
La sua casetta è vicino a
cespugli di rosellina
selvatica. Un cardo è
piantato davanti alla porta
di casa.
All’interno sono appese
pentole e vecchie litografie
di fiori e animali. Un
pappagallo tetro mi guarda
dall’alto.
Sul tavolo ci sono chiodi
storti, spilli, uncini. La
vecchia piccola e magra li
innaffia con il liquido di
una boccetta. Ha il viso
bianco, labbra e occhiaie
nero viola.
“Entra. Ti aspettavo.”
Le spiego brevemente dove mi
fa male. Mi fa intingere un
dito nell’olio e lasciare
cadere alcune gocce in un
pentolino d’acqua.
“Le gocce si disperdono...”
borbotta.
Mi porge alcuni grani di
frumento da buttare
nell’acqua. I grani cadono a
fondo e lei mormora:
“Sei stato affatturato.”
Allora mette un pentolino
d’acqua a bollire sul fuoco.
Vi butta dentro cenere,
polveri scure e si mette a
borbottare strane parole.
Prende un fazzoletto rosso
con una estremità annodata e
lo striscia per terra
disegnando un cerchio
intorno a me.
Nel silenzio della cucina si
ode solamente il ribollire
sempre più forte dell’acqua.
L’acqua borbotta
rumorosamente come un
vecchio gnomo.
Improvvisamente con le molle
prende il pentolino e lo
capovolge.
Non credo ai miei occhi!
L’acqua rimane dentro al
pentolino! Solo alcune gocce
schizzano via dai lati.
Adesso con uno scatto
raddrizza il pentolino e me
le mette davanti con l’acqua
che bolle rumorosamente.
“Mettici un dito dentro”
ordina.
“Ma... mi ustionerò”
obietto.
“No. Non sentirai nulla.”
“Ma è bollente!”
“Presto. Metti un dito
nell’acqua.”
Alla mia incertezza ha un
sospiro di impazienza:
“Ah! Adesso è troppo tardi”
e versa l’acqua sul fuoco.
Mi ordina di compiere un
salto per uscire dal cerchio
e conclude:
“Dovrai venire da me un
altro giorno.”
Un po’ sconvolto esco dalla
cucina. Alle mie spalle la
risata stridula del
pappagallo mi fa
rabbrividire.
Nei giorni successivi a casa
mia, il mio male va
peggiorando.
Una mattina trovo strane
impronte di capra sparse nel
corridoio. Il cuscino del
letto prende strane forme
anche dopo che lo batto e lo
spiano. E nel materasso ho
trovato... una ghirlanda di
piume!
Le cose si ingarbugliano e
devo tornare dalla vecchia
Martha.
Il tramonto: le fiamme
dell’inferno. Il paese
sembra bruciare di colori
rossastri. Le case di
mattoni, gli alberi, i gatti
sull’aia, le botti, le
foglie secche...
I gelsi sibilano nel vento
come se esseri vegetali
stessero imprigionati
dentro. Passo davanti a un
giardinetto e si rovesciano
due vasi senza che io li
abbia nemmeno sfiorati;
prima uno, poi l’altro.
Rivedo la casa di Martha con
i nidi di vespe sotto le
grondaie penzolanti e
avvitate. Entro dalla porta
sempre aperta. Il pappagallo
si mette a starnazzare.
La vecchia sta annodando le
calze a un piolo dello
sgabello e stringe, stringe
borbottando qualcosa. Il
piolo assomiglia a un collo
maschile da strozzare. Sullo
sgabello c’è una foto e nove
sassolini neri.
“Vieni. Quando le ragazze
pregano la luna gli uomini
soffrono di più.”
Tutto si svolge come la
volta precedente.
Ripete il rito del
pentolino. Lo fa bollire, lo
capovolge senza che l’acqua
esca. Me lo porge
ordinandomi di infilarci
dentro il dito.
Rassegnato ad ustionarmi
chiudo gli occhi ed eseguo.
Non sento niente. Solo un
formicolìo causato
dall’acqua calda, ma niente
di più.
Alla fine le do un po’ di
denaro ed esco fuori. La
nebbia è scesa sul
villaggio.
Nei giorni successivi mi
sento molto meglio e non
succedono più cose strane
nella mia casa.
Un sera d’inverno torno a
Stellara per ringraziare la
vecchia Martha, ma la sua
casa è chiusa.
Tutto è squallido e deserto.
A volte sento un coro di
lamenti lontani seguito da
un sibilo.
Da un crocicchio vedo
quattro vecchie attorno a un
fuoco. Sarà Martha con
Viviana, Diana e Gelsomina.
Un gatto, con il pelo ritto
e la schiena inarcata scappa
via.
NOVEMBRE 1990
IL FABBRO FANTASMA
Mi sveglio di soprassalto
teso e sudato.
Il vento ulula, fa frusciare
le foglie degli alberi e
ogni tanto fa sbattere
un’imposta della colombaia.
Fra l’urlo della bufera
sento un tintinnìo nitido,
irregolare. A volte si
aggiunge anche l’abbaiare
del cane in lontananza.
I colpi si fanno più forti.
É come se un fabbro battesse
sull’incudine con il suo
martello. A quest’ora di
notte, chi può essere? La
fattoria più vicina dei
Miller dista almeno un km
poi c’è quella dei Roker
aldilà del fiume.
Non riesco più a dormire
così per scacciare il
nervosismo vado alla
finestra. Apro vetri e
imposta e sono investito dal
vento e dalla polvere.
La forza del temporale
sembra aumentata adesso. Il
vento arriva a onde
fortissime che fanno tremare
la fattoria.
Il temporale di aprile piega
le chiome dei salici, porta
polvere e foglie strappate
dagli alberi. La banderuola
impazzisce sulla colombaia.
Rinchiudo e torno a letto.
Rimango per tanto tempo
sveglio nel tentativo di
ascoltare il rumore di
prima. Adesso sento solo
l’urlo attutito della
bufera.
Il mattino seguente siamo
occupati io e il vecchio
Sart a tagliare l’erba e a
caricarla sui carri. Poi
portiamo carriole piene di
fieno alle mucche.
Al pomeriggio mentre
abbeveriamo gli animali
interrogo il mio compagno
sugli strani rumori della
notte.
Sart è piccolo, vecchio e
sordo, con la barba grigia.
Come al solito non capisce
cosa voglio dire e devo
ripeterglielo alcune volte
gridando forte
nell’orecchio. Alla fine
commenta:
“Ah, il temporale di
stanotte sì, ha allagato la
stalla, e ne avremo ancora
in luna nuova.”
É una notte calda di maggio,
bianca di luna. Dalla
finestra sento il canto
lontano dei grilli, con
un’eco da cattedrale dentro
l’immensità della notte.
Dalle stalle buie proviene
il muggito degli animali
irrequieti.
Oltre questo arriva un altro
rumore. É il solito rumore
del martello battuto
sull’incudine a intervalli
irregolari. Cosa può essere
mio Dio, sempre a quest’ora
di notte?
Con il passare delle ore il
tintinnìo si fa più duro e
nervoso, finché i primi
galli incominciano a cantare
nelle fattorie dandosi
risposta e tutto finisce.
Al pomeriggio scarico mucchi
di paglia dal pagliaio e con
la carriola la porto al
vecchio Sart per rifare le
lettiere. Fra un giro e
l’altro approfitto per
parlare al vecchio dei
rumori e come al solito lui
mi fraintende:
“Sono i colombi che hanno
fatto il nido lassù.”
E mi indica i secchi appesi
sotto l’alto tetto del
fienile.
“Quelle due vacche
partoriscono fra una
settimana. Ricordati che
dobbiamo ancora macinare il
mais.”
Durante la notte successiva
i rumori cambiano e
diventano più pesanti.
Adesso sembra che un
maniscalco indemoniato
lavori nel cortile qui sotto
alle mie finestre.
Dannazione, sono stanco
morto, ma nessuno potrebbe
dormire con questo baccano.
Possibile che il vecchio
Sart si sia messo a battere
il ferro a quest’ora di
notte? Mi alzo dal letto,
apro l’imposta e resto a
guardare stupito.
Il cortile della fattoria è
bianco di luna. Le cose
familiari e che credevo di
conoscere non sembrano più
le stesse. Le sagome degli
edifici con le ombre storte
e nere appaiono minacciose.
Le tettoie per le mucche,
gli abbeveratoi, le casette
per le oche, gli attrezzi
abbandonati sull’aia
sembrano di un altro mondo.
Su tutto domina il rumore
fortissimo, anche se non
riesco a stabilirne la
direzione. Mi sforzo di
guardare dentro ai portici
neri, sulla colombaia vicino
al pino secco.
É tornata la quiete adesso.
Il martellare è cessato di
colpo. Dal fiume mi arriva
il lontano gracidare delle
rane.
La sera seguente mentre
abbeveriamo le bestie sento
che il mio compagno brontola
e fa strane esclamazioni:
“Eh, il vecchio Joe si è
fatto sentire questa notte!”
“Che cosa?” gli domando
sbalordito.
“Ha fatto un bel chiasso!
Eh, ne ha ferrati parecchi
di cavalli” dice indicando
alcuni ruderi.
In fondo alla fattoria ci
sono file di casette basse e
gialle semidiroccate, con la
porta ad arco di tufo.
“Ma sì, il fabbro che
abitava qui ottant’anni fa.
Io ero ragazzo quando l’ho
conosciuto e lo aiutavo a
soffiare col mantice.”
Ci avviciniamo alle finestre
delle casette per guardare
dentro: c’è solo buio,
sporcizia e odore di muffa.
“Qui una volta abitavano le
famiglie dei salariati e lui
stava proprio là, dentro la
quarta porta. Ha battuto il
ferro per tutta la vita e il
suo spirito continua a
lavorare anche adesso.”
Poi si allontana zoppicando
e con la forca ammucchia il
fieno sparso sull’aia. Dopo
un po’, soprappensiero,
anch’io lo seguo.
MARZO 1991
IL VECCHIO SALICE
Durante quell’anno lavoravo
nella fattoria di Caramory.
Venendo dalla strada la
fattoria appare con il lato
nord grigio e pieno di
inferriate aldilà di un
fossato e un filare di
salici.
Un pomeriggio mentre lavoro
nei campi vedo che il cielo
è diventato rosso dietro
alla fattoria. Bagliori
rossastri si levano dietro
alle stalle là dove
sicuramente i pagliai hanno
preso fuoco.
Corro gridando assieme agli
altri braccianti ma
oltrepassata la fattoria ci
fermiamo allibiti.
Non c’è nessun incendio. Una
aureola rossa color brace
sorge a nord, dietro alla
fila di salici.
Mentre osserviamo intimoriti
lo strano fenomeno vediamo
che l’aureola va rapidamente
rimpicciolendosi. Il suo
colore si va smorzando,
diventa sempre più cupo,
fino a lasciar intravedere
il cielo celeste.
Una mattina all’alba sono
svegliato da grida e rumore.
Alcuni contadini camminano
sbraitando sotto i salici
piantati lungo il fossato
che divide la strada dai
campi. Corro anch’io sul
posto per vedere cosa è
successo.
Ci sono strani anelli
bianchi sull’erba intorno a
un salice. Sembra muffa o
cotone.
Quando provo a toccarli noto
la loro inconsistenza e
ritiro le dita bagnate.
La gente intorno commenta e
fa domande. Parlano
sottovoce chiamandoli Cerchi
delle Fate.
La stessa sera l’uomo venuto
a prendere il latte avverte
i contadini che un albero ha
preso fuoco.
Ancora una volta percorriamo
la riva del fosso. Si
intravede un chiarore là in
mezzo agli alberi.
Quando sono vicino vedo un
albero che irraggia una luce
smorta, un chiarore pallido
e sfumato. É un salice
comune, mezzo secco, con un
ciuffo di rami verdi rivolti
a nord. Restiamo lì a
guardare fino a mezzanotte e
siamo affascinati e
sbalorditi.
Il pomeriggio seguente al
calar del sole arriva gente
a piedi, in bicicletta o con
il carro, per vedere
l’albero luminoso. Oltre ai
contadini dei dintorni ci
sono persone che non ho mai
visto prima. Sono arrivati
anche alcuni signori ben
vestiti venuti appositamente
fin qui dalla città.
La sera scende a poco a poco
nella campagna trasformando
le cose in ombre scure. Nel
cielo turchino appaiono le
prime stelle. L’albero
emette una luminescenza
tenue, un alone di luce che
diventa sempre più chiara
con l’approssimarsi
dell’oscurità.
A mezzanotte il posto è
tutto pieno di gente.
L’albero è al centro con la
sua luce magica e irreale.
Fra il brusìo della folla si
odono strani discorsi:
“Sotto c’è una miniera di
zolfo.”
“Se scaviamo attorno alle
radici troveremo l’oro.”
“Le sue radici arrivano fino
all’inferno!”
Al mattino dopo il mais è
abbattuto e calpestato per
un largo tratto. Inoltre il
terreno è stato smosso
attorno all’albero. Qualcuno
ha scavato forse credendo di
trovare l’oro.
La notte successiva accadono
cose ancora più
inverosimili. Circa alle due
quando quasi tutti sono
andati a dormire, arriva un
gruppetto di donne che non
ho mai visto prima.
Una donna di circa
trent’anni bruna e formosa,
di colpo si sfila il vestito
e rimane completamente nuda.
Adesso abbraccia il tronco,
vi struscia contro con il
corpo, emette sospiri e
gemiti.
Le altre donne fanno circolo
intorno per proteggerla
dagli sguardi. I pochi
uomini presenti fischiano,
gridano e corrono più
vicino.
Una sera di agosto il cielo
si è oscurato. Un pastore
arriva di corsa come se
avesse il diavolo alle
spalle e grida spaventato:
“Ci sono gli spiriti, ci
sono gli spiriti dentro il
salice...”
Insieme ad altri vado a
vedere.
Rivedo il salice. Sul tronco
sono attaccati nastri rossi
annodati e steli di frumento
con il nodo, segni di
richieste e desideri.
A intervalli le foglie si
muovono frusciando, come
scosse dal vento. Ma è una
sera quieta e non c’è un
filo di vento. Guardo gli
altri salici che hanno le
foglie tutte immobili. Poi
torno a guardare questo e
sembra scosso dalla furia di
una bufera.
Sento le gocce di sudore
cadermi dalla fronte. Un
brivido freddo mi corre
lungo il corpo. Cosa è
questo nuovo fenomeno? Che
cosa succede in questo
posto?
Nei giorni successivi la
gente smette di lavorare per
andare a vedere l’albero. La
macchia di mais calpestato
si è notevolmente allargata.
Un mattino il padrone
preoccupato per come vanno
le cose e per evitare un
maggior danno alle colture
dà ordine di abbattere
l’albero. Nessuno vuole
eseguire, ma due operai
venuti da fuori accettano
l’incarico.
In poco tempo con vanghe e
picconi sradicano l’albero.
Il tronco viene trasportato
sull’aia della fattoria e
segato in pezzi per fare
legna da ardere.
Le sere successive fino a
tutto settembre la gente
arriva e ci domanda che fine
ha fatto il salice. Alcuni
raccolgono pezzi di
corteccia fosforescente e li
portano con sé come amuleti.
Due signore affondano nel
fango fino alla caviglia per
cercare pezzetti di
corteccia, e bisogna
aiutarle a tirarle fuori.
Nelle fredde sere di inverno
mentre la nebbia sale dai
fossi, le vecchie raccontano
gli strani prodigi che
avvenivano intorno al
vecchio salice: una donna
sterile era diventata
feconda soffregando il
proprio corpo contro il
tronco e le ragazze che
andavano là di notte
vedevano il volto del loro
futuro sposo.
LUGLIO 1991
LUCY LA STREGA
Conoscevo Lucy fin da
bambina. Suo fratello era
mio amico ed un giorno mi
portò a casa sua per vedere
un quaderno di francobolli.
In quella occasione conobbi
Lucy. Era magra e pallida.
Aveva un vestito bianco
sporco e mi guardava seria
senza parlare.
In seguito l’ho rivista
altre volte. La madre morì
alcolizzata. Suo fratello si
sposò e andò via.
Lucy è rimasta a vivere da
sola. In paese alcuni dicono
che si prostituisce, altri
dicono che possiede la
seconda vista e fa gli
scongiuri.
Mentre mi avvicino alla sua
abitazione sento un brivido
corrermi per il corpo. La
casa di mattoni ha colori
rossastri nel sole di
ottobre. Un albero di
giuggiole quasi spoglio sta
alla sinistra. Sull’aia ci
sono gatti, botti, foglie
secche. Mi avvicino alla
porta e chiamo:
“Lucy, sono io...”
“Vieni dentro. Ti
aspettavo...”
In cucina mi offre un
bicchiere di acqua
zuccherata con la
barbabietola. Le disgrazie
che abbiamo avuto nelle
nostre vite ci permettono di
comprenderci subito. Le
racconto cosa mi è capitato,
le avversità di questi
ultimi anni, le scelte
sfortunate e parlandone mi
sembra di cercare una
spiegazione del male nella
vita.
Lucy mi guarda con i suoi
verdi occhi gelidi. Va a
prendere uno specchio, lo
posa sul tavolo e torna a
sedersi accanto a me.
Nella stanza in penombra
Lucy incomincia a guardare
dentro allo specchio. Il
volto è pallido e scavato. I
suoi capelli le ricadono
intorno come una pioggia
viva.
“Vedo un fumo grigio...
immagini... Tutta una
vita... Una vecchia... Una
casa...”
Fa un lungo sospiro e alza
gli occhi verso di me:
“Per adesso ho finito. La
prossima volta portami
qualcosa che appartiene
intimamente alla tua casa.”
La sera d’autunno è umida e
fredda e la luna sembra di
cristallo. Nella mia tasca,
avvolto in un foglio di
carta ho un pezzetto di
intonaco che ho staccato
dalla parete. Sto tornando
da Lucy ma non so cosa
pensare dei suoi discorsi.
Forse è tutto irrealtà e
follia. Un gruppo di
ubriachi cantano una canzone
senza senso nella
nebbiolina.
Arrivo emozionato
all’appuntamento e sento il
cuore che batte. Spingo la
porta aperta. So che lei ha
già intuito la mia presenza
mentre chiamo piano: “
Lucy...”
Lei indossa un vestito nero,
attillato che lascia le
spalle nude. Il volto è
pallido e scavato.
Per disperdere la tensione
nell’aria le mostro subito
il pezzo di intonaco che ho
portato. É grigio e
friabile. Lei lo prende, lo
tocca, lo posa sul tavolo.
Si siede ancora vicino a me
davanti allo specchio. Mi
appoggia una mano sulla
spalla e socchiude gli
occhi. Sento il tocco della
sua manina soffice, sento il
profumo tenue dei capelli.
I suoi occhi guardano
lontano come se volesse
perdersi dentro allo
specchio. Il suo respiro si
fa più lento, più profondo.
Ora diventa breve e
saltellante. Le sue parole
sono un sussurro rauco e un
singhiozzo:
“Vedo... una vecchia e una
maledizione... Riguarda la
casa e colpirà... solamente
i maschi... Le femmine sono
al sicuro...”
Più tardi quando ritorna in
sé appare stanca e
affaticata. La tensione
nell’aria è calata e ci
mettiamo a parlare.
“Da quanto tempo vivi in
questa casa?” mi chiede.
“Da circa due anni.”
“E da quando sono
incominciate le tue
disgrazie?”
“Adesso che me lo fai
notare, da quando sono
andato ad abitare in quella
casa.”
“Di chi era quella casa?”
“I proprietari erano morti,
la casa era in vendita da
tanto tempo. Io ho trattato
con l’agenzia.”
“Come era la casa?”
“Era molto vecchia, per
questo costava poco. Ma l’ho
fatta rinnovare
completamente...”
“Hai abbattuto anche i muri
perimetrali?”
“No, quelli li ho lasciati
per non perdere i diritti.”
Si è fatto tardi. In
silenzio mi accompagna fuori
ma davanti alla porta si
ferma:
“Tu non puoi sapere cosa si
svolge dietro i muri delle
case... Non puoi capire i
drammi segreti... Per questo
dovrai tornare ancora da me
un’altra volta...”
“Va bene... farò come vuoi.”
Le nostre voci, nella notte
autunnale, hanno un suono
diverso, più stridulo e
quasi disperato.
Due sere dopo cammino
sull’erba alta bagnata di
umidità verso la casa di
Lucy. I pensieri girano
nella mia mente e mi sembra
di vivere in un incubo.
Entro nella saletta buia.
“Lucy, ci sei?”
Silenzio di tomba. A passi
incerti proseguo e apro la
porta della cucina. Lucy sta
là seduta e mi volta le
spalle. La sua voce bassa mi
dà un sussulto:
“Stasera la luna è sorta con
un alone rosso sangue. I
cani ululano. Stasera la
luna mi fa paura...”
Su un tavolino rotondo lì
vicino c’è un candela, un
lungo spillo, un mucchietto
di sale, alcuni nastri neri,
perline di vetro e il pezzo
di intonaco che ho portato.
Lucy sta cantilenando alcune
parole in rima con voce
bassa, gutturale e con le
mani batte la superficie del
tavolo come fosse un
tamburo. Alza gli occhi
verso di me:
“Mi ha insegnato mia mamma
che era una medichessa e lei
ha imparato da mia nonna.”
Poi ritorna nel suo stato di
sonnambula.
A un certo punto Lucy prende
qualcosa con le lunghe dita!
É una bambolina di stoffa
con seni e sesso femminile.
Si avvicina al focolare e la
butta dentro un pentolino di
acqua bollente, poi intona
la cantilena, ripetitiva,
monotona, ossessionante.
Per un attimo la bambolina
sembra viva e si contorce
dal dolore. Lucy ha smesso
di sussurrare e sta
tremando. Dalla cappa del
camino proviene un lamento
acuto che finisce in un
ruggito che mi fa
rabbrividire. Mi volto
impaurito. I piatti della
bilancia oscillano da soli
sulla vecchia credenza.
Allora afferro Lucy per le
spalle e la ritraggo
indietro spaventato.
Restiamo così abbracciati.
Si sente solo il borbottìo
dell’acqua che bolle nel
silenzio adesso.
