Giuseppe C. Budetta |
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racconto
LA MAGA GIULIA
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Giuseppe C. Budetta |
Siamo ponti tesi verso gli
altri. Siamo ponti tra
passato e presente, tra
esperienze e ricordi.
Nessuno è al centro della
propria esistenza, chiuso in
se stesso. Attraversiamo
senza accorgercene frontiere
ignote. La storia personale
crea legami con le varie
parti di sé e con l'altro da
sé. Oltre i confini della
nostra persona non è detto
che s'incontri un altro,
straniero e temibile come
il Ciclope: si può
incontrare una parte diversa
di sé, in cui pure
riconoscersi, sul piano
individuale e su quello
sociale. Oltre i nostri
limiti sono possibili
esistenze parallele in
concatenazioni spazio
temporali trapassate.
Gli eventi straordinari
ebbero inizio con la
telefonata di Giovanni, mio
amico e collega del terzo
anno. Avevamo preparato
insieme l’esame di chimica
organica, superato il quale
avevamo attaccato con quello
di fisica.
Dopo questo esame si erano
allentati i ponti. Ero stato
più io a non cercarlo per un
po’. Avevo un ritmo diverso
dal suo. Sebbene del terzo
anno di medicina, avevo già
due esami nel libretto più
di lui. Avevamo un ritmo
diverso di studio forse
perché lui straricco ed io
stra…povero. Le tentazioni
della vita e della gioventù
si sa, arridono ai ricchi.
Quando s’impegnava però
studiava sul serio.
Sospettavo che si facesse
raccomandare almeno negli
esami più difficili, ma
erano supposizioni senza
prove.
Quella sera di metà febbraio
mi telefonò verso le cinque.
Dopo i saluti di rito, mi
disse trionfante:
“Giuseppe, tieniti pronto
per il fine settimana.”
“Perché che c’è questo fine
settimana, un bel film?”
Avevamo visto insieme una
ventina di giorni prima
L’ultimo tango a Parigi con
Marlon Brando in un locale
che proiettava vecchi film
degli anni Settanta e
Sessanta. Revaivals.
“Niente film. Usciamo con
due belle amiche. Una la
bionda è per me…”
“E dove andiamo…chi sono?”
“Sono brave ragazze. Sono
mie paesane, cioè di un
paese vicino al mio e fanno
tutte e due il secondo anno
di Farmacia.”
“Ma io devo studiare, voglio
dare Fisiologia Uno per la
sezione di maggio.”
“Un sabato pomeriggio
saltato sui libri non fa
male…anzi…”
“E dove le porteremmo?”
“Interrogatorio di primo
grado. Andiamo a ballare in
un locale di Agnano. Conosci
I Damiani?”
“Ne ho sentito parlare.
Dicono che è un circolo dove
si mangia e dopo una certa
ora si balla.”
“Giusto. Ci andremo sabato.
Fatti trovare sotto casa per
le cinque del pomeriggio. Ti
vengo a prendere con la mia
macchina. Bene?”
“Giovanni, ma io non posso
permettermi di pagare una
cena per due persone: per me
e quella ragazza che hai
intenzione di presentarmi…”
“Giuseppe, non rovinarmi il
sabato con le tue lagnanze.”
“Puoi rivolgerti a qualcun
altro…io ho da studiare, te
l’ho detto. Mi fai saltare
l’esame di fisiologia a
maggio.”
“Vabbé, lo sapevo. Pagherò
io per tutti. Dove lo trovo
un altro libero il sabato
pomeriggio. Solo tu sei solo
come…”
Voleva dire solo come un
cane.
Chiesi alla signora dove
stavo con la camera in fitto
di potermi fare la doccia il
sabato verso le 15. Era una
eccezione. La signora disse
di sì e disse che sarebbe
stata la prima ed ultima
volta. Se volevo farmi la
doccia, avrei dovuta farla
il sabato mattina, non di
pomeriggio e dovevo pagare
una aggiunta alla pigione.
Alle due mi profumai e misi
il borotalco sotto le
ascelle. Avevo le scarpe
nuove marrone chiaro con i
tacchi un po’ alti ed un
vestito di lana pronto per
le grandi evenienze come
quando uno deve dare gli
esami nella sezione
straordinaria di febbraio.
Verso le quattro mi sarei
sbarbato così verso le
cinque ero bello e pronto
per uscire con Giovanni e le
due ragazze. Chissà come
doveva essere la mia. Di
sicuro bruna visto che la
bionda era riservata a lui.
Se fosse stata racchia ci
sarei rimasto male e non gli
avrei più telefonato. Gli
amici sono buoni fino ad un
certo punto. Se devi solo
dare senza ricevere niente,
allora è meglio stare soli.
Quel giorno fin dalla
mattina, non avevo combinato
niente coi libri. Avevo
chiuso il librone di
fisiologia ed avevo pensato
a come vestirmi, piluccarmi
e poi ero uscito per un
caffé al bar. Ero euforico
forse perché pensavo
continuamente a come sarebbe
stato l’incontro con le
ragazze. La tazzina di caffè
al bar mi mise ancora più
pepe. Quel giorno avevo
stravolto le mie abitudini.
La mattina mi alzavo alle
sei per studiare fino alle
dieci. Breve pausa con caffè
ed una sigaretta e poi di
nuovo studio fino alle
dodici e trenta. Lunga pausa
durante la quale andavo a
mensa e mi vedevo con alcuni
colleghi coi quali scambiavo
concetti e quesiti
sull’esame che ci stavamo
preparando e impressioni sul
prof. se era buono o stronzo
all’esame. Ritorno a casa
nella mia camera in affitto
al quarto piano di quel
palazzo ottocentesco. Siesta
durante la quale dormivo per
circa una ora e riattacco
con lo studio fino alle
19,30. Quindi mensa, breve
passeggiata coi colleghi e
ritorno in camera a ripetere
e poi dormita.
