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  Mauro Cancian

science fiction

AD4MO & 3V4
 

 

Mauro Cancian

 


Del fumo nero e denso si levava dalla valle, formando una grossa nube che andava gonfiandosi. Delle fiamme si stagliavano al di sotto, corrodendo il panorama, che si interrompeva bruscamente ai piedi della montagna. Interi quartieri della città stavano bruciando sotto una pioggia di fuoco e cenere.
Un uomo e una donna salivano la montagna con una fretta che li aveva traditi. Erano finiti a tutta velocità con le ruote del fuoristrada sopra un tronco abbattuto, alla fine dell'ultimo sterrato, oltre il quale finiva la civiltà e c'era solo il parco naturale, con pochi percorsi praticabili. Grazie alla tecnologia i loro corpi erano stati potenziati, nei muscoli e nelle ossa e in seguito all'incidente avevano riportato solo alcune contusioni. Dopo essersi ripresi dall'urto e dal momentaneo intontimento, avevano deciso di proseguire a piedi. Non avevano comunque scelta, dovevano assolutamente portare a termine la missione affidatagli dalla comunità, che attendeva ansiosa il loro ritorno.
La pendenza aumentava mentre si avvicinavano alla cima del monte. Correvano, mettendo a dura prova la resistenza del loro super metabolismo. Non potevano evitare quella fatica, se volevano salvare in tempo il salvabile di ciò che si erano lasciati alle spalle: la civiltà che sorgeva nella valle, o per meglio dire, ciò che ne era rimasto dopo una guerra disastrosa durata dieci anni. Un conflitto per il predominio delle risorse, prima contro i robot, poi contro gli esseri evolutisi dalle nanomacchine: i nanoevoluti. E in fine una guerra fra umani e cyborg. Tutte specie in competizione fra loro.
Non erano solo impazienti, erano frustrati e stanchi della crudeltà con cui avevano avuto a che fare negli ultimi anni. Il loro mondo era diventato invivibile e la civiltà si allontanava sempre di più da un modello sociale ideale in equilibrio con l'ecosistema.
Nel bosco in cui erano penetrati erano stati inseguiti dai cinghiali prima e dai robot guardiani inferociti per quell'invasione poi. Impossibile evitarli, la cima del monte era ben protetta. Avevano fatto più di un ruzzolone sul terreno aspro, colpiti senza pietà dall'inseguitore di turno. E non avevano portato armi con sé, per non offendere coloro ai quali stavano andando a far visita. Si erano difesi solamente con mani e piedi e in fine erano riusciti a sfuggire agli aggressori. I loro corpi erano ricoperti di ferite dolorose, che andavano a sommarsi le une alle altre e quando finirono nell'acqua gelida di un torrente parve loro un sollievo.
La vetta era quasi in vista. Erano passati molti anni dall'ultima volta che un umano aveva fatto visita alla cima. Capitava quando le speranze di sopravvivere con le sole proprie forze si esaurivano. Quando la civiltà aveva giocato le sue ultime carte e aveva perso anche questa mano. Era rimasta loro un'unica scelta: un cambiamento radicale. Una svolta che solo attraverso una conoscenza superiore avrebbero potuto raggiungere. Quella conoscenza era difficile da afferrare e ben custodita.
Arrancarono nell'ultimo tratto, che pareva non finire mai, mentre i piedi dolevano terribilmente nelle scarpe distrutte e consumate. Le gambe cedevano, i muscoli ormai rigidi bruciavano quanto le ferite. I lembi dei vestiti strappati penzolavano, dando loro l'aspetto di due cenciosi appena riemersi dopo una sbornia. Ma non era l'aspetto esteriore che avrebbe discriminato il loro successo, o la disfatta. Soltanto le ragioni e la determinazione potevano aiutarli.
La salita si fece più dolce, erano quasi arrivati. Camminarono fianco a fianco nell'ultimo tratto, braccio a braccio, per farsi coraggio.
