Victor Blade |
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science fiction
PROJECT
ETERNITY -
LA NEMESI
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Victor Blade |
I corridoi a quell’ora di
notte erano sempre bui e
desolati. Gli faceva paura
il silenzio che lo avvolgeva
come una morbida coperta, ma
allo stesso tempo lo
incantava. Le tenebre
avevano un fascino
particolare ai suoi occhi,
raccontavano mille storie
che non aspettavano altro
che essere ascoltate. Quei
lunghi corridoi in penombra
erano un mondo tutto da
scoprire per un bambino di
soli dieci anni. E poi le
porte, migliaia di porte
diverse che si aprivano su
mondi diversi. Adorava quel
posto, adorava i suoi
segreti e non ne era mai
pago.
Quella notte però la
curiosità lo trascinò
lontano, dove non si era mai
spinto prima, in un’ala
della quale non conosceva
neanche l’esistenza. La
targhetta sulla porta
avvisava che stava per
entrare in un’area
strettamente riservata,
chiamata Project Eternity.
Aveva sentito diverse volte
quel nome e tutte le volte
quando gli scienziati lo
pronunciavano lo guardavano
con orgoglio. Si era chiesto
spesso il perché di quella
reazione, ma non aveva mai
posto domande a riguardo,
anche quello faceva parte
dei tanti misteri
dell’Istituto di ingegneria
genetica dove lavorava la
mamma. Un altro segreto… da
svelare.
Prese dalla tasca della sua
felpa blue, la tessera
personale che gli veniva
affidata ogni qualvolta si
fermava nell’Istituto. Il
professor Alan Richard una
volta gli aveva detto che
quella tessera apriva tutte
le porte del laboratorio,
sarebbe spettato a lui
decidere quali porte aprire
e quali segreti scoprire. Lo
aveva messo anche in guardia
sul fatto che non tutti i
segreti erano adatti ad un
bambino della sua età,
nonostante la sua
sviluppatissima
intelligenza. Ogni segreto
scoperto comportava una
grossa responsabilità e
prima di svelarlo doveva
chiedersi se sarebbe stato
in grado di sopportarla.
Alan indugiò un attimo sulle
lettere che componevano quel
nome, scandendole lentamente
nella sua mente: progetto
eternità. Decise che doveva
entrare, che doveva vedere
cosa si nascondeva dietro
l’ennesima porta e senza
ulteriore indugio strisciò
la tessera nell’apposita
serratura.
Il Professor Richard lo
guardava dal monitor del suo
ufficio. Alle sue spalle una
donna alta e formosa, dai
lunghi capelli neri con
un’età approssimativamente
sui trent’anni, era
evidentemente agitata dalla
scelta del bambino di
entrare in quella sezione.
Il professo Richard, si
voltò verso di lei. Il suo
volto crucciato e ansioso
tradiva tutti i suoi ottant’anni,
e le rughe che gli
increspavano la fronte si
pronunciarono.
“Forse dobbiamo limitargli
l’accesso alla zona sette!”
propose la donna, mentre i
suoi occhi azzurri
tremolarono appena.
“Se lo facessimo perderemmo
la sua fiducia. Gli ho detto
che la tessera apre
qualunque porta e adesso lui
sta mettendo alla prova la
mia parola!” rispose l’uomo
sistemandosi nervosamente
sulla poltrona.
“Ma in quella sezione ci
sono i Project Eternity
falliti! È solo un bambino,
non può reggere la vista di
quelle mostruosità!” affermò
spazientita incamminandosi
verso la porta.
“Aspetta Samantha! Devi
avere fiducia in tuo
figlio!” le disse l’uomo
tornando a studiare il
bambino che avanzava nella
prima sala, illuminata solo
dai monitor dei computer
sempre accesi.
Samantha Tarfin era stata
scelta come genitrice
dell’unico Project Eternity
riuscito, ma non era mai
riuscita a vedere suo figlio
come un esperimento di
ingegneria genetica. Anche
se non aveva in comune con
lui un solo gene, quel
bambino si era sviluppato
nel suo ventre, e per lei
era sempre stato prima di
tutto un figlio.
“Alan è speciale, lo so, ma
è ancora un bambino. Ci sono
cose che non deve ancora
sapere e vedere !” disse
risoluta abbandonando
l’ufficio per raggiungerlo.