Quel sabato non avevo
combinato niente di tutto
ciò. I programmi stravolti
dall’uscita in pomeriggio
con Giovanni e le sue
ragazze (una era per me).
Nell’attesa potevo chiudermi
in cesso e farmi una sega
liberatoria, ma avrei dato
troppa importanza a quelle
due con le quali tra poche
ore Giovanni ed io saremmo
usciti. Potevo farmi una
sega su qualche collega non
fidanzata che vedevo a volte
a mensa o a lezione, ma
meglio di no. Meglio
concentrarsi sull’aspetto.
Mi guardai spesso allo
specchio cercando di
prevenire le impressione di
quelle due su di me. La
barba adesso rasata, la
pelle liscia, il colore
degli occhi, le
labbra…dovevo piacere. Non
ero ricco come il mio amico,
ma fisicamente non ero da
meno. Alle donne piacciono i
soldi…pazienza, vedremo
stasera. Per la precisione
io ero povero e Giovanni
ricco di famiglia. Ricchezza
secolare.
Piacere Giuseppe. Questo
avrei detto alle due appena
la macchina di Giovanni
avrebbe affiancato il
marciapiede dove li stavo
aspettando. Ero tosto e
trepidante come un eroe
omerico, facciamo Achille,
anzi meglio Ettore che aveva
moglie e prole. Mancava
mezz’ora alle cinque e
masticavo già gomme alla
fermata del bus che era il
posto stabilito per
l’appuntamento. Verso le
cinque meno dieci, se non li
vedevo arrivare avrei
sprecato una buona
telefonata dal cellulare.
La citröen C3 rosso
amaranto, motore 1400,
modello 2005, apparve in
fondo alla strada in salita.
Finalmente. La macchina
rallentò avvicinandosi a
dove ero io impalato. A
quasi dieci metri da me,
attraverso i vetri scorsi la
faccia ridente di Giovanni e
affianco la bella amica che
mi sembrò davvero bella come
me l’aspettavo. Gli
sportelli si aprirono ed
uscirono in tre tutti con la
mano tesa e sorridenti.
“Piacere Giuseppe.”
“Piacere Anna, piacere
Giulia.” La prima era la
bionda seduta al posto di
comando affianco a Giovanni,
la bruna era Giulia.
Entrambe più alte di me di
qualche centimetro. La mia
mano calda e le loro
compresa quella di Giovanni,
più o meno fredde. Le più
gelate erano le dita di
Giulia. Bene, si vedeva che
era emozionata. Più di me.
Cominciava ad imbrunire.
Dissi tanto per dire:
”Vogliamo prendere un bel
caffè al bar qui di fronte?”
Giovanni mi bloccò: “Lascia
perdere. Ho la macchina
nuova di zecca con lo
stereo. Qui se la rubano
all’istante. Ci prenderemo
il caffè in Via Orazio. Ce
lo prendiamo al Mood un bel
caffè espresso.”
Il Mood per chi non lo
sapesse è un moderno cubo di
vetro con terrazza e vasi di
fiori che danno
sull’azzurrità del Golfo. Da
un lato si vede il Vesuvio
carnicino, di fronte Capri e
la penisola sorrentina e
dall’altro lato Ischia. Nel
cubo di vetro c’è un ampio
spazio riservato alla
Mediateca di San Gennaro. Ci
ero andato due volte sempre
con Giovanni. E con chi se
no.
Seduti in macchina ebbi modo
di squadrare Giulia che per
la serata era destinata a
me. L’altra, la bionda era
un tipino niente male,
piuttosto magra, naso
diritto, fronte arcuata e
zizze toste. Anche la mia
non era da buttare, anzi a
guardare bene mi piaceva. E
a guardare meglio, non era
niente male, forse meglio
dell’altra. Le cosce anche
se non gliele avevo viste
bene durante i brevi attimi
della presentazione,
dovevano essere diritte. Mi
piaceva in particolare la
linea del mento leggermente
inclinata a formare un
angolo acuto col collo. Mi
spiego. Se questo profilo
mentoniero è troppo
inclinato in basso allora
non mi piace perché si forma
ciò che a Napoli è detta la
sguenzera che sarebbe una
specie di prominenza come
una proboscide, tipo Totò.
Se invece volge leggermente
in basso allora mi arrapo
assai. Per essere più
chiaro, è un profilo tipo la
bella ragazza testimonial a
pagina 29 che fa la
propaganda della marca Baume
and Mercier sulla rivista IO
DONNA di sabato 13 novembre
del corrente anno, oppure la
faccia di Anna Bonaiuto non
so se la tenete presente la
cui capigliatura scura a
doppia banda e riga centrale
è anche similare a quella di
Giulia. Per questo, la
faccia di Giulia mi piacque
là per là. Il fatto che
fosse bruna come me, me la
rendeva più arrapante, non
so perché. La chiave di
volta per la mia simpatia
era la linea del mento,
passato l’esame, il resto
era secondario per modo di
dire. Attributi secondari
dovevano essere le gambe
abbastanza lunghe e diritte,
la caviglia sfilata, il
corpo magro e le zizze
toste. Optional: labbra
carnose, occhi chiari,
fronte arcuata, denti
diritti e sorriso pieno di
malizia. In macchina s’erano
tolte il cappotto. Quella di
Giovanni aveva pantalone
attillato con risvolto e un
bel maglione rosa contornato
da una lunga sciarpa
scozzese di certo di marca a
Via dei Mille. Nel
controluce della
carreggiata, con la sciarpa
pendula a giro collo, era
somigliante nel viso,
nell’atteggiamento e in
altro a Cameron Diaz. “You
are like her.”