Dopo un po’ Lucy mi respinge
con un sorriso, ed io esco
da solo nella notte.
OTTOBRE 1991
LA CASA DEGLI SPIRITI
“Mio zio Ernest è morto. Lo
hanno seppellito la
settimana scorsa.”
“Oh, mi dispiace. Lo stimavo
molto...”
“Ho ereditato la sua casa.
Vieni a vedere cosa te ne
pare. Ho deciso di
trasferirmi là appena mi
scade il contratto
dell’appartamento.”
É una sera di febbraio con
vento e nevischio e dopo
questo incontro camminiamo
insieme verso l’abitazione
che si trova qui vicino.
Lasciata la piazza ci
immettiamo in una via
secondaria malrischiarata,
fiancheggiata da alberi.
La casa è una delle ultime
in fondo alla via. Si vede
subito che è abbandonata.
Dalle imposte chiuse non
esce un filo di luce.
Il mio amico Gregor tira
fuori alcune chiavi e
nell’oscurità lo sento
armeggiare con la porta.
“Strano... La serratura deve
essersi inceppata...” lo
sento dire.
Io mi avvolgo di più nel
soprabito in attesa di
entrare.
Uno scatto e un cigolìo.
Entriamo nel buio. Gregor
gira l’interruttore e due
lampadine fioche si
accendono ai lati. Siamo in
una saletta gelida con sedie
di vimini, un cappello
appeso a un attaccapanni di
legno, la tappezzeria a
fiori che cade in pezzi. Una
finestra sbatte al piano
superiore.
Camminando sulle mattonelle
che si muovono visitiamo per
prima la cucina. C’è una
vecchia credenza con la
bottiglia di whisky mezza
piena e le briciole secche
di pane. Dal camino spento
proviene l’odore della
fuliggine.
“Quando si è ritirato
dall’allevamento del
bestiame, mio zio si è
dedicato al giardinaggio. I
suoi stivali, la sua
pipa...”
C’è anche una piccola
cantina con ceste di legna e
un ceppo con la mannaia.
Lasciati quegli ambienti
entriamo in uno studio
impregnato da un forte odore
di tabacco. Sugli scaffali e
nelle vetrine ci sono molti
libri con la copertina nera
che trattano di spiritismo.
Sul tavolo c’è un tabellone
spiritico, una tavoletta
ouija, pile di registri
scarabocchiati, un
candeliere, gli occhiali...
“Mio zio faceva una vita
molto ritirata.”
Poi si avvia a salire i
gradini per farmi vedere il
piano superiore, ed io
lentamente lo seguo. La casa
è gelida. C’è silenzio di
tomba, freddo e odore di
umidità.
Di sopra c’è un corridoio
con alcune porte, alcune
aperte, altre chiuse. Si
sente un rumore metallico
provenire dietro una di
esse. Gregor si ferma di
colpo. Poi apre la porta che
immette nella latrina.
Il finestrino di ferro
sbatte.
“Ero convinto di averlo
chiuso bene la volta
precedente” mormora mentre
fa forza sulla maniglia. Poi
richiude delicatamente un
rasoio con la lama aperta.
“ Mio zio era contrario alle
modernità.”
Io resto immobile sulla
soglia. Guardo la vasca di
ferro arrugginita con il
fondo bagnato, il pettine
con alcuni capelli
attaccati. C’è freddo e
odore di fogna lì dentro.
Nella stanza da letto domina
la foto ovale di Ernest
Navarros con volto scarno,
la lunga barba nera e
l’espressione dura. Sulla
parete opposta ci sono
alcune oleografie con scene
campestri. I loro colori
nella stanza tetra sembrano
innaturali.
“Ultimamente mio zio faceva
una vita da misantropo...”
La casa è impregnata della
presenza del vecchio, come
se egli fosse ancora qui fra
di noi. Involontariamente il
mio amico ha abbassato la
voce come se avesse paura di
disturbare. Le assi del
pavimento scricchiolano e i
nostri movimenti sono più
cauti come per paura di
farci sentire.
Il silenzio della casa è
pesante.
Improvvisamente un cane
abbaia forte fuori. Il mio
amico ha un sussulto:
“É il cane di mio zio nel
cortile qui dietro; avrà
sentito qualcosa...”
Mi avvicino a una finestra e
una ragnatela mi si attacca
alla faccia. Mentre mi
pulisco sento il mio amico
che corre e grida: “Là! Là!
Guarda!”
Una luce rossastra proviene
dalle scale, un brutto
riverbero color rosso
mattone, come fiamme.
“Scendiamo, presto! La casa
sta prendendo fuoco!” grida
Gregor.
Lo seguo saltando i gradini
e corro a vedere in cucina
mentre Gregor si precipita
nello studio.
Qui la luce è scomparsa.
Dalla porta della cantina
proviene buio e una vaga
sensazione di pericolo. É
tornato di nuovo il
silenzio. Il freddo è
intensissimo.
Allora sento un grido
strozzato come se qualcuno
avesse vomitato. Raggiungo
di corsa il mio amico.
Gregor è in piedi sulla
soglia dello studio. Mi
guarda con la faccia bianca
e gli occhi stralunati. Sta
tremando e sembra che voglia
dirmi qualcosa ma non riesce
a tirar fuori neanche una
parola.
“Che cosa succede? Va tutto
bene?”
Lo incoraggio mentre mi
avvicino. Poi mi affaccio
dentro allo studio e resto
pietrificato per la
sorpresa.
Il vecchio Ernest con
stivali e pipa sta seduto
curvo davanti al suo tavolo.
Che mi venga un colpo! É
proprio lui. Lui, o il suo
spirito. Non è fatto di
carne perché è
semitrasparente...
Barcollando come un ubriaco
il mio amico cammina verso
l’ingresso ed esce fuori. Io
lo seguo sforzandomi di non
guardare più dentro allo
studio. Spengo la luce e mi
tiro dietro la porta.
Accompagno Gregor camminando
al suo fianco e per tutta la
strada fino al suo
appartamento non diciamo una
parola.
Alcuni giorni dopo incontro
nuovamente il mio amico che
mi parla di tante cose senza
accennare mai a quello che è
successo.
Un giorno di marzo, passando
davanti alla casa che ha
ereditato, vedo un cartello
appeso di traverso sulla
porta. In esso c’è scritto:
Casa ammobiliata in vendita.
MARZO 1992
INCONTRI NOTTURNI
Arrivo a casa tardi, di
notte. Appoggio la
bicicletta sotto alla
tettoia e cammino verso la
fattoria.
É un’umida notte di agosto.
La luna alta nel cielo
illumina il cortile vuoto,
disegna ombre storte e
dentate sul terreno. Alla
mia destra oltre il pollaio
e i cespugli di serenelle,
si stende il vigneto,
ondulato sotto alla luna.
Tutto è immobile e
silenzioso.
Ma là in fondo qualcosa si
muove di sfuggita. Mi fermo
e ritorno indietro.
Vedo una forma vaga,
biancastra, in lontananza.
Che cosa può essere? Un
riflesso delle foglie? Un
ramo nudo?...
Sono stanco e devo andare a
dormire. Apro la stretta
porta di ferro ed entro
nella saletta. Senza fare
rumore salgo di sopra, mi
spoglio e mi sistemo a
letto.
I ricordi della sera passano
nella mia mente. La musica
delle chitarre, il ballo con
la ragazza, i lunghi baci...
E la macchia bianca nel
vigneto, che cosa sarà
stata?
Mi sento agitato. Mi giro
nel letto senza riuscire a
prendere sonno. Ho fatto
male a non andare a
controllare. Dopo un po’ mi
alzo, mi rivesto e scendo
giù.
Rivedo il cortile deserto,
allagato di luna. La notte
d’estate sembra diventata
più fredda.
Come arrivo all’inizio del
vigneto vedo che è ancora
là. É una forma bianca e
nera proprio all’incrocio di
due filari di viti. Sembra
un uomo con un mantello.
Innervosito mi incammino di
buon passo. Il terreno è
ondulato fatto di discese e
salite. L’erba alta bagnata
di rugiada mi rallenta
l’andatura. Ho fatto male a
non portare i cani con me.
Dove saranno i due cani
adesso? Perché questa notte
non mi sono venuti incontro
come le altre volte? Forse
staranno dando la caccia a
una talpa nei campi.
Quando arrivo a metà sento
un suono strano provenire
dal fondo del vigneto.
Sembra un lamento, debole,
intermittente.
Mi fermo per tentare di
capire di cosa si tratta.
Appoggiato al casotto
dell’irrigazione c’è il
manico di una vecchia zappa.
Lo impugno forte e riprendo
ad avanzare. Almeno adesso
ho qualcosa per difendermi.
C’è una strana tensione
intorno. La vita sembra
sospesa. Tutto è statico,
immobile. Nel silenzio
assoluto sento solo i tonfi
del cuore e un fastidioso
fischio alle orecchie.
La forma bianca sembra un
lenzuolo che galleggia
nell’aria. Adesso è troppo
tardi per tornare indietro.
Devo sapere di cosa si
tratta!
Man mano che mi avvicino la
vedo sempre meglio e più
grande. Una forma bianca,
mobilissima, percorsa da
ombre nere.
Il mio stupore aumenta e
incomincio ad avere paura.
Ogni passo che avanzo mi
costa sempre maggior fatica.
Finalmente mi fermo, come
davanti a un abisso.
Non è una cosa di questo
mondo. E adesso ne sono
sicuro.
La cosa si sposta verso
sinistra, ondeggia un poco
verso di me, attraversa i
fusti contorti delle viti...
Resto a guardare con gli
occhi spalancati. Percorre
alcuni metri e
all’improvviso... scompare.
Ho i nervi tesi, lo sguardo
fisso verso il punto dove si
trovava. Sto tremando e il
sudore mi scorre giù lungo
il corpo. Respiro come se mi
mancasse l’aria.
Piano piano la natura torna
ad animarsi. I grilli
riprendono a cantare. Un
uccello notturno stride. Poi
sento i cani che abbaiano e
arrivano di corsa.
Con uno sforzo riesco a
muovere le gambe. Lascio
cadere la zappa e scappo via
correndo sempre più forte,
accompagnato dai cani,
finché con il respiro
ansante rientro in casa.
Solamente molto tardi,
stremato dalla stanchezza,
riesco a prendere sonno.
Il mattino seguente ancora
con la testa confusa scendo
giù e incontro Gaspar che
sta scopando il cortile.
“Ehi Gaspar, che tipo di
letame hai sotterrato nel
campo in fondo al vigneto?”
“Mah... Il solito preso
dalla stalla, prima della
semina.”
“Ho avuto una specie di
allucinazione stanotte... Ho
visto una forma bianca e
quando mi sono avvicinato è
scomparsa... Saranno i gas
del letame, i fuochi
fatui...”
L’uomo si ferma di colpo
guardandomi con una faccia
seria e rugosa:
“Lei ha visto lo spettro di
famiglia. Quello che
annuncia una disgrazia. Ecco
cosa ha visto.”
“Ma cosa dici?”
“L’ultima volta che è
apparso è morto il vecchio
padrone. Forse adesso
toccherà a questo.”
Due mesi dopo il padrone
della fattoria morì di
infarto, nel suo letto,
all’età di 79 anni. Al suo
posto adesso c’è il figlio
non ancora quarantenne.
Per rivedere il fantasma di
famiglia bisognerà aspettare
presumibilmente altri
quaranta anni. Chissà se a
quel tempo io sarò ancora
tra i vivi.
MAGGIO 1992
LA CASA DELLA STREGA
“La vecchia Kostia è morta.
Era una strega e noi andremo
a visitare la sua casa.”
Con queste parole il mio
amico George mi accoglie nel
suo studio in un pomeriggio
di agosto.
“Ma non sarà rischioso? Se
qualcuno ci scopre?” obietto
io.
“I proprietari abitano
lontano, gli eredi non ci
sono. Non c’è pericolo.
Nessuno può venirci a
disturbare.”
Sono seduto con un bicchiere
in mano ad ascoltare il mio
amico, scapolo, studioso di
occultismo.
“Da alcuni anni sto
studiando la psicocinesi,
cioè la capacità della mente
umana di influenzare la
materia. Scriverò una
relazione per la Società
delle Ricerche Psichiche.”
Sullo scaffale ci sono
strani apparecchi: un gancio
con un filo e una pallina di
sughero in fondo. Una lamina
orizzontale infilata al
centro di uno spillo, per
poter ruotare...
“Servono per studiare la
psicocinesi. É una energia
debole all’inizio” spiega il
mio amico.
“E cosa c’entra questo con
la nostra esplorazione in
quella casa?”
“Là ha abitato la vecchia
Kostia che ha praticato la
stregoneria fino all’età di
96 anni. Ora la stregoneria
fa uso della psicocinesi per
i suoi scopi benevoli... o
malefici...”
Mi mostra alcune foto
infilzate di spilli,
tagliuzzate con le lamette.
“Alcune ragazze fanno così
quando sono state
abbandonate dal
fidanzato...”
Poi mette sul tavolo una
bambolina formata da un
pezzo di stoffa arrotolata
come un sigaro. C’è
disegnata una faccia
stilizzata: due punti per
gli occhi, una linea
verticale per il naso e una
V rovesciata per la bocca.
C’è disegnato un cuore e un
sesso maschile. La bambola è
strangolata da un nastro
nero e trafitta da uno
spillone. Sulla schiena c’è
un nome e cognome.
Vedo l’odio cristallizzato
in questo pezzo di stoffa;
l’odio reso visibile, reso
materiale!
“Che cosa speri di scoprire
dentro quella casa?”
“Tutto. E niente. La
stregoneria ha radici
profonde nelle nostre
campagne. É una tradizione
oscura tramandata dalle
vecchie alle figlie, nel
corso dei millenni. Una
tradizione segreta
sussurrata accanto al camino
nelle nebbiose notti
invernali...”
Fa una pausa prima di
alzarsi:
“É ora di andare adesso.”
Mi infilo il giubbino e
usciamo fuori. Camminiamo
per una stradina di campagna
costeggiando campi di mais
secco. Dopo un po’ arriviamo
in vista della nostra mèta.
Una casa tetra e isolata, di
mattoni, con le finestre
buie spalancate come
occhiaie. Il sole al
tramonto le dà un colore
rossastro. Da un arco gotico
escono pipistrelli.
“É quello il posto?”
“Sì, è un ex convento del
1500 adibito a case
contadine. L’ultima famiglia
è deceduta almeno
sessant’anni fa. Da allora
oltre la vecchia Kostia
nessuno l’ha più abitata.”
Mentre ci avviciniamo la
casa sembra ingigantirsi e
si notano crepe, porte
murate, imposte cadenti.
Attraversiamo un cortilaccio
rovesciando cespugli di
morella alti come noi. In
fondo c’è una porticina di
legno corroso dalle
intemperie, con la parte
inferiore marcita. George
inserisce una levetta e con
un colpo secco la porta si
apre sbilenca da un lato.
Luce grigia, umidità e
polvere al piano terreno.
Rottami di mobili, una
credenza decrepita, pile di
sedie sfasciate, una tavola
con le gambe tornite, casse
di bottiglioni. Arriviamo a
una scaletta ripida di
legno.
Al primo piano ci sono tante
stanzette con finestrelle
piccole e quadrate. Un letto
di ferro e altri mobili
scartati. Nella grossa canna
fumaria ci sono buchi
rotondi dove evidentemente
attaccavano le stufe.
Saliamo ancora sulla
scaletta di legno e
arriviamo all’ultimo piano.
“Questa era la stanza della
strega” sussurra il mio
amico.
Una cameretta piccola e
bassa che prende luce da una
finestrella su un lato. Il
muro portante ha una grossa
crepa. Vicino al camino c’è
un paiolo e una scopa di
saggina. Sul pavimento pieno
di sporcizia alcune schegge
di vetro luccicano
pericolosamente...
Sul muro a nord ci sono
strani segni disegnati con
il carbone. Rappresentano
spirali, cerchi concentrici,
ellissi concentriche. Il mio
amico li ricopia su un
taccuino e commenta:
“Probabilmente è qui che la
vecchia Kostia si sedeva a
cantilenare le sue
filastrocche...”
Poi esamina gli oggetti
sopra una mensola piena di
polvere: pentolini, la
statuetta nuda di una Dea,
una cordicella con nove nodi
doppi, un cucchiaio, un
anello, uno specchietto
rotondo...
George guarda dentro alcune
scatole e lo sento
mormorare:
“Penne di gallina... foglie
di stramonio...
giusquiamo... morella...
brionia... questo non so
cos’è...”
Una luce rosso cupo è
apparsa sul muro sotto i
travi. Sembra una macchia di
sangue e mentre la guardo
per capire cos’è, sbiadisce
e scompare. Sento una
corrente di aria fredda
passarmi sulla faccia.
George prosegue nelle sue
ricerche. Fra alcuni stracci
ha trovato un vecchio
quaderno e lo sta leggendo
al lume di una candela. I
fogli ingialliti sono
scritti con una calligrafia
grande e spigolosa.
Rumori provengono dal basso:
scricchiolii, colpi sul
legno, qualcosa che
sgocciola. Alzo la testa e
resto sbalordito. Un fumo
grigio scende giù lentamente
dalla cappa del camino. Il
fumo si addensa in forma
contorta mentre la fiamma
della nostra candela diventa
rossa. Poi di colpo si
spegne.
“Si sta materializzando! Ci
prende energia. Via subito
di qui!” grida allarmato
George.
Con uno scatto ci alziamo ed
entriamo di corsa dentro una
porticina.
Travi annerite e
malsquadrate sorreggono il
tetto sfondato in un punto.
Sulla parete a destra c’è
una porta murata. Siamo in
una stanza senza uscite e
istintivamente mi volto per
tornare indietro. Mi
affaccio alla fessura della
porta e resto paralizzato
dallo spavento.
Nella luce lunare che entra
dalla finestra vedo alcune
ombre immobili, raggruppate.
Silenzio di tomba nella
stanza. Sento che il mio
amico mi è venuto vicino, ha
visto anche lui e trattiene
il respiro.
Passano alcuni minuti, lenti
come secoli.
Adesso, nel silenzio si
sente una voce lenta, roca,
bassissima...
“... Con il primo nodo
inizia il potere...”
Segue il borbottìo di un
coro appena percettibile.
La voce riprende bassissima
e monotona:
“Con il secondo si unisce...
Con il terzo figlia...”
Ancora il borbottìo di
prima.
“Con il quarto si
accumula... Con il quinto
vive...”
Io e il mio amico stiamo
rigidi accanto alla porta e
non osiamo muovere un
muscolo.
“Con il sesto germoglia...
Con il settimo fermenta...”
Sento fruscii, rumori di
cose spostate sul pavimento.
Dalla porta socchiusa vedo
leggeri contorni viola nella
stanza.
“Con l’ottavo si accresce...
Con il nono colpisce!”
Il borbottìo aumenta,
diventa più forte, poi cala
e ritorna il silenzio.
Si ode adesso un coro di
voci sepolcrali, scandite da
colpi secchi di pezzi di
legno battuti fra loro. Una
cantilena lamentosa, fatta
di suoni strascicati e
gutturali:
“Hiii-ala... Shiii-ala...
Shìta!”
La cantilena prosegue
monotona, ripetitiva,
ossessiva:
“Hiii-ala... Shiii-ala...
Shìta! Hiii-ala...
Shiii-ala... Shìta!”
Nella stanzetta della strega
è apparso un cono di luce
color viola ed è subito
scomparso. Sono visioni così
deboli che non sono sicuro
di averle viste.
Ad ogni passaggio il ritmo
della cantilena diventa un
po’ più veloce. Vedo ombre
nella stanza poi di nuovo il
cono di luce viola che gira
e si alza.
George mi prende per un
braccio e mi parla
nell’orecchio. La sua voce è
così emozionata che stento a
riconoscerla:
“Adesso noi usciremo di qui.
Camminando lungo il muro
scenderemo la scala. Senza
guardare nella stanza...”
“Ma...”
“Adesso! Prima che sia
troppo tardi!”
Senza lasciare il mio
braccio mi tira verso la
porta ed esce.
Come metto piede nella
stanza della strega sento
una atmosfera pesante fatta
di chiarori e di odori. Una
congrega di ombre nere
stanno accovacciate al
centro della stanza. Con la
coda dell’occhio vedo
vecchie deformi, facce di
trapassati con i lineamenti
corrosi, streghe...
La scena diventa a ogni
secondo sempre più vivida.
George mi stringe il braccio
fino a farmi male e mormora
rabbioso:
“Non pensare a loro! Non
pensare adesso...”
La scaletta ripida è un
pozzo di buio. Io cammino
meccanicamente tirato da
George e mi sembra che passi
un’eternità dentro quella
casa.
Poi finalmente usciamo fuori
nel cortile. Respiro
profondamente l’aria umida
della notte. Mi sento debole
e molto stanco.
Passando sotto alla
finestrella della stanza
della strega alzo la testa
per vedere come procede il
sabba. C’è solo silenzio e
solitudine di una vecchia
casa abbandonata.
LUGLIO 1992
ZUCCHE
“Vieni a vedere, vieni a
vedere che cosa ho
trovato... Stamattina sono
andato nel campo delle
zucche e mi sono spaventato.
Vieni, vieni a vedere anche
tu...” insiste con voce
ansante il contadino di nome
Angel.
É un umido pomeriggio di
fine agosto. Il sole rosso
sta per tramontare.
Avanzo nel terreno fangoso
seguendo malvolentieri il
grasso Angel che cammina
dondolandosi. In fondo al
sentiero basso si stende la
piantagione di zucche. Per
terra ci sono enormi
pozzanghere e l’aria è
satura di umidità.
Camminiamo fra le foglie
ruvide di zucche che fanno
un rumore di cartaccia
spiegazzata.
“Dove andiamo a finire?”
chiedo senza interesse.
“Siamo quasi arrivati”
sbuffa Angel. “Dovrebbe
essere qui, o più avanti...
Ecco, là! Guarda.”
Due zucche color rosso
fuoco, enormi e deformi
stanno adagiate tra le
foglie.
“Ma ti sembrano zucche
queste? É roba da
fotografare! É roba da
mettere sul giornale...”
grida Angel.