Alan posò curioso lo sguardo
su uno dei tanti monitor
aperti, dove una lenta
cascata di lettere terminava
con una percentuale, e poi
ancora lettere. Riconobbe
subito i simboli delle basi
puriniche e piramidiniche
del DNA e ci impiegò un
tempo relativamente breve
per comprendere che il
compito di quella macchina
era calcolare tutte le
possibili combinazioni
genetiche e valutarne le
possibilità di sviluppo. Era
un programma molto lento, a
causa dei diversi parametri
che doveva prendere in
esame, e il bambino rimase
affascinato a guardarlo per
pochi minuti. Subito dopo la
sua attenzione venne rivolta
ad un altro monitor che
mostrava la nascita virtuale
dell’organismo derivante
dalle combinazioni genetiche
proposte dall’altra
macchina. Stavano studiando
il DNA umano, perché sul
monitor comparivano bambini.
Si stancò presto di quella
sala che praticamente
funzionava da sola e subito
si diresse verso i
laboratori. Di solito erano
quelli i posti più
interessanti dove si
trovavano cose che neanche
immaginava esistessero.
Entrò e i suoi occhi grigi
si posarono sulle capsule di
vetro che riempivano gli
scaffali. Non capiva bene
cosa contenessero anche
perché la luce non si era
accesa al suo ingresso.
Pensò che forse l’impianto
della stanza non funzionava
a dovere, avrebbe dovuto
informarne qualcuno
l’indomani.
Incuriosito da quella strana
esposizione decise di non
farsi bloccare da un
particolare tanto
insignificante. Trascinò uno
sgabello fino agli scaffali
e vi salì. Osservò con
attenzione gli strani
contenitori servendosi della
torcia elettrica che aveva
in tasca.
Alan gridò e cadde dallo
sgabello quando il fascio di
luce illuminò un feto
mostruoso dai grandi occhi a
palla che lo guardava.
“Alan!” la voce di sua madre
fu la risposta alla sua
preghiera e terrorizzato il
bambino voltò lo sguardo
verso di lei. La donna lo
raggiunse con grandi
falcate. Si chinò davanti a
lui e lo aiutò a rimettersi
in piedi, per poi scostargli
il ciuffo dagli occhi. La
paura venne cancellata da
quel gesto d’affetto.
“Andiamo tesoro, i segreti
di questo posto possono
aspettare ancora qualche
anno!” gli disse un dolce
sorriso, e il bambino le
cinse il collo, alla
disperata ricerca di un
abbraccio che non tardò a
giungere.
“Cosa sono quelli, mamma?”
chiese con una voce appena
udibile senza avere il
coraggio di voltarsi ancora
verso le deformità nascoste
nelle capsule.
“Bambini che non sono mai
nati!” rispose sinceramente
asciugando il sudore freddo
che imperlava il volto del
figlio. Alan rimase in
silenzio, mentre la donna lo
afferrava per mano e lo
guidava lontano da quelle
stanze, per riportarlo nella
sua camera da letto. Lo
aiutò a cambiarsi e ad
indossare il pigiama e gli
rimboccò le coperte,
sedendosi accanto a lui.
“Vuoi che ti faccia
compagnia questa notte?” gli
chiese preoccupata dal fatto
che il bambino fosse più
turbato di quanto non desse
a vedere.
“No, però…” e si bloccò
prima di dare voce ai suoi
pensieri.
“Però, cosa?” chiese la
donna invogliandolo a
parlare.
“Perché se non sono mai nati
sono qui?” domandò mentre i
suoi occhi grigi la
fissavano imploranti.
Samantha sorrise e pensò che
era stata fortunata ad
essere stata scelta come
madre di Alan. Adorava la
frizzante intelligenza di
quel bambino.
“Per aiutare gli altri
bambini a nascere!” si
limitò a rispondergli, non
aveva senso raccontargli
tutto adesso, ci sarebbe
stato tanto tempo per
aiutarlo a capire che il
bambino che avevano aiutato
a nascere era proprio lui.
Quella risposta
tranquillizzò Alan più di
quanto la madre si fosse
aspettata, perché il sorriso
si dipinse sulle sue labbra.
“Allora anche se sono brutti
non sono cattivi!” affermò
convinto.
“No, non lo sono, quindi non
averne paura! - lo
tranquillizzò - Buonanotte
piccolo mio!” e dopo avergli
posato un bacio sulla fronte
lo lasciò solo, domandandosi
se un bambino come lui
potesse davvero provare
paura per qualcosa.