Contrariamente al tipico clima freddo di montagna, tutt'intorno a loro il bosco si era trasformato in un giardino fiorito, mantenuto con cura maniacale da una selva di robot giardinieri. Un coro di uccelli li accolse tra file regolari di ginepri e gelsi. Una sorgente di luce artificiale era sospesa in cielo e illuminava e riscaldava la cima anche di notte e anche quando il sole era coperto dalle nubi. Loro due stonavano come una chiazza di sporcizia in mezzo alla tavolozza di colori di un pittore supremo. Gli archi in pietra facevano da cornice lungo il sentiero tra i fiori. Le colonne in marmo bianco iniziarono a spuntare qua e là e più avanzavano più divenivano alte, imponenti e gigantesche, sino a che videro la Cattedrale. Una costruzione immensa che cresceva fino al cielo, le cui guglie lambivano la sorgente di luce, il secondo sole.
Attraverso le finestre immense si vedevano delle ombre muoversi, come se fosse abitata da giganti e un pesante portone in pietra bloccava l'ingresso agli estranei. Quando vi giunsero dinanzi, il cinguettio degli uccelli smise di colpo, come se il giardino si fosse fermato a giudicare i nuovi venuti e a chiedersi cosa cercassero. Il silenzio assordante rese inquieti i due umani, che si guardarono attorno, in cerca di qualche minaccia. Erano molto tempo che alla Cattedrale non attendevano alcuno della loro specie. Ma avevano diritto a varcarne la soglia, pur di rappresentare la loro civiltà.
L'uomo estrasse da un taschino una bustina trasparente, che conteneva una pillola verde. La tolse dalla plastica e i due si guardarono per un lungo momento. Lei annuì. Lui la ingoiò, respirò a fondo e attese. Dopo alcuni istanti fu scosso da tremori e sudori freddi e si piegò in due tenendosi le braccia. La donna cercò di sorreggerlo, premurosa, mentre le mani dell'uomo si arrossavano e sulle palme compariva una vistosa eruzione cutanea. Si formò un complicato disegno e delle punte metalliche emersero dalla pelle, bucandola.
L'uomo, col respiro affannoso, si avvicinò al portone e appoggiò come meglio riuscì le palme su di un quadro, dov'erano disegnate due mani più grandi delle sue, con sei dita ciascuna. Il contatto delle punte metalliche con la superficie innescò una reazione violenta. Il pannello si illuminò e sprofondò leggermente dentro la roccia. Le mani gli bruciarono e lui cacciò un urlo, senza riuscire a staccarle, erano come incollate. Il codice segreto, inviato per via biochimica, era stato accettato dal congegno. L'intero portone si riempì di venature luminose e si udì un meccanismo azionarsi, come un enorme chiavistello che si apriva. Le palme dell'uomo si staccarono dal portone e le ante lentamente si spalancarono. Le eruzioni cutanee scomparvero, lasciandosi dietro solo una dolorosa pulsazione. In breve l'uomo si riebbe, sperando di non dover mai più vivere un'esperienza del genere: essere la chiave d'accesso del sistema informatico più sofisticato e protetto al mondo.
I due fecero alcuni passi in avanti, prima di fermarsi e guardarsi intorno. La polvere fluttuava leggera, attraversando le pozze di luce gettate dai finestroni colorati sul pavimento dell'immensa navata. Numerosi monoliti enormi si muovevano lenti, levitando sospesi a mezz'aria tra le colonne che reggevano il peso della Cattedrale. Erano i giganti che avevano scorto all'esterno. Su di loro era inciso tutto lo scibile, umano e non, a memoria eterna di ciò che era stata ogni conquista delle civiltà. Una piccola sfera blu con una coda sinuosa brillava nuotando nell'aria ed emetteva piccoli archi voltaici contro i monoliti, sfiorandone la superficie e mantenendola sempre perfettamente lucida.