“Beh, sì, forse...”
“É roba dell’altro mondo,
questa!”
“Beh, adesso non
esageriamo...”
Promettendogli di venire con
la macchina fotografica
ritorno a casa e dimentico
l’accaduto.
Un paio di sere dopo, al
ritorno dal lavoro, passo
davanti alla casa di Angel.
Lui è ancora nell’orto e mi
chiama agitando il braccio.
Scendo dalla bicicletta e lo
raggiungo vicino a una aiola
di melanzane.
Gli edifici degli essiccatoi
mandano un’ombra cupa e
fredda. Le distese di meli
di fronte sono immerse nella
foschia. Ci sono mucchi di
pali marciti. Un pagliaio è
fradicio di acqua.
Angel sembra fuori di sé
stasera:
“Ne ho trovata un’altra, ed
è ancora più grossa!”
“Beh, adesso non ho
tempo...”
“É mostruosa ti dico!
Seguimi!”
Ci incamminiamo ancora per
il sentiero in discesa verso
la piantagione di zucche. Il
cielo è color grigio piombo,
eccetto per una macchia
rossastra laggiù a ovest.
Gli stivali di Angel
affondano nel fango e io ho
le scarpe tutte bagnate
camminando sui ciuffi
d’erba.
Quando arriviamo in vista
della piantagione di zucche
Angel si ferma un attimo.
Poi entra con decisione in
mezzo alle foglie camminando
verso ovest. Arriviamo
vicino alle due zucche che
abbiamo visto alcune sere
fa. Adesso sembrano ancora
più rosse e grosse. Angel
non bada a loro, prosegue
oltre e borbotta:
“Stamattina mi sono spinto
più avanti per cercare
quelle mature e ho visto...”
Si ferma di colpo. C’è una
zucca gigantesca là avanti
color rosso infernale.
Ci avviciniamo con
precauzione come davanti a
una cosa pericolosa. La
zucca ci arriva fino
all’inguine. É grossa e
deforme, semiaffondata nel
terreno.
“Peserà almeno dieci
quintali” afferma Angel.
“Chissà se è buona da
mangiare.”
“Beh, no, non so...” Non so
neanche io cosa rispondere.
Non ho mai visto una cosa
simile.
“É straordinario, è
incredibile” mormora
sottovoce Angel, “chissà
come saranno i Geni di
questi vegetali...”
Là in quella solitudine, in
mezzo a quel campo di zucche
sento uno strano malessere e
provo il bisogno di andare
via.
***
Un’altra settimana di
piogge, di giorni tetri.
Un tardo pomeriggio, con un
sole giallo e pallido
ritorno a casa stanco dal
giornale. C’è ancora il
vecchio Angel nell’orto, e
appena mi vede mi fa strani
segni con tutte e due le
braccia per chiamarmi. Ma
sono troppo stanco e gli
grido che ripasserò.
Anche la sera successiva
Angel mi chiama facendo dei
segni che non capisco. Ma ho
troppa fretta e gli grido di
aspettare.
Nei primi giorni di ottobre
Angel non è più nell’orto,
dove tutto è marcito e in
disordine.
Circa a fine mese quando la
campagna d’autunno è
infangata sotto strati di
foglie morte, una sera mi
fermo a casa di Angel per
salutarlo.
Nella cucina bassa accanto
al camino c’è solo la grassa
madre novantenne paralitica
a una gamba. Con voce
spigolosa mi dice che Angel
è andato via:
“Una mattina è andato nel
campo a prendere le zucche
da portare al mercato... Da
allora non è più tornato.
Forse è andato a stare in
città, lasciandomi sola...
Cerchi mio figlio, la prego,
e gli dica di tornare...”
Il mio respiro è accelerato
e sento un brivido freddo.
Forse adesso è troppo tardi
per cercare Angel.
LUGLIO 1992
VIA DELLE STREGHE
“Volevo andare da mia zia
Sofia, a Guast, ma la strada
è allagata più avanti” mi
rivolgo al contadino che sta
zappando il terreno.
“Sì, il fiume ha tracimato
due notti fa. Le toccherà
passare per via Batorcolo,
Arzarin, Cason... un lungo
giro.”
“Ah! Il Batorcolo! C’è
ancora quella scorciatoia
dietro alla colombaia?”
Il contadino mi guarda
storto e fa una smorfia:
“Non intenderà passare per
quel sentiero? Non per la
Strada delle Streghe!”
“Sciocchezze. Le streghe non
esistono.”
“Ho vissuto sessanta anni in
queste terre... e ho
visto... ho visto...”
L’uomo rimane
soprappensiero, incerto se
continuare a parlare. Poi
abbassa lo sguardo e
riprende il suo lavoro.
Io lo saluto e discendo per
la stradina bianca e bassa
che affonda nella pianura
fra le colture secche del
mais. La stradina si
restringe tra i filari di
salici. Il sole crea macchie
arancione nel fossato.
Per terra c’è un cerchio
bruciato con sparse intorno
penne di gallina. Due cuori
rossi di carta dondolano
appesi ai rami di un salice.
Ci sono due nomi: “Corinne e
Paul” scritti con il carbone
sulla carta. Per terra
mozziconi di candele e
strisce di corteccia
annodate.
Un poco più avanti c’è
qualcuno che si muove come
in una danza. Una ragazza
sta mettendo dei fiori su un
rozzo altarino di legno.
“Ciao. Che cosa fai?” le
chiedo.
La ragazza sussulta di
sorpresa e poi ha un sospiro
di rassegnazione:
“Era un legamento d’amore...
ma non era destinato a te...
Beh. Non importa” prosegue
come parlando a se stessa.
Il cielo è una festa di luci
e le nubi sembrano veli da
sposa. La ragazza ha un
vestitino scollato bianco e
rosa e lunghi capelli neri.
Mentre si china per
raccogliere i fiori scopre
un po’ il seno. Allora mi
guarda e sorride maliziosa.
Al collo ha una collanina
lunga fino all’ombelico con
appeso in fondo uno strano
disegno: alcune linee a
forma di T intrecciate a un
8.
“Che cos’è?” le chiedo
avvicinando la mano.
“É un amuleto della Wicca.”
Poi diventa impaurita, si
ritrae e fa per andare via.
“Non ho mai conosciuto una
ragazza come te. Resta
ancora un poco.”
“No, adesso devo andare...
dopo... forse, un’altra
volta...” mormora e corre
via.
Mentre riprendo il cammino
seguo con lo sguardo la sua
figuretta che corre e
rimpicciolisce in fondo alla
strada bianca. Da lontano
vedo che la ragazza ha
lasciato la strada
provinciale ed è scomparsa
per il sentiero dietro alla
colombaia.
Quando arrivo al bivio poco
dopo ho qualche incertezza.
Poi di colpo decido di
seguirla e mi inoltro per la
Via delle Streghe.
Un sentiero erboso basso e
stretto che serpeggia fra
cespugli di robinie. Enormi
ceppi tarlati e bitorzoluti
torreggiano obliqui ai lati,
sulle rive di un fosso. Fra
le piante di gramigna e di
stramonio cresce una
delicata rete di convolvoli.
Sento che non dovrei passare
di qui, ma l’amore dentro di
me è come una malattia.
Non vedo più la ragazza
adesso. Sta scendendo la
nebbia. Una nebbia
innaturale si stende come
vapore sopra alla valle.
Dopo alcuni passi mi ci
trovo immerso. La nebbia di
agosto? Come è possibile?
Cammino in quel vapore umido
che fa appiccicare i vestiti
sulla pelle e che attenua la
visione. Nel cielo il disco
del sole sbiadisce sempre
più e diventa nero nella
metà inferiore.
Adesso cammino nella
oscurità che è scesa sulla
campagna. Ad un tratto vedo
una luce laggiù in fondo al
sentiero.
C’è un fuoco di sterpi fra
alcune pietre. Vicino al
fuoco c’è una vecchia che
sta facendo qualcosa. Tiene
un bastone e disegna strani
segni nell’aria.
Io le arrivo di spalle e non
può vedermi ma lei si volta
bruscamente come se avesse
intuito la mia presenza.
É una vecchia magra, curva,
spettinata, vestita di
stracci neri. Ha la bocca
sdentata, il naso adunco.
Dalla scollatura intravedo i
seni rugosi e un amuleto che
brilla in fondo a una
collanina: una T intrecciata
a un 8.
Con disgusto distolgo lo
sguardo da lei e allora vedo
muoversi qualcosa
nell’oscurità della
campagna. Ci sono altre
vecchie accucciate a terra
che raccolgono erbe, radici,
o fanno segni sul terreno.
Dopo un attimo mi volto e
corro indietro sul sentiero,
inciampando nelle buche.
Quando arrivo sulla
provinciale poco dopo la
nebbia si sta diradando e
ritorna la luce. Mentre
proseguo a piedi la nebbia
si solleva completamente e
tutto ritorna come prima.
Quando sono arrivato a casa
della zia vedo il sole che
tramonta rosso e infuocato
dietro i campi di mais. Solo
le nubi nel cielo serale
hanno profili da vecchie
megere.
OTTOBRE 1992
LA CASA CON L’EDERA
Un pomeriggio camminando sul
marciapiede incontro una
amica di famiglia, l’anziana
signorina Louyse. É piccola,
magra con gli zigomi
sporgenti. Al collo porta
grosse collane e sulla
faccia ha molti strati di
cipria per nascondere le
rughe.
Louyse appare un po’ agitata
questa volta e muove le mani
con gesti nervosi. Dopo
avermi salutato, dice che ha
bisogno del mio aiuto e mi
prega di accompagnarla
subito a casa sua. C’è
qualcosa che la sta
preoccupando in questi
ultimi tempi; anche se non
riesco a capire bene di cosa
si tratta.
Da un portone entriamo
dentro un cortile interno
acciottolato, con una pompa
arrugginita per l’acqua
laggiù in fondo. La casa è
sulla destra con la facciata
esposta ad est. Una scala
esterna porta a un
terrazzino con ringhiera,
dove c’è la porta
d’ingresso. Tutta la
facciata è interamente
coperta da una fitta rete di
edera centenaria. L’edera
arriva fino alla grondaia e
avviluppa in parte anche le
finestre del piano
superiore.
Louyse con movimenti svelti
mi guida attraverso una
saletta fredda. C’è una
stufa di ghisa spenta e una
consolle sul pavimento di
mattonelle bianche e nere.
In cucina c’è sua sorella
Lynda, alta e magra, con
occhiali e scialle di lana.
Lei non esce quasi mai e si
dedica a svolgere i lavori
di casa. Lynda parla poco e
sembra meno interessata al
problema.
Seguo Louyse nel corridoio
dove lei tira fuori una
grossa chiave e apre una
porta.
Entriamo in una stanza da
letto stile liberty. La
stanza è fredda e
scarsamente illuminata da
una lampadina a muro. Louyse
spinge le imposte per
aprirle e vedendo che
incontra delle difficoltà mi
avvicino per darle una mano.
Spingo anch’io ma non riesco
ad aprire tanto di più.
L’edera all’esterno è
cresciuta e impedisce
l’apertura completa. L’altra
finestra poi è completamente
bloccata.
“Qui prima ci dormiva mia
sorella” spiega Louyse, “ma
lei diceva che la stanza era
sfavorevole per la sua
salute così è andata a
dormire sul retro. Mi sono
sistemata io qui ma non ci
sono restata a lungo...
Adesso questa stanza la
teniamo chiusa, insieme al
ripostiglio qui accanto,
anch’esso a est.”
Fa una pausa, poi riprende
parlando più piano:
“Con l’oscurità si sentono
rumori in questa stanza;
stridii acuti e improvvisi.
In certe notti si sente un
sibilo, come una bestia
rabbiosa. Una notte di luna
sono entrata qui e ho aperto
la finestra. C’era un
serpente là fuori... Era
nero, spaventoso... aveva le
corna...”
Ascolto il racconto di
Louyse in silenzio, senza
interromperla. Poi le
prometto che tornerò la sera
stessa per sentire i rumori
e capire di cosa si tratta.
Quando sono giù in cortile
mi fermo per osservare
l’edera. Mi avvicino e con
la mano sposto le foglie.
Sotto c’è un intrico di
rami, alcuni grossi come
pali. Possibile che durante
tutto questo tempo qualche
animale si sia annidato lì
sotto?
Quella sera all’ora fissata
arrivo a casa delle due
sorelle. Louyse in cucina mi
prepara una tazza di tè e mi
parla di vicende della sua
famiglia. Poi mi accompagna
nella stanza a est e mi
lascia solo.
Io mi siedo sulla poltrona e
resto in attesa. Guardo
l’orologio sulla mensola di
marmo. Segna le nove e
dieci. Spero di non dover
aspettare tanto. Alla mia
destra c’è il letto e un
pianoforte con due
candelabri. La poltrona dove
sono seduto ha il bordo di
pizzo bianco. Nella stanza
c’è un silenzio profondo e
io chiudo gli occhi e a poco
a poco mi addormento...
Mi sveglio tormentato da una
sensazione di freddo e di
malessere. Sembra che manchi
l’ossigeno qui dentro. Mi
sento molto debole e odo un
sibilo sottile in
lontananza.
Mi sforzo per sollevarmi un
poco ma quello che vedo mi
toglie il respiro!
Il pavimento è ricoperto da
una nebbia densa e nera che
arriva fin sotto il letto
alla mia destra.
Con uno scatto tiro su le
gambe sulla poltrona e resto
paralizzato a guardare il
fenomeno.
La nebbia si muove,
striscia, diviene più
fluida. I sibili all’esterno
diventano più acuti mentre
la nebbia si ritira verso la
finestra, rifluisce verso la
parete e sembra venire
risucchiata dal muro.
Finalmente salto su dalla
poltrona, afferro un
candelabro e corro verso la
finestra. Fuori, nella luce
lunare la nera parete di
edera vibra e sibila come se
fosse viva. Poi a poco a
poco l’ondulazione si calma
e resta solo il movimento
delle foglie per il vento
notturno.
Aspetto qualche minuto per
riprendere fiato poi esco,
chiudo a chiave la porta e
percorro il corridoio.
Quando entro in cucina la
pendola segna mezzanotte e
trenta. Louyse è ancora
alzata e sta lavorando a
maglia. Devo avere una
faccia stralunata perché lei
mi guarda preoccupata senza
chiedermi niente.
“Forse è meglio non entrare
là per adesso. Ecco qui la
chiave... Se sei d’accordo
domani tireremo giù l’edera
per scoprire cosa c’è
dietro...”
Senza parlare la donna fa
cenno di sì con la testa e
allora io vado via.
Il mattino seguente arrivo
accompagnato da due
contadini, amici miei.
Louyse e Lynda sono
impaurite da quello che
possiamo trovare sotto il
rampicante e si chiudono in
casa prima che incomincino i
lavori.
Portiamo una scala a pioli e
altri attrezzi. Con falcetti
e roncole fissate in cima ai
bastoni tagliamo un po’ alla
volta l’edera e la tiriamo
giù. É un lavoro lento
poiché i rampicanti sono
duri e intricati. Tiriamo
giù festoni di edera con
foglie, rami e pezzi di
calcinacci. Lavoriamo con
attenzione fino a
mezzogiorno. Ci fermiamo per
mangiare pane e salame che
ci ha preparato Louyse e poi
riprendiamo il lavoro.
Nel pomeriggio abbiamo
ammassato mucchi di rami e
foglie nel cortile. Adesso
abbiamo messo allo scoperto
l’intonaco corroso e i
mattoni della facciata e
restano solo alcuni tralci
sparsi qua e là. Per
precauzione tagliamo anche
quelli e li tiriamo giù.
Le ombre della sera calano
nel cortile e non abbiamo
ancora trovato niente.
Louyse esce e guarda la
facciata messa a nudo.
Apprezza il lavoro che
abbiamo fatto ma non è
ancora soddisfatta. Ha paura
che ci sia rimasto qualcosa
nascosto, annidato dentro ai
mucchi di edera.
Prima che faccia buio
portiamo una bottiglia di
petrolio, innaffiamo la
sterpaglia e diamo fuoco.
Fiamme azzurre e rosse
guizzano, poi i mucchi si
mettono a bruciare emettendo
crepitii e colonne di fumo.
Nei giorni successivi
ritorno a far visita alle
due sorelle. Apprendo con
piacere che il lavoro che
abbiamo fatto non è stato
inutile, poiché i disturbi
nella casa sono
completamente cessati.
Anche dopo mesi, quando
lungo il marciapiede
incontro Louyse, mi conferma
che la casa è sempre
tranquilla.
Poiché non abbiamo trovato
nessun animale, e in pratica
non abbiamo risolto il
mistero, posso fare tre
ipotesi: o è stata una serie
di coincidenze e
suggestioni. O abbiamo
distrutto l’animale
bruciando i mucchi di edera.
Oppure si è trattato di un
raro caso di vampirismo
vegetale. Cioè il rampicante
assorbiva l’energia psichica
degli abitanti.
NOVEMBRE 1992
VECCHIE CANTINE
In un pomeriggio grigio di
autunno, passo in bicicletta
vicino alla fattoria del mio
amico Ambrose. Il muro di
cinta della fattoria è basso
e inclinato. Alcuni mattoni
a mezzaluna sono caduti
dalla cima. Poiché ho tempo,
decido di fermarmi un poco
per salutare il
proprietario. Entro dal
portone.
La casa è quattrocentesca,
grande e tetra. Ha la porta
ad arco di pietra, le
inferriate panciute e un
piccolo campanile lassù sul
tetto.
Come entro in cucina
incontro il signor Ambrose,
massiccio come una quercia e
altrettanto legnoso.
“Ehi signor Ambrose, passavo
da queste parti e sono
entrato per salutarla. Come
sta?”
“Ah, i miei reumatismi. Non
sono più quello di una
volta! Adesso faccio fatica
a salire le scale. A
proposito, ho un favore da
chiederti. Ecco. Prendi una
candela e va giù in cantina
a prendere quattro fiaschi
di vino.”
Per arrivare alla cantina
bisogna attraversare alcune
stanze magazzino rischiarate
dalla luce grigia di alte
finestre a nord. Ci sono
sacchetti rotti di zolfo e
un soffietto là per terra.
Scansie con file di cipolle
e aglio. Mucchi di spine
tarlate, di tappi di
sughero. Una ghiacciaia, un
torchio per la pasta,
macinino per caffè... Tutto
sotto strati di polvere e
ragnatele.
Arrivo a una scala con
gradini di pietra e scendo
fino a una pesante porta di
legno con due catenacci.
Tiro i catenacci e spingo
mezza porta. Poi accendo la
candela ed entro in cantina.
La cantina è oscura e tetra
con il soffitto a volta di
mattoni ammuffiti. Un po’ di
luce pallida cade giù da due
finestrini a livello del
suolo, oscurati da
inferriate, grate e
ragnatele.
Tenendo alta la candela
accesa metto i piedi sul
pavimento di terra, allagato
al centro. Su bassi
piedistalli lungo la parete
c’è una fila di enormi tini.
Per terra ammassate in
disordine ci sono decine di
botti, alcune sfasciate, e
damigiane.
Mi avvicino a una scansia di
legno con file di bottiglie
e fiaschi. Tiro giù i
fiaschi, due alla volta e li
poso sul pavimento. Nel
voltarmi vedo una forma
bianca, immobile laggiù in
fondo. Prima di risalire,
per curiosità, vado a dare
un’occhiata.
Il fondo della cantina è
ancora più buio e avanzo
piano tenendo la candela.
Quando sono arrivato vedo di
cosa si tratta.
I mattoni corrosi
dall’umidità sono coperti da
grandi macchie bianche di
salnitro. Le macchie formano
disegni e figure strane. Mi
avvicino di più per vederle
meglio.
Ci sono figure diaboliche.
Vecchi scheletrici e
bruttissimi. Corpi nudi e
gonfi con teste di
scorpione, di talpa, di
mulo, impegnati in orrende
attività.
Che razza di fenomeno è mai
questo?
Tutta una folla di esseri
feroci di profonda
malvagità. Esseri deformi.
Esseri mostruosi che
corrompono con la bruttezza
e il male. É una scena
terribile di Demoni che
sembra tratta dall’Inferno
di Bosch.
Volto le spalle a tutto
questo e porto su i fiaschi,
due alla volta. Quando
richiudo la porta della
cantina, penso ancora alle
visioni soprannaturali che
si sono formate là sotto...
***
É un pomeriggio di marzo,
chiaro e ventoso. Il sole
sgela le terre, illumina i
vecchi muri delle fattorie
dove si scaldano le
lucertole. Le ultime macchie
di neve resistono nei fossi
e lungo i muri esposti a
nord.
Passando vicino alla
fattoria del signor Ambrose
decido di fermarmi per
sentire come ha passato
l’inverno.
Ambrose mi riceve in cucina
dove c’è odore di fuliggine
e il sole che entra dalle
finestre aperte. Restiamo a
parlare del tempo,
dell’inverno, dell’annata.
Dopo un poco non resisto più
e gli domando:
“Ha bisogno che le porti su
del vino, per evitarle di
fare la scala?”
Lui mi guarda un po’
sorpreso, ma acconsente:
“Sei gentile. Grazie, alcuni
fiaschi mi andrebbero bene.”
Desideravo e temevo questo
momento. Finalmente ho la
possibilità di tornare giù,
in cantina.
Mi alzo, prendo la candela,
attraverso gli stanzoni
freddi a nord e scendo la
scala. Tiro i catenacci e
mentre apro la porta ho un
po’ di apprensione. Spinto
dalla curiosità mi dirigo
subito verso il fondo della
cantina mettendo in fuga le
ombre.
Le macchie di salnitro ci
sono ancora ma... è tutto
più confuso. Le figure sono
irriconoscibili. Forse la
volta scorsa ho visto solo
delle illusioni.
Quello che resta dei Demoni
è solo una confusione di
forme scomposte e
ribollenti. Una colata di
corpi in disfacimento. Una
massa informe di teste. I
Demoni hanno perso le
sembianze orribili, sono
sprofondati in un marasma
caotico...
Però sopra a tutto questo il
salnitro ha creato altre e
differenti figure. Uomini
possenti e barbuti e donne
affascinanti come Dee.