Il loro soggiorno presso
l’Istituto non durava più di
qualche giorno, anche perché
il professor Richard
desiderava che Alan non
fosse una cavia da
laboratorio, ma un bambino
vero. Samantha finì di
caricare i loro bagagli nel
cofano della macchina e Alan
salutò il professore
restituendogli la tessera.
“Cosa hai scoperto questa
volta, piccolo
investigatore?” domandò
l’uomo raccogliendo la
tessera dalle sue mani.
“Che ci sono bambini buoni,
che dormono qui!” fu la sua
risposta, elargita con un
sorriso. “Li saluti da parte
mia e gli dica che la
prossima volta che verrò non
mi spaventerò più!” disse
sollevandosi sulle punte per
dare un bacio sulla guancia
al vecchio scienziato, per
poi raggiungere la madre.
Alan si sedette sul sedile
accanto a quello della donna
e allacciò la cintura di
sicurezza. “Sono pronto!”.
La casa dei Master sorgeva
in una delle vicine città
lunari, a meno di due ore
dall’istituto. Avrebbero
potuto impiegarci meno tempo
se si fossero spostati in
volo, ma il bambino soffriva
il mal d’aria.
Alan adorava quei viaggi in
macchina, perché erano il
momento in cui raccontava a
sua madre delle scoperte che
aveva fatto durante il
soggiorno nell’Istituto. Gli
piaceva farle domande e
adorava soprattutto le sue
risposte. Sua madre non era
come le insegnanti
scolastiche che andavano in
crisi quando gli domandava
cose che un bambino di dieci
anni normalmente non
domandava. Lei lo ascoltava
e gli spiegava tutto quello
che voleva sapere, senza
rimandare nessun tipo di
discussione e senza
rispondergli che era troppo
piccolo per sapere certe
cose. Alan le raccontò dei
laboratori che aveva
esplorato in qui giorni e
delle persone che aveva
conosciuto.
“Il professore mi ha fatto
vedere una tua foto di
quando eri studentessa!
Avevi i capelli biondi!”
disse.
“Sì, me la ricordo! La
scattammo il giorno della
mia laurea! Hai visto quant’ero
grassa prima?” domandò
divertita.
“Sì, ma eri davvero bella!
Mi piaci con i capelli
biondi!”
“Sei un marpione già a
quest’età!” lo canzonò
pizzicandogli allegramente
il naso.
“Anche papà dice sempre che
stavi bene bionda!”
“E va bene, hai vinto
piccola peste! Mi farò
bionda!” lo accontentò
infine.
Alan stava per risponderle
qualcosa, quando
all’improvviso Samantha
perse il controllo dell’auto
e sbandò. Si trovavano in
una zona deserta, ancora
troppo lontani dalla città
di Renè. La superficie
lunare era stata colonizzata
da poco e le città erano
poche e tutte molto distanti
dall’Istituto.
Samantha voltò subito lo
sguardo sul figlio, che per
fortuna non si era fatto
nulla. Sapeva che la sua
apprensione era totalmente
inutile, anche se si fosse
fatto male, Alan, sarebbe
guarito in pochi minuti, ma
era un comportamento
istintivo che non riusciva a
modificare.
“Stai bene?” gli domandò
liberandolo dalla cintura di
sicurezza.
“Sì, ma tu perdi sangue!” e
le sue piccole dita si
posarono sulla fronte della
madre per asciugare il
rivolo rosso che scendeva
dalla ferita vicino
all’attaccatura dei capelli.
“Non è nulla! Ma cosa è
successo?” si domandò
osservando il pannello di
controllo dell’auto che
segnalava che il dispositivo
antigravità era andato in
tilt.
La donna sbuffò e guardò il
bambino che attendeva con
ansia una risposta. “Non ci
resta che chiamare Will e
farci venire a prendere!”
disse digitando la frequenza
personale del marito sul
sistema di chiamata
dell’auto, ma non appena la
voce dell’uomo si spanse
nell’abitacolo, le portiere
vennero violentemente aperte
e degli uomini vestiti
totalmente di bianco, con il
volto coperto trascinarono
madre e figlio fuori dalla
macchina gettandoli in malo
modo a terra.
“Will, aiuto!” riuscì a
gridare prima di essere
trascinata fuori dall’auto.
Poi il veicolo venne fatto
saltare in aria.
“Mamma!” gridò Alan
terrorizzato, cercando di
raggiungerla, ma quegli
uomini lo tenevano
saldamente.
“Lasciate stare mio figlio!”
gridò la donna, ma prima che
potesse dire o fare qualcosa
la colpirono alla tempia con
il calcio di una pistola,
facendole perdere i sensi.
