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  Massimo Caruso

racconto

ARDEAM
DUM LUCEAM

 

 
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IL RACCONTO DI EMILE
SENZA CUORE

 

Massimo Caruso

 


Fu nel sole accecante di una mattina di novembre, che Giorgio Tagli si vide consegnare dalla sagoma scura del postino, la cartolina azzurra della chiamata ala servizio di leva.
“Si parte allora! Tra una settimana si viaggia Giò!” esclamò raggiante l’omino.
Non ebbe risposta.
Giorgio Tagli firmò, richiuse con delicatezza il portone, salì le scale e andò in camera sua a tremare.
Un freddo violento e innaturale si era impossessato del suo giovane corpo. Indossava ancora il pigiama e non fu sufficiente indossare la vestaglia da camera in flanella. Non servirono neppure le parole affettuose della madre.
In realtà Giorgio Tagli non si sentiva sconfortato o abbattuto. Era lucido, presente, ma aveva solo tanto, tanto freddo. E il freddo cessò nel pomeriggio quando, dopo averla fissata a lungo, spaccò in due la vecchia chitarra spagnola che da anni oziava in un angolo della sua stanza.
Era rabbia.
Giorgio Tagli lo capì e durante quella settimana distrusse una quantità di oggetti, tanti che i genitori successivamente calcolarono in milioni i danni che aveva provocato.
Il viaggio fu lungo, ma abbastanza piacevole. Aveva incontrato tre anziane insegnanti in pensione, tre vecchiette così buone e simpatiche che Giorgio Tagli se la godette davvero e alla fine, influenzato dalle tre nonnine, convenne che lui era un bravo ragazzo, forse un po’ impulsivo, ma davvero un gran bravo ragazzo. Ripensando a tutte le cose che aveva distrutto ebbe un tuffo al cuore. La chitarra, la collezione di francobolli canadesi, il piedistallo da disegno in frassino, la pila di vecchi 45 giri del nonno…
Giorgio Tagli prese una decisione importante, proprio un minuto prima di varcare la grande soglia ferrata del Centro Addestramento Reclute: non si sarebbe mai più adirato a quel modo e per nessuna ragione avrebbe perso il controllo. Lui, Giorgio Tagli era un bravo ragazzo.
Quel posto era come temeva che fosse: grande e inospitale.
Questa spiacevole parvenza era tuttavia destinata a sparire quasi subito, infatti Giorgio Tagli, fin dai primi giorni trovò il giusto spirito con i compagni e con l’ambiente circostante.
Quella vita, anche nei suoi aspetti più umili e sacrificanti lo gratificava parecchio e Giorgio Tagli, un bravo ragazzo a cui faticare non era mai piaciuto tanto, scoprì il gusto di lavorare e sudare felicemente e per pochi spiccioli al giorno.
La sua era stata una vita regolare, fin troppo regolare.
In poco più di vent’anni d’esistenza aveva fatto tutte o quasi le esperienze dei suoi coetanei, compresa quella illuminante del sesso, e su tutte, compresa quella del sesso aveva navigato senza infamia e senza lode, proprio lui che aveva il cruccio della fama. Giorgio Tagli era infatti perseguitato dall’idea di morire senza essere ricordato, di essere destinato a divenire il contenuto misero e senza gloria di un loculo di cemento armato. Il problema era uno solo: Giorgio Tagli mancava assolutamente di talento. Qualsiasi attività intrapresa era destinata ad essere interrotta prematuramente o ad approdare a risultati un po’ più che mediocri.
Non per nulla si trovava in una caserma a fare lo sguattero mimetizzato. Non aveva superato un solo esame in due anni di università ed ora eccolo lì, a spazzare, sgrassare enormi pentoloni e cercare di scrostare la merda dei compagni.
Ma tutto questo non aveva peso. A Giorgio Tagli andava pur bene così.
Si era sentito bene fin dal primo impatto con la vita militare e questo benessere si accresceva giorno dopo giorno.
Giorgio Tagli aveva individuato il totem della felicità in una gigantesca scritta bianca, un motto che dominava la facciata anteriore del grande edificio rettangolare sede del Comando di battaglione.
Erano tre parole in latino, il cui significato letterale a Giorgio Tagli rimase sempre ignoto. Lui di latino non ne aveva mai masticato molto, ma riusciva comunque a comprendere che quella frase parlava di qualcosa come ardore e luce.
Non volle mai saperne di più, ma quelle parole, pensava, erano rivolte anche a lui. Soprattutto a lui.
Ne era convinto, tanto più che la finestra sotto cui dormiva dava sul cortile d’onore, cosicché ad ogni risveglio Giorgio Tagli aveva quella frase impressa negli occhi.
