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  Victor Blade

science fiction

PROJECT ETERNITY -
LA NEMESI

 

 

Victor Blade

 


I corridoi a quell’ora di notte erano sempre bui e desolati. Gli faceva paura il silenzio che lo avvolgeva come una morbida coperta, ma allo stesso tempo lo incantava. Le tenebre avevano un fascino particolare ai suoi occhi, raccontavano mille storie che non aspettavano altro che essere ascoltate. Quei lunghi corridoi in penombra erano un mondo tutto da scoprire per un bambino di soli dieci anni. E poi le porte, migliaia di porte diverse che si aprivano su mondi diversi. Adorava quel posto, adorava i suoi segreti e non ne era mai pago.
Quella notte però la curiosità lo trascinò lontano, dove non si era mai spinto prima, in un’ala della quale non conosceva neanche l’esistenza. La targhetta sulla porta avvisava che stava per entrare in un’area strettamente riservata, chiamata Project Eternity. Aveva sentito diverse volte quel nome e tutte le volte quando gli scienziati lo pronunciavano lo guardavano con orgoglio. Si era chiesto spesso il perché di quella reazione, ma non aveva mai posto domande a riguardo, anche quello faceva parte dei tanti misteri dell’Istituto di ingegneria genetica dove lavorava la mamma. Un altro segreto… da svelare.
Prese dalla tasca della sua felpa blue, la tessera personale che gli veniva affidata ogni qualvolta si fermava nell’Istituto. Il professor Alan Richard una volta gli aveva detto che quella tessera apriva tutte le porte del laboratorio, sarebbe spettato a lui decidere quali porte aprire e quali segreti scoprire. Lo aveva messo anche in guardia sul fatto che non tutti i segreti erano adatti ad un bambino della sua età, nonostante la sua sviluppatissima intelligenza. Ogni segreto scoperto comportava una grossa responsabilità e prima di svelarlo doveva chiedersi se sarebbe stato in grado di sopportarla.
Alan indugiò un attimo sulle lettere che componevano quel nome, scandendole lentamente nella sua mente: progetto eternità. Decise che doveva entrare, che doveva vedere cosa si nascondeva dietro l’ennesima porta e senza ulteriore indugio strisciò la tessera nell’apposita serratura.

Il Professor Richard lo guardava dal monitor del suo ufficio. Alle sue spalle una donna alta e formosa, dai lunghi capelli neri con un’età approssimativamente sui trent’anni, era evidentemente agitata dalla scelta del bambino di entrare in quella sezione. Il professo Richard, si voltò verso di lei. Il suo volto crucciato e ansioso tradiva tutti i suoi ottant’anni, e le rughe che gli increspavano la fronte si pronunciarono.
“Forse dobbiamo limitargli l’accesso alla zona sette!” propose la donna, mentre i suoi occhi azzurri tremolarono appena.
“Se lo facessimo perderemmo la sua fiducia. Gli ho detto che la tessera apre qualunque porta e adesso lui sta mettendo alla prova la mia parola!” rispose l’uomo sistemandosi nervosamente sulla poltrona.
“Ma in quella sezione ci sono i Project Eternity falliti! È solo un bambino, non può reggere la vista di quelle mostruosità!” affermò spazientita incamminandosi verso la porta.
“Aspetta Samantha! Devi avere fiducia in tuo figlio!” le disse l’uomo tornando a studiare il bambino che avanzava nella prima sala, illuminata solo dai monitor dei computer sempre accesi.
Samantha Tarfin era stata scelta come genitrice dell’unico Project Eternity riuscito, ma non era mai riuscita a vedere suo figlio come un esperimento di ingegneria genetica. Anche se non aveva in comune con lui un solo gene, quel bambino si era sviluppato nel suo ventre, e per lei era sempre stato prima di tutto un figlio.
“Alan è speciale, lo so, ma è ancora un bambino. Ci sono cose che non deve ancora sapere e vedere !” disse risoluta abbandonando l’ufficio per raggiungerlo.

