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  Giuseppe C. Budetta

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LA GROTTA DEL
TEMPO

 

 
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Giuseppe C. Budetta

 


L'azzurra catena degli Alburni vinta dal cupo silenzio invernale. Il gelo di dicembre aveva reso il paese più deserto del solito. Chiuso nel cappotto, con cappello e sciarpa, le mani in tasca, restavo impalato nella piazza. Dovevo terminare la ricerca Sui sentieri della Magna Graecia nel Salernitano da presentare entro una diecina di giorni al XII° Congresso di Storia Antica. Nei miei studi descrivevo una località definita dagli antichi Grotta del Tempo che doveva corrispondere alle sorgenti del Fiume Calore. Nei pressi di questa misteriosa località i Greci di Poseidonia e di Velia avevano edificato un tempietto in onore della dea Madre. Le sorgenti del fiume Calore erano ai piedi della collina del mio paese, verso la parte orientale del massiccio degli Alburni.
Misi dentro lo zaino la pila per ogni evenienza, taccuino, penna e la macchina fotografica. Indossai gl'indumenti di campagna; infilai gli stivali di gomma e presi per il bosco. Mi trovai presto circondato dalla ramaglia di querce brune e senza foglie. Folate di vento gelido giù dai monti innevati. La luce del giorno filtrava appena attraverso il denso ammasso di nuvole e un triste grigiore riempiva la nuda campagna. Dopo circa un'ora di marcia spedita, fui nel mezzo di una radura coperta da un manto acquoso di pallida era, contornata da pioppi, olmi e salici rossi. Una tinta calda tra d'oro e di rame di alcune foglie non proprio secche, ma ingiallite sui pioppi, dava una tenue illusione di sole. Tutto il resto grigio in cielo, grigio in terra, un'aria crepuscolare, un fango invadente.
Per raggiungere il fiume attraversai, un sentiero scavato nell'intrico delle radici di querce, faggi, aceri, ontani, agrifogli e tassi. Raggiunsi il bordo del fiume. La valle deserta. Abbandonare il lavoro, le abitudini, gli amici di sempre, riorganizzare le mie forze vitali oltre che a concludere la mia ricerca.
Il sentiero davanti a me era ostruito da grosso siepaio. Preferii entrare nella bassa corrente risalendo il fiume protetto dai lunghi stivali. Si avvicinava la sera e la lunga notte invernale. Nebbia tra rami. Sotto nuvole enormi, ombre grifagne. Scheletriche dita il bosco solenne innalzava. Inondava la valle il fragore del fiume. Avevo risalito la corrente. Fui a pochi passi dalla sua fonte dove la valle si restringe formando una gola profonda e stretta. Ai suoi piedi, speroni rocciosi delimitano immoto laghetto oltre il quale la nuda parete si accartoccia in grotta stretta alta oltre i settanta - ottanta metri e larga appena sei. Acqua scura scorre alla base dello speco alimentando il laghetto che più giù prende forma di fiume. La debole luce del giorno penetrava appena tra le abissali pareti. Poggiai a terra lo zaino e scattai foto.
A vrei preso la strada del ritorno con l'intenzione di raggiungere la strada provinciale dove, se fossi stato fortunato, avrei preso un passaggio dalla corriera delle 20,00. Pesanti tenebre schiacciavano piccoli paesi tremuli sui colli. Ero solo di fronte alla mia esistenza in un mondo spento. Avevo nel tascapane una grossa pila e illuminai le pareti della grotta profonda appena una ventina di metri. Di certo era quella la località definita dai coloni greci Grotta del Tempo. Nei pressi doveva sorgere il tempietto alla dea IDA, la gran Madre. La luce della pila fece emergere le pieghe della roccia coperte di muschio, con rigagnoli stillanti dalle viscere della montagna.
In fondo illuminai una specie di grottino. Camminando nella bassa acqua del laghetto, mi avvicinai a quella specie di diverti colo. Ne illuminai il fondo che penetrava nelle viscere della montagna. Illuminai la parete che lo delimitava e davanti a me notai antiche frasi in greco incise nella roccia. Andai ad afferrare la macchina fotografica trepidante per la scoperta. Fotografai più volte l'incisione. Misi la pila nella tasca del giaccone e riportai sul taccuino le parole greche:

̉Τό το̃υ Χρόνου̉̉ ̉̉υπόγειον

La traduzione era: La Grotta del Tempo. Fui esultante e saltellai come un bambino. La mia ricerca sarebbe stata pubblicata sulle più importanti riviste scientifiche del mondo.
Il grottino era largo all'imbocco appena un paio di metri e alto circa tre. La base non era immersa nell'acqua, ma elevata da terra. Mi tolsi il giaccone che poteva essermi d'ingombro. Misi nelle tasche dei pantaloni la pila, il taccuino e la macchina fotografica. Entrai nel grottino allungando le gambe. Ero pronto a sfidare i pericoli dell'imprevisto. Il condotto si restrinse. Dietro di me buio assoluto. Fui sul punto di tornarmene indietro quando al di sopra di uno sperone, vidi un cunicolo ancora più stretto la cui apertura era a tratti illuminata da strani riverberi come luce riflessa da acqua stagnante. Pensai che ci doveva essere un nuovo laghetto.
Avanzai curvo sugli arti passandomi la pila ora in una mano ora nell'altra. Ero riuscito ad avanzare per alcuni metri quando lo strano riverbero sparì. Feci luce davanti a me e mi accorsi di stare davanti alla soglia di una grotta molto ampia. La pila prese a illuminare meraviglie mai viste. Bianchi tubicini penduli dalle volte stillanti, alcuni molto lunghi, altri tozzi, altri a formare incrostazioni simili a pan di zucchero rovesciato. Se lo stillicidio aveva luogo lungo le pareti laterali, l'incrostazione d'alabastro prendeva forma di drappi e cortine. Crostoni di stalagmiti s'innalzavano a forma di pilastri mammellonati o di candele fino a collegarsi con le sovrapposte stalattiti maggiori, formando colonne nel mezzo e lunghi, sfavillanti drappeggi scanalati sulle pareti. Ripresi la stazione eretta. Temetti di perdermi, ma come trascinato da un volere a me superiore, continuai nell'esplorazione. La natura aveva scolpito nei secoli, sulla roccia, guglie ed arabeschi come una cattedrale nel cuore della terra. Mi trovai al centro di uno spiazzo circondato da pareti luccicanti, ma con rare stalattiti e stalagmiti. Su una superficie di roccia liscia mi parve di illuminare un dipinto. Guardai meglio e mi avvicinai alla roccia. Un volto femminile sbiadito con corpo leggiadro ed il bianco seno trasparivano da un sottile drappeggio di tunica greca. Stava seduta su un trono dorato, fiancheggiata da due rampanti leoni. Gigantesca era l'immagine che s'allungava verso la cupa volta. Sotto il trono c'era una frase in greco:

̉Ή Ί̉δας μήτηρ ̉ορείη

"O MADRE IDA PREGHIAMO."

La Gran Madre Ida, una divinità dei monti e dei boschi dipinta da coloni della Magna Grecia, in ricordo della loro isola, Creta. La dea forse fu venerata come abitatrice della grotta medesima. Illuminai le altre pareti, ma non c'era altro. La mia scoperta era sensazionale.
La mente può imprigionare la ragione in intricati sogni dove una realtà insegue un'altra in una corsa che non ha fine. Come il vento modula il suono a seconda degli ostacoli che incontra in un bosco, così il flusso elettrico che governa il cervello ci spinge nella selva dei pensieri alcuni reali, altri distorti ed altri fallaci. Dormivo e sognavo?
Prima di tornarmene indietro osservai di nuovo il dipinto, un capolavoro di arte greca arcaica. I colori in alcuni punti invasi da muffe, ma in piccola parte. Risaltavano gli ocra, i carminio e le delicate sfumature della pelle. Fissai gli occhi della dea vivi e neri come le profondità notturne. Stavo assorto nella contemplazione quando una voce mi fece trasalire. Era una voce di donna sottile come nebbia che avvolge le piante. Mi guardai attorno. Nessuno. Udii di nuovo una voce dire: "Straniero non andare via. Vengo da te nel segno dell'amicizia. Ho bisogno di pari arti. Se vai via, più non esisterò."
Illuminai le pareti più vicine, poi quelle lontane. Nella giostra di stalattiti, la luce si franse in neri spazi e in vuoti silenzi. Gridai: "Chi sei?"
Stavo per fuggirmene via attraverso il cunicolo di prima. Vidi un chiarore e l'immagine di una donna ondeggiante in penombra distante da me una diecina di metri. Era illuminata da strana luce fioca. Somigliante era nell'aspetto al dipinto della dea Ida. Ora la donna ferma e muta sembrava non più viva, ma una statua. Rimasi impietrito. Chiesi tremante: "Chi sei?"
Mi venne di fronte con impercettibili passi. I suoi occhi profondi e tristi brillarono. Sul volto poco prima pallido, un lieve rossore. Mi supplicò: " Non volermi male. Sono qui per parlarti."
Sembrava smarrita, che aspettava qualcuno e quel qualcuno ero proprio io. Le strinsi le mani che fredde, divennero calde al mio contatto. Fissai di nuovo il suo viso. Negli occhi un non so che di supplichevole, di luccicante e di eccitante. Le labbra contratte da un pensiero inquietante. Era avvolta in un manto di seta nera che ne lasciava trasparire la nudità. Mi si avvicinò e accostò il capo sopra il mio petto. Era molto bella con lunghi capelli lisci neri corvini. Ci baciammo. Quel bacio mi rapì dentro un vortice di luce. Le nostre labbra si allontanarono. Si espanse tra i nostri corpi magico calore. Intuivo in lei una trasfigurazione e mi sembrava più vera, ma sentivo il suo cuore pieno d'angoscia. Disse allontanandosi di poco da me:
"Per te è molto difficile capire. Sono venuta dal passato. La forza cieca e misteriosa contro cui nulla può resistere, mi porta in vita. lo ritorno in vita nei tristi momenti della Storia, quando il suo cammino
s'immerge nel sangue."
Dopo breve silenzio disse:
"Anteriore al Tempo e prima che il Fato segnasse il destino umano, c'è l'Ananke, forza assoluta che
non obbedisce ad alcuna legge fisica pur avendo con se riunite tutte le leggi fisiche. In essa presente, passato e futuro sono tutto uno e l'inizio e la fine di tutto ciò che è coincidono. "
Non so dopo di preciso cos'accadde. Mi sembrò che la montagna in quel preciso istante si aprisse proiettandomi all'esterno, accanto alla riva del fiume. Era notte fonda. La ragazza scomparsa. Mi guardai attorno convinto di aver sognato. Rifeci ansante la via del ritorno.
Il giorno dopo ritornai alla fonte del fiume a cercare la Grotta del Tempo. Non c'era più il cunicolo della sera prima, ma restava la misteriosa scritta:

̉Τό το̃υ Χρόνου̉̉ ̉̉υπόγειον

Ispezionai le pareti a strapiombo sullo stagno. Non esistevano diverticoli. Ero certo di non aver sognato. Una donna di altri mondi, da una diversa dimensione spazio temporale mi era apparsa e piena di angoscia mi aveva parlato.
 

 

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