Ad ogni buon conto, passate le prime settimane di addestramento venne il momento delle esercitazioni formali armate e, ancora una volta Giorgio Tagli che aveva detestato il solo pensiero di poter toccare un’arma, si sorprese entusiasta nell’imbracciare un fucile a baionetta e marciare per ore con quell’arnese mortifero stretto al petto. Anzi il contatto lo riempiva di buonumore e sicurezza i maniera tale, che nemmeno il freddo diabolico di quei giorni riusciva a scoraggiarlo.
Forse era quella la sua strada.
Forse quella scritta era la spinta che aveva sempre cercato nella sua breve vita cosciente, orchestrata rigidamente dalle prudenti decisioni dei genitori. Questo pensava sempre più spesso Giorgio Tagli e di questo iniziò a convincersi. Convinzione che ben prestò si trasformò in furore.
Era sempre il primo, sempre il migliore, non mollava mai e non lo avrebbe fatto per nulla al mondo. Questa volta no. Lui, Giorgio Tagli era un bravo ragazzo che aveva deciso di consacrare la sua vita alle armi e a quel motto.
Lo fece con tanto ardore, che alla cerimonia del giuramento fu l’unico dei settecento commilitoni a gridare la sua fedeltà con tutto il fiato che aveva nei polmoni e ad avere gli occhi costantemente bagnati da una sincera commozione. Nemmeno quando era crepato il vecchio, tanto amato nonno si era commosso a tal punto. Aveva giurato fedeltà alla patria! E non era roba da poco.
Pochi giorni dopo si tennero le esercitazioni al poligono di tiro e Giorgio Tagli si distinse per precisione e determinazione anche se, a detta degli ufficiali istruttori, quel ragazzo la stava prendendo “un po’ troppo di petto”. Ad ogni raffica urlava come un invasato e al lancio della bomba a mano, aveva addirittura imprecato contro i bersagli, due paletti di legno, immaginari nemici della Patria.
Agli inizi di febbraio, la temperatura si abbassò ulteriormente e il Comandante decise di attivare una caldaia supplementare, mai usata prima e, a sentir i sottufficiali, mai nemmeno collaudata a dovere.
Per non meglio identificate ragioni di sicurezza fu infatti deciso, che la caldaia situata in un locale isolato, a un centinaio di metri dagli alloggi, di notte fosse tenuta sotto la sorveglianza di due piantoni.
Quando venne il turno di Giorgio Tagli, assieme a lui fu designato Costa, un compagno di squadra. Giorgio Tagli lo aveva sempre considerato un lavativo che se ne infischiava dell’Esercito e della Patria e sempre lì a discorrere di moto e a telefonare per ore alla sua ragazza.
Avrebbe preferito affrontare la notte da solo piuttosto che in compagnia di quel rammollito.
Il desiderio di Giorgio Tagli fu presto esaudito.
“O’ Tagli! Io vado a dormire. Son troppo stanco e oggi ho anche avuto storie con l’Elena… Pensaci tu, qui alla baracca.”
Detto questo, dopo neanche un’ora di servizio e senza aspettare eventuali obiezioni, Costa girò i tacchi e si diresse spedito verso il dormitorio.
Giorgio Tagli rimase sulla soglia a vederlo allontanarsi e scomparire dietro l’angolo smussato del palazzaccio grigio della Compagnia e stette lì a fissare quello scorcio male illuminato per un tempo indefinito, come fosse un fermo immagine sfuocato di cui si tentano di cogliere i particolari persi tra tremolii e imperfezioni.
La sua mente si era bloccata a quell’ultima immagine triste e pesante.
Era stato lasciato solo.
Assolutamente solo.
Lui, Giorgio Tagli non si era mai posto il problema della solitudine, non aveva mai avuto modo di sentirsi veramente solo.
Prima i genitori e i nonni, poi gli amici e le ragazze avevano frapposto tra lui e la solitudine una consistente barriera, ma dopo che Costa lo aveva piantato lì, Giorgio Tagli si rese conto di essere solo e di esserlo da un bel po’.
Lo zelo e il convinto entusiasmo avevano dapprima rappresentato motivo di crescente distacco dal resto dei compagni per i quali Motto ed ideali rappresentavano meno di zero, poi il distacco si era tramutato in antipatia e, in diversi momenti Giorgio Tagli venne a trovarsi in attrito con alcuni di loro.Lui aveva catturato l’Idea e non gli importava che tutti lo guardassero storto. In quel modo Giorgio Tagli si isolò completamente e non volendo rimediare, rimase irrimediabilmente solo.
“Tagli! Cosa sta facendo impalato qui fuori a fissare le pietre?!”
Era l’ufficiale d’ispezione.
“Vada dentro e controlli il pressostato!”
