Marino Buzzi |
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horror
LA SCORCIATOIA
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Marino Buzzi |
“Devo assolutamente
ricordarmi di pagare la rata
dell’università di Giulia”
pensò la donna al volante
della sua Punto usata. Si
preparava a trascorrere
un’altra serata in
solitudine, il marito con
uno dei suoi tanti e
stressanti turni di notte e
l’unica figlia al primo anno
di università a Bologna.
“Dovrei aver messo da parte
abbastanza soldi anche per
comprarle un motorino. In
città, con quel traffico,
sarà sicuramente più comodo
e poi per la macchina c’è
sempre tempo. Chissà come se
la cava la mia piccolina….
Tutta sola in un posto
nuovo… mi chiedo se ho fatto
la scelta giusta, avremmo
potuto scegliere
un’università più vicina”.
Completamente assorta nei
suoi pensieri svoltò, come
da abitudine, per la sua
solita scorciatoia.
Abbandonò la strada
principale e si immise in
una strada di campagna,
malamente asfaltata ma molto
larga e tranquilla per via
del poco traffico serale.
Più volte si era chiesta se
ne valesse la pena, grazie
alla scorciatoia saltava
quattro semafori e parecchia
coda, soprattutto nell’ora
di punta, ma era una strada
così isolata. Del resto se
le fosse accaduto qualcosa
avrebbe sempre potuto usare
il suo cellulare per
chiamare aiuto.
“Dovrei avere qualcosa da
scaldare in frigorifero…” si
guardò intorno, le stradine
più strette e malagevoli che
si intersecavano con la
principale, l’alto grano
pronto ad essere mietuto e
quella irreale sensazione di
solitudine, come se da un
momento all’altro dovesse
accadere qualcosa.
“Le tue sciocche paure
infantili, non crederai
davvero a quello che si dice
in giro, vero? Sono solo
stupide storie che i tuoi
studenti si raccontano per
spaventarsi a vicenda!”.
Si vide entrare nella casa
restaurata dei suoi
genitori, quella che lei e
suo marito avevano comprato
dopo la scomparsa di papà,
quella in cui era cresciuta,
dove aveva trascorso i
momenti felici della sua
infanzia. Tutto come da
copione, una scena che si
ripeteva ormai da anni.
Prima dar da mangiare al
gatto, poi una doccia
veloce, mangiare qualcosa e
infine un buon libro prima
di addormentarsi. Sino
all’anno prima la casa non
era mai stata vuota, c’era
sempre stata Giulia con lei,
Giulia e le sue amiche con i
suoi pigiama parti, Giulia e
la sua musica assordante,
Giulia e le sue
interminabili telefonate… ma
ora Giulia era lontana e lei
si rendeva drammaticamente
conto di essere invecchiata
nell’ombra della propria
figlia.
“Sapevi che sarebbe accaduto
prima o poi, sapevi che il
tuo prezioso uccellino
avrebbe preso il volo. È la
vita cara Teresa, lo hai
fatto anche tu, ricordi? Hai
scelto la tua strada e hai
deciso di percorrerla sino
in fondo. È giusto che sia
così!” lo sapeva, se ne
rendeva conto ma non
riusciva ad accettarlo. La
sua bambina le mancava
troppo.
“Darò un’occhiata ai compiti
in classe di oggi… più
tardi, magari sorseggiando
quella tisana che mi ha
comparato mia sorella. Il
tema non era difficile e non
penso che darò molte
insufficienze… le solite
probabilmente. O forse andrò
a letto, mi sono svegliata
così presto questa mattina…”
Non si accorse della
macchina nera che si immise
a fari spenti da una delle
stradine secondarie.
“Questa strada mi dà i
brividi… giuro che è
l’ultima volta che la
percorro di notte!”
Tornava dal suo corso serale
di Yoga, non che le servisse
a molto ultimamente. Pensò
di nuovo a quello che si
diceva in paese. Pensò a
quell’intera famiglia
scomparsa. Due adulti,
marito e moglie, e i loro
due bambini. Poco più di un
mese prima. La macchina era
stata trovata ammaccata e
giù di strada proprio in un
luogo vicino alla strada che
stava percorrendo in quel
momento. I quattro corpi non
erano stati ritrovati. O per
meglio dire non erano stati
ritrovati interi.
“Smettila con questi
pensieri… sciocca!”
Si disse per evitare di
spaventarsi.
Si diceva che fossero state
ritrovate solo le teste, una
accanto all’altra impalate
ai bordi della strada. Un
evento davvero
raccapricciante. In paese si
era cominciato a parlare di
un serial killer ma in paese
gli argomenti di discussione
di quel genere erano sempre
molto graditi. In realtà non
c’era nessuna prova che la
storia delle teste fosse
vera. I giornali non ne
avevano fatto parola e la
polizia non si era
sbilanciata. A quanto ne
sapeva poteva essere stato
anche un semplice e
banalissimo incidente. I
ragazzi alla sua scuola ne
avevano inventata una
migliore.
A uccidere la famiglia non
era stato un uomo ma bensì
un mostro, un orribile
mostro metà vampiro e metà
lupo mannaro che guidava una
macchina nera dai finestrini
completamente scuri. La
faceva un po’ ridere l’idea
di un lupo mannaro al
volante di un’automobile.
Aveva spiegato ai suoi
ragazzi che i mostri non
esistevano e che avrebbero
dovuto utilizzare la loro
fantasia per il compito di
italiano che aveva
intenzione di assegnare loro
la settimana prossima.