Glielo avevo detto da
dietro. Giovanni e Anna non
avevano capito ed era
logico. Allora avevo
spiegato:
“Anna somiglia a Cameron
Diaz, tutto glamour e sex
appeal.”
“Grazie.”
Giovanni si vedeva che era
inorgoglito per la bella
conquista accanto.
La mia aveva abiti comuni,
una gonna a pieghe un po’
sopra le ginocchia, una
maglietta scura alla dolce
vita e sopra una camicia
bianca che pareva di cotone.
Roba comprata al mercato
della Duchesca per pochi
euro. Anche gli stivaletti
fino al basso stinco, di
montone con bordo
rovesciato, perfetti in un
clima polare, erano venduti
sulle bancarelle del
Lavinajo a sud della
Duchesca a due, tre euro.
Nella parte anteriore della
macchina c’erano quei due
ricchi, nel vano posteriore
noi due uno più morto di
fame dell’altro. Accoppiata
vincente! Premesso che non
fosse fidanzata, cominciò la
mia scarica di domande
indiscrete dirette a Giulia.
Domande solite fatte anche
ad altre che conoscevo alla
mensa universitaria:
“A che anno stai? Dove abiti
qui a Napoli, sei di
Napoli?”
“Sono di un paese della
provincia di Caserta, il
paese è Caiazzo. Lo
conosci?”
“Ne ho sentito parlare. C’è
anche una specie di lago lì
vicino.”
“Sì, un lago che d’estate si
prosciuga quasi tutto. Abito
cogli zii. I miei genitori
sono morti tre anni fa in un
incidente d’auto.”
Questo fatto la incupì.
Intervenne l’altra che disse
ad alta voce per farmi
sentire:
“Siamo dello stesso paese e
sudiamo insieme qui a
Napoli. Io ho affittato un
appartamentino dalle parti
dei Sedili di Porto. Lei
invece sta con gli zii che
abitano anche loro da quelle
parti…”
Dissi: “Quei vicoli vicino
Via Mezzo Cannone? Ma come
fate ad arrivare ai
Camaldoli per seguire i
corsi. La Facoltà di
Farmacia è lontana da dove
state voi.”
“Seguiamo alcune materie,
non tutte. Comunque siamo in
regola con gli esami.”
Attaccò Giovanni: “Giuseppe,
a proposito quand’è che ci
prepariamo un altro esame
insieme? “
Visto che aveva pagato lui
il caffè e che forse avrebbe
sborsato anche per l’entrata
nel club e tutto il resto,
mi mantenei cauto: “Quando
vuoi possiamo studiare
insieme. Adesso sto
studiando fisiologia che
voglio dare per la sessione
di maggio.”
“Possiamo prepararci qualche
complementare insieme, che
dici?”
“Potremmo studiare
embriologia e darlo a
giugno.”
“Ottima idea. Quando
attacchiamo?”
“Per preparare embriologia
ci vuole massimo un mese, un
mese a mezzo. Possiamo
iniziare ai primi di giugno
dopo che ho dato fisiologia
e dare embriologia ai primi
di luglio. Va bene?”
“Giusto.”
Preso il caffè nel bar in
Via Orazio e gustato il
paesaggio del Golfo, Anna ci
mise in guardia su alcuni
risvolti di Giulia. Lo disse
scherzando:
“Giulia è di idee un po’
osé. Sostiene che l’America
di oggi è colpevole
dell’odio innescato tra i
popoli e religioni dopo l’11
settembre. L’11 settembre è
stato generato dalla
mancanza di dialogo… poi è
anche una medium…”
Giovanni la interrogò: “Sei
forse comunista di vecchio
stampo?”
“Anna esagera. Sta
scherzando sulle mie idee
politiche e sulle mie doti
medianiche. Ogni tanto ci
scambiamo delle battute, tra
amiche…”
Giovanni seduto come un
monarca disse: “Giuseppe
invece conosce tutto della
moda femminile. Commenta le
sfilate come un vero
presentatore di moda…”
Una delle due chiese: “In
che senso?”
“Nel senso che fa come chi
imita uno che presenta
sfilate alla moda ed elenca
tutti i particolari dei
vestiti che portano le
modelle. Lui vede modelle
vestite dappertutto.”
Rettificai: “Leggo riviste.”
Giovanni con malizia:
“Femminili… legge riviste
femminili.”
Io, evitando gli sguardi
indagatori:
“Leggo ogni tipo di rivista
comprese quelle usate che
prelevo dal barbiere. Sapete
invece come passa il tempo
Giovanni? Lo posso dire?”
“Non ne abbiamo idea.”
La mia domanda rivolta a
Giovanni: “Lo posso dire.”
La sua risposta
strafottente: “E che fa.
Dillo pure, che c’è di
strano?”
“Si va a vedere i film di
Tinto Brass.”
Anna dovette dire la sua a
conclusione del battibecco:
“Certo che voi due andate
proprio bene insieme. Uno
legge riviste femminili e
l’altro vede i film di quel
porco…”
Giovanni dovette dire per
forza: “Non è vero,
scherzavamo. Siamo persone
serie. Modestamente.”
Ritorno in macchina. Avevo
sbirciato le sue gambe:
diritte. Bene. Io affiancavo
Giulia e Giovanni l’altra.