Alan posò curioso lo sguardo su uno dei tanti monitor aperti, dove una lenta cascata di lettere terminava con una percentuale, e poi ancora lettere. Riconobbe subito i simboli delle basi puriniche e piramidiniche del DNA e ci impiegò un tempo relativamente breve per comprendere che il compito di quella macchina era calcolare tutte le possibili combinazioni genetiche e valutarne le possibilità di sviluppo. Era un programma molto lento, a causa dei diversi parametri che doveva prendere in esame, e il bambino rimase affascinato a guardarlo per pochi minuti. Subito dopo la sua attenzione venne rivolta ad un altro monitor che mostrava la nascita virtuale dell’organismo derivante dalle combinazioni genetiche proposte dall’altra macchina. Stavano studiando il DNA umano, perché sul monitor comparivano bambini.
Si stancò presto di quella sala che praticamente funzionava da sola e subito si diresse verso i laboratori. Di solito erano quelli i posti più interessanti dove si trovavano cose che neanche immaginava esistessero.
Entrò e i suoi occhi grigi si posarono sulle capsule di vetro che riempivano gli scaffali. Non capiva bene cosa contenessero anche perché la luce non si era accesa al suo ingresso. Pensò che forse l’impianto della stanza non funzionava a dovere, avrebbe dovuto informarne qualcuno l’indomani.
Incuriosito da quella strana esposizione decise di non farsi bloccare da un particolare tanto insignificante. Trascinò uno sgabello fino agli scaffali e vi salì. Osservò con attenzione gli strani contenitori servendosi della torcia elettrica che aveva in tasca.
Alan gridò e cadde dallo sgabello quando il fascio di luce illuminò un feto mostruoso dai grandi occhi a palla che lo guardava.
“Alan!” la voce di sua madre fu la risposta alla sua preghiera e terrorizzato il bambino voltò lo sguardo verso di lei. La donna lo raggiunse con grandi falcate. Si chinò davanti a lui e lo aiutò a rimettersi in piedi, per poi scostargli il ciuffo dagli occhi. La paura venne cancellata da quel gesto d’affetto.
“Andiamo tesoro, i segreti di questo posto possono aspettare ancora qualche anno!” gli disse un dolce sorriso, e il bambino le cinse il collo, alla disperata ricerca di un abbraccio che non tardò a giungere.
“Cosa sono quelli, mamma?” chiese con una voce appena udibile senza avere il coraggio di voltarsi ancora verso le deformità nascoste nelle capsule.
“Bambini che non sono mai nati!” rispose sinceramente asciugando il sudore freddo che imperlava il volto del figlio. Alan rimase in silenzio, mentre la donna lo afferrava per mano e lo guidava lontano da quelle stanze, per riportarlo nella sua camera da letto. Lo aiutò a cambiarsi e ad indossare il pigiama e gli rimboccò le coperte, sedendosi accanto a lui.
“Vuoi che ti faccia compagnia questa notte?” gli chiese preoccupata dal fatto che il bambino fosse più turbato di quanto non desse a vedere.
“No, però…” e si bloccò prima di dare voce ai suoi pensieri.
“Però, cosa?” chiese la donna invogliandolo a parlare.
“Perché se non sono mai nati sono qui?” domandò mentre i suoi occhi grigi la fissavano imploranti. Samantha sorrise e pensò che era stata fortunata ad essere stata scelta come madre di Alan. Adorava la frizzante intelligenza di quel bambino.
“Per aiutare gli altri bambini a nascere!” si limitò a rispondergli, non aveva senso raccontargli tutto adesso, ci sarebbe stato tanto tempo per aiutarlo a capire che il bambino che avevano aiutato a nascere era proprio lui.
Quella risposta tranquillizzò Alan più di quanto la madre si fosse aspettata, perché il sorriso si dipinse sulle sue labbra. “Allora anche se sono brutti non sono cattivi!” affermò convinto.
“No, non lo sono, quindi non averne paura! - lo tranquillizzò - Buonanotte piccolo mio!” e dopo avergli posato un bacio sulla fronte lo lasciò solo, domandandosi se un bambino come lui potesse davvero provare paura per qualcosa.