Esseri di straordinaria
bellezza e potenza che
esprimono gesti di divina
autorità. I Demoni
sottostanti sembrano
annullati, sconfitti da
queste nuove presenze
superiori.
Quando risalgo dalla cantina
portando il vino con me,
strani pensieri mi passano
per la testa. Non posso dire
a nessuno quello che ho
visto.
Forse sono stato l’unico
testimone di una delle tante
battaglie fra Demoni e Dèi
che si svolgono in punti
lontani dell’universo.
Forse, questa volta, il
campo di battaglia è stato
una vecchia cantina.
DICEMBRE 1992
PORTASFORTUNA
Un pomeriggio d’estate
passando per la piazza
ritrovo il solito gruppo di
amici all’osteria.
La vita non è facile per
nessuno e noi quattro
sembravamo avere affrontato
situazioni più difficili del
normale. Ma il più colpito
dalla malasorte sembrava
Max. Grosso, il volto
tirato, stava sdraiato sulla
sedia con un giornale
davanti e come al solito
polemizzava sulla vita,
sull’amore, sulle
ingiustizie...
“Lucy è andata via. Così,
per sempre. É una storia
finita ormai.”
Fa un lungo sospiro, poi
riprende:
“Sì ci sono tante donne al
mondo... troverò da
consolarmi... Ma bisogna
ricominciare tutto da capo e
io incomincio a
invecchiare... Non ho più
tanta voglia di fare il
pagliaccio e mettermi a
correre dietro alle
ragazzine...”
Bruscamente si ferma di
parlare. Sulla sua fronte
alta che preannuncia la
calvizie, si disegnano molte
rughe. Diventa nervoso, si
dimena sulla sedia mentre
cerca qualcosa nelle tasche.
Tira fuori un mazzetto di
amuleti rossi attaccati a
uno spago e con questi fa
dei segni in direzione della
strada.
“É uno jettatore, un
portadisgrazie” dice Max
sottovoce.
Mi volto e vedo che dal
fondo del marciapiede avanza
un tizio magro con la barba
e il passo stanco. Indossa
pantaloni scuri, camicia con
cravatta e tiene la giacca
buttata su una spalla poiché
fa molto caldo.
Anche l’amico Petèn si volta
ma poi sorride:
“Ma no. Sono tutte
sciocchezze. Quello lo
conosco ed è solo un povero
diavolo come noi. Era un
uomo importante, una volta.
Ah! Sì! Era direttore di non
ricordo più quale Ente... in
poco tempo perse il lavoro,
la salute, la casa... Sua
moglie fuggì con un altro...
É un uomo completamente
rovinato adesso. Va a spasso
per il paese alla ricerca di
qualcuno che gli offra una
sigaretta o un bicchiere di
vino. Alla sera dorme in un
Istituto di Carità.”
Dopo una settimana ritrovo
Max tetro e depresso. É un
pomeriggio piovoso e lui sta
al riparo della tettoia di
un deposito di carbone.
“E così ho perso anche il
lavoro...” dice sconsolato.
“Oh, mi dispiace...”
“Era prevedibile! Le cose in
questi ultimi tempi non
andavano più bene, c’era
poco lavoro. E poi il socio
era disonesto... La
falegnameria è chiusa
adesso...”
Nelle pause di silenzio si
sente la pioggia insistente
che batte sulle lamiere. Poi
da un vicolo sbuca il solito
tizio magro con addosso un
impermeabile nero e cammina
sul marciapiede opposto.
Appena lo vede Max fa una
faccia sbigottita e ricade
nella sua ossessione:
“Eccolo. Con qualsiasi
tempo... Guarda la faccia...
Guarda la barba. É una
maschera. Non è vero ti
dico! Non è uomo di carne
quello. Dimmi che è finto.
Dimmi che è fatto di
rotelle...”
Una sera tardi sto per
rincasare. Davanti al Caffè
della Pace ritrovo Max
sempre più polemico, sempre
più nichilista, sempre più
negativo...
“É accaduta una cosa
diabolica, una cosa
vampirica, una cosa
catastrofica...”
Al mio sguardo di
interrogazione Max riprende:
“Oggi mi ha salutato! Per la
prima volta, quello, mi ha
salutato!!!”
“Bene. Non capisco cosa ci
trovi di strano. É stato
gentile e...”
Mi fermo di parlare vedendo
che sta per diventare
furioso. Il collo di Max si
gonfia, la sua faccia
diventa color rosso
vinaccia:
“... Ma non capisci? Ma non
capisci un accidente,
stradannazione!!! Non lo
conosco neanche! Non so
neanche il suo nome e... e
quello mi ha salutato!...”
Una mattina presto siamo
radunati noi quattro nella
saletta dell’amico Petèn.
Max appare cupo più del
solito. Le sue parole sono
gravi inframmezzate da
lunghi sospiri:
“Mi hanno buttato fuori
casa... Speravo di riuscire
a recuperare quei crediti
invece...”
“Beh, adesso non abbatterti.
Potrai dormire qui da me
stanotte” lo consola Petèn.
La bocca di Max ha una
smorfia di dolore mentre
prosegue monotono:
“É colpa sua! Lo ho sempre
saputo! Ogni volta che
incontravo il Barba le cose
andavano sempre peggio. É
uno jettatore e vuole la mia
rovina. Finirò come lui, su
una strada a mendicare una
sigaretta e un bicchiere di
vino...”
In quel preciso momento la
porta si spalanca. Max salta
su dalla sedia e prorompe in
una esclamazione disperata:
“ECCOLO!!!”
La faccia sorridente del
Barba si inquadra sulla
soglia della porta:
“Salute a tutti. Buona
giornata Petèn.”
Poi l’uomo si ritira,
rinchiude la porta e ritorna
sul marciapiede per
riprendere le sue
passeggiate quotidiane.
La faccia di Max è color
terreo con una espressione
di tensione e terrore.
Nessuno apre più bocca dopo
questo incidente.
Passato lo shock Max si
rilassa, sprofonda di più
nella poltrona, ma appare
svuotato come dopo uno
sforzo tremendo. Nel
silenzio le sue parole hanno
un tono basso, lento,
inesorabile:
“Era solo un avvertimento...
Ma un giorno verrà a
prendermi per fare la sua
stessa fine. Lo sento. Lui
ha pazienza. Lui ha tempo.
Lui non si stanca mai.
Continua a girarmi intorno,
ogni volta un po’ più
vicino, finché un giorno mi
metterà la mano sulla spalla
e mi chiederà di andare via,
insieme a lui...”
GIUGNO 1993
COMIGNOLI
Circa alle due di notte la
festa a casa dell’amico
Rinus sta per finire e
Barbara mi chiede di
accompagnarla a casa. Mi
infilo il cappotto e prendo
la ragazza per mano.
Quando usciamo fuori rimango
stupito. É una notte di
febbraio. Una luna piccola e
bianchissima rischiara la
campagna irrigidita dal
gelo. La festa calda e
rumorosa che abbiamo
lasciato dietro di noi
sembra un evento lontano.
La campagna sotto la luna è
statica, inanimata, come
vetrificata nella morsa
dell’inverno. Cautamente
muoviamo i primi passi sulla
strada bianca.
“Ti sei divertito alla
festa? Anche mia nonna fa
festa la notte del
plenilunio...” sussurra
Barbara sottovoce e il suo
respiro si condensa in
vapore davanti alla bocca.
Restando uniti camminiamo
piano nella campagna lucente
e silenziosa dove anche il
tempo è rallentato. A questa
ora della notte sembra di
trovarsi in un mondo
irreale. Le pozzanghere sono
specchi di ghiaccio. Sento
il corpo di Barbara
appoggiato al mio e mi
sembra di muovermi dentro un
sogno. Forse è l’alcool che
ho bevuto a farmi questo
effetto.
Dopo un ponticello sul fiume
la stradina costeggia una
distesa di meli appena
potati.
Sotto la luna i tronchi
bassi dei meli sono neri e
contorti. I rami sono
scheletrici, minacciosi, con
punte, gomiti, corna...
Sento Barbara che si stringe
di più a me. Ha il corpo
soffice e caldo e mormora:
“Tienimi vicino. Ho paura...
Di notte, mia nonna vede
persone che si rincorrono
tra i meli...”
Procediamo ancora. Nel
silenzio si sente solo il
rumore cadenzato dei nostri
passi.
Finalmente arriviamo in
vista delle prime case del
villaggio. Sagome di ombre
nere e inclinate sormontate
dai comignoli. I comignoli
sono immobili e sembrano in
agguato. Hanno forme
bizzarre, coniche, storte,
appuntite...
Ancora la voce emozionata di
Barbara che sussurra vicino
a me:
“Sento freddo. Nelle notti
come questa mia nonna vede
persone che escono dai
camini...”
Arrivati sotto l’ombra di
una casa, ci fermiamo
davanti a una porta. Barbara
infila la chiave. Gli scatti
della serratura sono come
colpi di martello. Quando la
porta è aperta lei si volta
verso di me:
“Beh. Ciao” dice. Mi dà un
bacino sulla guancia e si
ritira dentro.
Io mi incammino verso casa
mia ma dopo pochi passi
sento la porta che si riapre
e la voce di Barbara che
chiama piano:
“Aspetta. Volevo
chiederti...”
Mi volto e resto in attesa.
La voce di lei riprende
ancora più bassa e
impaurita:
“... No. Nulla. Un’altra
volta... forse...”
E richiude definitivamente
la porta.
SETTEMBRE 1993
IL SIGNORE DEL TEMPO
Seduto sotto il pergolato di
una osteria di campagna
mangio pane e noci mentre
osservo la morte
dell’estate.
É una sera di settembre. Il
sole arancione tramonta
dietro i campi di stoppie e
davanti a questo spettacolo
provo una profonda tristezza
e malinconia. Ogni anno
nella stagione autunnale io
provo questa intensa
sofferenza esistenziale.
Ci sono solo tre o quattro
contadini silenziosi sotto
il pergolato di glicini
perché fra poco sarà buio e
freddo. Qualcuno, forse un
ubriaco, sta parlando da
solo:
“Fin da giovane ho sempre
avuto una grande passione...
ma la vita, le
circostanze...”
Mi verso dell’altra birra
per scacciare i pensieri
tetri e la solitudine. Molto
tempo dopo la voce riprende
roca e monotona:
“... Mi sono svegliato una
mattina, e ho sentito che
qualcosa era cambiato. Fino
a venti anni il tempo non
passava mai. La vita era
lenta, le stagioni
sembravano eterne e i giorni
erano interminabili. Dopo i
venti anni il tempo ha
cominciato a correre sempre
più veloce...”
A questo punto alzo la testa
verso i miei compagni. Ci
sono solo due o tre ombre
adesso sotto il pergolato,
nella luce fioca del
crepuscolo. Quello che ha
parlato deve essere l’uomo
grasso con il cappello
seduto vicino allo steccato
del campo di bocce. Dopo una
pausa l’uomo riprende a
borbottare:
“... A volte rivedo le scene
della mia vita come fossero
dei flash... Il lavoro di
bottega, il fidanzamento, il
matrimonio... Pensavo che
gli eventi si sarebbero
calmati, che forse avrei
avuto maggior tempo...
Sbagliavo. I cambiamenti di
lavoro, la casa nuova, il
primo figlio... Allora la
vita è diventata un
incendio, un turbine che
gira, una mietitrebbia che
macina avvenimenti e
anni...”
Gli altri contadini sono
andati via tutti. Siamo
rimasti solo io e lui
adesso, sotto il pergolato
semibuio. La sera è
diventata umida e pesante.
La luna sorge a est, rossa,
sfocata e la voce riprende a
raccontare:
“... Avevo passato i
quaranta anni quando
arrivarono i disaccordi in
famiglia, la separazione...
Gli anni saltavano come le
cavallette... Ora gli anni
passavano a cinque alla
volta, i mesi erano
settimane e i giorni erano
ore. Quarantacinque,
cinquanta, cinquantacinque
anni... Con questa corsa
sarei volato verso la morte
e il pensiero della morte mi
faceva paura...”
Adesso giro la testa e
guardo l’uomo che ormai è
diventato una ombra nera.
Dalle finestre illuminate
provengono brusii misti a
tintinnii di bicchieri e
provo forte l’impulso di
entrare dentro all’osteria.
Ma resto seduto al mio posto
ad ascoltare:
“Dovevo fare qualcosa.
Capivo che il mio nemico era
il tempo. Dovevo trovare un
mezzo per rallentare il
tempo... Allora incominciai
a studiarlo. Lessi Dunne,
Hinton, Zollner, Roberts...
Scoprii che il tempo non è
costante né uniforme. Ci
sono luoghi e momenti di
tempo ritardato o
anticipato. Scoprii che il
tempo ha anse, scatti,
salti, pause... Arrivato a
questo punto ho trovato: la
vecchia che balla...”
“Che cosa ha trovato?” gli
chiedo.
L’uomo si alza barcollando e
viene a sedersi al mio
tavolo.
“Oh. É solo un nome che io
ho dato a questo fenomeno.”
Intanto è scesa la notte e
incomincia a fare freddo. La
luna si alza nel cielo e
diventa piccola e bianca.
L’uomo è seduto vicino a me
adesso. Riprende a parlare e
sento il suo alito che puzza
di vino:
“Bisogna entrare nello stato
di coscienza della quarta
dimensione per spostarsi nel
tempo. Oppure entrare nella
quinta dimensione per uscire
dal tempo. O nella sesta per
attuare le varianti
probabili... Io ho quasi
risolto questi problemi...”
Ancora una pausa. Nel buio
sento il rumore di carta
spiegazzata. L’uomo sta
estraendo dalla giacca un
pacco di carte che dispiega
davanti a me.
“Guardi questo mandala. É lo
psicogramma delle percezioni
temporali...”
Alla luce gialliccia che
proviene dalle finestre vedo
tanti diagrammi che
somigliano a una rete o a
una gabbia curva. Ci sono
tante ellissi dentro linee a
otto allungate e messe una
nell’altra...
“Provi a scorrere le linee
con lo sguardo aiutandosi
con un dito.”
Poiché esito, l’uomo prende
la mia mano per posarmela
sulla carta. La sua è una
mano grossa, rugosa e calda.
Con il dito percorro
spirali, arabeschi, matasse
di ellissi... Il mio sguardo
si immerge dentro vortici
ellittici e gira, gira...
Talvolta mi sembra di
intuire che il complesso
disegno è formato da schemi
differenti e paralleli. Però
tutte le volte che arrivo
alle intersezioni ritorno
sempre sullo stesso
percorso. Nell’ombra la voce
dell’uomo mi suggerisce:
“Lo so che cosa le sta
succedendo. Resti calmo,
senza pensare. Per superarlo
deve desiderare l’opposto di
quello che vuole ottenere.”
Pazientemente ripeto ancora
il percorso senza successo e
sto quasi per smettere.
All’improvviso succede
qualcosa.
Il disegno si confonde. Mi
sembra di percorrere
velocemente un corridoio
all’indietro, con le
immagini che
rimpiccioliscono davanti a
me.
Poi davanti a me si fa buio.
Ma lateralmente vedo
scorrere le immagini dei
giorni passati. Quando mi
sforzo di fissarle, queste
immagini rallentano.
Contemporaneamente però
l’alone di buio davanti si
allarga, fino a oscurare la
visione. Non so quante volte
si ripete questo fenomeno...
Quando sollevo la testa mi
trovo semisdraiato sul piano
del tavolo. Mi sento
stordito con la testa che mi
fa male.
Con grande fatica mi alzo e
mi guardo intorno. Non c’è
più nessuno. L’osteria è
chiusa, la luna è scomparsa.
Sta per arrivare il
temporale e faccio ritorno a
casa.
I giorni passano e io penso
sempre ai discorsi di
quell’uomo.
Il tempo passa, la morte si
avvicina. Devo affrettarmi a
ritrovare l’uomo grasso col
cappello.
Forse a quest’ora lui avrà
risolto completamente il
problema del tempo. Forse
anche io potrò beneficiare
della sua scoperta.
SETTEMBRE 1993
LAMMAS
Una sera d’estate mentre
vado a passeggio dopo cena.
Costeggio lo scolo d’acqua
del villaggio prima di
inoltrarmi in campagna.
Dietro la finestra di una
fattoria una vecchia con il
naso grosso lavora con
l’ago. Una gallina gira
davanti. Una bambina in
mutandine bianche gioca da
sola in un cortile.
Agosto è scolpito nella
campagna. Anche le case che
ho lasciato dietro di me
sembrano diverse, più
piccole e colorate. A tratti
arrivano aromi forti e
strani che si sentono solo
nelle sere di agosto.
L’aroma secco del mais,
quello unto dei girasoli.
L’odore umido del fiume...
É una sera divina con un
tramonto da fiaba. Il sole
rosso diventa enorme,
smisurato. Sulle stoppie
vola uno stormo di
cornacchie.
In uno spiazzo dei campi c’è
una ragazza sola con i
capelli lunghi. Sta
accendendo alcune candele
poste in un cerchio di
fiori. Il suo volto serio e
prezioso sembra quello di
una Dea.
L’amore per lei mi prende
all’improvviso come una
malattia. L’amore è una
piccola morte, penso. Allora
mi fermo a guardarla, da
lontano, stando nascosto
dietro il tronco di un
albero.
Fiori e candele accese sono
poste davanti al sole. Il
cielo al tramonto è un lago
di luce rosa con isole di
nubi celesti.
Sotto un gruppo di tigli lì
vicino ci sono alcune buffe
sagome di cartone.
Raffigurano personaggi
grotteschi... Il cielo è un
lago di sangue che diventa
sempre più cupo e coagulato.
Adesso la ragazza intona un
suono basso, vibrante,
risonante, gutturale... Una
“Mmm...” ripetuta
all’infinito, su varie
tonalità... Nubi a forma di
drago si allungano nel
cielo.
La ragazza continua a
cantare e mentre canta non
sembra più sola... Questa
specie di ronzìo cala di
timbro, poi si alza, vibra
più forte, si avvicina a
qualcosa, una rivelazione,
una soluzione, che però non
arriva mai... Lame di nebbia
salgono su dai fossi e
strisciano sul terreno. C’è
una atmosfera umida e calda.
A ovest la nebbia diventa
rossa e invade metà cielo.
Il canto continua, come una
invocazione, e al ritmo di
quel suono la nebbia sembra
ribollire, assume forme
mostruose e fantastiche.
Vorrei allontanarmi da quel
posto ma resto affascinato,
a guardare. Vedo un turbine
di forme irrequiete. Le
forme salgono dalla terra,
assumono contorni e
fisionomie grottesche. Con
grande velocità le figure si
fondono, cambiano,
scompaiono, tornano a
rifarsi...
Provo una debolezza estrema
mentre osservo per la prima
volta questo fenomeno.
Desidero intensamente
fuggire ma nello stesso
tempo ho paura di muovermi,
ho paura di venire
scoperto...
Finalmente con uno sforzo mi
volto e corro via, il più
lontano possibile.
Mentre corro penso dove
andare a rifugiarmi. Allora
mi ricordo che qui vicino
abita il mio amico Martin, e
così devìo verso quella
direzione.
Martin è uno studioso di
folklore e tradizioni
locali. Quando arrivo alla
sua casetta io sono tutto
tremante e sudato mentre lui
sta seduto calmo nella
saletta zeppa di libri e
fuma la pipa.
“Ciao. Sei arrivato fin qui
a piedi?” chiede Martin
alzando la testa.
“Sì.”
“Mi sembri sconvolto.
Siediti. Come mai?”
“É una sera strana....” mi
azzardo a dire.
Martin si alza e va a
spalancare la finestra.
Nella sera d’estate vedo il
crepuscolo che colora le
nubi di luci magiche
trasformando il cielo a
ovest in una festa degli
Dèi.
“É la sera dove qui
festeggiano il Lammas...”
“Il Lammas?” chiedo.
“Il festival della luce, la
festa dei raccolti, il
grande sabba...”
Poi Martin prosegue a voce
più bassa:
“Questa è la sera nella
quale gli Spiriti della
Natura si rendono
visibili...”
Fa una pausa prima di
proseguire:
“Già. Ma tu sei scettico e
non credi a queste cose.”
SETTEMBRE 1993
IL VISIONARIO
Le notti di fine anno le
trascorriamo in stalla, io e
il mio cane Whisky. In
questo periodo c’è una vacca
gravida e il padrone non
vuole che si ripeta
l’incidente dell’anno scorso
quando il vitello morì per
mancanza di assistenza.
La notte del 30 dicembre
sono in stalla come al
solito, disteso su una
brandina e vengo svegliato
di soprassalto. Le vacche si
muovono e muggiscono. Il
cane abbaia. Deve essere
mezzanotte passata poiché la
temperatura si abbassa
sempre a quest’ora. Dalle
finestre a nord entra il
vento gelido di tramontana,
così prendo stracci e paglia
e incomincio a tappare le
fessure.
Mentre sto facendo questo
lavoro sento alcuni colpi
battuti sulla porta della
stalla e mi sembra di udire
una voce che chiama. Chi può
essere a quest’ora di notte?
La fattoria è isolata. Fuori
la campagna è murata di buio
e nebbia. Il cane abbaia
forte. Le vacche sono
diventate irrequiete. I
colpi si ripetono e io mi
avvicino alla porta per
controllare.
Quando apro vedo un vecchio
intabarrato con una lunga
barba bianca. L’uomo tiene
una sporta e si appoggia a
un bastone.
“Sono un mendicante... Ho
visto la luce accesa...
cerco un posto dove passare
la notte...”
Dopo un attimo di esitazione
mi tiro da parte per
lasciarlo entrare. L’uomo
camminando stancamente va a
sedersi su un mucchio di
paglia. Si appoggia con la
schiena a un palo, tira
fuori del pane dalla sporta
e incomincia a mangiare.
Quando ha finito resta
immobile con lo sguardo
perduto nel vuoto.
Vorrei chiedergli da dove
viene e perché si trova per
strada a quest’ora di notte,
ma mi trattengo. Suppongo
che il vecchio si sia
addormentato e non oso
disturbarlo.