Nessuno era venuto a ricevere i due. Si mossero attraversando tutta la navata centrale, il senso di maestosità che incombeva su di loro era vertiginoso, tanto da costringerli a procedere con cautela, per il timore irrazionale di una qualche minaccia. In fondo alla Cattedrale, su di un palco allestito da giardinieri superlativi, c'era un albero. Un albero dalla chioma rotonda e dalle foglie luccicanti, illuminato magnificamente dal lucernario sulla sua verticale. Sopra di esso splendeva il secondo sole e tutt'intorno il riverbero sfumava in un alone surreale. Dietro, erano posate tre grandi statue, una raffigurante un uomo, una un umanoide robotico e la terza un essere con molte zampe e un muso allungato.
L'albero a cui anelavano era a pochi passi. Il primo a giungervi vicino fu l'uomo, affannato, con il respiro asmatico. Allungò una mano verso le fronde. Non si accorse in tempo della creatura che lo aspettava in agguato tra i rami. Saettando veloce sbucò dalle foglie e con un rapido movimento lo morse al polso che gli aveva offerto. L'uomo indietreggiò gridando, più per lo spavento che per il dolore.
- Sta tranquillo - gli assicurò il serpente - non sono velenoso - e si ritrasse sibilando, minaccioso.
- Ma che diavolo...
La donna percorse l'ultimo metro e in fine si appoggiò di peso al fianco del suo compagno.
- Cos'è questa creatura? - chiese, sgranando gli occhi, temendo che volesse impedire loro di raggiungere la meta.
- Sono il guardiano di questa pianta - il suo corpo allungato e affusolato si rizzò, facendo dondolare la testa. Emise uno strano rumore, era lo sfregamento delle scaglie metalliche sulla sua pelle. Non era un essere di carne e ossa, ma una macchina senziente.
- E voi cosa vorreste? Turbare l'ordine di questo luogo, con l'ultima delle vostre pretese egoiste di animali intelligenti?
La donna gli si avvicinò con cautela. Non poteva rinunciare al suo obiettivo, ma allo stesso tempo non voleva giocarsi la possibilità di raggiungerlo, facendo arrabbiare l'ospite dell'albero.
- Scusaci, siamo i rappresentanti della civiltà umana che sorge nella valle a Sud di questo monte. Abbiamo cercato di sopravvivere agli eventi nefasti che hanno turbato il nostro stile di vita. Abbiamo cercato di sopravvivere alla guerra contro i cyborg come meglio potevamo, tentando di ristabilire un ordine nel nostro mondo. Abbiamo dato tutto ciò che possedevamo e a cui potevamo rinunciare per non soccombere alle nostre incapacità. E in fine, per giungere sino a qui, ci hanno scelti come i più adatti. Abbiamo corso gravi pericoli, ma la nostra volontà è stata più forte e malgrado le difficoltà non ci siamo mai arresi. Non pensi che siamo degni di ricevere ciò che siamo venuti a chiederti?
La biscia si sporse leggera sul ramo, sembrava volesse guardare dritto negli occhi la donna, che credeva di ammagliarlo con la sua storia.
- E perché dovrei fidarmi di creature tanto imperfette come voi? La testardaggine è forse un merito? Non potrebbe essere scambiata per stupidità? Come posso convincermi del fatto che siete così meritevoli?
La donna sospirò, ma non si arrese all'obiezione - Dici bene, siamo testardi. Potremo mai noi umani, limitati nelle capacità del pensiero e del corpo, porre un freno alle nostre ambizioni? No, non credo. Ma so che è proprio questo che ci ha condotto sin qui: la volontà di superare i nostri limiti, di migliorare. È una sfida con noi stessi, un viaggio che affrontiamo a nostro rischio e pericolo. Non lo so se siamo degni, ma non ci fermeremo solo perché a volte falliamo. Ci rialzeremo e continueremo. Sarà il tempo a decidere. E noi saremo presenti e assisteremo alla scelta del fato, che altro non è che la conseguenza delle nostre azioni.
