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  Massimo Caruso

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SENZA CUORE
 

 
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IL RACCONTO DI EMILE

 

Massimo Caruso

 


“Al diavolo!” imprecò Anna.
Scagliò lontano il pesante libro di armonia, che finì il suo goffo volo contro lo schienale della vecchia poltrona di vimini.
Si trovava a Roma da quasi un mese per seguire un seminario tenuto da un direttore d’orchestra e compositore austriaco di una certa fama, ma ancora non riusciva a concentrarsi nello studio.
Era partita da Parigi a metà giugno con la speranza di trarre profitto da quel corso a numero chiuso, al quale erano stati ammessi solo i migliori tra gli studenti dei conservatori di mezza Europa.
L’ambiente era ottimo. Aveva affittato un bell’appartamento all’ultimo piano di uno stabile ai Parioli e aveva stretto ottimi rapporti con gli altri seminaristi. Peraltro, per via delle sue origini (il padre era di Milano), Anna parlava un ottimo italiano e quindi non aveva problemi di socializzazione con la gente del posto.
Tuttavia, chissà per quale motivo, non riusciva a trovare la giusta motivazione nello studio.
Stava lì seduta con gli occhi fissi sulle pagine pentagrammate o, molto più spesso, sulle vecchie tegole del tetto della casa di fronte dal quale si ergevano timidi tre grigi comignoli.
“ Sarà questo caldo infernale!” sibilò alzandosi di scatto.
In effetti, in quei giorni la città era nella morsa di una canicola feroce e neanche di sera si riusciva a star bene.
Uscì nell’ampia veranda protetta da una grande tenda parasole e contemplò per un bel po’ le strade deserte e ben illuminate. Dalle case, tutte con porte e finestre spalancate, giungevano i rumori della vita domestica. Risate, pianti di bambini, porte sbattute, l’annunciatrice di qualche rete televisiva che dava lettura dei programmi della serata….
Rimase così, con il mento premuto sulle nocche, ancora qualche minuto, quindi rientrò in casa, lanciò una malevola occhiata al libraccio bianco che giaceva sulla poltrona con le pagine aperte come uno strano, grosso uccello morto e si sedette al pianoforte. Attaccò il “Claire de lune” di Debussy, il suo autore preferito, ma smise quasi subito. Non aveva voglia neanche di suonare.
“Basta!…” sospirò annoiata e decise di andare a letto.
Si diresse prima verso il bagno, si sfilò la sottile canottiera bianca, si tirò sulla nuca i lunghi capelli corvini e dopo essersi rinfrescata il viso andò a chiudere a chiave la porta della stanza da letto. Lo faceva sempre. Girandosi, poggiò le spalle nude alla porta che le trasmise una leggera e piacevole sensazione di freschezza. Chiuse gli occhi e un debole sorriso animò le sottili labbra.
Il mattino dopo, Anna si svegliò alle dieci, un orario insolito per lei che era un’abituale mattiniera, ma era sabato e non aveva impegni particolari, se non quello di studiare ed esercitarsi un po’ al pianoforte.
Nonostante ciò non aveva intenzione di abbandonare il letto per il momento. Era troppo piacevole farsi accarezzare dai deboli fasci di luce che penetravano dalle persiane chiuse e giacere supina con le morbide lenzuola di seta rosa a formare sinuose spire tra le gambe.
Quella notte aveva sognato. Era il solito sogno, quello che faceva quasi tutte le notti da quando era arrivata a Roma. Una casa, una vecchia casa, di notte, uno stemma sul portone di ferro e un violino che oltre il portone suonava una melodia che da sveglia non riusciva più a ricordare. Non era inquietante, anzi quel sogno aveva il potere di inebriarla di calma e fluttuante benessere, ogni volta sempre più intensamente.
Voleva ricordare quella melodia, quella mattina più di ogni altra volta.
Rimase a crogiolarsi ancora un po’ sul vecchio letto di ferro battuto, quindi si alzò e si diresse decisa verso il pianoforte.
Provò e riprovò curva sulla tastiera per quasi due ore, ma quelle note, nel sonno tanto familiari, di giorno svanivano come fantasmi nel tortuoso labirinto dei ricordi.
La schiena cominciava a dolerle e anche la testa dava segni di insofferenza all’ostinato sforzo mnemonico, così Anna, costretta a desistere, decise che una passeggiata per le vie di Roma sarebbe stato il giusto rimedio per rilassarsi.
Fece prima una doccia gelata e vestitasi alla meglio, uscì di casa.
