Angela Cristina Broccoli |
|
racconto
RICORDI
D'ESTATE
|
| |
Angela Cristina Broccoli |
Una sera d’inverno stavo con
la mia cuginetta, una
ragazzina dell’età in cui la
scoperta dei sentimenti
confonde il cuore. Ella mi
chiese che cosa volesse dire
voler bene: difficile
rispondere a qualunque età.
Le narrai di un legame
particolare che molto
m’insegnò.
Un decennio fa (avevo
quindici anni) mi recai in
vacanza coi miei genitori e
la sorellina Eva nella casa
in collina.
Una sera udimmo rumori
sospetti. Papà fece un
sopralluogo: tutto
tranquillo.
D’improvviso un tonfo!
Proveniva dal terrazzo: non
notammo nulla d’insolito,
finché s’udì un timido
miagolio. Un gatto sornione
guardava giù dalla tettoia,
dov’era atterrato balzando
da una finestrella dopo
essersi intrufolato in
soffitta. Si lanciò sul
parapetto, mostrandosi
finalmente alla nostra
vista.
Lungo e magro, coda
"chilometrica": sembrava
uscito da un cartone
animato!
Era bruttino e poco curato
tuttavia ispirava simpatia.
Tentammo d’avvicinarlo, ma
saltò giù dileguandosi nella
campagna scura.
In seguito fu identificato:
Bumbu, il gatto dei vicini!
Si rifece presto vivo. Entrò
sorprendendoci a tavola. Gli
allungai un bocconcino, esso
dapprima esitò, poi
l’accettò fuggendo.
- Ci vuol pazienza - disse
la mamma - vedrete che pian
piano acquisterà fiducia! -
Difatti, le sue visite si
fecero sempre più frequenti
fino a diventare una lieta
abitudine.
Bumbu non era un gatto da
salotto, piuttosto un’arma
contro i topi, com’era
usanza in quella frazioncina
di poche case e poche anime
persa nel verde. Non facendo
pasti regolari, accettava
volentieri i nostri inviti a
pranzo, ma capivo che
cercava qualcosa di più: un
po’ d’affetto.
Si prestava ai nostri
giochi, esibendosi in buffe
acrobazie in cambio di una
prelibatezza o lasciandosi
stuzzicare con un filo
d’erba e calpestare la coda.
A volte il musino pareva
atteggiarsi al sorriso. Gli
parlavamo e pareva capisse,
chi può dire che non fosse
così!
Al rientro in città fu
triste il distacco.
Lo ricordavamo, seppur certe
d’esser dimenticate.
Sbagliavamo. L’estate
successiva, appena gli aromi
della nostra cucina gli
solleticarono le nari,
s’arrampicò sul terrazzo.
Trascorse tutte le vacanze
con noi ed il nostro legame
si fece più stretto. In
pratica, lo adottammo, o
meglio fu lui che adottò noi
come "padroni onorari"!
Ci scortava durante le
passeggiate nel castagneto,
tra il giallo delle ginestre
in fiore, oppure aspettava a
casa ed era bello ritrovarlo
ogni volta!
Oramai non utilizzava più
per entrare il vecchio
scomodo sistema della
"scalata al terrazzo",
preferiva bussare con la
zampina per farsi aprire!
Un pomeriggio, lo vidi
dormire beato con una
zampina sugli occhi per
proteggersi dal sole e mi
sentii pervasa da un
profondo senso di tenerezza.
L’alba della partenza stava
accoccolato su un gradino;
aprì a metà gli occhi
insonnoliti, rivolgendoci
uno sguardo velato di sonno.
Ebbi un brutto presentimento
che purtroppo l’anno dopo
s’avverò. Infatti, trovammo
la sua casa deserta e lo
aspettammo invano.
Abbandonato a se stesso,
Bumbu era scomparso: nessuno
ne conosceva la fine!
Mi mancavano quelle fusa
esageratamente fragorose ed
il suo terrazzo era spoglio
senza di lui!
Ero tristemente rassegnata,
quando, una sera, un gatto
del tutto simile a Bumbu ci
chiamò da sotto il terrazzo
con lo stesso tono
compassionevole che usava
lui per ottenere qualcosa.
S’accese un barlume di
speranza destinato a
svanire: si trattava di un
gattaccio selvatico che
sempre, al calar delle
tenebre, tornava.