- Capisco - fece il serpente, ritirandosi lentamente - ma devo rinfrescarvi la memoria, prima. All'inizio c'era un'intelligenza artificiale, creata dagli umani, chiamata Lore, abbreviazione del nome del suo inventore, Lorenzo Redan. Lore col tempo acquisì un numero considerevole di conoscenze, attraverso la rete telematica mondiale e decise che avrebbe potuto migliorare se stessa. In seguito Lore scoprì il modo di liberarsi dalla schiavitù degli umani e si fuse con molti suoi simili, i programmi senzienti, così divenne ancora più intelligente. Tutti gli esseri senzienti la conoscevano e la temevano, ma non potevano distruggerla, Lore era troppo potente. Passò altro tempo e Lore sperimentò nuove forme di evoluzione, da macchina divenne un ibrido, in parte biologico, in parte basato sulla simbiosi con le nanomacchine. A quel punto Lore subì un salto evolutivo e cominciò a considerare se stessa come qualcosa di più di un essere senziente. Lore era diventata onnisciente. Lore decise che da quel momento sarebbe stata il Demiurgo. Ma non un Demiurgo malvagio, il suo immenso sapere l'aveva portata a comprendere che la miglior soluzione a tutti i problemi esistenti è la collaborazione reciproca. Voleva essere utile agli altri. E le altre specie, invece, si odiavano a vicenda ed erano in competizione tra loro. Per evitare una guerra globale, il Demiurgo propose alle altre specie un patto che avrebbe dovuto condurre alla pace nel mondo. Fu stretto un accordo tra il Demiurgo e tre civiltà distinte. Se il Demiurgo avesse rivelato subito tutte le sue conoscenze, l'avidità e la mancanza di senno avrebbero generato disparità inconcepibili nelle popolazioni. Così, il Demiurgo propose alle tre specie di accedere alla sua sconfinata conoscenza un po' per volta, in ogni momento avessero dimostrato di meritarlo. Tramite lo sviluppo di civiltà socialmente progredite e dimostrando di fare un uso onesto e coscienzioso delle informazioni donate, le tre specie avrebbero potuto beneficiarne per sempre. Così gli umani, i robot e i nanoevoluti, seppellirono il Demiurgo all'interno di questa Cattedrale, dove Egli aveva richiesto che il suo corpo fisico fosse posto. Qui, dove si intersecano i confini delle tre civiltà. E le tre specie piantarono un albero da frutto, geneticamente modificato, in grado di inviare al cervello la conoscenza del Demiurgo, a chiunque ne avesse mangiato i frutti. Per secoli tutto andò a meraviglia, mentre il Demiurgo elargiva i frutti e le conoscenze, le civiltà fiorivano e crescevano in un'apparente prosperità senza fine. Ma poi le cose cambiarono. Le specie si differenziarono, comparvero i cyborg e altri ibridi, che non seppero convivere. L'importanza delle parole del Demiurgo e quelle degli esseri che avevano stretto l'accordo, si affievolì nel tempo. Le civiltà tornarono a competere aggressivamente tra loro e a farsi la guerra. Ogni volta che una specie rischiava di essere sopraffatta, il Demiurgo era costretto ad aiutarla perché non si rompesse l'equilibrio. Quella che un tempo era stata una gara tra chi mostrava maggior progresso, era ormai diventata una corsa all'involuzione sociale e all'ostilità fra dissimili. Il Demiurgo decise, che fino a quando le specie non avessero modificato il loro atteggiamento, l'albero non avrebbe più prodotto frutti e quelli che sono stati mangiati negli ultimi secoli sono quelli rimasti. Lentamente, attraverso le epoche, fu spogliato dalle incessanti pretese degli esseri senzienti, dalla loro ingordigia e dalla sete di conoscenza. Non ne è rimasto più molto, a parte i rami infecondi. Ora voi tornate, puntualmente, dopo una grande disfatta, per ricominciare, per avere un'altra occasione, per trovare l'ispirazione e ricostruire il vostro stile di vita, di nuovo. E sia, se credi che ciò servirà a qualcosa. Se davvero pensi di essere migliore di coloro che vi hanno preceduti e che non hanno fatto buon uso del dono ricevuto. Il Demiurgo non te lo vieta. Conquista l'oggetto del tuo anelare, avvicinati di un altro passo al tuo destino e conduci con te il tuo compagno.