Marcamento stretto. Gli
stivaletti con risvolto
davano a Giulia una sexy
falcata.
I maglioni alla dolce vita,
gli stivaletti, i calzoni
con risvolto e la gonna con
le pieghe sui ginocchi mi
fecero capire che erano
tutte e due più o meno
consapevoli del Pretty
style. A Napoli le giovani
in particolare, vogliono
rappresentare una sorta di
hardware di quel look così
perbenino ispirato al
guardaroba adottato dalle
università chic americane,
la Ivy League, una rosa di
otto atenei illustri da
Harvard a Princeton. Il
Pretty style fece strage di
proseliti negli States anni
Settanta e soggiogò il
Vecchio Continente nel
decennio successivo,
influenzando il modo di
vivere dei giovanissimi.
Vedendo quelle due pensai
che fosse lo stesso adesso.
Arrivammo nel club che era
già buio. Cenammo. Avremmo
dopo cena, ballato a luci
soffuse. Giovanni mi disse
in un orecchio:
“Non ti preoccupare, pago
tutto io dopo.”
La frase mi rasserenò
liberando in me estro ed
eloquio. Se avessi diviso le
spese con Giovanni sarei
stato costretto a chiedere
ai miei genitori un
contributo mensile extra,
difficile da giustificare.
Andammo a sederci ad un
basso tavolino di fianco
alla grande brace che dava
calore naturale
all’ambiente. Dall’altro
lato c’era la lucida pedana
per il ballo. Per l’alcool o
per la digestione serale
eravamo tutti e quattro
rossi in faccia. Giulia mi
piaceva e stava sconvolgendo
tutti i miei piani futuri:
fidanzamento ed eventuale
matrimonio dopo la laurea.
Idem per le grandi scopate
ed eiaculazioni a scopo
procreativo. Invece se mi ci
fidanzavo adesso, se lei ci
stava e mi diceva di sì,
avremmo avuto insieme una
lunga vita sessuale
pre-matrimoniale e lunghe
stasi di studio.
Evitammo tutti e quattro per
un tacito accordo di parlare
di studio, di libri e di
prof. stronzi per l’intera
serata al club. Ballammo
sfrenati alle luci
psichedeliche. La mia
attenzione era per Giulia
che continuavo a marcare
stretto. Quando ballammo lo
slow ce l’avevo duro e
bagnato in punta. Ancora un
po’ ed eiaculavo nei
calzoni. Le tastai i fianchi
sfuggenti e sentii il suo
seno tosto pungermi il
petto. Che scopate
fenomenali ci saremmo fatti
se fossimo stati fidanzati.
Uno di fronte all’altro,
stretti con la sua mano
nella mia sul petto, ci
dondolavamo come bimbi
mentre Peppino di Capri
cantava “Sciampagna”.
Grandi scopate , se solo
fossimo stati fidanzati.
Magna cum scopata. Al
presente ce l’avevo duro
come una canna e un altro
poco mi sarebbe scoppiato
con tutte le pudende. Il suo
sesso vicinissimo al mio e
tuttavia evitavo di
appoggiarle la verga del
cazzo sul ventre. Sarebbe
stato troppo. Avrei offeso
il suo pudore vero o falso
che fosse. Lame di luce
taglienti su viso e capelli
rendevano innaturale la sua
bellezza.
Andammo ad acquattarci dopo
il lento - lo slow - al
solito posto. Giovanni e
l’altra erano spariti, forse
stavano in giardino, ma con
quel freddo. Forse erano su,
nell’altra sala.
Dissi a bruciapelo: “Sei
molto bella.”
Risposta scontata: “Grazie.”
“Sei mai stata fidanzata?”
“No. Con tutto quello che mi
è capitato, coi miei
genitori morti tre anni fa…
chi ci pensa più a queste
cose.”
“La vita continua.”
Dovevo farmi dare il suo
numero di telefono. Se me lo
dava era fatta al 90%.
“Puoi darmi il tuo numero di
telefono? Vorrei chiamarti
in settimana.”
“Dopo te lo do. Se vuoi puoi
passare la notte con me, non
per fare certe cose, ma per
farmi compagnia… i miei zii
sono partiti e torneranno
lunedì. Sono andati a Roma a
trovare la figlia.”
“Va bene. Ci sto. Mi piace
stare con te.”
Azzardai a darle un bacio
sulla guancia. Si ritrasse:
“Ma che pensi!… Te l’ho
detto. Devi farmi compagnia.
Non mi va di stare a casa da
sola di notte.”
“Potrebbe farti compagnia
Anna.”
“Glielo già chiesto, ma non
può. Forse quei due si sono
fidanzati e staranno insieme
da qualche parte dopo che
avranno scaricato noi al
ritorno.”
“O.K. Hai almeno un buon
letto per me. Non è che avrò
freddo tutta la notte.”
“Non ti preoccupare, ci sono
i riscaldamenti. C’è un solo
problema.”
Lo sapevo. Quale sarebbe
questo problema, oltre a non
voler baci da me?
“Anna dice che sono una
medium. Hai paura dei
fantasmi?”
“Non me ne importa. Non ho
mai avuto paura del buio. Ma
dici sul serio?”
“Forse per questo Anna non
mi vuole fare compagnia
stanotte. Una volta ha
assistito ad una mia seduta
spiritica e se l’è fatta
sotto.”
“Caspita.”