William Master arrivò sul
luogo dell’incidente dopo
pochi minuti, seguito da
altri due soldati. Soccorse
la moglie ancora svenuta,
guardando con orrore il
mezzo in fiamme, chiedendosi
se Alan fosse lì dentro, ma
quando gli altri due soldati
spensero l’incendio con gli
estintori che si trovavano a
bordo del loro veicolo
volante, scoprì sollevato
che non era lì, ma allo
stesso tempo la sua ansia
aumentò.
“Samantha! Svegliati,
Samantha!” la scosse
violentemente. “Samantha,
dov’è Alan?” le chiese
preoccupato. La donna
sollevò stancamente le
palpebre, per incontrare il
volto del marito.
“Lo hanno portato via, Will.
Si sono presi il nostro
bambino!” disse prima di
perdere nuovamente i sensi.
L’uomo senza perdere tempo
ordinò ai due soldati di
contattare la squadra di
ricerche e circoscrivere
immediatamente la zona.
Samantha Tarfin, venne
ricoverata per una leggera
commozione cerebrale
nell’ospedale di Renè e
l’istituto venne subito
informato del rapimento del
bambino.
Quel buio non gli piaceva,
così come non gli piaceva
l’odore di quel posto. Era
un fienile, o una cosa
simile e la puzza degli
animali era insopportabile,
nonostante non ce ne
fossero.
Alan, in gesto di nervosismo
cercò di allargare il
collare metallico che gli
stringeva la gola, fissato
con una catena di ferro ad
un palo di legno. Non aveva
idea di dove lo avessero
portato, si era risvegliato
in quel luogo puzzolente
incatenato come una bestia e
solo. Gli uomini che lo
avevano portato fin lì lo
avevano chiamato mostro e
avevano fatto del male alla
sua mamma. Lui aveva cercato
di liberarsi, ma nonostante
fosse più forte di un
bambino della sua età, non
era riuscito a fare molto
contro di loro. La sua forza
non poteva nulla neanche
contro quell’antipatico
collare che gli rendeva
difficile respirare.
Il tempo sembrava essersi
fermato e lui non riusciva a
smettere di piangere.
Quando la porta del fienile
si aprì gli uomini vestiti
di bianco, entrarono.
Avevano un aspetto
minaccioso, e il i loro
occhi erano colmi di odio e
di rabbia. Il bambino li
studiò con attenzione per
poi scoprire che non aveva
mai visto nessuno di loro.
Prima di allora.
“Dicci il tuo nome!” gridò
uno di loro brandendo una
mazza di ferro.
“Alan… Master…” borbottò
impaurito, e un primo colpo
di mazza lo raggiunse in
pieno stomaco. Il dolore fu
insopportabile e il bambino
si chinò su se stesso
cominciando a sputare
sangue.
“Risposta sbagliata, mostro!
Tu sei Project Eternity,
l’abominio dell’uomo! -
disse - Allora qual è il tuo
nome?” domandò di nuovo.
I grandi occhi grigi di Alan
si posarono su di lui, colmi
di domande, confusi,
terrorizzati. Non aveva mai
conosciuto la violenza, il
suo mondo era sempre stato
un mondo felice formato da
una famiglia serena e dalle
persone gentili che vivevano
all’Istituto. Lui non era il
project, i bambini morti che
si trovavano nell’istituto
lo erano.
“Alan…” rispose ancora e un
nuovo colpo lo raggiunse
sulla schiena.
“Sbagliato! Tu sei Project
Eternity, l’offesa a Dio!”
continuò quell’uomo, e il
bambino si rifiutò di
ascoltarlo. Lui non era un
mostro, non era un abominio.
La domanda venne ripetuta
molte volte e persino quando
la voce per rispondere venne
meno, i colpi non cessarono,
così come le offese, fino a
che sanguinolento e con le
ossa rotte non venne
abbandonato in quel fienile
di nuovo solo. L’unico
pensiero era rivolto a sua
madre e suo padre. Le labbra
tremanti non riuscivano a
chiamarli, non riuscivano a
chiedere aiuto, e la paura
bloccò i suoi muscoli
facendoli diventare rigidi.
“Chi sono questi
anti-genisti e come hanno
fatto a sapere di mio
figlio?” urlò furioso Wiliam
Master, un uomo alto e dai
lineamenti del viso austeri.