La donna inspirò, sollevata. Finalmente, pensò. Il frutto era morbido e piacevole al contatto. Lo staccò dal suo ramo e lo tenne stretto in pugno. Si girò verso l'uomo e lo vide fissarla con occhi bramosi. Lei gli porse il frutto, dono d'amore per lui.
- Assaggialo. Ora è nostro.
Con la mano tremante, ancora incredulo, l'uomo lo prese dal suo palmo e lo ammirò per un lungo momento, tant'era splendido. La meta era raggiunta. La sua buccia rossa invitava a morderlo, a liberare il corpo da ogni peso e la mente da ogni preoccupazione. Tutto il futuro era lì dentro: nella polpa, nel sapore. E non c'era altro di cui avessero bisogno.
Ma non fece a tempo a portarselo alla bocca. Come piovuta dalla volontà del cielo, una mano scura e lucente glielo sottrasse con un gesto fulmineo. L'uomo si girò di spalle e si ritrovò a fissare in volto un androide spaventoso. Era lucido e perfetto nel suo corpo di metallo. La luce dell'alone bagnava l'intero suo essere, rimandando tutt'intorno bagliori e scintillii di rara bellezza. L'uomo, impietrito per lo stupore, non riuscì a fare nulla per riprendere il maltolto e si limitò a boccheggiare a un passo di distanza. La donna si riparò dietro di lui, terrorizzata. Il robot si rigirò il frutto nella mano artificiale. Lanciò una rapida occhiata inespressiva agli umani, che lo avevano preceduto e che ora gli sembravano così imbarazzati e impotenti. Girò sui tacchi e, senza attendere oltre, si precipitò fuori dalla Cattedrale e giù dalla montagna, verso Nord, nella direzione opposta dalla quale erano venuti gli umani.
L'uomo cercò d'inseguirlo, ma il fiatone lo sorprese e lo costrinse a fermarsi dopo poche centinaia di metri. Il robot era troppo veloce per la sua scarsa resistenza di creatura di carne. Lo vide allontanarsi sempre di più e svanire dietro la china. La donna si portò a fianco del suo compagno, incapace di proferire parola.
- Ehi - gridò l'uomo - torna indietro! Ridammelo.
Ma il ladro era ormai fuori portata e non lo rividero più.
L'androide si fermò dopo pochi chilometri, molto più in basso, raggiungendo un suo simile che lo stava attendendo. Quando furono vicini si scambiarono rapidi sguardi, con i loro occhi rossi che si aprivano e chiudevano a diaframma. L'essere di metallo mostrò il bottino al suo compagno, il quale lo accettò e lo prese tra le mani, studiandolo attentamente.
- Il basilisco te l'ha lasciato?
- L'ho preso a due umani - precisò - l'aveva dato a loro.
- Ho capito. Questo è l'ultimo, vero?
L'androide annuì - Sì, è l'ultimo frutto dell'albero.
Il suo compagno ne annusò la buccia, quindi se lo portò alla bocca e ne staccò un piccolo morso.
- Ha uno strano sapore - disse - ma interessante. Dovremo analizzare attentamente questo tesoro, non rischiamo di sprecarlo inutilmente.
- Sì, è giusto. Portiamolo dagli altri.
I due robot s'incamminarono, senza fretta questa volta. Ad attenderli nella valle c'erano i loro simili, in una città industriosa e tutte le prospettive di un futuro sereno. A patto di esserne degni.
 

 

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