Silvia Broglio |
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racconto
NOTTURNO AL BOSCO
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Silvia Broglio |
Si rende conto di essere
vivo semplicemente per il
dolore che, insistentemente,
gli arriva al cervello.
Ha origine da varie parti
del suo corpo, con intensità
diverse, dentro alla sua
testa si riunisce, creando
una grossa e pesante palla
di sofferenza. Non si
ricorda il come o il perché
è finito lì, in verità non
sa nemmeno dov’è, sente
umido intorno al suo corpo,
un leggero venticello freddo
gli accarezza il viso.
L’occhio destro è gonfio,
tumefatto; croste e sangue
rappreso gli contornano il
naso e il labbro superiore;
la spalla sinistra è
fratturata, la scapola ha
lacerato la pelle ed è
posizionata in una maniera
del tutto innaturale. Anche
le gambe sono ridotte male,
e anche se non riesce a
percepirle, è certo che non
sono conciate meglio della
spalla. Cerca di aprire
l’occhio sano e con fatica
si abitua al buio
circostante.
Si trova in un bosco, vicino
ad un ruscello; ha la
schiena appoggiata ad un
grosso tronco di quercia,
anzi, è incassato dentro
all’albero, con la carcassa
della sua moto che lo
stritola appena al di sotto
delle ultime costole e che
lo inchioda nel legno.
Abbassa lentamente la testa,
respirando a fatica per le
violente fitte di dolore che
il movimento gli provoca, e
tenta di farsi un’idea della
sua condizione, mentre nella
sua mente riaffiorano i suoi
ultimi ricordi.
E’ in sella alla sua moto,
sta tornando a casa, si
chiama Jack Farren . E’ uno
specialista di effetti
sonori, è andato in montagna
a registrare un notturno al
bosco per il sottofondo di
un film dell’orrore da due
soldi, si è addormentato
alla guida ed è uscito fuori
strada. Senza nemmeno una
frenata sull’asfalto, una
curva dritta e bam! Una
violenta caduta nel folto
del bosco, lungo il dirupo
al lato della strada, il
dolore, la paura e poi la
botta contro la quercia, il
respiro che si blocca in
gola, il casco che gli vola
via dalla testa; infine la
sua moto, che, raggiunta la
velocità massima nel suo
franare, si schianta
orizzontalmente su di lui,
lacerandogli la pancia e
torcendogli il braccio
sinistro, spezzando la
spalla.
Quindi il buio.
Non sa per quanto è rimasto
incosciente, anche se non
gli sembra che sia passato
molto tempo. Adesso è seduto
con la gambe tese davanti a
sé, come quando in tv c’è la
partita e lui si accomoda
sul suo bel tappeto indiano,
bevendo birra e mangiando
patatine; solo che ora la
situazione è un po’ diversa.
La carcassa della moto, con
le sue lamiere contorte, gli
ha provocato uno squarcio
nel suo giubbotto e un
taglio all’altezza dello
stomaco, l’emorragia è
lenta, ma costante, e gli
appiccica addosso i
brandelli dei vestiti.
Spera che qualche
automobilista si sia accorto
della sua uscita di strada,
ma immediatamente dopo si
ricorda che sono le tre del
mattino, e che su quella
stradina di montagna a
quell’ora ci passano solo le
volpi.
L’angoscia ed il terrore si
fanno strada dentro la sua
mente già sconvolta
dall’indebolimento.
La vista del suo sangue alla
luce della luna, il suo
odore ferruginoso e il
rumorio del bosco, che dopo
il silenzio provocato
dall’incidente, ricomincia a
riempire quel muto
sottofondo, gli gonfiano il
cuore di orrore e
desolazione.
Il dolore è una patina
collosa che gli blocca ogni
collegamento nervoso e lo
pietrifica rendendolo
immobile; il sudore scende
sulle ferite del suo viso,
provocandogli ulteriore
irritazione. Brividi freddi
si propagano sul suo dorso,
eppure suda copiosamente,
cercando di muovere il
braccio destro, rimasto
miracolosamente fuori da
quella morsa mortale, ma
comunque malconcio. Si porta
la mano alla testa, che
protesta a quel contatto,
aumentando il dolore e
facendogli annebbiare la
vista. Intorno a lui
qualcosa striscia sotto alle
foglie, e tra le erbacce si
spezzano dei rami; lenta
come una marea, la paura
avanza, facendogli
accelerare il battito
cardiaco e quindi aumentando
la perdita di sangue.
Sforzandosi mentalmente,
cerca di calmarsi,
controllando il respiro, e
provando a pensare in modo
razionale; si ricorda con un
flash del cellulare, lo
tiene nella tasca interna
del giaccone, dal lato
sinistro. Preso
dall’entusiasmo di quel
pensiero si muove
bruscamente, girando un poco
il tronco, e provocandosi
ulteriori graffi
sull’addome.
Non sente più dolore, nel
momento in cui la sua mano
si posa sulla fredda
plastica del telefonino e lo
estrae con fatica dalla
tasca.