Il loro soggiorno presso l’Istituto non durava più di qualche giorno, anche perché il professor Richard desiderava che Alan non fosse una cavia da laboratorio, ma un bambino vero. Samantha finì di caricare i loro bagagli nel cofano della macchina e Alan salutò il professore restituendogli la tessera.
“Cosa hai scoperto questa volta, piccolo investigatore?” domandò l’uomo raccogliendo la tessera dalle sue mani.
“Che ci sono bambini buoni, che dormono qui!” fu la sua risposta, elargita con un sorriso. “Li saluti da parte mia e gli dica che la prossima volta che verrò non mi spaventerò più!” disse sollevandosi sulle punte per dare un bacio sulla guancia al vecchio scienziato, per poi raggiungere la madre.
Alan si sedette sul sedile accanto a quello della donna e allacciò la cintura di sicurezza. “Sono pronto!”.
La casa dei Master sorgeva in una delle vicine città lunari, a meno di due ore dall’istituto. Avrebbero potuto impiegarci meno tempo se si fossero spostati in volo, ma il bambino soffriva il mal d’aria.
Alan adorava quei viaggi in macchina, perché erano il momento in cui raccontava a sua madre delle scoperte che aveva fatto durante il soggiorno nell’Istituto. Gli piaceva farle domande e adorava soprattutto le sue risposte. Sua madre non era come le insegnanti scolastiche che andavano in crisi quando gli domandava cose che un bambino di dieci anni normalmente non domandava. Lei lo ascoltava e gli spiegava tutto quello che voleva sapere, senza rimandare nessun tipo di discussione e senza rispondergli che era troppo piccolo per sapere certe cose. Alan le raccontò dei laboratori che aveva esplorato in qui giorni e delle persone che aveva conosciuto.
“Il professore mi ha fatto vedere una tua foto di quando eri studentessa! Avevi i capelli biondi!” disse.
“Sì, me la ricordo! La scattammo il giorno della mia laurea! Hai visto quant’ero grassa prima?” domandò divertita.
“Sì, ma eri davvero bella! Mi piaci con i capelli biondi!”
“Sei un marpione già a quest’età!” lo canzonò pizzicandogli allegramente il naso.
“Anche papà dice sempre che stavi bene bionda!”
“E va bene, hai vinto piccola peste! Mi farò bionda!” lo accontentò infine.
Alan stava per risponderle qualcosa, quando all’improvviso Samantha perse il controllo dell’auto e sbandò. Si trovavano in una zona deserta, ancora troppo lontani dalla città di Renè. La superficie lunare era stata colonizzata da poco e le città erano poche e tutte molto distanti dall’Istituto.
Samantha voltò subito lo sguardo sul figlio, che per fortuna non si era fatto nulla. Sapeva che la sua apprensione era totalmente inutile, anche se si fosse fatto male, Alan, sarebbe guarito in pochi minuti, ma era un comportamento istintivo che non riusciva a modificare.
“Stai bene?” gli domandò liberandolo dalla cintura di sicurezza.
“Sì, ma tu perdi sangue!” e le sue piccole dita si posarono sulla fronte della madre per asciugare il rivolo rosso che scendeva dalla ferita vicino all’attaccatura dei capelli.
“Non è nulla! Ma cosa è successo?” si domandò osservando il pannello di controllo dell’auto che segnalava che il dispositivo antigravità era andato in tilt.
La donna sbuffò e guardò il bambino che attendeva con ansia una risposta. “Non ci resta che chiamare Will e farci venire a prendere!” disse digitando la frequenza personale del marito sul sistema di chiamata dell’auto, ma non appena la voce dell’uomo si spanse nell’abitacolo, le portiere vennero violentemente aperte e degli uomini vestiti totalmente di bianco, con il volto coperto trascinarono madre e figlio fuori dalla macchina gettandoli in malo modo a terra.
“Will, aiuto!” riuscì a gridare prima di essere trascinata fuori dall’auto. Poi il veicolo venne fatto saltare in aria.
“Mamma!” gridò Alan terrorizzato, cercando di raggiungerla, ma quegli uomini lo tenevano saldamente.
“Lasciate stare mio figlio!” gridò la donna, ma prima che potesse dire o fare qualcosa la colpirono alla tempia con il calcio di una pistola, facendole perdere i sensi.