“Però non è vero che ho doti
medianiche, non ho di questi
poteri. Tra amiche giochiamo
alle sedute spiritiche. Io
dico che non succede niente,
alcune tra cui Anna dicono
che qualcosa accade. Alcune
sono convinte che qualcosa
di ultraterreno esiste e che
può manifestarsi in una
seduta spiritica. Stronzate.”
“Caspita… sei una medium…
non è che sei pericolosa?”
“Non ho mai fatto male a
nessuno.”
Mi piaceva troppo e mi
faceva arrapare bastava che
parlasse. Poteva far
apparire i fantasmi anche a
letto, non me ne fotteva.
Anzi, arrapato come sono, mi
sarei fottuto anche i
fantasmi… uno ad uno.
Giovanni e l’altra tornarono
da noi verso le tre poco
prima che il locale
chiudesse. Erano rossi,
sudaticci e sfatti come se
avessero più volte scopato
da qualche parte. Senza
sedersi Giovanni disse:
“Allora che si fa, ce ne
andiamo?”
Fuori era scesa la nebbia
con freddo pungente che
stagnava nella cupa notte.
La città finalmente taceva
ed il posto era innaturale,
solitario, visto l’affluenza
di macchine dalla
tangenziale il mattino.
In macchina dissi a Giovanni
che mi sarei trattenuto per
la notte a casa di Giulia,
cioè a casa degli zii di
Giulia. La risposta di
Giovanni con strizzatine
d’occhio:
”Bene.”
Scendemmo con un freddo
tagliente. Per fortuna non
c’era vento. Io e lei, lei
davanti, salimmo in fretta
la consunta rampa di scale
senza ascensore e con un
vecchio lume sbilenco ad
ogni ballatoio. Aprì in
fretta la porta e dopo un
lungo e stretto corridoio
m’introdusse nella sua
camera. A luce accesa si
vedeva che era una grossa
stanza con la volta concava
come si usava un secolo fa e
un grosso lampadario di
cristallo pendulo nel
centro. In fondo sotto il
muro c’era il suo letto ben
fatto, più in là le tendine
ed il balcone sul vicolo, la
scrivania di rimpetto ed un
mobiletto tipo libreria
pieno di volumi consunti o
fotocopiati per gli esami di
farmacologia. C’erano delle
sedie e poi un armadietto
per i vestiti e le scarpe.
Al muro uno specchio
rettangolare tipo quadro ad
olio in cui c’entrava si e
no la faccia.
“Questa è la tua camera?”
“Perché, non si vede?”
Sulla parete c’erano poster
per lo più in bianco e nero:
Janis nuda che guarda seria
l’obiettivo di Bob Seidman.
Siamo nel 1967 e lei aveva
un po’ di più di Giulia,
cioè 24 anni. Come lo so che
aveva quell’età? So quando
nacque Janis. Alla sinistra
il poster di Jimi Hendrix
durante un concerto ad
Hollywood sempre nel 1967.
Morirà tre anni dopo in una
stanza d’albergo a Londra. A
destra tanto per cambiare,
il ritratto di Jim Morrison,
il leader dei Doors
scomparso nel 1971. A fianco
il primo piano come anima in
pena, di Kurt Cobain dei
Nirvana che morì nel 1994.
Suicidio disse la polizia.
Sul muro invece sopra la
scrivania c’era un ritratto
inusuale: una donna danzante
in mezzo ad una schiera di
legionari romani. La
danzatrice mi turbò. Guardai
meglio, portando gli occhi
sul poster:
“Ma questa ti somiglia. Ma,
questa sei tu.”
“E’ un macchilage. Un
assemblaggio di diverse
foto. Un mio amico
fotografo, ha fatto questa
composizione estemporanea,
l’ha ingrandita e me l’ha
regalata.”
“Questo fotografo è stato
tuo fidanzato?”
Da intendere: questo
fotografo ti ha fottuto, ti
ha sverginato, ha fatto
l’amore con te, te l’ha
rotta?
Sono un tipo geloso e mi
stavo innamorando cotto di
lei.
“No, solo un amico. Gli ho
fatto un favore. Gli ho
compilato i moduli per
l’iscrizione all’università
della figlia e ho fatto la
fila in segreteria per
presentare la
documentazione. Ecco tutto.
Adesso dormiamo. Porto di
qua la brandina per dormirci
sopra. Niente scherzi. Hai
promesso che non mi salterai
addosso. Bada, faccio sul
serio.”
“Mantengo ciò che prometto.”
“Dillo, altrimenti ti
preparo il letto nell’altra
stanza quella che i miei zii
tengono riservata per i
figli della figlia quando
vengono qui.”
“Andiamo a prendere la
brandina e mettiamola qui.”
Posizionammo la brandina
prelevata dal ripostiglio
all’altro lato della stanza.
Tra il mio lettino ed il suo
c’era una distanza di quasi
dieci metri vista la
maledetta ampiezza della
stanza che sembrava più un
salone di altri tempi.
Impetrai giustamente: “Però
almeno, un bacio ce lo
dobbiamo dare. Il bacio
della buona notte.”
“Va bene, però così,
vestiti, prima di
spogliarci.”
“Sulla guancia o sulle
labbra?”
“Scegli tu.”
Non mi feci scappare
l’occasione. Le mollai un
gran bel bacio sulle labbra
carnose, succhiai lentamente
il suo labbro inferiore come
si succhia una pesca matura.
Mi lasciò fare. Alla fine si
allontanò.
“Adesso dormiamo. Vado in
bagno o ci vai prima tu?”
“Prego.”
“Tu nel frattempo spogliati
e mettiti a letto. Nel tuo
letto. Te l’ho detto, non
facciamo scherzi. Lo hai
promesso.”
“Bene. A che ora ci alzeremo
domani?”