Invece dopo alcuni minuti
egli volta la testa verso di
me e parla a bassa voce:
“Esistono mondi
bellissimi...
coloratissimi... con piaceri
mille volte superiori a
quelli terrestri... In
questi mondi gli uomini
realizzano tutti i loro
sogni, tutte le fantasie,
tutti i miracoli e i
desideri...”
I discorsi del vecchio
suonano strani nell’ambiente
povero della stalla; i muri
gocciano umidità, la lucerna
attaccata alla carrucola del
palo centrale è annerita di
fuliggine e ragnatele. Ma il
vecchio sconosciuto non
sembra badare a queste cose
e riprende a parlare:
“Sono mondi luminosi fatti
di materia sottile che vibra
più velocemente. Sono mondi
popolati da esseri con una
coscienza più profonda, più
estesa, più intensa. Una
coscienza tanto diversa
dalla nostra; una coscienza
talmente diversa dal nostro
povero insieme di percezioni
e ricordi...”
“Che belle favole sai
raccontare nonno” sorrido.
“Non sono favole. Io ho
visto questi luoghi! Tutte
le volte che mi trovo fra i
mondi io posso vederli.”
Adesso si alza in piedi fra
i mucchi di paglia. É alto,
barbuto, e sembra un Dio
antico:
“... Ma sopra questi mondi
incomincio a intravedere
altri mondi ancora più
superiori di inconcepibile,
stupefacente bellezza. Io ho
solo intravisto questi nuovi
mondi superiori dove la luce
è ancora mille volte più
luminosa e la materia ancora
più sottile e vibra ancora
più veloce. In questi nuovi
mondi il pensiero crea
forme, luci, suoni e
comunica direttamente con le
menti degli Dèi...”
Con il trascorrere della
notte anche io sono preso
dalla magia di questi strani
mondi. Piano piano mi
immergo nelle atmosfere dei
racconti di questo singolare
viaggiatore dello spirito.
É quasi l’alba. Il vecchio
ha smesso di parlare adesso.
Egli si è allontanato per
guardare la luce pallida che
entra dai finestrini. Dopo
qualche minuto va verso la
porta ed esce fuori.
Anche io mi alzo. Corro al
finestrino per guardarlo
mentre si allontana.
Il vecchio cammina piano
appoggiandosi al suo
bastone, e va verso la luce
del nuovo giorno.
DICEMBRE 1993
L’ALBERO DELLA VITA
All’una del pomeriggio di un
giorno nuvoloso mi trovo
davanti al piccolo cimitero
di ***. Sto aspettando due
giornalisti anche loro
curiosi come me di vedere il
mistero della tomba. Si
tratta di un fenomeno
apparso all’interno di una
tomba di famiglia e scoperto
per caso, giorni prima,
durante l’apertura per
seppellire un nuovo feretro.
Poco dopo arriva un uomo con
un elegante vestito blu
accompagnato da una donna:
“Mi chiamo Adolf. Il mio
collega non ha potuto
venire. Ho portato la madre
del ragazzo morto...”
É una donna magra, con gli
occhi cerchiati e lo sguardo
penetrante. Stringo la mano
a tutti e intanto Adolf
prosegue:
“Ho l’autorizzazione del
Municipio. Ho già avvisato
il guardiano che ci sta
aspettando. Ma dobbiamo fare
presto poiché alle due ci
sarà un funerale.”
Entriamo dal cancello dove
incontriamo un uomo basso
vicino ad alcuni secchi. É
il becchino. Dopo un breve
saluto ci guida lungo un
vialetto invaso dalla
gramigna.
Il cimitero è maltenuto e
molto antico. Grosse lapidi
tombali sono inclinate ad
angoli differenti. Nuvole
nere oscurano il cielo.
Forse tra poco pioverà.
Oltre cespugli di tasso
raggiungiamo una tomba
gotica a forma di tempietto.
É in pietra grigia coperta
di licheni, irta di guglie,
angoli, sporgenze. Sulla
cima c’è una scritta:
Famiglia De Veszelka.
Mentre ci avviciniamo
sentiamo un rumore forte,
come un mobile pesante che
viene spostato dentro alla
tomba. Ci fermiamo allibiti.
Dopo un po’, con precauzione
saliamo i gradini ed
entriamo dal cancelletto.
Una camera a cupola stretta
e fredda con la luce color
ghiaccio che entra dalle
bifore. I marmi alle pareti
sono riempiti con file di
nomi, molti sbiaditi e
illeggibili.
Il becchino estrae alcuni
arnesi da un sacco. Egli
infila una leva nell’anello
di una botola sul pavimento
e ci fa cenno di aiutarlo.
Tiriamo, provocando rumori
di pietra che si smuove.
Finalmente la pesante lastra
si alza e allora la
spingiamo da una parte sui
rulli di legno.
Adesso, davanti ai nostri
piedi c’è una nera apertura
quadrata. Il becchino vi
infila dentro una scala,
accende la lampada ad
acetilene e scende. Segue il
giornalista e infine io.
Buio e umidità intorno a me.
Lo sgocciolìo dell’acqua.
Rumore di passi. Poi la voce
di Adolf:
“La lampada. Puntate qui la
lampada per favore.”
Vedo il fascio di luce e
dopo un po’ raggiungo i due
uomini.
C’è acqua sul pavimento. A
sinistra una pila di casse
nere e marcite con le
maniglie corrose dal
verderame. A piccoli passi
avanziamo in fondo alla
cripta.
Qui alla cruda luce della
lampada vediamo il fenomeno:
è una grande ramificazione
color bronzo estesa su tutta
la parete. Sembra un albero
frondoso.
Mi avvicino di più e provo a
toccarlo ma non ha spessore.
Tocco la pietra nell’angolo
dove fuoriesce la pianta, ma
non c’è nessun foro.
“E allora? Che ve ne pare?”
chiede Adolf.
Io non so cosa dire. Sento
la voce roca del becchino
che seguita a borbottare:
“Mai visto una cosa simile.
Mai visto una cosa
simile...”
“Che c’è dietro a quel
muro?” chiedo.
“Lì dietro c’è la bara di
Erik, il ragazzo morto di
leucemia l’anno scorso,
all’età di 23 anni” risponde
il giornalista.
Improvvisamente sento
qualcuno alle mie spalle. Mi
volto e vedo la donna che è
scesa senza che io me ne
accorgessi. Ha il vestito
sporco di ragnatele e una
espressione allucinata sul
volto. Corre in avanti
gridando con voce isterica:
“É vivo! É vivo! Mio figlio
Erik è vivo!”
Arrivata davanti al muro la
donna lo abbraccia, lo
bacia, lo accarezza
freneticamente mentre grida:
“Sta tentando di comunicare
con noi! Questo è il suo
messaggio dall’Oltremondo!”
I due uomini si avvicinano
alla donna e la tirano
indietro per evitare che si
faccia male. Le prendono le
braccia, le dicono di
calmarsi, la costringono a
risalire...
A poco a poco la donna si
lascia accompagnare di sopra
ma mentre sta salendo la
scala seguita a piangere e a
gridare:
“É l’albero della vita!
Questo è l’albero della
vita!”
Usciamo all’aperto e
attraversiamo di corsa il
cimitero, sotto una pioggia
sferzante che ci bagna i
vestiti.
Sono passati alcuni mesi
ormai. Io non ho più rivisto
il giornalista. Di
conseguenza non ho più avuto
notizie di quella cosa che
cresce là sotto, nel buio di
una tomba.
MARZO 1994
IL GUARDIANO NOTTURNO
Ho ottenuto il posto di
guardiano notturno a motivo
della mia malformazione alla
gamba. Un altro tizio aveva
raggiunto un punteggio più
alto del mio, ma all’ultimo
momento ha rinunciato
all’incarico.
Così eccomi qui,
completamente solo, in
questa fabbrica di verdure
conservate. Sono le 1 e 45
di una notte di novembre.
Stando dentro alla guardiola
sento dei rumori in
lontananza. Sono colpi
ripetuti a volte forti a
volte appena percettibili.
Decido di fare un giro di
ispezione nel magazzino.
Il magazzino è un locale
sopraelevato pieno di
scatole, pile di lattine,
una basculla e un
montacarichi... Fuori dalle
finestre il vento fa
oscillare la lampadina sul
cortile affossato, pieno di
botti. Le lance in ferro del
cancello creano ombre
dentate. La fabbrica è
vecchia e avrebbe bisogno di
riparazioni.
Intanto il rumore è cessato.
Dopo un po’ riprende di
nuovo.
Entro nella sala del
lavaggio e cammino sul
pavimento allagato. Alla
cruda luce delle lampade
vedo tutto in ordine. I
lunghi tavoli di
smistamento, la caldaia
nera. Il nastro forato per
calibrare le cipolle, la
trancia per le carote, rape,
cetrioli... Tutto è immobile
e sembra abbandonato per
l’eternità. C’è freddo e
silenzio qui dentro. Il
rumore sembra provenire da
più lontano.
Apro un’altra porta e scendo
giù per ispezionare le
cantine. La fila di
lampadine sotto il soffitto
rischiara l’ambiente basso e
umido, pieno di botti.
Silenzio opprimente. Forte
odore di salamoia.
Quando apro la porta della
cantina successiva sento
rumore di passi e un respiro
profondo. Tiro fuori la
pistola e faccio scattare
l’interruttore delle luci
gridando: “Chi va là?”
Con precauzione cammino fra
le botti. Non c’è nessuno
qui. Penso che forse ho
sentito male o forse saranno
stati i topi.
Improvvisamente sento una
corrente di aria fredda
sulla schiena. Mi volto di
scatto. Nulla. La porta
dietro è chiusa.
Apro la porta successiva ed
entro nel deposito dei tini
per l’aceto. I tini alti sui
piedistalli torreggiano
scuri e imponenti. C’è
freddo e odore aspro.
Risalgo una scala ed entro
nell’altro locale: la
falegnameria. Odore secco di
legno e strati di polvere
sui banchi dove riposano
seghe e pialle. Dopo aver
verificato che anche qui
tutto è in ordine metto via
la pistola per asciugarmi il
sudore dalle mani.
Dopo un po’ faccio
attenzione ai rumori lontani
che adesso sembrano
provenire dagli uffici. Sono
dei tonfi inframmezzati da
lamenti: “Oooh... Oooh...”
Non riesco a capire di cosa
si tratta. In ogni modo ora
devo tornare indietro.
Lascio la falegnameria e
ridiscendo giù.
Mentre sto attraversando una
cantina succede un
imprevisto. Le lampadine
diventano rossastre. Poi la
luce cala finché si spegne
completamente. Deve esserci
un contatto nell’impianto,
così sono costretto ad
accendere la mia pila.
Là, nel buio, dietro alle
botti si muove qualcosa.
Sono lunghi filamenti
bianchi, luminosi. Mi fermo
per osservare il fenomeno.
I filamenti si spostano in
silenzio, si riuniscono in
un angolo della cantina e
formano una smorta
luminescenza.
Nell’angolo buio posso
vederla benissimo adesso: ha
la forma di un uovo, alta
forse un metro, di colore
bianco-grigio. La forma
sembra fatta di nebbia o
fumo ed è in perpetuo
movimento. Adesso sembra
prendere una vaga forma
umana con abbozzi di arti.
Sono paralizzato dallo
stupore. Continuo a
domandarmi che cosa può
essere finché ho una
intuizione: la fabbrica è
infestata dagli spiriti!
Allora faccio un balzo
indietro. Istintivamente
corro attraverso le cantine,
urtando contro le botti,
alla luce della pila.
Raggiungo i magazzini dove è
ritornata l’elettricità, ed
entro nella guardiola. Sono
tutto sudato, tremante, con
il cuore che batte.
Ore 2 e 30 di notte. Non
sento più i rumori ed è
tornata la calma. Dalla
porta a vetri vedo i piccoli
uffici deserti alla mia
destra, con gli armadi e gli
schedari. La stufetta a
legna si è spenta e fa
freddo. Continuo a
domandarmi chi era l’entità
che infesta la cantina.
Ore 3 e 20 di notte. Mi
sento molto agitato. Per
rilassarmi un poco prendo il
giornale di enigmistica per
risolvere rebus e sciarade.
Strano. La pagina è tutta
scarabocchiata. Ci sono
anche alcune parole scritte
con calligrafia incerta:
“Sono nella seconda cantina
sotto il muro est”.
Ho i nervi tesi e mi tremano
le mani. Chi può aver
scritto queste parole? É
forse questa una
comunicazione spiritica?
Alle ore 6 il mio turno
finisce. Ho deciso di non
rivelare il motivo per cui
do le dimissioni al lavoro
di guardiano.
Sarebbe stato interessante
sapere chi c’era sepolto
nella seconda cantina sotto
il muro est.
Forse, un giorno qualcuno lo
scoprirà.
GIUGNO 1994
L’ENTITÀ AZZURRA
Siamo radunati attorno a un
tavolino per la seduta
spiritica mensile. Ci
troviamo nella saletta
liberty di una villetta
circondata da olmi alla
periferia di B***.
Accanto a me c’è Corinne la
medium, una donna esile con
il volto dai lineamenti
scavati. Il professor
Lorentz, un uomo corpulento
in camicia a quadri celesti
e bretelle; ha il faccione
barbuto e porta grossi
occhiali. Una giovane coppia
che ha perduto da poco un
figlio. E Marion una vecchia
zitella alta e magra vestita
di grigio; sulle mani ossute
porta tanti anelli e
bracciali d’oro.
C’è semioscurità, silenzio e
senso di attesa.
Mentre fa le domande la voce
di Lorentz è lenta e
profonda. La medium ha la
testa inclinata con i
capelli neri che le
nascondono il viso. Ella
emette sospiri e risponde
con voce sussurrata. Fra i
due viene registrato il
seguente dialogo:
“Spirito Guida, qual è il
tuo nome?”
“Chiamatemi Entità Azzurra.”
“Possiamo comunicare?”
“Sì, nei limiti imposti dal
linguaggio umano.”
“La personalità, cioè l’io,
sopravvive alla morte?”
“Sì.”
“Che cosa fanno gli
spiriti?”
“Qui tutti lavoriamo per
completare le nostre
missioni nel piano
universale.”
“Che tipo di lavori fanno
gli spiriti?”
“Lavorano per il progresso
degli spiriti, degli
incarnati e dell’universo.”
“Come è fatto l’Oltremondo?”
“É simile al vostro mondo
con vecchie case, libri e
panorami naturali poiché qui
lo spirito ha la capacità di
creare queste cose. A
livelli più elevati ci sono
mondi di indescrivibile
ricchezza, saggezza, armonia
e bellezza.”
“Esiste la reincarnazione?”
“Sì.”
“Anche su altri pianeti?”
“Sì.”
“Quale è lo scopo di tutto
questo?”
“Lo spirito, a intervalli
lascia il mondo spirituale e
viaggia nella materia alla
ricerca di nuove esperienze
e nuove conoscenze. E in
questo modo lo spirito si
evolve.”
“É vera la legge del Karma?”
“Sì essa è vera, terribile e
non dimentica mai. Ogni
azione è un seme.”
“Esiste Dio o gli Dèi?”
“Esistono gli Dèi. Esiste
cioè una gerarchia e al
posto più alto c’è Dio
sommo.”
“Cosa è Dio?”
“Una energia intelligente e
creativa.”
“Cosa fa Dio?”
“Crea universi fisici. Crea
universi spirituali. Crea
spiriti ignoranti che si
evolvono attraverso
innumerevoli
incarnazioni...”
“Perché Dio fa questo?”
“La creatività è la
caratteristica degli spiriti
evoluti.”
“Chi ha creato Dio?”
Nessuna risposta.
Adesso la seduta è
terminata. Le candele si
sono consumate, l’orologio
segna le due di notte e io
percorro il corridoio ed
esco fuori.
Guardo la luna alta e bianca
nel cielo mentre cammino sul
vialetto di ghiaia fra le
ombre dei cespugli.
Sento di essere una
piccola-grande cosa in un
gioco infinito che non
riesco a comprendere.
AGOSTO 1994
LA CASA INQUIETA
Hanno suscitato chiacchiere
e congetture gli strani
avvenimenti del meccanico
Francisco di G***. Il suo
caso è apparso anche su un
giornale locale.
Così un pomeriggio di
settembre vado a trovare
quest’uomo.
Il signor Francisco ha
sessant’anni, è grassoccio,
con i capelli grigi e l’aria
stanca e un po’ abbattuta.
Gli dico che sono uno
studioso di poltergeist e
che mi interessa sapere
esattamente cosa è successo.
Lui emette un sospiro poi
incomincia a raccontare:
“Sono già venuti in tanti.
Dirò anche a lei quello che
ho detto ai giornalisti.
Prima di andare in pensione
abitavo in una casetta alla
periferia di G***. Una
mattina mia moglie, malata
di cuore da anni, ha avuto
un attacco e non c’è stato
niente da fare... Dopo la
morte della mia cara Jenny
sono rimasto solo e in casa
sono incominciati i
fenomeni. Le luci si
accendevano, le porte si
aprivano da sole... Ho
chiesto aiuto ai vicini, al
prete, a una maga ma non è
servito. Non avevo paura, ma
non potevo più restare. Dopo
due settimane mi sono
trasferito qui in casa di
mia figlia sposata, e ho
ripreso la mia vita.”
Mi fermo di scrivere appunti
poi faccio la mia richiesta:
“Vorrei vedere la casa.”
L’uomo ha un sussulto e
sembra pensarci un po’. Poi
esclama:
“Venga.”
Prende un mazzo di chiavi,
si infila la giacca e
usciamo. Dopo mezz’ora di
automobile arriviamo a un
sobborgo nuovo alla
periferia di G***. A piedi
ci avviamo verso il N°54,
una casetta seminuova color
giallo, con giardinetto
incolto anteriore. Mentre il
proprietario fa scattare la
serratura noto i vicini che
ci guardano sospettosamente.
Finalmente entriamo dentro.
Una saletta in penombra con
il pavimento a losanghe
bianche e nere. Alcuni
mobiletti, un vaso di fiori
in plastica, una vetrinetta
con i bicchieri. Nell’angolo
c’è una macchina da cucire.
Sulla destra c’è un
sottoscala tetro con mensole
piene di scarpe e vestiti
femminili attaccati ai
chiodi. Fa molto freddo qui
dentro.
Muoviamo alcuni passi ed
entriamo in cucina. Dalla
lunetta sopra alla porta del
retro entra un po’ di luce.
La cucina è piccola e
sporca. Alcune mattonelle
bianche si sono staccate e
l’acqua ristagna nel
secchiaio. Una scopa sta
appoggiata al muro.
Dalla cucina, salendo una
scala ripida di legno,
arriviamo al piano
superiore. Entriamo in una
stanza che odora di chiuso,
con letto matrimoniale, un
armadio, un comò. Ci sono
boccette colorate, rossetti,
scatole di cipria...
Il silenzio è rotto da
piccoli rumori misteriosi.
Si sente adesso il
ticchettìo di una macchina
da cucire provenire dal
basso.
Faccio finta di non aver
udito per non spaventare il
signor Francisco che mi pare
già molto nervoso. Per
coprire i rumori
inspiegabili che provengono
dal basso cammino sul
pavimento di legno lucidato
e propongo a voce alta:
“Visitiamo anche l’altra
stanza.”
La stanza successiva è un
ripostiglio con un letto da
bambino e alcuni bauli.
I rumori al piano inferiore
sono aumentati. Si sente uno
sgocciolìo d’acqua provenire
dalla cucina e il tintinnìo
di piatti che si urtano fra
di loro.
Vedo la faccia di Francisco
diventare ancora più
pallida, e l’uomo ha un
tremito al braccio sinistro.
Per paura che gli venga un
collasso devo intervenire
con energia:
“Signor Francisco, stia
calmo! Adesso noi dobbiamo
scendere. Ha mai provato a
parlare a sua moglie dopo la
sua morte?”
“ No--oo.”
“Lo faccia adesso.”
“E... cosa devo dirle?”
“Le dica che ha sentito la
sua presenza ma non intende
comunicare. Le dica di
smetterla. Le dica di
lasciarci in pace.”
L’uomo incomincia a parlare
con voce emozionata e
piagnucolosa:
“Jenny cara... lasciami in
pace... Ti prego,
Jannette... vai via... vai
via... non restare più
qui...”
Intanto ho incominciato a
scendere la stretta scala
seguito da Francisco. Il
primo gradino, il secondo,
il terzo...
Sotto di noi i rumori
continuano, inquietanti e
ossessivi. Allora scandisco
a voce forte:
“Spirito Guida convinci lo
spirito di Jenny a smettere.
Spirito Guida convinci lo
spirito di Jenny a
smettere...”
Il quarto gradino, il
quinto...
“Spirito Guida convinci lo
spirito di Jenny a smettere.
I suoi tentativi per
comunicare disturbano e
spaventano suo marito.”
I rumori continuano ma vanno
calando di intensità.
Sono arrivato sul
pianerottolo in fondo alla
scala adesso.
Quando entro nella stanza
per un attimo vedo la scopa
muoversi da sola nella
cucina e poi cadere per
terra.
Anche Francisco arriva ma
ormai nella cucina è tornata
la quiete. Attraversiamo in
fretta la saletta ed usciamo
fuori.
Nei mesi successivi i
fenomeni si sono verificati
con minor frequenza, fino ad
estinguersi completamente.
Adesso lo spirito di Jenny
si sarà ambientato
nell’Oltremondo, e la casa è
diventata nuovamente quieta.
SETTEMBRE 1994
CRISTALLI MALEDETTI
La vedova Mirelle vive con
la figlia dodicenne Yvette e
una vecchia governante.
Mirelle è una signora di
quarant’anni vedova da tre e
in questi giorni mi ha
chiesto con insistenza di
aiutarla.
Quando mi viene incontro,
mentre mi accompagna in
casa, indossa un vestito
nero con colletto e polsini
di pizzo bianchi. La
cameriera anziana posa il
vassoio con le tazze di té
sopra un tavolino e poi
scompare.
Mirelle appare incerta e
confusa. Il viso è pallido e
scavato, i capelli nerissimi
sono raccolti a chignon, le
sue lunghe mani tremano.
Parla con voce bassa quasi
avesse paura di espormi i
suoi problemi:
“Succedono cose strane in
questa casa, da qualche
tempo. Sono piccoli
incidenti, fatti
inspiegabili, coincidenze,
stranezze...”