Indossava l’uniforme
dell’esercito galattico, e
sul braccio aveva appuntati
i gradi di generale. I
piccoli occhi di peltro gli
conferivano un aspetto
intimidatorio, che
terrorizzò Alan Richard. Da
quando quasi tre giorni fa
il piccolo Alan era stato
rapito le operazioni di
ricerca erano proseguite
senza indugi e alla fine
avevano condotto gli
investigatori sulle tracce
di un gruppo di fanatici che
si faceva chiamare
anti-genisti, contrari in
ogni modo alla manipolazione
del DNA.
Informandosi sul gruppo il
generale Master aveva
scoperto che non era nuovo a
fenomeni di violenza.
Avevano trucidato intere
mandrie di animali
modificati geneticamente per
sopravvivere alle condizioni
lunari, e non solo. Avevano
assassinato alcuni
scienziati dell’Istituto,
coinvolti in progetti di
studio sul DNA umano.
Il solo pensiero di suo
figlio, nelle mani di quella
gente riempiva Will Master
di paura. Sapeva che Alan
sarebbe sopravvissuto alle
ferite e che non sarebbe
stato facile ucciderlo, ma
il pensiero di non poterlo
vedere, di non essere lì ora
che aveva bisogno di lui lo
faceva impazzire.
“Si calmi generale! La
tensione non ci aiuterà a
trovare Alan. Per quanto
riguarda gli anti-genisti o
Puristi che di si voglia, lo
ha detto anche lei, sono dei
pazzi e dei fanatici che
vorrebbero azzerare i
progressi scientifici
dell’ultimo secolo. Per
quanto riguarda la fuga di
notizie abbiamo trovato un
baco nel sistema centrale
dell’Istituto, causato da
un’infiltrazione esterna!”
confessò l’uomo rammaricato.
“Un baco? Lo avete
esaminato?” chiese cercando
di controllare la sua
rabbia.
“Sì, e sua moglie sta
controllando di persona i
lavori!” precisò l’uomo.
Will Master si sentì
svuotato, privo di energie.
“Voglio bene ad Alan e
quanto è accaduto è anche
colpa mia, lo so benissimo,
ma non posso fare di più di
quanto già non stia facendo!
Mi perdoni, generale!” disse
a capo chino, mentre l’uomo
sospirò.
“Dovremo scusarci tutti, ma
con Alan!” disse prima di
lasciare l’ufficio.
“Non sono un mostro… Non
sono un mostro… Non sono un
mostro…” le labbra
incespicavano sulle parole,
ma quella litania non finiva
mai, era l’incantesimo
dietro al quale cercava di
nascondersi. I grandi occhi
grigi, infossati e marcati,
persi a guardare il vuoto,
nell’incosciente tentativo
di non addormentarsi. Se si
fosse addormentato ancora,
lo avrebbero svegliato
picchiandolo nuovamente e
assordandolo con le loro
urla, avvelenandolo con le
loro parole.
“Non sono un mostro… Non
sono un mostro… Non sono un
mostro…” continuava a
ripersi, mentre pensava al
sorriso di sua madre, mentre
le lacrime tornavano a
scorrere al pensiero che lei
scoprisse che era un mostro
e non lo amasse più. E se lo
avesse scoperto anche il
papà? Anche lui avrebbe
smesso di amarlo e sarebbe
stato solo per sempre.
“Non sono un mostro… Non
sono un mostro… Non sono un
mostro… mamma, papà, venite
a prendermi!” li supplicava
e ancora una volta la porta
che si apriva e quegli
uomini vestiti di bianco che
lo picchiavano con i loro
bastoni di ferro. Non
riusciva a capire il senso
delle loro parole, ma erano
arrabbiati, preoccupati. Il
nome di suo padre fu l’unico
suono che arrivò nitido al
suo orecchio, poi qualcosa
di liquido e puzzolente e
infine le fiamme. Si dimenò
e si contorse mentre il suo
corpo bruciava e le voci di
quegli uomini in bianco
gridavano “Brucia mostro,
brucia!”.
“Non sono un mostro!”.
Trovare il rifugio di quei
maledetti era stato
difficile e laborioso, e
aveva richiesto un’intera
settimana. Will Master e i
suoi uomini raggiunsero la
fattoria dove Alan era stato
portato. Una squadra
apposita si occupò di
catturare i colpevoli del
rapimento, mentre un’altra
squadra affiancata
dall’unità medica
dell’Istituto, raggiunse il
fienile in fiamme. Non
appena l’incendio venne
domato, cominciarono le
ricerche del bambino, che
venne rinvenuto gravemente
ustionato fra le macerie.