William Master arrivò sul luogo dell’incidente dopo pochi minuti, seguito da altri due soldati. Soccorse la moglie ancora svenuta, guardando con orrore il mezzo in fiamme, chiedendosi se Alan fosse lì dentro, ma quando gli altri due soldati spensero l’incendio con gli estintori che si trovavano a bordo del loro veicolo volante, scoprì sollevato che non era lì, ma allo stesso tempo la sua ansia aumentò.
“Samantha! Svegliati, Samantha!” la scosse violentemente. “Samantha, dov’è Alan?” le chiese preoccupato. La donna sollevò stancamente le palpebre, per incontrare il volto del marito.
“Lo hanno portato via, Will. Si sono presi il nostro bambino!” disse prima di perdere nuovamente i sensi.
L’uomo senza perdere tempo ordinò ai due soldati di contattare la squadra di ricerche e circoscrivere immediatamente la zona.
Samantha Tarfin, venne ricoverata per una leggera commozione cerebrale nell’ospedale di Renè e l’istituto venne subito informato del rapimento del bambino.

Quel buio non gli piaceva, così come non gli piaceva l’odore di quel posto. Era un fienile, o una cosa simile e la puzza degli animali era insopportabile, nonostante non ce ne fossero.
Alan, in gesto di nervosismo cercò di allargare il collare metallico che gli stringeva la gola, fissato con una catena di ferro ad un palo di legno. Non aveva idea di dove lo avessero portato, si era risvegliato in quel luogo puzzolente incatenato come una bestia e solo. Gli uomini che lo avevano portato fin lì lo avevano chiamato mostro e avevano fatto del male alla sua mamma. Lui aveva cercato di liberarsi, ma nonostante fosse più forte di un bambino della sua età, non era riuscito a fare molto contro di loro. La sua forza non poteva nulla neanche contro quell’antipatico collare che gli rendeva difficile respirare.
Il tempo sembrava essersi fermato e lui non riusciva a smettere di piangere.
Quando la porta del fienile si aprì gli uomini vestiti di bianco, entrarono. Avevano un aspetto minaccioso, e il i loro occhi erano colmi di odio e di rabbia. Il bambino li studiò con attenzione per poi scoprire che non aveva mai visto nessuno di loro. Prima di allora.
“Dicci il tuo nome!” gridò uno di loro brandendo una mazza di ferro.
“Alan… Master…” borbottò impaurito, e un primo colpo di mazza lo raggiunse in pieno stomaco. Il dolore fu insopportabile e il bambino si chinò su se stesso cominciando a sputare sangue.
“Risposta sbagliata, mostro! Tu sei Project Eternity, l’abominio dell’uomo! - disse - Allora qual è il tuo nome?” domandò di nuovo.
I grandi occhi grigi di Alan si posarono su di lui, colmi di domande, confusi, terrorizzati. Non aveva mai conosciuto la violenza, il suo mondo era sempre stato un mondo felice formato da una famiglia serena e dalle persone gentili che vivevano all’Istituto. Lui non era il project, i bambini morti che si trovavano nell’istituto lo erano.
“Alan…” rispose ancora e un nuovo colpo lo raggiunse sulla schiena.
“Sbagliato! Tu sei Project Eternity, l’offesa a Dio!” continuò quell’uomo, e il bambino si rifiutò di ascoltarlo. Lui non era un mostro, non era un abominio. La domanda venne ripetuta molte volte e persino quando la voce per rispondere venne meno, i colpi non cessarono, così come le offese, fino a che sanguinolento e con le ossa rotte non venne abbandonato in quel fienile di nuovo solo. L’unico pensiero era rivolto a sua madre e suo padre. Le labbra tremanti non riuscivano a chiamarli, non riuscivano a chiedere aiuto, e la paura bloccò i suoi muscoli facendoli diventare rigidi.