Lei sapeva che i veri mostri
erano quelli in carne ed
ossa. A quarantacinque anni
ormai aveva capito bene
quante persone orribili e
spietate ci fossero in giro,
lei con la sua laurea in
filosofia e le sue lotte in
piazza, lei che aveva visto
svanire piano piano tutti i
suoi ideali soffocati da
quelle stesse persone che
ormai erano al potere.
No, non esisteva nessun
mostro pronto a tagliarti la
testa e ad impalarla ai
bordi della strada…
La macchina dietro di lei
accese improvvisamente i
fari e le diede una botta.
Non ebbe neppure il tempo di
rendersene conto.
“Ma cosa…” urlò sussultando.
Guardò dallo specchietto
retrovisore. Vide una grossa
macchina nera con i
finestrini scuri.
Si sentì svenire. Era solo
un maledetto incubo. Una di
quelle incontrollabili paure
che ti assalgono quando sei
bambina. La macchina le fu
di nuovo addosso. Si sentì
proiettata in avanti.
Accelerò terrorizzata e
prese il suo cellulare,
compose il numero della
polizia.
“Centrale di polizia!”
All’altro capo la voce forte
e gutturale di un uomo.
“Dovete aiutarmi!” urlò lei.
“Un pazzo mi sta
inseguendo!”
“Signora si calmi e mi dica
cosa le sta accadendo!”
Lei deglutì, la macchina
dietro di lei accelerò di
nuovo e le diede un altro
colpo.
“C’è una macchina che mi sta
inseguendo e continua a
venirmi addosso!” disse
cercando di mantenere la
calma.
“Dove si trova?” chiese il
poliziotto.
Lei guardò lo specchietto la
macchina era scomparsa.
“Non c’è più!” urlò
trionfante.
“Cosa vuol dire non c’è
più?”
“È… è scomparsa…”
“Mi sta prendendo in giro?”
“No… no le assicuro di no è
che…”
La macchina le fu di nuovo
addosso. La donna urlò, il
cellulare le cadde di mano.
Quel maniaco era riapparso
da un’altra strada
secondaria. Le si affiancò,
per un istante immaginò che
il finestrino si sarebbe
abbassato e lei avrebbe
visto quel mostro di cui
parlavano i ragazzi. Avrebbe
guardato nei suoi occhi
inumani e crudeli e sarebbe
impazzita.
La macchina le fu addosso di
nuovo e lei perse il
controllo della sua vettura.
Quando aprì gli occhi vide
solo una forte luce. La sua
automobile era ferma,
inclinata e la testa le
doleva paurosamente. Si
liberò in qualche modo dalla
cintura e aprì lo sportello.
Era finita in un fosso.
Cadde nell’acqua stagnante e
maleodorante, pochi
centimetri di fango e canne
e preservativi usati e
foglie secche.
“Tutto bene laggiù?”
Chiese improvvisamente una
voce di donna.
“Sia ringraziato il cielo!”
pensò.
“Mi aiuti la prego… e chiami
subito la polizia siamo in
per…”
Qualcuno l’afferrò per i
capelli. La vista era ancora
appannata per la botta presa
in testa e per lo shock.
Urlò mentre qualcuno la
trascinava su per il piccolo
pendio.
“Sta bene signora?”
Le chiese qualcuno prima di
scaraventarla a terra.
Teresa riuscì in qualche
modo a mettersi in
ginocchio, del sangue le
colava dalla fronte, davanti
a lei la macchina nera, lo
sportello dalla parte del
guidatore era aperto. In
piedi davanti a lei una
donna con un abito classico
e un paio di scarpe con i
tacchi.
“Sta bene signora?”
Chiese di nuovo la donna,
Teresa la guardò meglio,
aveva circa una sessantina
d’anni, ben vestita, un
volto piacevole e sereno se
non fosse stato per quegli
occhi. Azzurri e glaciali,
tremendamente folli.
“La prego…”
Cominciò Teresa ma quella le
sferrò un calcio un faccia,
sentì il sapore del sangue
investirle naso e bocca,
dopodiché un dolore
lancinante le impedì di
sorreggersi, cadde seduta.
Non era più in grado di
muoversi.
“Ma si guardi!” le disse la
donna. “È tremendamente
sciatta! Ma come si fa dico
io! Una donna così giovane!
E che dire della sua
macchina? Lei è una vergogna
per il genere femminile… e
per questo merita di essere
punita!”
Teresa, stesa a terra, era
incapace di muoversi. La
donna aprì il bagagliaio, un
tanfo nauseante invase
l’aria, e ne estrasse un
grosso martello.
“Ora le farò molto male!”
E calò con forza il martello
sulle ginocchia di Teresa,
lei urlò, consapevole ormai
di essere prossima alla
fine.
“Non crede che la normalità
sia devastante?”
Chiese la folle chinandosi
sulla sua vittima e
accarezzandole i capelli.
Teresa pensò a Giulia, non
avrebbe più saputo nulla di
lei.
“Ora andiamo a fare un
giretto, eh?”
Chiese serena la donna,
lanciò il martello dentro il
bagagliaio e ne estrasse una
corda, poi lo chiuse. Legò
un’estremità della corda
alla macchina e l’altra la
legò ai piedi di Teresa.
“È ora di andare a conoscere
i suoi compagni di stanza!”
le disse prima di risalire
in macchina.
Teresa cercò di urlare
ancora ma l’ultima cosa che
sentì fu lo stridio delle
ruote sull’asfalto.
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