William Master cercò di
impedire alla moglie di
vedere il corpo del figlio
ridotto in quello stato, ma
fu impossibile perché la
donna sfuggì alla sua presa
e raccolse fra le braccia il
bambino, credendo di averlo
perso per sempre.
- O -
“Ancora oggi, a dieci anni
di distanza dalla sua
nascita, mi domando se
abbiamo fatto la cosa
giusta!” esordì ad alta voce
il Dottor Magnus Erminades,
il capogruppo della sezione
etica del Project Eternity,
posando il suo sguardo
severo su ognuno dei membri
del consiglio.
“Il progetto è cominciato
ancora prima che noi
nascessimo. Il nostro
compito era di concludere
gli studi iniziati dai
nostri padri e Alan Master è
la realizzazione di tutti i
loro sogni: l’essere
perfetto!” osservò la
dottoressa Ginevra Soong,
capogruppo della sezione
genetica.
“Alan Master ha smesso di
essere un semplice
esperimento nel momento
stesso in cui è nato; non
stiamo più parlando di un
embrione costruito con
materiale genetico
assemblato nei nostri
laboratori, ma di un essere
vivente, un bambino di dieci
anni perfettamente inserito
in un contesto sociale e
familiare, che ha appena
riportato un ustione di
terzo grado sul cento per
cento del corpo!” esclamò
furibondo Magnus Erminades
davanti alla freddezza della
dottoressa Soong.
“L’ustione non lo ucciderà!
Non morirebbe nemmeno se gli
asportassimo il cuore o il
fegato, né tanto meno i
polmoni! I sistemi di
sopravvivenza secondaria
sono stati realizzati
apposta per sostituire
momentaneamente gli organi
fondamentali! Inoltre non
dimentichiamoci che questo
incidente ci offre la
possibilità di studiare la
reazione del corpo perfetto
a lesioni mortali! Finora,
durante i test, ci siamo
dovuti accontentare di danni
di lieve entità per non
sconvolgere troppo la sua
psiche!” dichiarò il Dottor
Stephen Promus, capogruppo
della sezione di patologia.
“Concordo con il Dottor
Magnus Erminades! Non stiamo
più parlando di un
esperimento, bensì di un
bambino speciale, ma pur
sempre un bambino, strappato
con violenza alla famiglia
alla quale lo avevamo
affidato, rapito e
torturato. I Puristi sono
fanatici pericolosi,
contrari ad ogni tipo di
manipolazione del DNA; se
hanno bruciato campi e
animali Biotech senza
preoccuparsi di affamare
interi popoli, non oso
immaginare cosa abbiano
potuto fare a quel bambino
il cui DNA è stato costruito
da noi. Il corpo ustionato è
solo il risultato finale
della loro opera. Se i
meccanismi di sopravvivenza
secondari della quale il
dottor Promus va tanto fiero
non lo tenessero in vita,
adesso quel bambino potrebbe
smettere di soffrire e
morire in pace!” dichiarò la
dottoressa Reven Tirde.
“Il progetto Eternity serve
proprio a questo, dottoressa
Tirde, o lo avete
dimenticato? Quel bambino,
come voi lo chiamate, è
l’anello successivo
dell’evoluzione umana, il
capostipite di una nuova
razza quasi immortale!”
ribadì il dottor Promus
squadrandola in maniera
torva.
“Signori, abbiamo commesso
un grave errore! Ce
n’eravamo già resi conto
durante i primi test, ma
adesso non possiamo più
negarlo! Abbiamo trovato il
modo di far sopravvivere
Alan Master e la sua
individualità tenendo conto
di ogni probabile fattore,
ma abbiamo dimenticato la
cosa più importante: il
dolore! Quel bambino sta
soffrendo così come nessun
altro essere umano, poiché
la morte lo liberebbe prima
di arrivare a quello stadio.
Non abbiamo idea di quello
che i Puristi gli abbiano
fatto prima di dargli fuoco;
dai rilevamenti encefalici
sappiamo comunque che è
cosciente e che il suo
corpo, come abbiamo già
chiarito, non morirà. Ciò
che mi preoccupa realmente è
la sua psiche. Cosa accadrà
a questo bambino quando
finalmente si riprenderà?
Non saremo più davanti al
piccolo Alan, allegro e
sorridente che scorrazzava
per i corridoi
dell’Istituto, curioso di
conoscere e di conoscersi.