Si interrompe e allora io la
invito a proseguire:
“La prego signora, mi dica
esattamente che cosa è
successo.”
“Da alcuni mesi le lampadine
si spengono, le porte si
chiudono da sole... Passando
davanti agli specchi sento
delle voci.”
“Voci? E che cosa dicono?”
“Sento il rumore di una
folla. Come molte persone
che parlano in lontananza...
Ieri pomeriggio abbiamo
sentito distintamente la
porta del salotto che si
apriva. Mia figlia è saltata
in piedi gridando -Mamma,
mamma, c’è qualcuno in
salotto!- Sono corsa a
vedere ma non c’era nessuno.
Mia figlia era spaventata
perché aveva visto l’ombra
di una persona passare
davanti al lucernario della
scala.”
Il racconto a questo punto
viene interrotto da
trambusto e grida isteriche
al piano superiore:
“Aiuto! Al fuoco! Al fuoco!
La casa brucia!”
Io e Mirelle corriamo su per
la scala di marmo. Lungo il
corridoio si apre la porta
del bagno e dall’interno
provengono grida e rumori.
Con uno slancio entro
dentro.
La cameriera sta buttando
asciugamani bagnati sul
fuoco, mentre la bambina
piange.
Il bagno ha i muri di
mattonelle bianche ad
altezza d’uomo, ma il fuoco
proviene da due specchi
posti sopra i lavandini.
Fiamme bianche fuoriescono
dagli specchi. Gli specchi
di cristallo stanno
bruciando!
Anche Mirelle vi butta sopra
asciugamani bagnati che
ostacolano le fiamme ma
appena toglie gli
asciugamani le fiamme
ricompaiono.
Osservo il fenomeno delle
fiamme luminose, innaturali
e silenziose che però non
bruciano.
A poco a poco si accorciano
finché spariscono
completamente e gli specchi
sono tornati normali. Le
superfici riflettenti
appaiono appannate e
bagnate. Mirelle abbraccia
la figlia che piange e trema
e la porta giù in cucina.
Io resto da solo nel bagno
ad osservare gli specchi.
Sembrano pregevoli e
antichi. Uno ha la forma di
mezzaluna, circondato da una
sottile cornice in argento.
L’altro specchio è ovale con
sottile cornice metallica
incisa con foglie d’edera.
Provo a sollevarli ma il
muro dietro è completamente
normale.
Quando scendo trovo Mirelle
in salotto e le chiedo da
dove provengono gli specchi.
“Ah quelli... Ma io non lo
so... Erano nella casa di
mio suocero. Mio marito
quando era in vita ha voluto
portarli qui...”
Il mattino seguente, su mio
suggerimento, stacchiamo gli
specchi dal muro e li
portiamo via con noi.
Alla luce dell’alba
camminiamo per le strade
deserte, fino al lungofiume.
Qui appoggio gli specchi sul
parapetto e guardo il
panorama intorno. Una
foschia grigia si vede in
lontananza oltre il brillìo
dei raggi del sole. Il vento
sibila, l’acqua là in basso
appare turbolenta,
increspata di ondine, sporca
di fango e di rami spezzati.
Allora, con un colpo, lancio
gli specchi dentro la
corrente.
La bambina, che era rimasta
silenziosa fino a questo
momento, adesso grida:
“Mamma guarda... guarda...”
Quando le lastre di
cristallo raggiungono
l’acqua vediamo due ombre
scure che escono dagli
specchi. Ombre di donne in
costumi ottocenteschi con
cappelli, scialli,
stivaletti e gonne lunghe.
Per un attimo sentiamo anche
delle grida.
Poi il fiume travolge,
sommerge e porta via ogni
cosa.
GENNAIO 1995
AVATAR
L’universo spirituale vibra
di scintille e di colori.
L’Oltremondo è percorso da
correnti di luci variegate,
fluttuanti, pulsanti,
apportatrici di conoscenza e
di bellezza.
Qui la pace è dinamismo,
gioia, creatività,
potenzialità. Qui hanno
origine molte cause in un
armonioso susseguirsi di
onde attraverso le
dimensioni.
E dimensioni misteriose e
sublimi si profilano ancora
più in alto, ancora più
aldilà della mia capacità di
comprensione e intuizione.
Sopra tutto e dentro tutto
si riflette l’Energia
Primordiale vivificatrice e
tessitrice di questo
multiforme schema.
I pensieri degli altri
interlocutori fluiscono
attraverso me apportando
scambi di informazioni e di
esperienze. Uno fra gli
altri, che mi ha
accompagnato e guidato
durante il percorso
dell’evoluzione, adesso mi
parla:
“Tu hai completato il lungo
e doloroso ciclo delle
incarnazioni. Un cammino di
luce si stende ora davanti a
te in dimensioni spirituali
sempre più sottili e
perfezionate. Questa è
l’ultima possibilità che hai
di ridiscendere nella
materia, non più come uomo
ma come avatar, oppure di
abbandonare la materia per
sempre. Che cosa scegli?”
Una parola si irraggia
vibrante dal mio essere:
“Avatar. Sarà un piacere
diventarlo, poiché ora
sceglierò di nascere nella
ricchezza”.
“Sarebbe una incarnazione
sprecata! Per poter vivere
intensamente la tua
incarnazione, per avere più
sensazioni, più esperienze,
ti conviene rinascere nella
povertà. Perché vuoi
discendere ancora una volta
fra la miseria, l’ignoranza,
le malattie?”
“La compassione per gli
incarnati, per tutti gli
incarnati, mi spinge a
farlo”.
“Gli incarnati non ti
riconosceranno. Se insegni a
loro, essi non ti
crederanno. Se acceleri la
loro evoluzione essi ti
ostacoleranno. Se li
guarisci essi ti odieranno.
Solo dopo la tua morte, solo
molto tempo dopo, alcuni
incarnati godranno dei tuoi
doni e ti riconosceranno.
Vuoi tu dunque?...”
“Avatar. Poiché adesso ho la
certezza che tutta la
materia è solamente
illusione”.
“Ma per poter vivere
intensamente l’incarnazione
nella materia tu dovrai
credere ciecamente nella
materia. Così durante
l’incarnazione tu perderai
la conoscenza
dell’Oltremondo, ti sarà
oscurata la memoria delle
tue vite passate e di tutte
le tue esperienze. Vuoi tu
ancora?...”
“Perderò momentaneamente
queste consapevolezze, ma la
vita è così breve, è solo un
lampo e poi tornerò di nuovo
qui”.
“60 anni di vita ti
sembreranno lunghi e
insopportabili. Sarai
tormentato dai dubbi,
dall’angoscia e da una
inguaribile nostalgia che è
l’eco del ricordo di questo
Oltremondo. Vuoi tu
ancora?...”
“Sì. Ci sarai sempre tu,
Spirito Guida, insieme a
me”.
“Io ti seguirò nella discesa
nella materia. Ti
proteggerò, ti ispirerò se
me lo chiederai. Ma tu non
mi vedrai e dunque non
crederai in me. Vuoi tu?...”
“Avatar”.
“Allora programma la tua
incarnazione e poniti delle
tendenze per raggiungere i
tuoi scopi e dei limiti che
ti impediscano di
allontanarti da questi
scopi. Attento adesso a non
sopravvalutare le tue forze.
Sei pronto?”
“Sono pronto”.
Un turbine; un vortice che
mi trascina giù, giù, sempre
più in giù, dentro
l’oscurità, dentro la
pesantezza, giù dentro
l’incoscienza di una nuova
incarnazione.
AGOSTO 1996
VEGLIA FUNEBRE
Un fine pomeriggio nuvoloso
e triste raggiungo a piedi
il palazzo dove abitava lo
zio. È un edificio con
l’intonaco scrostato e
l’erba che cresce sui tetti.
Entro dall’androne.
“Sono venuto per il
funerale.... Vorrei vedere
lo zio...” dico al portiere
deforme con la faccia grossa
piena di foruncoli seduto
dietro il banco.
Lui prende una chiave dalla
casella e me la porge:
“Ultimo piano. Penultima
porta in fondo al
corridoio”.
Le scale sono malrischiarate
dai finestroni sporchi.
Salgo appoggiandomi alla
ringhiera in ferro e
arrivato in cima percorro un
corridoio oscuro con le
piastrelle che traballano.
Attaccato alla penultima
porta qualcuno ha appeso un
cartello con la scritta:
Lutto di famiglia.
Apro. La porta di legno
stride orribilmente
raschiando sul pavimento.
Odore di cera e di fiori
appassiti.
Una stanzetta semibuia con
gli attaccapanni. Un’altra
porta aperta che conduce in
cucina.
La bara sta al centro su due
cavalletti. Intorno ci sono
alcune sedie scompagnate,
qualche mazzo di fiori....
Lo zio è dentro alla cassa
aperta, col coperchio posato
per terra. Due candele
ardono quietamente in
silenzio. Mi avvicino di più
e guardo dentro alla cassa.
Lui sta disteso, come in
attesa.... Attorno alla
testa ha un tovagliolo
annodato per tenere chiuse
le mascelle. Il viso è
rasato e sembra di cera. È
vestito con giacca blu
notte, pantaloni nuovi dello
stesso colore; camicia
bianca e cravatta azzurra.
In vita non lo ho mai visto
vestito così elegante. Forse
questo abito non lo ha mai
messo conservandolo per il
futuro....
Le fiamme delle candele si
sono mosse. C’è una corrente
d’aria da qualche parte.
Il volto è bianchissimo, gli
occhi chiusi. Sembra che
dorma. È così forte
l’impressione che sia
addormentato che a volte mi
pare che il torace si
sollevi nel respiro. Ma no.
È solo suggestione. A forza
di fissarlo non sono più
sicuro di niente. Provo a
toccargli una mano. È fredda
e dura come il marmo.
Il tempo passa, gocciola
lentamente nella pozza
dell’eternità. In effetti si
sente una goccia cadere da
qualche parte. Alzo la
testa. Il soffitto è
scrostato e si vede
l’intelaiatura. Una goccia
cade da un angolo e sul
pavimento sotto si è formata
una macchia di umidità.
Passa ancora del tempo. Per
colpa di questa penombra la
vista mi si sta offuscando.
Infatti la credenza lungo il
muro appare più confusa,
nebbiosa quasi.... Aumento
l’attenzione e mi concentro
sul fenomeno.
Un fumo celeste sale lento
dalla testa del morto. È una
formazione leggerissima,
come un vapore.
Sento dei passi dietro di me
e mi volto per guardare. É
arrivata una vecchia magra,
zoppicante. Si siede su una
seggiola e tira fuori il
fazzoletto dalla borsetta.
La vecchia sta rannicchiata
immobile sulla sedia e pare
morta pure lei.
Dopo questa distrazione
riprendo a fissare l’aria
sopra la testa del morto.
Adesso il fumo si è espanso,
è salito ed è diventato più
trasparente. E dentro il
fumo appare qualcosa altro.
È di forma piatta,
biancastra, ma vagamente
iridescente a volte. Sembra
una specie di uovo.
Continuo a fissarlo
domandandomi cosa può
essere, finché la forma
gassosa e la macchia bianca
diventano sempre più
sottili, leggere e
indistinguibili.
Quando sembra che sia tutto
finito mi muovo e guardo di
nuovo intorno alla stanza.
La vecchia, che
probabilmente era una
parente, è andata via. Andrò
via anche io adesso.
Ora so che lo zio non è più
qui. Il suo spirito, la sua
individualità è libera. La
cosa distesa qui, vicino a
me, è solo un mucchio di
carne ricoperto di stracci.
AGOSTO 1996
TOMBE
Una volta al mese, per
ordine di una vecchia zia,
vado a pulire la tomba di
famiglia nel piccolo
cimitero di Rover.
È una giornata di settembre
mentre percorro la stradina
di campagna che porta al
cimitero. Due vecchi
intabarrati procedono
lentamente. I gatti si
scaldano al sole ormai
basso. Lungo i fossi
oscillano grandi fiori
gialli.
Arrivato sulla tomba butto
via i fiori secchi, cambio
l’acqua e con uno
strofinaccio incomincio a
pulire le lastre di marmo.
Un tizio con la penna in
mano sta davanti alla tomba
vicina. È vestito di scuro e
porta grossi occhiali da
miope.
Spinto dalla curiosità,
prima di andare via gli
chiedo:
“ Ha i suoi morti sepolti
lì?”
“No, non ho nessuno. Io
vengo qui solo per
imparare...”
“Imparare che cosa? La
brevità della vita?”
“Sì, ma non solo questo. Qui
siamo vicini al mistero
della morte...”
Fa una pausa prima di
continuare: “Lei non si è
mai chiesto dove va a finire
la personalità
dell’individuo: tutte le sue
esperienze, le conoscenze,
le emozioni, le
sensazioni...”
“Finiscono tutte con la
morte del corpo.”
“In natura nulla si
distrugge e tutto si
trasforma. Il corpo fisico
durante la vita si trasforma
in corpo psichico. Quando il
corpo fisico muore il corpo
psichico sopravvive...”
Poi l’uomo si sposta davanti
a un’altra tomba e io vado
via.
Il mese dopo, in ottobre,
percorro la stradina
tortuosa del cimitero. Una
nebbia grigia ristagna sotto
i pioppeti ingialliti.
Il cimitero ispira
desolazione. Ci sono vasi
rovesciati, fosse allagate
da cui proviene l’odore
della terra marcita. Davanti
al casotto del becchino c’è
una vanga interrata e uno
scopino per il cesso; alla
sinistra un cartello
pubblicitario della luce
votiva.
L’uomo con gli occhiali sta
guardando la foto ovale di
una ragazza col viso triste
e gli occhi grandi. Mi fermo
per salutarlo e lui
commenta:
“Guardi questa ragazza.
Sembra troppo fragile per
affrontare le durezze della
vita.”
“È vero. Chissà che storia
dolorosa c’è dietro!”
“Nessuno ha mai spiegato il
mistero delle morti giovani.
Qual è lo scopo di questa
breve vita? Qual è la
funzione di una vita
iniziata e non vissuta?”
Una lunga pausa:
“Solo la reincarnazione può
dare una risposta. Cioè
tante vite a disposizione
nelle quali evolvere e
maturare. Io cerco anche
questo nei cimiteri. Cerco
il mio corpo precedente, per
far riaffiorare i ricordi, o
qualche antica emozione...”
È arrivato novembre. Nei
campi ci sono cespugli
rovesciati dalla brina e
fossi ghiacciati. Una
macchia di luce cadaverica
indugia nel cielo a sud.
Il cimitero sembra ancora
più squallido e decrepito.
C’è ancora il solito tizio,
infreddolito, davanti a una
tomba di famiglia.
Quando gli passo vicino gli
chiedo:
“Lei segue qualche metodo
nella sua ricerca?”
“Seguo l’ispirazione. Sono
colpito da un viso, uno
sguardo, un vestito....
Intuisco una vita in un
volto, tutte le aspirazioni,
le speranze irrealizzate...”
“E cosa ha scoperto in
questa tomba?”
“Provo a prevedere chi
occuperà i loculi ancora
vuoti. C’è stata una entrata
nel 1958, poi nel 1970 e poi
nel 1979. Con intervalli di
12 e 9 anni. Questo è nato
nel 1948 ed è morto nel
1979; noti come l’8 diventa
9. Questo è nato nel 1911 ed
è morto nel 1958. Riesce a
vedere lo schema che sta
dietro? Nessuna cosa avviene
per caso...”
Arriva dicembre nuvoloso,
piovoso e sono costretto a
rimandare le mie visite al
cimitero.
Durante l’inverno mia zia si
ammalò di polmonite e morì
in due settimane. I cugini
vendettero la sua casa. Io
mi sono trasferito in un
altro paese dove ho
incominciato un nuovo
lavoro.
Alcuni anni più tardi, in
luglio, ritorno a Rover e
faccio una visita al vecchio
cimitero. È un po’ cambiato
durante questo tempo. Il mio
strano amico con gli
occhiali non c’è. Peccato.
Avrei molte domande da
fargli adesso.
Anche negli anni successivi
ritorno là, senza mai più
incontrarlo.
MARZO 1997
LA COSA SOTTO IL CORTILE
Ho preso in affitto una
casetta a Kalag, situata in
un cortile interno. Il
prezzo è basso ed è un posto
tranquillo.
La sera del mio arrivo, al
tramonto, il cielo è livido,
percorso da striature gialle
che fanno rabbrividire. Da
un portone entro in un
cortile incassato fra vecchi
magazzini, con finestre
buie, piene di inferriate.
Le casette sono situate a
sinistra. Nella prima abita
una famiglia di ortolani con
il padre centenario. Nella
seconda c’è l’osteria; la
terza è la mia e nell’ultima
c’è una vecchia sguattera
con un figlio deficiente
dalla nascita. La vecchia
rientra dal lavoro alla sera
e suo figlio sta tutto il
giorno a un finestrino a
guardare fuori e fare
smorfie con la bocca.
Nelle giornate senza sole
dell’autunno, dalla mia
finestra guardo il muro di
fronte, sormontato da cocci
di bottiglie. È una mattina
fredda e grigia. Dal lato
opposto c’è la grata della
fogna. A sinistra c’è una
cantina e dei rottami di
ferro: un treppiede
arrugginito, catene.... C’è
anche una porticina che va
nel pollaio.
Nei pomeriggi asciutti c’è
un po’ di animazione. Il
cortile viene utilizzato dai
clienti dell’osteria per
giocare a bocce. Quando il
tempo è grigio e umido o
quando piove il cortile
diventa un pantano.
Alla sera qui chiudono
presto, sbarrano porte e
finestre come se avessero
paura degli spiriti. Meglio
così, dormirò più
tranquillo.
Invece mi sono sbagliato.
Una notte mi sveglio di
soprassalto. Qualcuno sta
urlando come se lo stessero
scannando in qualche stanza.
Sono le due di notte. Si
sentono urla bestiali,
inframmezzate da parole
rabbiose. Mi alzo dal letto
e corro a spiare alla
finestra. Il vento freddo e
pungente mi schiaffeggia il
viso. La luna di settembre
imbianca il cortile deserto
percorso dalle ombre
seghettate delle grondaie.
Non si vede anima viva. Le
urla all’esterno sono
attutite. Le foglie
accartocciate della vite
sotto la finestra frusciano
contro il muro.
Il mattino presto, come al
solito il vecchio centenario
va a spasso nel cortile,
aiutandosi con due bastoni.
Appena mi vede uscire
commenta:
“Oggi il terreno è bello
asciutto e potremo giocare a
bocce...”
Poi prosegue indicando il
finestrino con la punta del
bastone:
“Lui ha fatto del chiasso
questa notte. Si è sfogato
un po’. Capita ogni
tanto...”
Comprendo che si riferisce
al figlio della serva,
l’uomo nato deficiente che
passa tutto il giorno
davanti al finestrino.
Nelle notti successive il
deficiente è rimasto calmo,
e tutti abbiamo potuto
dormire. Passiamo delle
notti tranquille, anche se
un pochino fredde. Si sta
avvicinando ottobre.
Poi un mattino presto sento
uno strano odore nel
cortile. Proviene da una
macchia sul terreno grande
circa un metro quadro,
nell’angolo sud est. Ho già
notato questa macchia che va
e viene, a secondo del
tempo. La grata della fogna
è dall’altro lato e forse lì
sotto ci sono le tubature.
La mattina seguente, stanco
di quel cattivo odore, dò la
mancia a due manovali
dell’osteria perché mi
aiutino a scavare in quel
posto. L’oste ci ha messo a
disposizione gli attrezzi.
Incominciamo a riempire
secchi di quella melma e
buttarla da una parte. Il
vecchio poco distante
brontola:
“Non troverete niente. Altri
hanno già scavato prima di
voi, senza trovare niente.
Così rovinerete il terreno
per le bocce....”
Continuiamo a scavare. Gli
stivali scivolano nel
terreno viscido e
appiccicoso. Man mano che si
scende il terreno diventa
più secco.
Dopo aver scavato tutta la
mattina arriviamo a uno
strato di terreno giallo,
argilloso. È inutile scavare
ancora. Non abbiamo trovato
niente e decidiamo di
riempire la buca con
carriole di terra sana
portata dal pollaio.
Nelle notti successive il
deficiente sta calmo e
possiamo dormire tutti
tranquilli. Anche il terreno
nel cortile non ci dà più
problemi.
Invece, un mattino quando
esco, mi attende una brutta
sorpresa. Dal lato est del
cortile sta salendo un
vapore. Odore di uova marce
nell’aria. Premendomi un
fazzoletto al naso mi
avvicino per vedere meglio.
Il terreno in quel punto
appare viscido, nero, come
pece fusa.
Il vecchio centenario mi
accompagna puntellandosi con
due bastoni:
“Il deficiente è stato calmo
stanotte, e adesso noi non
potremo giocare a bocce...”
Io guardo senza capire che
cosa è successo. Forse
adesso dovremo scavare di
nuovo per portare via la
terra marcia.... Avvilito
rientro in casa e tengo
chiuse le finestre tutto il
giorno.
La stessa notte mi rigiro
nel letto mentre continuo a
pensare. Forse devo
affrontare il problema in un
altro modo....
Dopo un mese di permanenza
nella casa, credo di aver
risolto il mistero del
cortile. Ho segnato su un
quaderno gli avvenimenti di
questi giorni. Il deficiente
ha le crisi in media ogni
tre-quattro giorni. Se passa
una settimana senza sentirlo
urlare si verifica il
fenomeno nel cortile: la
terra si guasta e diventa
putrida.
C’è una relazione tra le
crisi del pazzo e il
fenomeno del cortile. Quando
il pazzo trascorre una notte
alla settimana urlando,
sfoga in questo modo la sua
energia psichica. Quando il
pazzo rimane calmo per oltre
una settimana egli scaglia
fuori inconsciamente la sua
energia psichica che produce
il fenomeno del cortile.
Sarebbe interessante
esaminare più a fondo questo
caso, ma sta arrivando
l’inverno e ho trovato una
abitazione più confortevole
in un altro paese.