“Possiamo dormire a volontà.
Domani è domenica e gli zii
arriveranno il lunedì in
tarda mattinata.”
Quando avrebbe spento la
luce per dormire avrei
potuto farmi una sega
liberatoria per mettere a
dormire il cazzo ribelle e
abbassare la concentrazione
di Ht - la serotonina - nel
cervello. Era troppo duro e
mi facevano male i
testicoli. Però temevo di
passare per un maniaco. La
brandina strideva se mi
muovevo troppo e farsi una
sega in quelle condizioni
avrebbe svegliato chiunque.
Pazienza bisognava dormire.
Prima però andare in cesso a
liberarsi di tutti quei
liquidi immagazzinati al
club.
Ci fu lo scarico che riempì
il vuoto della casa. Dopo un
po’ era rientrata in camera
in pigiama.
“Adesso, se vuoi puoi andare
alla toualette.”
“Bene.”
Urinato e liberatomi di
alcuni gas senza far rumore,
mi guardai allo specchio.
Niente male tranne i capelli
arruffati ed il cazzo che
non voleva ammosciarsi.
Termine tecnico: membro
virile inammosciabile ed
intrattabile.
“Buonanotte.”
“Buonanotte.”
Stranamente presi sonno
quasi subito. Forse la
digestione o il trambusto
del ballo inoltrato fino a
tarda notte, non so.
Ebbi uno strano sogno che al
mattino ricordai per intero.
Un sogno tra l‘erotico e
l’incubo. Influenzato da
quello strano poster sui
legionari mi parve di udire
ben distinta una voce
altisonante che avvertiva
perentoria:
“AVE, straniero o barbaro
che tu sia, ricorda: il
sogno provenire dal sommo
Giove, il padre degli dei:
che da Giove anche il sogno
procede…Come Omero al verso
84 dell’Iliade nel canto
primo dice.”
“Straniero o barbaro di
certo dagli dei protetto se
le mie parole ascolti. Bene.
Ricorda anche questa verità
fondamentale: né lo spazio,
né il tempo e neanche lo
spazio-tempo hanno esistenza
primitiva. Essi appartengono
alla realtà empirica e sono
modi della nostra
sensibilità, del nostro modo
di vedere le cose e di
pensare.”
Adesso nel sogno strambo
appare Giulia in pigiama che
dice calma:
“Assisterai ad uno squarcio
di guerra giudaica tra
truppe romane al comando di
Vespasiano e gli abitanti
della Palestina di allora.
Io ti parlo risorta
dall’abisso dei tempi e
parlo con la mia voce.
Grande fu la mia vita che
mai più ritornerà. Parlo
come se fossi Cassandra
riemersa dalle nebbie dei
secoli, parlo come se fossi
Elena la bella, o come
Cleopatra la grande regina.
O dei eterni, datemi la
forza di reggere alla
visione. Datemi la forza di
leggere la Storia e di
guardarne il mostruoso
volto. Adesso vedo quel
giorno.”
Cambiando tono di voce,
eccola a descrivere con
pacatezza la scena:
“Le truppe giudaiche prese
dal panico per la
carneficina e messe in fuga,
indietreggiano verso la
porta da dove erano uscite.
I Romani l’inseguono. Gli
abitanti della città
terrorizzati si sono
affrettati a chiudere le
porte della cerchia muraria
interna. I Galilei rimasti
fuori la cerchia muraria
dopo breve resistenza
lasciano la via libera ai
Romani che in un modo o
nell'altro fanno irruzione
in città subito arsa tra
grida disperate. La maggior
parte degli abitanti
trucidata sul posto. Dopo
alcune ore al tramonto, i
Romani hanno compiuto
l'opera distruttrice e non
si ode alcun lamento dalla
città fumante. I morti
trucidati dai Romani circa
quindicimila, gettati in un
incavo davanti alle mura.
Solo trecento tra donne e
bambini, ammassati nei
paraggi dell'accampamento
romano per essere venduti
come schiavi.”
Ciò che Giulia in pigiama
diceva io lo vedevo
perfettamente. La sua voce
serviva solo a commentare i
fatti ed a farmi capire
meglio.
“A sera alcuni legionari
accendono un grosso fuoco e
si riscaldano bevendo vino o
lavando spade insanguinate;
altri in un catino si lavano
soddisfatti gioendo per la
vittoria; altri strigliano i
cavalli ispezionandoli alla
ricerca di eventuali lesioni
o ferite. Alcune centinaia
di legionari giacciono
feriti e lamentosi in uno
spiazzo dell'accampamento,
illuminati da grosse
fiaccole. Feriti che
chiedono acqua con parole
strozzate:
"Aquarius, aqua mihi fer.
Aqua mihi fer."
I feriti - torcendosi dal
dolore - hanno vaste parti
del corpo fasciate con bende
insanguinate. L'attenzione è
attirata da forte trambusto.
Due legionari trasportano
penzoloni il cadavere di un
compagno. Giovane donna con
vistosa collana e lunga nera
stola da cui pendono amuleti
ossei e drappeggi segue il
gruppetto. La luna da poco
spuntata illumina la terra
di vivido splendore.
La voce nel sogno spiega:
“La giovane donna sono io,
il morto sei tu.”
Si aggiungono altri soldati
quelli non proprio stanchi,
tutti a seguire con
attenzione la scena. La
giovane donna, una maga
dall’aspetto simile a
Giulia, stringe alle mani
due torce. E’ scalza con una
corta tunica bianca e
trasparente. Sotto non ha
niente.