“Chi sono questi anti-genisti e come hanno fatto a sapere di mio figlio?” urlò furioso Wiliam Master, un uomo alto e dai lineamenti del viso austeri. Indossava l’uniforme dell’esercito galattico, e sul braccio aveva appuntati i gradi di generale. I piccoli occhi di peltro gli conferivano un aspetto intimidatorio, che terrorizzò Alan Richard. Da quando quasi tre giorni fa il piccolo Alan era stato rapito le operazioni di ricerca erano proseguite senza indugi e alla fine avevano condotto gli investigatori sulle tracce di un gruppo di fanatici che si faceva chiamare anti-genisti, contrari in ogni modo alla manipolazione del DNA.
Informandosi sul gruppo il generale Master aveva scoperto che non era nuovo a fenomeni di violenza. Avevano trucidato intere mandrie di animali modificati geneticamente per sopravvivere alle condizioni lunari, e non solo. Avevano assassinato alcuni scienziati dell’Istituto, coinvolti in progetti di studio sul DNA umano.
Il solo pensiero di suo figlio, nelle mani di quella gente riempiva Will Master di paura. Sapeva che Alan sarebbe sopravvissuto alle ferite e che non sarebbe stato facile ucciderlo, ma il pensiero di non poterlo vedere, di non essere lì ora che aveva bisogno di lui lo faceva impazzire.
“Si calmi generale! La tensione non ci aiuterà a trovare Alan. Per quanto riguarda gli anti-genisti o Puristi che di si voglia, lo ha detto anche lei, sono dei pazzi e dei fanatici che vorrebbero azzerare i progressi scientifici dell’ultimo secolo. Per quanto riguarda la fuga di notizie abbiamo trovato un baco nel sistema centrale dell’Istituto, causato da un’infiltrazione esterna!” confessò l’uomo rammaricato.
“Un baco? Lo avete esaminato?” chiese cercando di controllare la sua rabbia.
“Sì, e sua moglie sta controllando di persona i lavori!” precisò l’uomo. Will Master si sentì svuotato, privo di energie.
“Voglio bene ad Alan e quanto è accaduto è anche colpa mia, lo so benissimo, ma non posso fare di più di quanto già non stia facendo! Mi perdoni, generale!” disse a capo chino, mentre l’uomo sospirò.
“Dovremo scusarci tutti, ma con Alan!” disse prima di lasciare l’ufficio.

“Non sono un mostro… Non sono un mostro… Non sono un mostro…” le labbra incespicavano sulle parole, ma quella litania non finiva mai, era l’incantesimo dietro al quale cercava di nascondersi. I grandi occhi grigi, infossati e marcati, persi a guardare il vuoto, nell’incosciente tentativo di non addormentarsi. Se si fosse addormentato ancora, lo avrebbero svegliato picchiandolo nuovamente e assordandolo con le loro urla, avvelenandolo con le loro parole.
“Non sono un mostro… Non sono un mostro… Non sono un mostro…” continuava a ripersi, mentre pensava al sorriso di sua madre, mentre le lacrime tornavano a scorrere al pensiero che lei scoprisse che era un mostro e non lo amasse più. E se lo avesse scoperto anche il papà? Anche lui avrebbe smesso di amarlo e sarebbe stato solo per sempre.
“Non sono un mostro… Non sono un mostro… Non sono un mostro… mamma, papà, venite a prendermi!” li supplicava e ancora una volta la porta che si apriva e quegli uomini vestiti di bianco che lo picchiavano con i loro bastoni di ferro. Non riusciva a capire il senso delle loro parole, ma erano arrabbiati, preoccupati. Il nome di suo padre fu l’unico suono che arrivò nitido al suo orecchio, poi qualcosa di liquido e puzzolente e infine le fiamme. Si dimenò e si contorse mentre il suo corpo bruciava e le voci di quegli uomini in bianco gridavano “Brucia mostro, brucia!”.
“Non sono un mostro!”.

Trovare il rifugio di quei maledetti era stato difficile e laborioso, e aveva richiesto un’intera settimana. Will Master e i suoi uomini raggiunsero la fattoria dove Alan era stato portato. Una squadra apposita si occupò di catturare i colpevoli del rapimento, mentre un’altra squadra affiancata dall’unità medica dell’Istituto, raggiunse il fienile in fiamme. Non appena l’incendio venne domato, cominciarono le ricerche del bambino, che venne rinvenuto gravemente ustionato fra le macerie.
William Master cercò di impedire alla moglie di vedere il corpo del figlio ridotto in quello stato, ma fu impossibile perché la donna sfuggì alla sua presa e raccolse fra le braccia il bambino, credendo di averlo perso per sempre.