Il giorno del trasloco
splende il sole, ma l’aria è
gelida e pungente. Il nuovo
fittavolo scarica dal carro
i suoi mobili. Poi egli nota
il pantano nell’angolo del
cortile e sento che dice al
proprietario:
“Ci deve essere un tubo
rotto in quel punto.
Provvederò a scavare per
saldarlo....”
Il deficiente fa smorfie
dietro il finestrino. Il
vecchio centenario scuote il
capo.
Bisognerebbe scavare dentro
la testa del pazzo per porre
fine al problema.
APRILE 1997
NELLE PIEGHE DEL TEMPO
Nel tramonto di agosto le
nubi blu sono pesanti
drappeggi sullo sfondo
pallido del cielo.
Raggiungo a piedi la bottega
di Sereno, dove vengo spesso
a fare la spesa.
La bottega è piena zeppa e
si può trovare di tutto. Dai
ganci avvitati al soffitto
pendono scope, setacci,
pentole…. I banchi sono
stracolmi di mercanzia. Il
pavimento è ingombro con
scaldaletti, ferri da
camino, trappole per topi,
sacchi di fagioli….
Il proprietario è un uomo
grasso e sorridente che
gestisce da molti anni
questo bazar. Dopo che ho
comprato alcuni articoli, lo
saluto ed esco fuori.
Il tramonto è uno
spumeggiare di nubi rosate e
vaporose. È una sera divina,
fatta per i poeti e per gli
amanti.
Lentamente cammino lungo i
porticati in penombra,
sfiorando porte chiuse. Una
ragazza magra cuce seduta
sulla porta. É bella e
triste. Ha i capelli lisci,
lunghissimi e indossa un
vestito nero con guarnizioni
di pizzo bianco.
Sotto i portici c’è
silenzio, ombra, muffa e
umidità. Io provo sofferenza
poiché qui sento lo scorrere
del tempo. Quando si
avvicina l’autunno i ricordi
diventano coltelli con le
lunghe lame. Penso
all’inverno, alla vecchiaia,
alla morte…. E mi chiedo che
cosa ho sbagliato nel gioco
della Vita….
La ragazza si chiama Mara e
tutte le volte che passo di
lì rimango un po’ a parlare
con lei. È una ragazza
solitaria, introversa, senza
nessuna amica. È un mondo
chiuso, fatto di sofferenza
e dolcezza.
Quando le sono vicino, la
guardo mentre cuce con
l’ago. È bella come il primo
e perduto amore. Una scopa
di saggina sta appoggiata al
muro. Nel cielo del tramonto
ci sono nubi viola orlate di
fiamme con dietro focolai
incandescenti.
Provo ansia mentre
incomincio a parlare:
“Finalmente ti ho ritrovata,
anche se solo per poco…. La
strada che porta a te è
lunga, tortuosa e sembra non
finire mai”.
Mi fermo di parlare con un
senso di vuoto e di
soffocamento. La ragazza si
ferma di cucire e resta ad
ascoltarmi.
“Perdonami….” le dico
sottovoce.
Passa un vecchio curvo come
una biscia. Il cielo adesso
ha squarci, fessure, fori da
cui piovono sciabolate di
luce.
“Perdonami, per tutte le
cose che non ti ho dato, per
tutte le promesse che non ho
mantenuto…. Per tutto il
tempo passato, per le vite
sprecate…”.
Faccio ancora una pausa
prima di riprendere a
parlare:
“Per questo dovrò amarti
senza averti, dovrò adorarti
senza possederti… finché si
ripresenterà l’occasione e
allora non mi ritirerò e
manterrò il mio impegno…”.
Nel cielo ormai celeste
pallido indugiano nubi
lunghe, sottili come aghi.
Per la prima volta la
ragazza alza gli occhi dal
lavoro. Guardare in fondo ai
suoi occhi è come guardare
in fondo a un abisso. Vedo
tante cose dentro al suo
sguardo: la promessa di
portarmi dentro ai labirinti
e ai misteri dell’amore; ma
anche malinconia e un vago
senso si disperazione….
Per sfuggire a tutto questo
io abbasso gli occhi e così
vedo la stoffa su cui sta
lavorando. C’è sopra un
disegno profondo e strano,
fatto di complicati
arabeschi che si allargano,
si ripetono, si
intersecano…si intrecciano….
* * *
“Si sente bene? Vuole che
chiamiamo un dottore?”
Vedo persone in apprensione
intorno a me, che mettono
delle bende in un catino
d’acqua.
Mi trovo seduto nella
bottega di Sereno. Qualcuno
mi dice che un gancio si è
staccato dal soffitto e una
pentola mi è caduta sulla
testa, così sono svenuto per
alcuni minuti.
Rassicuro che tutto va bene,
poi raccolgo la mia spesa,
pago ed esco fuori. È sceso
il buio. Tenendomi un
fazzoletto bagnato sopra
alla testa dove mi fa male,
faccio ritorno a casa.
Nei giorni successivi compio
alcune ricerche. Una ragazza
di nome Mara abitava
realmente in una casa sotto
i portici, 50 anni fa. Una
vecchia cartomante che la ha
conosciuta, mi ha raccontato
che era orfana, bella e di
carattere chiuso.
Mara aveva un fidanzato che
la abbandonò. Dopo di allora
la ragazza si trasferì in un
altro paese, e di lei non si
seppe più nulla.
È strano. Forse, seduta da
qualche parte nel tempo,
Mara aspetta veramente che
il destino ritorni a
compiere il suo disegno.
MAGGIO 1997
PICCOLI PARADISI
Nelle mia passeggiate serali
per favorire la digestione
mi piace percorrere una
strada di campagna nel paese
di M***.
Anche questa sera cammino
lungo questa strada
solitaria, dove raramente
incontro qualche contadino.
Oltrepasso un ponte sul
fiume ascoltando le rane che
gracidano al tramonto. Più
in là c’è una pompa
arrugginita attaccata a un
pilastro. Ancora più avanti,
dopo una curva, passo
davanti a una vecchia casa
abbandonata.
È una casa grigia, lunga e
stretta, con il fumaiolo
smozzicato. L’intonaco
scrostato lascia vedere i
mattoni. Erbacce crescono
tutto intorno e c’è un
bidone appoggiato al muro.
Una delle finestre è aperta
e viene fuori odore di muffa
e umidità.
Calpestando ortiche e
calcinacci mi avvicino di
più, per vedere l’interno
semibuio. C’è un camino
fuligginoso, una credenza
marcita e uno specchio
rotto. Forse una di queste
sere entrerò dalla finestra
per visitare anche le stanze
al piano superiore.
La sera seguente percorro
ancora quella strada e
rimango più tempo davanti
alla casa abbandonata. In
quella solitudine mi imbevo
del suo passato, assorbo
momenti della sua storia.
Sono convinto che nelle
vecchie case sono registrati
e conservati gli avvenimenti
che si sono svolti. Tutti i
gesti della commedia della
vita; i gesti tipici
dell’amore, che sono stati
ripetuti per decine di anni.
Sicuramente le scene di vita
familiare sono ancora
impregnate in questi
ambienti. Con un poca di
sensibilità è possibile
percepire le memorie dei
muri, cioè i piccoli
paradisi che sono racchiusi
dentro queste stanze.
La sera seguente sto ancora
camminando lungo la strada
che porta alla vecchia casa.
I giorni si accorciano e la
luce del crepuscolo è più
grigia e più smorta.
Quando arrivo davanti
all’edificio in rovina la
luce è ancora più scarsa.
Dalla finestra adesso vedo
la stanza all’interno come
se fosse piena di fumo. Ma
non sento odore di bruciato.
C’è una strana luce
polverosa dentro alla stanza
e in quella nebulosità si
muovono alcune persone…
Vedo una donna magra e
giovane. È molto bella ma
l’espressione del suo viso è
seria e triste. La donna
indossa un vestito a fiori e
tiene fra le braccia un
bambino. Una vecchia seduta
in un angolo lavora a
maglia. Nel camino una
pentola bolle.
Rimango stupefatto con gli
occhi fissi dentro alla
stanza. Percepisco le gocce
di sudore come tanti spilli
sulla pelle.
Quelle persone non sembrano
vere, eppure non sono
irreali, sono solo un po’
sbiadite e quando vanno
nelle zone di luce più forte
scompaiono completamente.
A ogni secondo che passa la
stanza diventa sempre più
oscura, finché vedo
solamente il buio.
Con il respiro accelerato
dall’emozione riprendo la
passeggiata. Sono certo che
quello che ho appena veduto
sono scene del passato. Sono
piccoli paradisi, o piccoli
inferni, che si ripetono nel
tempo.
LUGLIO 1997
L’ENTITÁ AZZURRA (Parte
Seconda)
“Spirito Guida dacci un
segnale della tua presenza”
mormora il professor
Lorentz.
Silenzio. La fiamma della
candela rischiara la saletta
dove siamo riuniti per la
seduta mensile.
“Spirito Guida dacci un
segnale della tua presenza”.
Il ticchettio della pendola,
un mobile che scricchiola.
Un sospiro profondo della
medium.
“Spirito Guida dacci…”.
Il tavolino si solleva da un
lato restando inclinato. Il
piano lucido su cui
appoggiamo le mani è
percorso da vibrazioni. Poi
il tavolo cade bruscamente
con un colpo tornando in
posizione orizzontale.
Adesso il professor Lorentz
incomincia le domande:
“Riprendiamo dalla mia
ultima domanda: chi ha
creato Dio?”
“Dio deriva da un altro
primordiale. Dio è il
risultato di una lunghissima
evoluzione”.
“Come è possibile? Dio è
eterno e immutabile?”
“No. Dio è un essere in
evoluzione e l’eternità è
ciclica”.
“In questo mondo esistono
malattie sofferenze,
parassiti… Perché?”
“Alcune imperfezioni sono
volute, altre sono stadi
intermedi, altre sono errori
del piano della creazione”.
“Un uomo nasce paralizzato e
trascorre tutta la vita su
una sedia a rotelle.
Perché?”
“Egli può aver rotto degli
equilibri e sente il bisogno
di ristabilirli. Oppure può
sentire il bisogno di fare
questa esperienza. O può
essere un errore dell’opera
divina. In ogni caso prima
di nascere lui ha progettato
e scelto proprio quella
vita”.
“Cosa accade a un uomo che
ha commesso dei crimini?”
“In questa vita ognuno
raccoglie i frutti della
precedente incarnazione e
semina per quella futura.
Ogni spirito sente il
prepotente bisogno di pagare
i debiti e sceglie una o più
vite di sofferenza! Oppure
scende la scala
dell’evoluzione e rinasce
animale”.
“Come diventa la personalità
(cioè l’io) dopo la morte?”
“La personalità rimane
identica dentro il corpo
spirituale”:
“Puoi descrivermi
l’esperienza della morte?”
“Alla morte lo spirito si
solleva e vede il corpo
fisico sotto di lui. Poi
attraversa un tunnel. In
fondo lo attendono alcuni
spiriti familiari”.
“Dove va lo spirito dopo la
morte?”
“Va su un piano spirituale
dove si trovano altri
spiriti che sono al suo
stesso livello evolutivo”.
“L’evoluzione continua anche
nell’Oltremondo?”
“Sì”.
“Perché i bambini morti?”
“Morte non vuol dire fine. I
bambini crescono
nell’Oltremondo oppure si
reincarnano”.
“Dove vanno gli animali dopo
la morte?”
“Nell’Oltremondo e
proseguono l’evoluzione”.
“Gli animali hanno dunque
uno spirito?”
“Sì. Gli animali superiori
hanno spiriti sviluppati
simili all’uomo. Animali
inferiori e batteri
possiedono spiriti molto
primitivi che si reincarnano
con un ritmo veloce”.
“I vegetali hanno uno
spirito?”
“Sì. E possiedono inoltre la
capacità di svilupparlo.
Ricordatevi che il vostro
spirito è passato attraverso
forme minerali, vegetali e
animali prima di incarnarsi
in uomo”.
“Qual è lo scopo ultimo
delle vite?”
“Lo scopo finale delle vite
è imparare a diventare Dei,
cioè co-creatori”.
A partire da questo momento
i partecipanti chiedono
informazioni sui loro cari
defunti e parlano con loro.
Non riporto qui questi
dialoghi che trattano
questioni personali.
La seduta viene interrotta
quando la stanchezza ci
impedisce di proseguire.
Allora io mi infilo il
cappotto ed esco fuori.
La notte è immensa e fredda
intorno a me e le stelle
luccicano nel cielo nero.
Cammino mentre penso alla
mia vita e a quello che sono
diventato. Penso a questa
lunga strada che tutte le
creature devono percorrere
per raggiungere
l’individualità, la
conoscenza e la
consapevolezza. Penso al
destino misterioso e
grandioso che ancora mi
attende.
LUGLIO 1997
MUSICA DI MEZZANOTTE
Silenzio di tomba. La sala è
gelida come una ghiacciaia.
La luce lunare che entra
dalle finestre rischiara i
mobili e disegna rettangoli
luminosi sul pavimento.
Il signor Bert, proprietario
di questa vecchia villa, sta
accanto a me teso e agitato.
Egli è un uomo alto e magro.
Cammina avanti e indietro
per scacciare il nervosismo
e fuma in continuazione. Non
so bene cosa aspettiamo né
perché mi ha proposto di
venire qui questa notte.
Questa attesa snervante dura
da oltre un’ora. Poi,
all’improvviso il signor
Bert mi afferra un braccio e
sento la sua voce roca ed
emozionata:
“Zitto. Ascolti. Sta per
arrivare…”.
Nel silenzio si odono deboli
suoni acuti, distanziati….
Dopo un po’ comprendo che
qualcuno sta battendo i
tasti di un pianoforte. A
volte suona a casaccio, a
volte incomincia una
melodia, poi si interrompe e
riprendono le note a
casaccio. Poi ancora una
melodia sommessa, implicita,
segreta….
“Chi sta suonando a
quest’ora?” chiedo.
“Nessuno. L’appartamento
superiore è disabitato”.
“Vuole dire che…”.
“Sì! Quel pianoforte di
notte suona da solo….
Venga”.
Bert accende una candela e
mi precede su per una scala
con ringhiera in ferro
lavorato. I suoni si sentono
a volte forti, a volte
deboli fino a scomparire.
Al piano superiore
percorriamo un corridoio.
Bert si ferma davanti a una
porta di legno lucido,
estrae una chiave e apre.
Entriamo.
La luce della candela
rischiara una saletta
polverosa con poltrone di
velluto e un tavolino rotto.
Il pianoforte sta in un
angolo e a intervalli emette
suoni di corde che vibrano.
È uno strumento vecchio con
due candelabri ai lati.
Quando mi avvicino vedo che
i tasti sono ingialliti e
pieni di polvere.
Perplessi e impauriti
torniamo indietro e
scendiamo giù.
Al mattino seguente io e
Bert siamo seduti in uno
studio severo con alte
librerie e quadri anneriti
appesi alle pareti.
Incomincio a fare domande
nel tentativo di spiegare il
mistero.
“Ci sono adolescenti che
frequentano la casa?”
“No. Io vivo solo”.
“Ha fatto sedute spiritiche
negli ultimi tempi?”
“No”.
“A chi apparteneva quel
piano?”
“A mia zia Carmen prima che
morisse. Lo aveva fatto
arrivare quando era giovane
dal Massachusetts”.
“Da quanto tempo è morta sua
zia?”
“Da oltre due anni”.
“É da allora che si è
verificato questo fenomeno?”
“Non lo so. Abito qui da
poco. Prima abitavo da mio
fratello”.
“Che tipo era sua zia?”
“Oh! Era una donna
eccentrica. Amava la musica
e non si è mai sposata.
Durante gli ultimi anni
della sua vita non usciva
quasi più. Era alcolizzata,
si chiudeva nella sua stanza
e beveva e suonava…”.
Dopo questo dialogo torniamo
di sopra per rivedere il
pianoforte. Con la luce del
sole che entra dalla
finestra la stanza sembra
diversa. Più vecchia e
decrepita, piena di
scricchiolii e odore di
muffa.
Apro il piano, esamino i
meccanismi, poi col permesso
del proprietario sigillo con
ceralacca lo sportello della
tastiera. Sigillo anche la
porta della scala e infine
scendiamo giù.
La stessa sera ci
accomodiamo in salotto in
attesa. Con l’arrivo della
notte il signor Bert diventa
sempre più inquieto e
agitato. Fuma nervosamente,
cammina avanti e indietro….
Finché, nel silenzio, si ode
una musica che proviene
dall’appartamento
disabitato. È una cascata di
suoni deboli da principio.
Segue il silenzio. Poi
alcuni colpetti. I suoni
riprendono a volte caotici,
a volte melodici….
A questo punto prego il
signor Bert di uscire dalla
villa e lasciarmi per
qualche tempo da solo. Lui è
felice di acconsentire.
Prende un cappotto
dall’attaccapanni e esce
dalla stanza. Sento i suoi
passi che percorrono il
corridoio. Adesso sento il
rumore della porta di
ingresso che si apre. Sento
i passi di Bert che
calpestano la ghiaia del
giardino e poi vedo l’uomo
che passa sotto alle
finestre e si allontana.
Mentre il proprietario si
allontana dalla villa i
suoni del pianoforte si
fanno più attutiti. Calano
di forza, diventano
vibrazioni sonore appena
percettibili.
Allora sulla villa scende il
silenzio della notte. Il
fenomeno è completamente
finito.
Al mattino dopo verifico i
sigilli di ceralacca e,
trovandoli intatti, sono
costretto ad ammettere il
fatto soprannaturale. Come
soluzione propongo di
vendere il pianoforte o
comunque di disfarsene o
trasferirlo.
Il signor Bert fa venire gli
operai e mette in pratica
con grande entusiasmo il mio
consiglio.
Alcuni mesi più tardi Bert
mi informa che ha regalato
il piano a suo fratello
dove, nella nuova casa, non
dà più fastidio a nessuno.
Come tutte le cose di questo
mondo il pianoforte era
impregnato della energia
psichica del suo
proprietario. Questa
energia, nel nostro caso era
particolarmente forte, ma da
sola non bastava a produrre
i fenomeni.
Il signor Bert,
inconsapevolmente, è un
sensitivo. Egli costituiva
il mezzo per attivare
l’energia che così si
rendeva udibile. È bastato
separare le due cose e
l’inquietante fenomeno non
si riproduce più.
LUGLIO 1997
IL ROSETO
Sono da poco tempo venuto ad
abitare in questo villaggio.
È una località tranquilla,
senza niente di interessante
nei dintorni. Non ci sono
bellezze naturali, né
storiche, né paesaggistiche.
La campagna si stende piatta
intorno a noi e il villaggio
è formato da casette più o
meno uguali.
Forse l’unica cosa bella qui
è il roseto che appartiene
alla casa dei miei vicini.
La casetta è color bianco ed
è abitata da tre vecchietti,
due fratelli e una sorella.
Davanti alla facciata ci
sono tre cespugli di rose,
vecchi e rigogliosissimi.
Non sono un esperto di
fiori, ma non avevo mai
visto prima rose così belle
e grandi.
Una mattina noto che il
cespuglio al centro appare
ammalato; fiori e foglie
sono appassite ed è evidente
che la pianta sta soffrendo.
Dopo alcuni giorni i petali
cadono per terra e in circa
una settimana l’arbusto
diventa secco, con i rami
gialli.
La vecchia Linda, che tutti
i giorni innaffia le rose,
si mostra molto dispiaciuta.
Ma un’altra disgrazia, molto
più grave, colpisce la casa.
Le finestre sono chiuse
questa mattina e vedo
arrivare gli uomini delle
pompe funebri. Poco dopo
vengo a sapere che Joseph,
il fratello più anziano, è
morto di infarto questa
notte.
Conosco poco i miei vicini
ma, per cortesia, alcuni
giorni dopo partecipo al
funerale.
Durante i mesi estivi quando
apro le finestre al mattino
resto ad ammirare le rose
che spiccano come arabeschi
colorati sullo sfondo bianco
del muro. La vista del
roseto in fiore mi dà un
piacere vivo come la visione
di un quadro o l’ascolto di
una musica.
Poi col passare del tempo,
il cespuglio di destra
diventa raggrinzito; i
petali cadono, i rami si
piegano…. Forse qualche
parassita sta divorando le
radici della pianta.
Quando il cespuglio si secca
e muore il signor Arthur
lavora sotto il sole tutto
il giorno per sradicare la
pianta, portare via i rami e
livellare il terreno.
Quella fatica è stata
eccessiva per il vecchio
Arthur, poiché adesso egli
si trova a letto ammalato di
polmonite. Pochi giorni dopo
vengo a sapere che l’uomo è
morto.
Adesso è rimasto un solo
cespuglio di rose e mi
consolo a guardarlo. Ho
perfino trasferito la mia
scrivania vicino alla
finestra.
Una mattina Linda mi chiama
per chiedermi un favore,
così restiamo a parlare un
po’. Le faccio i complimenti
per le rose stupende e per
l’amore con cui le cura.
Allora lei depone
l’annaffiatoio e mi fa
questa confidenza:
“Quei cespugli li piantò
nostra mamma, che aveva la
seconda vista. Piantò un
cespuglio di rose per ogni
figlio nato e li dedicò a
noi. Quando il primo
cespuglio si seccò, mio
fratello Joseph morì. Quando
si seccò il secondo, morì
mio fratello Arthur. Adesso
anche l’ultimo cespuglio
rimasto incomincia a
deperire…. E anch’io non mi
sento bene…”.
In realtà il roseto non è
più tanto rigoglioso.
Nei giorni seguenti la
pianta lentamente diventa
floscia, ingiallisce, finché
si secca.
La vecchia Linda muore di
aneurisma pochi giorni dopo.
AGOSTO 1997
LA TOMBA VIAGGIANTE
Quando era in vita la
vecchia Athra è sempre stata
una donna irrequieta, e lo è
anche adesso, da morta.
Cioè, voglio dire, la sua
tomba è irrequieta.
Da un anno ormai sono
abituato a vederla mentre
percorro il cimitero nelle
mie consuete visite. Sono
abituato a vedere la sua
foto con la faccia
spigolosa, incavata da
vecchia strega; proprio come
la ricordo da viva. La gente
in paese diceva che era una
strega, ma non ho mai voluto
dare ascolto alle
chiacchiere dei buontemponi.