Il gruppo si porta a breve
distanza dall'accampamento
per svolgere magico rito. Si
dispongono tutti a cerchio a
vedere. Giulia che nel sogno
è la maga bruna e dai
capelli corvini, ordina ad
uno dei legionari di
eseguire con la daga una
striscia sul terreno lunga
un paio di metri. Alle
estremità della striscia
pone le due fiaccole con in
mezzo il cadavere del
legionario che indossa
ancora l'armatura. Dalla
sommità di alcune pietre
poste come altarino, la maga
prende una coppa d'argilla
piena di miele.
Giulia-maga a specificare:
"Mel in puro calice est."
Versa il miele intorno al
cadavere. Fa’ lo stesso con
un calice di latte:
“Lac in puro calice est.”
Idem con una coppa di vino
dopo averne libato:
"Vinum in puro calice est."
Dopo queste operazioni la
maga-Giulia prende una
focaccia di farina modellata
in forma umana che ornata di
alloro e finocchi, la depone
con cura sul petto del
morto.
Si mette a dire tre volte:
"Hominum genitrix".
Sguaina le daghe dei due
legionari che l'accompagnano
e compiendo frenetica danza
intorno al morto, con voce
decisa questa strofa latina
a cantilenare:
"Dagae exercitus vis
liberant. Vetus exercitus in
vetera tempora. Dagae ianuas
coeli aprunt. Et vita
returnat in pectore."
Con le daghe s'incide la
pelle alle braccia. Ripone
le spade nel fodero dei due
soldati. Raccoglie il suo
sangue con ramo d'alloro e
lo spruzza sulle due torce.
Davanti alla torcia infissa
presso la testa di me morto,
solleva alla luna le braccia
sanguinanti e profferisce
una cantilena. Si curva
rapida sopra il mio cadavere
per mormorare in orecchio
degli incantesimi. Tutti
vedono i miei occhi di morto
aprirsi di scatto e subito
dopo il mio corpo trafitto
sollevarsi in piedi rigido
come statua. Alla luce delle
fiaccole la maga Giulia
chiede a me, legionario
ucciso di parlare
dell'oltretomba. Rispondo
solo col cenno del capo, poi
mi affloscio cadendo a terra
bocconi. La maga dà uno
strattone senza ritegno a me
cadavere e mi gira in
posizione supina. Riformula
con autoritaria insistenza
la domanda. Stringe di nuovo
le due daghe e rifà con
frenesia la macabra danza.
Abbondante sudore le scende
alla fronte. Un legionario
presente spazientito grida
in latino che se il morto
non parla la uccide. Un
legionario vicino gli dice
che è protetta dal
centurione Crispino. La maga
Giulia riformula al cadavere
la domanda:
QUAE EST INFERUM MUNDUM ?
Il mio cadavere scatta di
nuovo in piedi come animato
da improvvisa forza vitale e
parla con voce cupa, rauca,
sforzata e sofferente. Il
bianco viso di me morto,
muovendo appena le labbra e
sgranando gli occhi fissi
nel vuoto, così parla:
"INFERA INFERORUM MUNDA IN
CALIGINE AETERNA CADAVERA
PERDITA IN GELIDA TERRA. VIM
VIVENDI RELIQUA VITA EVASIT
ET NEGAT QUEMQUAM POSSE
VIVERE SAPIENTER."
Il mio cadavere ammutolisce
e s'abbatte di nuovo a
terra. La maga non fa’ altri
tentativi per rianimarlo. Si
spengono le torce e la maga
si porta il mio cadavere in
tenda. Rimangono soli. Lei
spoglia il cadavere, lava il
corpo e con la magica mano
ne chiude lo squarcio
mortale al basso ventre.
Vedo nel sogno che il
cadavere si anima. Lei
prende a baciarlo e si mette
su di lui con le cosce
aperte. I due fanno l’amore.
E’ come se a scopare fossi
direttamente io. Avvertivo
la dolcezza del sesso e lei
nuda su di me godere
appagata. Dicevo:
“Giulia, ti amo.”
Subito dopo eiaculavo dentro
di lei.
Una flebile voce avvertiva
filosofeggiando:
“La realtà - definita come
la totalità di ciò che
esiste - è indipendente da
noi. Noi siamo parte della
realtà, ma non ne siamo i
regolatori, in nessun
senso.”
Al mattino mi svegliai verso
le dieci. Vidi nella
penombra che il suo letto
era vuoto. Chiamai:
“Giulia!”
“Faccio il caffè, sono in
cucina, adesso vengo.”
Nel sollevare le coperte mi
accorsi della grossa macchia
sullo slip ed il lenzuolo.
Era il mio sperma. Avevo
eiaculato nel sonno, nel
sogno erotico sognando lei.
Colpa del poster ed del mio
arrapamento. In un modo o
nell’altro dovevo dirglielo,
non potevo andarmene senza
dire che avevo sporcato le
lenzuola.
Infilai il pantalone senza
lo slip. Feci attenzione nel
chiudere le brache ai peli
del pube. Dopo il caffè
glielo dissi: “Giulia,
stanotte… beh… vedi…”
Sollevai le lenzuola con in
mezzo la grossa macchia.
“Ho bagnato anche lo slip
che ho incartato e me lo
porterò a casa. Posso farti
lavare anche le lenzuola.
Dovevo dirtelo.”
“Beh, non fa niente.”
“E’ che stanotte ho sognato…
colpa del poster… ho fatto
un sogno erotico.”
“Hai sognato che facevi
l’amore con me, vero?”
“Beh, sì.”