- O -

“Ancora oggi, a dieci anni di distanza dalla sua nascita, mi domando se abbiamo fatto la cosa giusta!” esordì ad alta voce il Dottor Magnus Erminades, il capogruppo della sezione etica del Project Eternity, posando il suo sguardo severo su ognuno dei membri del consiglio.
“Il progetto è cominciato ancora prima che noi nascessimo. Il nostro compito era di concludere gli studi iniziati dai nostri padri e Alan Master è la realizzazione di tutti i loro sogni: l’essere perfetto!” osservò la dottoressa Ginevra Soong, capogruppo della sezione genetica.
“Alan Master ha smesso di essere un semplice esperimento nel momento stesso in cui è nato; non stiamo più parlando di un embrione costruito con materiale genetico assemblato nei nostri laboratori, ma di un essere vivente, un bambino di dieci anni perfettamente inserito in un contesto sociale e familiare, che ha appena riportato un ustione di terzo grado sul cento per cento del corpo!” esclamò furibondo Magnus Erminades davanti alla freddezza della dottoressa Soong.
“L’ustione non lo ucciderà! Non morirebbe nemmeno se gli asportassimo il cuore o il fegato, né tanto meno i polmoni! I sistemi di sopravvivenza secondaria sono stati realizzati apposta per sostituire momentaneamente gli organi fondamentali! Inoltre non dimentichiamoci che questo incidente ci offre la possibilità di studiare la reazione del corpo perfetto a lesioni mortali! Finora, durante i test, ci siamo dovuti accontentare di danni di lieve entità per non sconvolgere troppo la sua psiche!” dichiarò il Dottor Stephen Promus, capogruppo della sezione di patologia.
“Concordo con il Dottor Magnus Erminades! Non stiamo più parlando di un esperimento, bensì di un bambino speciale, ma pur sempre un bambino, strappato con violenza alla famiglia alla quale lo avevamo affidato, rapito e torturato. I Puristi sono fanatici pericolosi, contrari ad ogni tipo di manipolazione del DNA; se hanno bruciato campi e animali Biotech senza preoccuparsi di affamare interi popoli, non oso immaginare cosa abbiano potuto fare a quel bambino il cui DNA è stato costruito da noi. Il corpo ustionato è solo il risultato finale della loro opera. Se i meccanismi di sopravvivenza secondari della quale il dottor Promus va tanto fiero non lo tenessero in vita, adesso quel bambino potrebbe smettere di soffrire e morire in pace!” dichiarò la dottoressa Reven Tirde.
“Il progetto Eternity serve proprio a questo, dottoressa Tirde, o lo avete dimenticato? Quel bambino, come voi lo chiamate, è l’anello successivo dell’evoluzione umana, il capostipite di una nuova razza quasi immortale!” ribadì il dottor Promus squadrandola in maniera torva.
“Signori, abbiamo commesso un grave errore! Ce n’eravamo già resi conto durante i primi test, ma adesso non possiamo più negarlo! Abbiamo trovato il modo di far sopravvivere Alan Master e la sua individualità tenendo conto di ogni probabile fattore, ma abbiamo dimenticato la cosa più importante: il dolore! Quel bambino sta soffrendo così come nessun altro essere umano, poiché la morte lo liberebbe prima di arrivare a quello stadio. Non abbiamo idea di quello che i Puristi gli abbiano fatto prima di dargli fuoco; dai rilevamenti encefalici sappiamo comunque che è cosciente e che il suo corpo, come abbiamo già chiarito, non morirà. Ciò che mi preoccupa realmente è la sua psiche. Cosa accadrà a questo bambino quando finalmente si riprenderà? Non saremo più davanti al piccolo Alan, allegro e sorridente che scorrazzava per i corridoi dell’Istituto, curioso di conoscere e di conoscersi. Questo progetto è stata una sfida, lanciata dai nostri padri a Dio e da noi ultimata. Abbiamo dimostrato che siamo migliori di lui nel creare gli uomini, perché il nostro Alan non teme la morte, eppure siamo stati molto più impietosi; non gli abbiamo fornito alcuna via di scampo dal dolore! Abbiamo fallito, signori, come uomini e come scienziati!” affermò cupo il responsabile dell’intero Project Eternity, il professor Alan Richard.
Tutti e quattro i membri del consiglio lo guardarono afflitti.
“Non potete dire questo! Lui esiste! Noi lo abbiamo creato dal nulla! Sopravvive solo perché la nostra scienza gli ha costruito un corpo perfetto!” gridò Promus riprendendosi dall’umiliazione di quelle parole aggredendo il professore.
“Sopravvivere non vuol dire vivere! Dobbiamo decidere signori! Dobbiamo decidere cosa farne di questo prototipo difettoso! Permettergli di vivere può risultare dannoso per tutti noi, perché un giorno potrebbe vendicarsi di tutta questa sofferenza! Dobbiamo ucciderlo e ripartire daccapo, assemblare il DNA di un nuovo essere perfetto, senza dimenticare un particolare così importante. Provvederò personalmente a fare eliminare il prototipo Alan Master; la notizia naturalmente sarà tenuta top-secret. Domani voglio tutto lo staff riunito nell’auditorium. Progetteremo tutto nuovamente, non abbiamo tempo da perdere!” continuò il professor Richard. Dopo aver fornito gli ultimi dettagli, abbandonò la sala riunioni senza guardare in faccia nessuno dei presenti.
La dottoressa Soong e il dottor Promus si lanciarono un’occhiata complice. Avevano ottenuto quello che volevano, i due sconfitti non poterono fare a meno che sospirare e scambiarsi occhiate di biasimo.