E questo pomeriggio, mentre
percorro il vialetto del
cimitero, vedo che manca la
sua tomba. No! Non ho bevuto
e possiedo una mente logica
e razionale.
Quando arrivo in fondo al
cimitero senza vedere la
tomba sono costretto ad
ammettere che l’ho
oltrepassata senza notarla.
Allora mi intestardisco e
ritorno indietro, nonostante
sia fastidioso camminare
sotto il sole.
Pazientemente ripercorro il
vialetto all’indietro
guardando con attenzione.
C’è la tomba in marmo nero,
poi quella con l’anfora,
quella con l’angelo, quella
con la balaustra a
semicerchio…. Poi ci sono
quattro tombe grigie; poi
quella con la lampada in
ferro, quella con la botola
e l’anello; la tomba a forma
di sarcofago, a forma di
libro….
No, la tomba della vecchia
Athra non c’è, non c’è più!
A questo punto l’edificio
logico della mia mente
crolla come un castello di
carte. Tutte le certezze
adesso se ne vanno. Il mondo
non mi appare più né solido,
né materiale. Il mondo è
solamente un riflesso
colorato sopra una bolla di
sapone….
Perché non solo manca la
tomba, ma manca anche il
posto vuoto!
Voglio dire che le lapidi
sono allineate una vicina
all’altra, con continuità,
senza interruzioni. Tutto
sarebbe normale e come al
solito, se non mancasse
quella dannata tomba.
Vedendo questo io comincio a
sudare e imprecare
sottovoce. Là in fondo
alcune signore inginocchiate
si voltano per guardarmi.
Scosso e avvilito esco fuori
dal cimitero quasi di corsa.
Per la strada incontro il
mio vecchio amico Billy.
Egli è un studioso di
occultismo e altre materie
eccentriche. A lui racconto
quello che mi è appena
accaduto, anche se mi
aspetto la sua incredulità.
E Billy risponde:
“Sì, io ti credo. Una notte
mi è capitato di vedere che
la vecchia Torre
dell’Orologio era
scomparsa”.
“Ma cosa dici?…”
“È la verità. In certi casi
gli oggetti materiali si
spostano nel tempo e allora
non li vediamo più. Quando
essi ritornano dentro nel
nostro tempo ridiventano
visibili per noi”.
Non avevo mai sentito una
teoria così bizzarra, ma è
sempre meglio di niente.
L’amico estrae un notes, fa
alcuni calcoli e poi:
“Possiamo provare a
richiamarla indietro.
Stanotte nel cimitero
arriverà il momento
giusto…”.
“Per me può benissimo
rimanere dove sta adesso”.
“Non sei curioso di
assistere all’esperimento?”
“Sì, ma…di notte il cancello
del cimitero è chiuso e …”.
“Entreremo da dietro,
passando attraverso il campo
di cipolle. Trovati davanti
alla Pesa prima di
mezzanotte…”.
Lo lascio parlare e intanto
me ne vado. Non ho nessuna
intenzione di assecondare
queste assurdità. Inoltre
stasera mi aspetta una buona
cena, una partita a carte….
Alle 11 e 30 mi trovo
davanti alla Pesa inquieto
ed eccitato. È una sera di
primavera con spruzzi di
pioggia e vento.
Poco dopo arriva Billy
avvolto nell’impermeabile:
“Sapevo che saresti venuto”.
“Billy, è finito il tempo
delle ragazzate…” lo
rimprovero.
“Il tempo finisce e
ricomincia, caro mio”.
“Che cosa hai intenzione di
fare?”
“Vieni”.
Lasciamo la periferia del
paese e seguiamo una strada
di campagna. Per fortuna non
piove più ed è spuntata la
luna. Senza parlare
attraversiamo un campo
infangato e scaliamo il muro
del cimitero.
Il camposanto appare bianco
e quieto, sotto la luna,
punteggiato dal luccichio
dei lumi. Il rumore dei
nostri passi in quel posto
silenzioso ci fa rallentare.
Arrivati al centro Billy
tira fuori un grande
fazzoletto nero con sopra un
disegno bianco. Lo stende
per terra e ci mette quattro
sassi ai lati. Poi si siede
su una tomba lì vicino e
guarda il disegno. A poca
distanza guardo anch’io: il
disegno raffigura un cerchio
attraversato da tanti J.
Il tempo passa. Il mio amico
è sempre lì, come
ipnotizzato, davanti al
disegno. Io sto lì in piedi,
infreddolito, la luna corre
nel cielo….
Finalmente il mio amico si
muove, come risvegliato, si
alza e mette via il
fazzoletto.
“Ecco. Ho finito”.
“È tutto qui? Ma non è
successo niente!”
“Sembra che non sia successo
niente. In realtà io ho
seminato un pensiero oltre
quel sigillo. In futuro ne
vedrai i frutti”.
Usciamo da dietro e io mi
rompo i pantaloni
scavalcando il muro del
cimitero. Allora ne ho
abbastanza e vado dritto a
casa.
Lascio passare alcune
settimane prima di tornare
in quel posto. In casi come
questi è meglio non
rischiare di farsi venire
l’esaurimento.
Quando un pomeriggio vado al
cimitero, davanti al
cancello il mio polso
accelera i battiti; lungo il
vialetto incomincio a
sudare….
Poi vedo al tomba della
vecchia Athra, con la foto
da brutta strega che sembra
lanciarmi la malia.
Sì, è tutto a posto adesso.
Posso fidarmi di Billy che
sa risolvere queste
situazioni.
O forse è tutta
ciarlataneria e suggestione.
OTTOBRE 1997
LE TRE VECCHIE
Tre vecchie stanno sedute
sotto il portico a
chiacchierare. Una grassa,
una alta e magra e una di
media corporatura.
Quando passo con la
carriola, nella fattoria
dove lavoro, le guardo e le
compiango. Poveri esseri
inutili e impotenti senza
più alcun rapporto con la
vita.
Mentre vado avanti e
indietro trasportando letame
dalla stalla alla concimaia,
guardo queste vecchie
nell’ombra del portico e
ascolto i loro discorsi.
Sono tutte mezze sorde e
gridano forte per farsi
capire:
“Le nostre anitre soffrono
perché il fosso è quasi
asciutto”.
“Già”.
“Versiamo il brodo nella
terrina per far salire il
livello dell’acqua”.
“Sì, facciamo così”.
“Ah, ah”
“Eh, eh”.
“Ih, ih”.
Io compiango questi discorsi
insensati e penso con
terrore alla vecchiaia.
Com’è triste la fine della
vita.
Poco tempo dopo grosse gocce
di pioggia incominciano a
cadere. Eppure laggiù a
ovest splende il sole. Ma
qui è arrivata una nube
estiva tanto veloce quanto
carica di pioggia. I lavori
nel cortile sono sospesi a
causa del forte acquazzone.
Intanto altre nubi sono
arrivate a oscurare il sole
e la pioggia dura tutto il
pomeriggio.
Alcuni giorni dopo, mentre
zappo l’orto e cavo le
erbacce, sento i discorsi
delle vecchie, sempre sedute
all’ombra del portico.
Immagino la noia che provano
a stare sedute là tutto il
giorno senza più la
possibilità di modellare la
realtà.
“Tuo nipote ci ha insultato
stamattina”.
“Già”.
“Deve imparare la lezione
quel brutto prepotente.
Mettiamogli il secchio in
testa. Facciamolo stare
zitto per un giorno intero”.
“Già, facciamo proprio
così”.
“Ah, ah”.
“Eh, eh”.
“Ih, ih”.
Il mattino dopo Jeffrey, il
figlio del padrone, non
viene a lavorare perché ha
la gola infiammata. Adesso è
a letto con gli impacchi di
acqua fredda. Mi dispiace
poiché questa sera il ballo
sull’aia non si farà.
I giorni passano alla
fattoria, i lavori
proseguono, le verdure
crescono… e le vecchie sono
sempre al loro posto.
Ho ripreso i lavori
nell’orto con nuove semine e
risento le loro chiacchiere.
Mi ero quasi dimenticato di
quelle vecchie e dei loro
discorsi stupidi. Adesso
ripensandoci mi sembra di
intravedere un rapporto fra
le loro parole e quello che
è accaduto. No. Sarebbe
assurdo, sarebbe illogico.
Sarebbe… stregoneria.
Questa idea improvvisa
cambia la direzione dei miei
pensieri. Ma certo. Quelle
vecchie conoscono l’Arte
Saggia, come veniva chiamata
una volta. Esse si sono
tramandate gli insegnamenti
delle loro nonne, i piccoli
segreti delle erbe, dei
campi, della mente…. Inoltre
posseggono l’esperienza, la
sensibilità per percepire,
il tempo per meditare….
E adesso cosa stanno
dicendo? Ascolto con
attenzione le loro voci
gracchianti:
“…il mondo non funziona più
bene, non è più quello di
una volta, diamogli una
regolata…”.
“Ma sì, mettiamo quel noce
capovolto”.
“No, capovolgiamo quel monte
laggiù”.
“Ma cosa state dicendo? Vi è
marcito il cervello?” le
rimprovera la vecchia magra.
“Perché no? Perché non vuoi
che ci divertiamo un po’?”
“Allora facciamo così; per
stare più fresche stanotte
spostiamo il sole!”
“Sì. Sì. Allontaniamo dal
fuoco la pignatta. Tiriamola
più indietro. Sì. Facciamo
così, facciamo proprio
così”.
“Ah, ah”.
“Ih, ih”.
“Eh, eh”.
Ascoltando le loro parole
capisco quello che vogliono
fare e rabbrividisco.
Allora alzo la testa per
guardarle. Non sembrano più
tre vecchie deboli e
impotenti. Adesso sono tre
Dee antiche, ieratiche,
solenni, che guidano i
destini del mondo stando
all’ombra di quel portico.
Quando viene la sera paure
primitive si affacciano
nella mia anima; paura del
buio, della notte, della
morte…. Con l’oscurità mi
sento debole e indifeso, mi
sento schiavo di forze
immense e sconosciute….
Al mattino dopo. Al
risveglio, rido delle
preoccupazioni della sera
prima. È facile cadere nelle
superstizioni quando si
dimenticano le conoscenze
scientifiche.
Non credo che le vecchie
siano riuscite nel loro
progetto. Solo per caso
questa notte è stata più
fresca delle precedenti.
Però questa mattina,
passando davanti al portico,
saluto con rispetto le tre
vecchie:
“Buongiorno nonne.
Divertitevi pure… senza
provocare grossi danni, per
favore”.
OTTOBRE 1997
ZIA MARY
Infilo la chiave nella
serratura e apro la porta.
Mi accoglie la sala lunga e
fredda, con odore di chiuso.
Macchie di muffa bianca sono
sparse sulle mattonelle. La
pianta in vaso è secca forse
per la mancanza di luce e
acqua.
Sono passate alcune
settimane dopo i funerali di
zia Mary e durante questo
tempo nessuno è venuto nella
sua casa.
Qui era sistemata la cassa
con il catafalco, i ceri….
Cammino verso la cucina. Nel
secchiaio sono rimaste
ancora le tazze capovolte.
Ritorno indietro e passo
davanti allo studio. In
questa stanza strapiena di
carte, libri e documenti,
lei ha tenuto per 40 anni la
contabilità del gasometro di
suo padre.
Proseguo e salgo le scale di
pietra che per 80 anni ha
salito lei. Tocco la
ringhiera di legno
consumato, alla quale lei si
è appoggiata durante tutto
questo tempo.
Nel corridoio superiore ci
sono quadri con foto
ingiallite. Un arcolaio che
usava quando era giovinetta.
È rimasto perfino il cavallo
a dondolo di quando era
bambina.
Apro una porta ed entro
nella sua stanza da letto.
Penombra, silenzio, odore di
biancheria.
Apro una finestra per far
entrare la luce metallica di
questa sera di Marzo.
L’armadio severo con sopra
la foto di suo padre. Il
letto liberty dove lei è
morta, da sola, la notte del
2 febbraio….
Resto in piedi, immobile, in
silenzio, in attesa.
Mi aspetto di rivedere di
nuovo mia zia, anche se ho
visto quando la chiudevano
dentro la cassa e quando la
sotterravano in cimitero. Mi
aspetto di udire nuovamente
la sua voce gracchiante; mi
aspetto un segnale, qualcosa
che mi faccia capire che lei
vive ancora….
I minuti passano e non
succede niente. Allora, ad
alta voce faccio la domanda:
“Zia Mary, se ci sei batti
un colpo”.
Silenzio totale.
Ripeto la domanda e resto in
attesa:
“Zia Mary, se ci sei batti
un colpo”.
Nessuna risposta.
Mi sento un po’ stupido a
parlare da solo, nella
stanza vuota. I muri
imbiancati davanti a me non
possono rispondermi.
Lascio passare dell’altro
tempo e poi ripeto ancora la
domanda un paio di volte.
Niente da fare. Questo
sistema non funziona.
Cammino pensieroso sul
pavimento di legno lucido e
scricchiolante. Come trovare
un modo per comunicare? Come
posso fare per avere le
risposte dal suo spirito?
Mentre cammino ripeto la
domanda:
“Zia Mary, se puoi batti un
colpo”.
Il pavimento dietro di me ha
uno schianto.
Mi fermo e penso. Le tavole
sono secche e scricchiolano
continuamente camminandoci
sopra. Dunque questa
risposta non è attendibile
ed è dovuta al caso.
Riprendo a camminare
producendo un’ondata di
leggeri scricchiolii.
Intanto faccio un’altra
domanda:
“Zia Mary, se puoi batti un
colpo”.
Un altro schianto più forte
su una tavola davanti a me.
Mi arresto sbalordito.
Poi riprendo a camminare e a
interrogare:
“Zia Mary, possiamo
comunicare con questo
sistema?
Un altro schianto.
“Zia Mary, sono affidabili
le risposte ottenute in
questo modo?”
Ancora uno schianto laggiù
nell’angolo.
Forse ho capito… Ma certo.
Lo spirito ha bisogno di una
offerta libera di energia.
Energia indifferenziata da
modulare, da utilizzare….
Il pavimento cigola e
scricchiola sotto di me ma
io prendo in considerazione
solamente i colpi forti.
“Zia Mary, desideri parlare
con me?”
Tre colpi duri. Tre volte
sì.
“Zia Mary, vuoi che vada
via?”
Silenzio. Adesso si sente
solamente lo scricchiolio
leggero.
Da questo momento faccio
domande riguardanti il mio
futuro, i miei affari e
annoto su un taccuino le
risposte.
Arriva il buio e mi preparo
ad andare via. Chiudo la
finestra e la porta della
camera da letto.
Mentre sto per scendere una
tavola sul pianerottolo
della scala scricchiola in
modo speciale mentre la
calpesto e sembra che dica:
CIA-O.
Sono trascorsi 3 mesi e
adesso siamo in estate.
Alcune previsioni si sono
rivelate esatte, altre
devono ancora avverarsi.
Avrei tante altre cose da
chiedere, ma purtroppo non
posso più utilizzare questo
singolare sistema di
consultazione. Nel frattempo
i parenti hanno venduto la
casa e i nuovi proprietari
la stanno demolendo per
costruirne una nuova.
MAGGIO 1999
AMORI OSCURI
Mentre cammino per le strade
semideserte di questo
piccolo paese, il cielo si
scurisce sempre di più e
incomincia a cadere la
pioggia.
Dopo una breve corsa mi
rifugio sotto l’architrave
di una vecchia casa,
evidentemente abbandonata.
Ma poiché mi bagno anche lì,
spingo la porta marcita ed
entro dentro.
Mi trovo in una camera con
il pavimento sporco e le
pareti annerite. C’è un
armadio e uno specchio
verdognolo. Dentro
all’armadio sta appeso un
vestito da sposa. E’
ingiallito, impolverato…
rosicchiato dalle tarme.
Queste sono le uniche cose
rimaste, muti testimoni
degli avvenimenti che si
sono svolti dentro alla
stanza. Ma l’armadio non
aprirà i suoi segreti e
riguardo allo specchio … chi
mai vorrà fidarsi delle
immagini degli specchi…
… Da uno squarcio fra le
nubi piovono giù raggi
dorati come da un gigantesco
setaccio. Le campane
suonano, le candele ardono
dentro alla chiesetta dove
la gente con i vestiti nuovi
chiacchiera e attende.
La sposa arriva vestita di
bianco e una coroncina fra i
capelli. E’ pallida e seria.
I suoi pensieri vagano a un
amore passato, a un amore
finito… Adesso però è troppo
tardi, adesso lei sta per
sposarsi… Le nubi in cielo
formano un altare di luce
bianca.
Una festa di nozze con le
lanternine e i cuori di
carta appesi ai rami degli
alberi. Una festa paesana
dolce e un po’ triste. Tutti
mangiano, bevono, ridono e
parlano. Ma il passato non è
morto come lei credeva. I
fili del passato le arrivano
fino al cuore, germinano
dolorosi ricordi, velenosi
rimpianti…
Verso sera con l’oscurità
arriva il fresco, l’umidità;
gli ospiti si alzano e vanno
via… Non c’è niente di più
triste di una festa finita.
Gli invitati si disperdono.
Per terra restano
immondizie, cartacce che il
vento fa roteare. Gli sposi,
rimasti quasi soli, si
incamminano per rientrare.
Una luna marcia sorge dietro
i tetti delle vecchie case.
E’ arrivata la notte, la
prima notte da passare
insieme. Le scale
scricchiolano, le mani della
sposa sono bagnate di sudore
mentre entra dentro alla
stanza da letto...
A tarda notte la sposa si
affaccia alla finestra. Che
cosa starà pensando?
Pensieri caotici, il
passato, il futuro; il
mistero della vita,
dell’amore, del dolore,
dell’esistenza… Una luna
ubriaca, rossa, paonazza sta
tramontando oltre il
pioppeto.
Sono trascorsi 20 anni, e la
casa, i figli, il lavoro
hanno invecchiato la sposina
che ora appare imbruttita.
Un pavone canta sulle
vecchie mura sbreccate,
coperte di edera. E’
arrivata la festa
dell’anniversario. La vita
scorre. Nubi viola appaiono
all’orizzonte.
Adesso la casa è deserta e
abbandonata. La vecchia
signora è morta. E’ morto
anche il suo cane. Davanti
al casotto arrugginito ci
sono ancora piccoli ossi,
gli avanzi dei pasti.
**** ***** ****** ******
***** ***** *****
Il temporale è passato. Io
lascio il mio rifugio e mi
avvio lungo la strada, nella
luce metallica della sera.
Veronella Luglio 2000
TRAMONTO DI NOVEMBRE
Sono quasi le 5 pomeridiane
e mi trovo ancora in casa
con mille impegni che mi
aspettano fuori. Devo
avvisare Gino che ci sono le
patate da caricare; comprare
il formaggio dal pastore;
pagare la magliaia... Infilo
il cappotto per andare al
telefono pubblico,
all’osteria.
Esco nel cortile squallido e
attraverso il villaggio.
Case grigie, diroccate con
muri di mattoni corrosi;
dalle fessure alle finestre
si vede un filo di luce e il
fumo esce dai comignoli. Ma
altre case sono abbandonate
e sono fredde e buie Più
oltre si stende la campagna
desolata con stoppie.
Un vecchio intabarrato
spinge una carriola di legna
da ardere. Un fosso d’acqua
corre lungo gelsi e salici
squarciati. Svolto
bruscamente l’angolo
dell’ultima casa e mi fermo
allibito.
Il tramonto di Novembre
irrompe nella mia anima,
sconvolgendola. Pensieri,
impegni, preoccupazioni sono
subito dimenticati.
Una ferita di luce
attraversa il cielo versando
oro e rame nel piombo della
sera. Carri di nuvole
spandono inchiostri
turchini, rosetta, porpora,
azzurognolo. Torrioni
obliqui rosseggiano fra
muraglie violacee. Da un
ribollire di nubi
spumeggianti si elevano
cappelli stregoneschi,
draghi e una raggiera di
madreperla.
Il tramonto di Novembre
atterrisce l’anima con
colori imputriditi che
squarciano il cielo in
macchie di disperazione.
Tutto il mistero
dell’esistenza è riproposto
qui. Il sole rosso marcio è
una sfera delle visioni dove
vedo tutto il mio passato, i
giorni sprecati, gli anni
finiti, gli amori e le
illusioni.
E il futuro è anch’esso
davanti a me. Un futuro di
tedio, di sofferenze, di
lunghi momenti di solitudine
e di spegnimento.
C’è un grande silenzio
intorno. Il tramonto di
Novembre è come un sipario
alzato sulla precarietà
della vita, sull’inutilità
degli sforzi, su giovinezza
e amori fuggiti. Sulla
soglia del tempo percepisco
un senso di vuoto, di
disfatta. Le bellezze sono
sfiorite, le gioie estinte e
dalle loro ceneri è formato
lo spettro del mio futuro,
quello che mi aspetta e nel
quale sto per inabissarmi...
Poi la nebbia sale, tutto
sbiadisce e si offusca. Io
riprendo il cammino sulla
strada sassosa. In fondo
alla via dopo il pioppeto
spoglio, c’è l’osteria col
pergolato secco dei glicini.
L’evocazione è finita, la
visione è passata e rientro
negli stretti corridoi dello
spazio e del tempo.
Cammino ascoltando il rumore
delle scarpe sui sassi.
Oltrepasso i ceppi marciti
dei platani, la pompa
sbilenca, il vespasiano
grigio e sudicio. Questa
camminata è inutile; la
destinazione ha perso
importanza; eppure continuo
a camminare per raggiungere
la meta. Forse ho
oltrepassato una soglia e
sono entrato nella maturità
della vita. Guardo il
passato, rimpiango i pochi
momenti piacevoli fra i
macigni del caso e delle
avversità.
Non più tramonto adesso. Un
crepuscolo livido e velenoso
porta rimpianti e ricordi
taglienti come coltelli.
Finalmente arrivo davanti
all’osteria. Spingo la porta
ed entro dentro. Fumo,
caldo, gente che beve. È
l’oblio momentaneo per i
terrori spietati
dell’Esistenza.
Aprile 2010
Revisione ottobre 2002
ottobre 2007 aprile 2010
Copyright
by Bissoli Sergio
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