“Provo ad indovinare. Hai
sognato che io ero una maga,
che facevo resuscitare un
cadavere, che il cadavere di
legionario romano in realtà
eri tu… e che una volta
resuscitato ti accoppiavi
con me… anzi ti saltavo
addosso a cavalcioni.”
“Come sai tutti questi
particolari?”
“Ho fatto lo stesso sogno.
Non so perché, ma siamo
stati catapultati entrambi
nel passato remoto.”
“Allora la tua amica ha
ragione…”
“Ha ragione a dire che ho
doti medianiche? Veramente
dice che sono quasi una
strega.”
“E’ questo che dice? E’
questo che pensa di te?”
“Perché tu adesso cosa stai
pensando, che sono normale?
Che il sogno di stanotte è
normale?”
“Di solito non ricordo i
sogni oppure per sommi capi.
Invece del sogno di stanotte
ricordo tutto.”
“Hai visto? Era tutto
scritto. Tutto previsto.”
“Forse in questa casa ci
sono gli spiriti. Nel sogno
a me è parso per poco di
aver visto veramente
l’inferno come quel
legionario morto raccontava.
Ho visto montagne di soldi
guardati a vista da gente
armata di kalashnikov che
sparava su inermi macilenti
che davano l’assalto ai
soldi. Altri che si
strafogavano di cibo in
banchetti sontuosi e
gettavano sotto il tavolo le
briciole raccolte da schiavi
affamati come cani. Gente
lebbrosa piagnucolante…
gente sadica che scannava
poveri infelici… gente
gaudente e gente disperata a
camminare per una lunga
strada. Una in interminabile
strada delimitata da rovi
emergenti da sbuffi di
nebbia.”
“E’ ciò che accade anche
qui, non ti pare? Forse
l’inferno è qui nel nostro
presente, è qui nel passato
e nel futuro. Forse
l’inferno è la Storia.”
“E noi ci stiamo calati
dentro, volenti o nolenti.”
“Quando ieri pomeriggio ti
ho visto ho capito tutto. Tu
somigli a quel legionario
del poster, ecco vedi?”
Giulia aveva staccato il
poster dal muto.
“Guarda, vedi se non sei tu
questo.”
A guardare con attenzione il
legionario steso a terra
esanime aveva una lunga
cicatrice all’avambraccio.
Anch’io ce l’ho allo stesso
modo. Poi forse forse, la
faccia era la mia. Era come
se qualcuno mi avesse
ritratto come un legionario
romano morto. La differenza
era nel colorito quello era
bianco in faccia perché
ucciso con la spada o una
lancia ed io che sono vivo,
sono bruno.
“Lo sai che nel sogno di
stanotte ho avuto la
sensazione che la maga -
cioè tu - veramente mi
resuscitasse da uno stato di
profonda prostrazione e mi
facesse uscire da un mondo
nebuloso e strano?”
“Era tutto scritto. Tutto
previsto.”
“Ma previsto da chi?”
“Vattelapesca.”
Giulia volle chiarire altre
cose. Prima ci voleva una
sigaretta. Fumammo entrambi.
Disse:
“Tocca, vedi, questo non è
un poster, ma una vecchia
pergamena. La comprai alla
fiera di santo Stefano che
si tiene il venti di luglio
al mio paese.”
Dietro c’è scritto, leggi:
“Cum legionarium militem
necatum inter viventes
videas, hanc pergamenan ura
atque repente cum eo
coniungi.”
“Che significa?”
“Quando vedi il legionario
ucciso tra i vivi, brucia
questa pergamena e subito
unisciti a lui.“
“Cioè…che significa unisciti
subito a lui?”
“Che dobbiamo fottere…che ci
dobbiamo sposare…tu mi vuoi?
Giuseppe ho paura. Dopo
pochi mesi che comprai
questa pergamena i miei
genitori ebbero l’incidente
mortale con la macchina,
capisci?”
“Sì, ci dobbiamo
sposare…ma…io non aspettavo
altro. Tu mi sei piaciuta
dal primo momento che ti ho
visto, anzi…intravisto nella
macchina.”
Ci abbracciammo e scopammo
come la pergamena
prescriveva. Scopata
fenomenale, scopata storica.
Veramente avrei voluto
conservarmela per ricordo e
per riconoscenza, ma Giulia
fu categorica:
“Porta sfiga.”
Andammo a bruciare la fatale
pergamena nel cesso. Dopo
sei mesi ci sposammo felici.
Io toccavo i sette cieli. Fu
un matrimonio riparatore per
via della gravidanza.
All’inizio fu dura. Studiavo
quando potevo, per lo più di
notte. Il giorno feci per
vari periodi, l’uomo delle
pulizie, il fattorino,
lavorai in una stazione di
servizio e il garzone in un
magazzino.
Grazie alle amicizie degli
zii a Napoli due anni dopo
il matrimonio, Giulia ebbe
un posto di tecnica di
quinto livello presso un
dipartimento universitario.
Diceva che lavorava poco e
che aveva molto tempo a
disposizione per studiare e
prepararsi i restanti esami
di farmacologia. Il suo
direttore le voleva bene e
le aveva promesso un
avanzamento di carriera dopo
la laurea.
Adesso il nostro bambino ha
sei anni e Giulia si è
laureata in Farmacia. Ha
vinto il concorso come
ricercatrice universitaria.
Anch’io adesso sono medico.
I tempi duri sono alle
spalle. La pergamena tutto
sommato ci ha aiutato. Una
storia incredibile, ma vera.
Indovinate il suo direttore
– e protettore - come si
chiama?
Crispino, prof. Mario
Crispino come Crispinus il
centurione del sogno.
Incredibile.
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