- o -

L’uomo rilesse con cura la lettera che aveva appena finito di scrivere e poi senza ulteriori indugi la piegò e la ripose in una busta. Si incamminò con calma verso la stanza da letto di Alan.
Il suo corpo, totalmente fasciato gli faceva impressione. Era difficile credere che quello fosse lo stesso bambino che pochi giorni prima esplorava pieno di curiosità il labirinto di cui lui gli aveva donato la chiave. L’uomo posò lo sguardo sui genitori del bambino. Samantha si era addormentata sul letto accanto a lui e il generale Master era crollato su una poltrona. Erano giorni che non facevano che vegliare il figlio. Non lo avevano lasciato solo un solo secondo, neanche quando il suo delirio si era fatto così angosciante da invogliarli a scappare da quella stanza.
Adesso Alan dormiva tranquillo. Presto le ferite sarebbero scomparse del tutto, ma cosa sarebbe accaduto a quel bambino? La decisione che aveva preso non era semplice, e non era una soluzione ai suoi errori, era solo una possibilità e non per lui o per il progetto, ma per Alan. Il bambino che portava il suo nome.

Lo scienziato sospirò. Scosse appena il generale Master, destandolo dal suo sonno leggero.
“Cosa succede?” domandò l’uomo destandosi di scatto.
“Dovete andarvene da qui subito! Portate Alan con voi, lui è vostro figlio! Il Project Eternity finisce qui!” disse l’uomo consegnandogli un plico.
William Master lo guardò interrogativo. “Cosa volete fare?” domandò sospettoso.
“Se ve lo dicessi vi obbligherei a mentire. Tornate a casa vostra, magari sulla Terra e ricominciate daccapo. Questi sono i documenti attraverso i quali slego Alan e voi da questo Istituto. Nessuno potrà più portarvelo via! C’è anche una lettera, l’ho scritta per Alan, mi farebbe piacere se gliela donaste quando sarà abbastanza grande da capire!” era amareggiato, ma risoluto.
Samantha si destò al suono delle loro voci, e posò lo sguardo interrogativo dal marito al professore.
“Adesso andate, stanno tutti dormendo!” e William Master non indugiò oltre. Era l’unica possibilità che aveva per regalare a suo figlio un futuro migliore. L’uomo prese il figlio fra le braccia, avvolgendolo in una coperta.
“Un giorno le dimostrerò la mia gratitudine per questo!” disse posando lo sguardo sull’uomo, che gli sorrise.
“Professore, ma…” disse Samantha che aveva capito a sommi capi cosa stava accadendo.
“Prenditi cura di tuo figlio. Sei davvero una madre fantastica!” le disse, abbracciandola forte, per poi lasciarla andare.
“Passerà dei guai per questo!” disse la donna.
“Non mi interessa. Voglio solo che Alan torni a sorridere! Ah! Dimenticavo… - e prese dalla tasca la tessera che gli donava tutte le volte che andava lì - Ci sono ancora molte porte chiuse da aprire!”.