E’ ammaccato e la batteria
si è spostata leggermente;
movendo piano le dita della
sua unica mano utilizzabile
riesce fortunatamente a
riposizionarla
correttamente. Prega,
schiacciando il tasto di
accensione e quando un lungo
beeeep conferma le sue
richieste un caldo senso di
speranza inizia a cresce nel
suo cuore.
Il vetro del display è
spaccato, la luce che lo
illumina è interrotta da
scure righe disordinate, ma
gli fa comunque socchiudere
l’occhio, ormai abituato al
buio.
E’ agitato e questo non va
bene. Deve fare estrema
attenzione, è la sua unica
possibilità, non può
giocarsela.
Deglutisce piano e con il
pollice inizia a comporre il
numero del pronto
intervento; trema, il
venticello è ormai un’aria
fredda che taglia il fiato.
Mentre se lo porta
all’orecchio pensa a sua
moglie Susan, se la immagina
addormentata, nel loro
letto, con la testa semi
coperta dal cuscino, ignara
di tutto quanto. Pensa a
come apprenderà della
tragedia e a cosa farà dopo
che lui sarà morto; già,
perché se dall’altro capo
della linea continua a
sentire solo quel fruscio, è
quella la fine che farà.
Accompagnato da un piccolo
scatto, la comunicazione
finalmente si attiva,
facendolo sobbalzare.
- Pronto intervento di
Sagerville, prego attendere,
la sua chiamata sarà
accettata al più pre… -
- CAZZO!!! -
E’ la prima volta che parla
da quando si è ripreso in
mezzo al bosco, la sua voce
è rauca, il tono
piagnucoloso e isterico
sorprende anche lui, intanto
che la registrazione
suggerisce di non
riattaccare per non perdere
la priorità acquisita.
D’improvviso una voce
femminile interrompe quell’impersonale
nenia e gli invade i timpani
di dolce e succoso conforto.
- Sono Hebbie, qual è il
motivo della vostra
chiamata? -
Non riusciva a credere alle
sue orecchie, per pochi
secondi rimane senza
parlare, poi un fiume di
parole riempie la sua bocca.
- Mi chiamo Jack Farren, ho
avuto un incidente, sono
bloccato dalla mia moto e
non riesco a muovermi, mi
sono addormentato e sono
uscito fuori strada, di
sotto, nel dirupo, no… -
- Mi dica dove si trova e
mandiamo subito i soccorsi.
-
E’ calma e dolcissima, più
parla più si sente
rincuorato.
- Non so dove mi trovo di
preciso, a dieci minuti da
Capertown, credo, verso Sud!
-
- E’ ferito gravemente? -
- Credo di sì… Non sento più
le gambe… La prego mi aiuti…
-
Senza accorgersene inizia a
piangere, la voce della
donna lo commuove ma allo
stesso tempo lo rende più
forte.
- Stia calmo Jack, resti
tranquillo, la stanno
venendo a prendere… E’
ancora lì? -
- … Sì… Non so… - La testa
gli gira vorticosamente un
senso di nausea gli nasce
nello stomaco e lo fa
rigettare un miscuglio scuro
e puzzolente.
- Che succede? Mi parli
Jack, che succede? -
Sviene. Il cellulare gli
cade di mano e finisce
dietro ad una grossa radice
della quercia.
Prima che il telefonino
tocchi terra è gia in coma,
il suo cervello si spegne
cullato dal leggiadro suono
della voce di Hebbie.
Dopo che si fu risvegliato
dal coma, passati tre mesi
in terapia intensiva, si
tormentò sulla voce che gli
aveva salvato la vita, su
quella donna, quella Hebbie.
Iniziò a cercarla, per
ringraziarla, per vederla in
faccia e dirle che era stato
merito suo se ora lui era
vivo, ma tutti i suoi
tentativi furono vani.
La vita sulla sedia a
rotelle lo cambiò molto e
cambiò anche Susan, che si
distrusse per essergli
d’aiuto e che dopo un anno
di sforzi rinunciò al loro
rapporto, dicendo che non
era abbastanza coraggiosa da
stare con un uomo come lui.
Se ne era andata ad aprile,
e Jack era rimasto solo,
l’aveva capita benissimo e
non l’odiava per questo,
passava le giornate a
guardare vecchie
videocassette e a navigare
in internet.
Quando un pomeriggio
d’inverno, fuori nevicava,
gli bussano alla porta.
Una strana donna dai capelli
rossicci e dal sorriso
smagliante, che diceva di
essere Hebbie e che aveva
saputo che lui la stava
cercando, gli piomba in casa
e gli entra nella vita, con
quella voce che gli ha dato
speranza e che ora lo
avrebbe accompagnato per
sempre.
Sei anni dopo quella
telefonata Hebbie e Jack si
tengono per mano, dalla
strada guardano giù, quel
dirupo, che per poco non
pose fine alla vita di Jack,
ma che in cambio si prese le
sue gambe.
Si stringono forte le mani e
si guardano negli occhi,
quelli di Hebbie si
riempiono di lacrime mentre
Jack le sorride nel caldo
sole di luglio.
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