Giorgio Tagli ricevette quell’ordine così come si riceve una folata di vento gelido in faccia e, dopo aver rotto l’attenti, schizzò dentro al piccolo edificio buio che custodiva oltre alla caldaia, un odore di muffa intenso e infinitamente malinconico.
I valori della pressione erano normali e Giorgio Tagli li trascrisse fedelmente sul registro dei piantoni, quindi uscì fuori per comunicarli a voce all’ufficiale, ma questi era già tornato al proprio giro.
Di nuovo solo.
E in perfetta, taciturna solitudine passarono le prime tre ore di guardia.
Se solo avesse potuto dimostrare il suo valore! Allora sì, lo avrebbero cercato, circondato di attenzioni. Non sarebbe stato snobbato, evitato o considerato un fanatico leccaculo!
No, perché lui Giorgio Tagli aveva le palle ed era disposto a fare qualsiasi cosa pur di mettere tutti di fronte a quell’evidenza. Lui era un uomo, un uomo fedele alla Bandiera e all’Onore.
Questo pensava Giorgio Tagli quando udì uno strano brontolio provenire dal locale caldaia. Era un rumore cupo e feroce, di belva in agguato nella penombra che precedeva l’alba. La sessantaquattresima alba.
Giorgio Tagli capì immediatamente la situazione e si precipitò dentro. L’odore di muffa era svanito, coperto da quello greve e opprimente dell’ossido di carbonio. La caldaia marrone era una scatola di ferro rovente scossa da tremende vibrazioni e sbuffante denso fumo scuro.
Lo sportello centrale ben chiuso e assicurato da un spessa barra d’acciaio era lì lì per saltare, espulso dall’enorme pressione come un enorme tappo di una altrettanto enorme bottiglia di spumante appena agitata.
A quel punto, senza perdere ulteriore tempo Giorgio Tagli corse fuori per dare l’allarme all’ufficiale di picchetto, prima che il fuoco potesse raggiungere le campate tramite la tubazione.
Svoltò per la carraia e attraversò il cortile d’onore fiancheggiando l’edificio del Comando con in cima quella grande scritta. Il cuore gli martellava il petto e le tempie stavano per scoppiargli, ma la cristallina aria del primo mattino che gli investiva il volto lo rinvigoriva facendolo sentire come un selvaggio che corre nella radura all’inseguimento della preda.
Perché si sentiva così? Come mai il pensiero che alle sue spalle una grossa caldaia stava per saltare in aria, non lo intimoriva per niente?
Giorgio Tagli non ebbe nemmeno il tempo di rifletterci, perché un istante dopo si ritrovò diretto ancora più velocemente verso il locale caldaia, ormai immerso nel fumo nero.
Altro che ufficiale di picchetto! Avrebbe riportato lui tutto alla normalità! Nulla sarebbe esploso!
Lui, Giorgio Tagli aveva le palle e si sarebbero ricordati il suo nome!
Qualche secondo dopo Giorgio Tagli era già dentro il locale e in quello stesso istante lo sportello della caldaia venne proiettato verso la parete di fronte, lasciando che una rabbiosa lingua di fuoco si agitasse nell’aria satura.
Impassibile Giorgio Tagli prese a cercare gli estintori, ne aveva visti alcuni addossati alle pareti.
Ne trovò quattro, e nel girò di pochi minuti, senza approdare ad alcun risultato significativo ne aveva consumati tre. Ma nemmeno un granello della sua folle determinazione andò persa in quell’inferno di fuoco e denso fumo.
Gli occhi erano rossi, gonfi e lacrimavano copiosamente. La testa sembrava volersi staccare dai cardini del collo per rotolare liberamente attraverso la stanza. Nella gola e nei polmoni avvertiva qualcosa di molto simile a vetro caldo tritato.
Quell’estintore a polvere rosso, revisionato sette anni prima era l’ultima sua speranza, ma soprattutto l’ultima carta per entrare a far parte del circolo dei Memorabili.
Giorgio Tagli avanzò fino a sentire sulla pelle il calore delle fiamme che avevano avvolto completamente la caldaia e ricominciò a spruzzare, imprecando e urlando, la sostanza ignifuga.
Sembrava uno di quegli assurdi personaggi che popolano le leggende medievali e che affrontano draghi giganteschi brandendo una minuscola spada per amore di una bionda principessa.
Lui però non lo faceva per amore, ma per qualcosa di più dell’amore, dei soldi, della fede e, a questo punto, anche della stessa gloria.
Qualcosa che lo portò a scagliare lontano l’estintore ormai vuoto, fare due passi indietro fissando con ferocia il braccio di fiamme che lo scherniva e lo sfidava impudente e gettarvisi contro con la bocca e il cuore pieno di quelle tre meravigliose, magiche parole in una prodigiosa esplosione di scintille e luce.
 

 

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