Samantha Tarfin, osservò il figlio riposare tranquillo nel proprio letto. Non aveva idea di cosa riservasse il futuro a quel bambino. Non aveva idea di cosa sarebbe accaduto una volta che si sarebbe risvegliato. Aveva paura di non essere in grado di aiutarlo, ma non lo avrebbe abbandonato per nessuna ragione al mondo.
Rigirò distrattamente il plico che il professore aveva consegnato al marito e lo aprì, notando tutta la lunga serie di documenti che scioglieva lei e la sua famiglia dal progetto. Tirò un sospiro di sollievo pensando che più nessuno avrebbe fatto esperimenti su Alan.
La sua attenzione venne catturata poi da una busta, intestata al bambino, ma non sigillata. L’aprì e riconobbe la familiare calligrafia del professore. Ne rilesse almeno due volte il contenuto, restando senza parole.
William la trovò in lacrime, con quel foglio stretto fra le mani. Preoccupato le si avvicinò.
“Il professore…” ma non trovando le parole per spiegarsi gli passò la lettera. William la lesse tutta ad un fiato, poi cercò di mettersi in contatto con il centro, ma fu impossibile. Quando contattò il comando venne avvisato che l’intero istituto era saltato in aria. Non si era salvato nessuno.
Solo in quell’istante William Master comprese il vero significato delle parole dell’uomo: Il Project Eternity finisce qui!

- o -

Un giorno crescendo ti domanderai perché in nessun luogo hai mai trovato qualcuno come te! Il motivo è che io ho impedito che questo avvenisse. Abbiamo imitato l’operato di Dio credendo, nel nostro ingenuo entusiasmo, di poter fare meglio di Lui. Abbiamo assemblato ogni singolo gene manipolando, con le nostre conoscenze, la sequenza aminoacidica del Dna umano; abbiamo combattuto contro ogni singolo fattore che poteva mettere in pericolo la tua vita, ma ci siamo dimenticati il vero significato della morte. Questa notte ti farò fuggire da qui con i tuoi genitori; è l’unico modo che ho per rimediare alla mia colpa. Domani mattina, quando tutto lo staff sarà riunito per ascoltare le mie parole incoraggiarli a ricominciare, il Project Eternity conoscerà invece la sua fine.
Non ho mai permesso che i segreti del progetto oltrepassassero le mura di questo istituto, così come non ho mai permesso a nessuno dei dipendenti a conoscenza anche di un solo piccolo dettaglio di abbandonare il suo posto di lavoro. Distruggere il tutto sarà molto facile, basterà distruggere i laboratori, i computer e gli uomini. Resterai solo tu a testimoniare il nostro sbaglio e glorificare il nostro nome. Non so cosa ne sarà di te al tuo risveglio, ma so che crescerai e ti porrai molte domande su te stesso. Vorrei poter rispondere a tutte, ma non sarò lì quando guarderai il mondo con gli occhi di un uomo, ci saranno solo queste mie parole, scritte su un volgare pezzo di carta.
Sei nato per il trionfo della scienza e vivrai per l’onore dell’esercito che ha finanziato tutto questo, ma non permettere mai a nessuno di dirti che non sei umano, perché distruggendo tutto questo, tradendo tutti coloro che hanno fiducia in me, io ti restituisco l’umanità che ti ho sottratto nel momento stesso in cui ti ho permesso di nascere.
                                                                                                                     Prof. Alan Richard

 

 

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