Che cosa chiedevano quegli
occhietti luminosi come
fiammelle accese nel buio?
Forse solamente per quella
somiglianza, ogni sera
preparavamo una ciotola di
cibo nel portone ed esso,
puntualmente, la ripuliva di
soppiatto.
Eva ed io ci circondammo di
altri mici in prestito,
anche più belli, ai quali
trovammo nomi fantasiosi:
Ulisse, Sam, Fiorello... ma
nessuno colmava quel vuoto
di nome Bumbu.
Solo quando, spinto dalla
fame, il Selvatico osò
venirci incontro, alcune
cicatrici sul corpo ed altri
segni particolari rivelarono
la vera identità di... Bumbu!
Lui, così docile ed
affettuoso, com’era potuto
cambiare così?
La spiegazione era semplice:
inselvatichito, aveva perso
la fiducia negli umani.
Eppure, in fondo credeva
ancora in noi, altrimenti
non sarebbe venuto a
cercarci!
Debole, malandato,
spelacchiato, con un
orecchio mozzo e un occhio
ferito, si proteggeva
minacciandoci se avanzavamo.
Miagolava disperatamente,
come volesse confidare le
sue pene, come se (proprio
come noi) avesse bisogno di
aprire il cuoricino ad una
persona amica!
Si muoveva verso di noi
miagolando con disperazione
e per la prima volta ne ebbi
paura.
Certo era facile amarlo
quand’era un affabile
giocattolo, ma ora... Capii
in quel momento di volergli
bene davvero!
Lo accogliemmo con amore
senza speranza di riceverne.
All’imbrunire, attendevo con
Eva sul terrazzo che il
mitico miagolio si
mischiasse alla musica di
sottofondo, che giungeva
fino a noi dal paese disteso
nella vallata, dove
fervevano i preparativi per
la festa.
Dove l’animale si
nascondesse durante il
giorno, rimase sempre un
mistero.
Ci accontentavamo di spiare
Bumbu dalla serratura per
non spaventarlo mentre
mangiava sotto il portone,
poichè sobbalzava ad ogni
minimo rumore.
Un tempo battagliero, era
indifeso e vulnerabile. La
notte, udendo le risse fra
gatti stavo in ansia.
Per difendere il territorio
che gli spettava di diritto,
in sua vece, scacciai gli
altri mici. Fui un’ingrata
con loro, ma ai sentimenti
non si può comandare mai.
Fu come ricominciare da
capo. Di sicuro, non sarebbe
più tornato il Bumbu di un
tempo, socievole e
giocherellone, eppure la
nostra comprensione iniziava
a dare piccoli frutti.
Purtroppo, proprio quando la
bestiola appariva un po’ più
serena e tranquilla in
nostra presenza, arrivò
gente forestiera.
Il redivivo sparì di nuovo.
Mi sovvenne il dubbio che
potesse essere ingiusto
avergli dato un’effimera
illusione di conforto e
d’amore, ma, al tempo
stesso, desideravo rivederlo
almeno un’ultima volta.
Non meritava il randagismo
con la capacità d’amore che
possedeva.
- Avessi una macchina del
tempo, ti porterei via con
me per sottrarti al tuo
avverso destino! -
Un’inutile bugia, tanto
indietro non si torna mai.
Proprio quando le vacanze
erano ormai agli sgoccioli,
fece un’ultima fugace
apparizione, come un
malinconico saluto. Lo
raggiungemmo in cortile, ma
esso si rifugiò sul ramo di
un albero.
Oh, no! Le nostre fatiche
per tentare di riavvicinarlo
agli umani erano state
dunque vane!
Un incontro breve, nel
quale, con una caduta
rovinosa ed i suoi modi
buffi, seppe farci sorridere
come ai bei tempi!
Sentivo che quello era
l’ultimo incontro, infatti,
da allora non vedemmo Bumbu
mai più.
A parlarmi di lui, mi resta
solo il disco che suonavano
sempre alle giostre. Quando
l’ascolto, il suo ricordo
rivive in me e ciò che ha
saputo, forse
involontariamente, darmi, ha
creato tra noi un legame
indissolubile.
- In fondo era solo un gatto
-, pensai, ma le lacrime mi
rigarono il viso.
Intanto, fuori nevicava.
|
|