Questo progetto è stata una
sfida, lanciata dai nostri
padri a Dio e da noi
ultimata. Abbiamo dimostrato
che siamo migliori di lui
nel creare gli uomini,
perché il nostro Alan non
teme la morte, eppure siamo
stati molto più impietosi;
non gli abbiamo fornito
alcuna via di scampo dal
dolore! Abbiamo fallito,
signori, come uomini e come
scienziati!” affermò cupo il
responsabile dell’intero
Project Eternity, il
professor Alan Richard.
Tutti e quattro i membri del
consiglio lo guardarono
afflitti.
“Non potete dire questo! Lui
esiste! Noi lo abbiamo
creato dal nulla! Sopravvive
solo perché la nostra
scienza gli ha costruito un
corpo perfetto!” gridò
Promus riprendendosi
dall’umiliazione di quelle
parole aggredendo il
professore.
“Sopravvivere non vuol dire
vivere! Dobbiamo decidere
signori! Dobbiamo decidere
cosa farne di questo
prototipo difettoso!
Permettergli di vivere può
risultare dannoso per tutti
noi, perché un giorno
potrebbe vendicarsi di tutta
questa sofferenza! Dobbiamo
ucciderlo e ripartire
daccapo, assemblare il DNA
di un nuovo essere perfetto,
senza dimenticare un
particolare così importante.
Provvederò personalmente a
fare eliminare il prototipo
Alan Master; la notizia
naturalmente sarà tenuta
top-secret. Domani voglio
tutto lo staff riunito
nell’auditorium.
Progetteremo tutto
nuovamente, non abbiamo
tempo da perdere!” continuò
il professor Richard. Dopo
aver fornito gli ultimi
dettagli, abbandonò la sala
riunioni senza guardare in
faccia nessuno dei presenti.
La dottoressa Soong e il
dottor Promus si lanciarono
un’occhiata complice.
Avevano ottenuto quello che
volevano, i due sconfitti
non poterono fare a meno che
sospirare e scambiarsi
occhiate di biasimo.
- o -
L’uomo rilesse con cura la
lettera che aveva appena
finito di scrivere e poi
senza ulteriori indugi la
piegò e la ripose in una
busta. Si incamminò con
calma verso la stanza da
letto di Alan.
Il suo corpo, totalmente
fasciato gli faceva
impressione. Era difficile
credere che quello fosse lo
stesso bambino che pochi
giorni prima esplorava pieno
di curiosità il labirinto di
cui lui gli aveva donato la
chiave. L’uomo posò lo
sguardo sui genitori del
bambino. Samantha si era
addormentata sul letto
accanto a lui e il generale
Master era crollato su una
poltrona. Erano giorni che
non facevano che vegliare il
figlio. Non lo avevano
lasciato solo un solo
secondo, neanche quando il
suo delirio si era fatto
così angosciante da
invogliarli a scappare da
quella stanza.
Adesso Alan dormiva
tranquillo. Presto le ferite
sarebbero scomparse del
tutto, ma cosa sarebbe
accaduto a quel bambino? La
decisione che aveva preso
non era semplice, e non era
una soluzione ai suoi
errori, era solo una
possibilità e non per lui o
per il progetto, ma per Alan.
Il bambino che portava il
suo nome.
Lo scienziato sospirò.
Scosse appena il generale
Master, destandolo dal suo
sonno leggero.
“Cosa succede?” domandò
l’uomo destandosi di scatto.
“Dovete andarvene da qui
subito! Portate Alan con
voi, lui è vostro figlio! Il
Project Eternity finisce
qui!” disse l’uomo
consegnandogli un plico.
William Master lo guardò
interrogativo. “Cosa volete
fare?” domandò sospettoso.
“Se ve lo dicessi vi
obbligherei a mentire.
Tornate a casa vostra,
magari sulla Terra e
ricominciate daccapo. Questi
sono i documenti attraverso
i quali slego Alan e voi da
questo Istituto. Nessuno
potrà più portarvelo via!
C’è anche una lettera, l’ho
scritta per Alan, mi farebbe
piacere se gliela donaste
quando sarà abbastanza
grande da capire!” era
amareggiato, ma risoluto.
Samantha si destò al suono
delle loro voci, e posò lo
sguardo interrogativo dal
marito al professore.
“Adesso andate, stanno tutti
dormendo!” e William Master
non indugiò oltre. Era
l’unica possibilità che
aveva per regalare a suo
figlio un futuro migliore.
L’uomo prese il figlio fra
le braccia, avvolgendolo in
una coperta.
“Un giorno le dimostrerò la
mia gratitudine per questo!”
disse posando lo sguardo
sull’uomo, che gli sorrise.
“Professore, ma…” disse
Samantha che aveva capito a
sommi capi cosa stava
accadendo.
“Prenditi cura di tuo
figlio. Sei davvero una
madre fantastica!” le disse,
abbracciandola forte, per
poi lasciarla andare.
“Passerà dei guai per
questo!” disse la donna.
“Non mi interessa. Voglio
solo che Alan torni a
sorridere! Ah! Dimenticavo…
- e prese dalla tasca la
tessera che gli donava tutte
le volte che andava lì - Ci
sono ancora molte porte
chiuse da aprire!”.
Samantha Tarfin, osservò il
figlio riposare tranquillo
nel proprio letto. Non aveva
idea di cosa riservasse il
futuro a quel bambino. Non
aveva idea di cosa sarebbe
accaduto una volta che si
sarebbe risvegliato. Aveva
paura di non essere in grado
di aiutarlo, ma non lo
avrebbe abbandonato per
nessuna ragione al mondo.
Rigirò distrattamente il
plico che il professore
aveva consegnato al marito e
lo aprì, notando tutta la
lunga serie di documenti che
scioglieva lei e la sua
famiglia dal progetto. Tirò
un sospiro di sollievo
pensando che più nessuno
avrebbe fatto esperimenti su
Alan.
La sua attenzione venne
catturata poi da una busta,
intestata al bambino, ma non
sigillata. L’aprì e
riconobbe la familiare
calligrafia del professore.
Ne rilesse almeno due volte
il contenuto, restando senza
parole.
William la trovò in lacrime,
con quel foglio stretto fra
le mani. Preoccupato le si
avvicinò.
“Il professore…” ma non
trovando le parole per
spiegarsi gli passò la
lettera. William la lesse
tutta ad un fiato, poi cercò
di mettersi in contatto con
il centro, ma fu
impossibile. Quando contattò
il comando venne avvisato
che l’intero istituto era
saltato in aria. Non si era
salvato nessuno.
Solo in quell’istante
William Master comprese il
vero significato delle
parole dell’uomo: Il Project
Eternity finisce qui!
- o -
Un giorno crescendo ti
domanderai perché in nessun
luogo hai mai trovato
qualcuno come te! Il motivo
è che io ho impedito che
questo avvenisse. Abbiamo
imitato l’operato di Dio
credendo, nel nostro ingenuo
entusiasmo, di poter fare
meglio di Lui. Abbiamo
assemblato ogni singolo gene
manipolando, con le nostre
conoscenze, la sequenza
aminoacidica del Dna umano;
abbiamo combattuto contro
ogni singolo fattore che
poteva mettere in pericolo
la tua vita, ma ci siamo
dimenticati il vero
significato della morte.
Questa notte ti farò fuggire
da qui con i tuoi genitori;
è l’unico modo che ho per
rimediare alla mia colpa.
Domani mattina, quando tutto
lo staff sarà riunito per
ascoltare le mie parole
incoraggiarli a
ricominciare, il Project
Eternity conoscerà invece la
sua fine.
Non ho mai permesso che i
segreti del progetto
oltrepassassero le mura di
questo istituto, così come
non ho mai permesso a
nessuno dei dipendenti a
conoscenza anche di un solo
piccolo dettaglio di
abbandonare il suo posto di
lavoro. Distruggere il tutto
sarà molto facile, basterà
distruggere i laboratori, i
computer e gli uomini.
Resterai solo tu a
testimoniare il nostro
sbaglio e glorificare il
nostro nome. Non so cosa ne
sarà di te al tuo risveglio,
ma so che crescerai e ti
porrai molte domande su te
stesso. Vorrei poter
rispondere a tutte, ma non
sarò lì quando guarderai il
mondo con gli occhi di un
uomo, ci saranno solo queste
mie parole, scritte su un
volgare pezzo di carta.
Sei nato per il trionfo
della scienza e vivrai per
l’onore dell’esercito che ha
finanziato tutto questo, ma
non permettere mai a nessuno
di dirti che non sei umano,
perché distruggendo tutto
questo, tradendo tutti
coloro che hanno fiducia in
me, io ti restituisco
l’umanità che ti ho
sottratto nel momento stesso
in cui ti ho permesso di
nascere.
Prof. Alan Richard
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