Per le scale incontrò Tina la portiera intenta a lucidare il corrimano d’ottone canticchiando allegramente una canzone di musica leggera italiana, di quelle moderne.
“La odio questa musica.” pensò la ragazza, che non riuscì a trattenere una smorfia di disgusto.
“Buongiorno signorina Anna!…” la salutò Tina, accorgendosi della sua presenza. “…come va stamattina? Vedo che esce tardi.”
“Buongiorno Tina va tutto bene,ho solo dormito un po’ più del solito… Ah, mi potresti fare un favore?”
“Certamente signorina! Mi dica pure.” rispose la donna, assumendo una buffa posizione di “attenti”.
“Prenderesti per me il pane, giù da Michele il fornaio? Sai, io vado proprio dalla parte opposta e visto che è già tardi…”
“Ma certo signorina… per lei…”
“Grazie Tina, sei un tesoro!” la interruppe la ragazza, già saltellante per le scale.
“Signorina! Signorina Anna!..” strillò ad un tratto Tina.
“Cosa c’è?!” le domandò Anna già quasi nell’androne.
“Stamattina, prestissimo, quando era ancora buio si è fermato qui davanti un giovanotto alto, magro, un bel ragazzo con certi riccioli lunghi. Somigliava a quell’attore… mhmm… accidenti! Come si chiama…”
“Insomma Tina, cosa voleva?!” si spazientì Anna.
“Mi scusi, ha chiesto di lei… cioè ha chiesto se qui abitava una ragazza straniera che studiava musica..”
”E tu? Che gli hai detto?”
“Beh…gli ho prima chiesto il nome naturalmente e me lo ha anche detto, solo che era una nome straniero e non credo di averlo afferrato tanto bene… Comunque ho confermato, anche perché ho visto che in mano portava una valigetta, sa, di quelle a forma di mand… di violino e ho pensato che fosse un suo collega. E poi, era tanto garbato, proprio un giovane a modo…”
“Grazie tante Tina, però la prossima volta che qualcuno mi cerca informami direttamente. Va bene?”
“Va bene signorina, sarà fatto! Buona giornata.”
“Arrivederci Tina!” le rispose Anna tuffandosi nell’aria infuocata dell’estate romana. Non poteva sapere che non si sarebbero affatto riviste. Mai più.
Le strade erano quasi deserte nonostante l’orario di punta e il cielo era terso come non mai. Non una nuvola o un alito di vento. Le lussuose villette e i bei palazzi dalle facciate ben curate erano inondati dalla violenta luce del sole giunto al culmine del suo arco quotidiano.
Era uno spettacolo stupendo, ma Anna era completamente assorta a pensare a ciò che le aveva riferito la portiera.
Chi mai poteva essere?
Lei non conosceva nessun violinista…
E poi, quasi tutti i seminaristi erano occhialuti, con capelli corti e squadrati, tutti perfetti.
Nulla di lontanamente paragonabile al fascinoso sconosciuto descritto da Tina.
Intanto aveva percorso quasi due chilometri, sotto un sole assassino. La testa e le spalle cominciavano a scottare e i piedi racchiusi nei suoi inseparabili scarponi da montagna stavano per liquefarsi.
Il desiderio di trovarsi sotto il getto freddo e serrato della doccia eclissò sconosciuti e violini, facendola tornare sui suoi passi. Il ritorno fu un calvario e arrivata a casa, fradicia di sudore, ebbe giusto la forza di prendere il sacchetto col pane che Tina le aveva lasciato sull’uscio, riporlo da qualche parte e poi crollare sul divano, sfinita.
Si ridestò quasi a sera, rinfrescata da una piacevole, se pur flebile brezza. Il sudore le si era asciugato addosso e un filo di saliva le scendeva da un angolo della bocca. Con un smorfia di disgusto si passò il dorso della mano sulle labbra, si alzò e, claudicante si diresse verso la cucina, dove bevve del latte freddo e mangiò alcuni biscotti alle mandorle. Dopo aver fatto una rigenerante doccia, ancora nuda e bagnata si sedette al piano e suonò un malinconico pezzo di Ravel. E suonando rammentò che era sabato sera e che doveva andare al concerto con Jean ed Helena.
Quella sera era infatti previsto il concerto di un famoso quartetto d’archi che eseguiva brani di Mozart,Vivaldi e Pugnani.
Jean, suo collega francese del corso di pianoforte, aveva procurato i biglietti di invito, visto che l’esibizione era inserita nel programma di una importante festa privata organizzata da una ricca famiglia romana.
Veniva anche Helena, una graziosa ragazza austriaca che studiava flauto e, come loro si trovava a Roma per il seminario.
Ma quella sera Anna voleva restare a casa.
Da sola.
Non si sentiva dello spirito adatto ad affrontare una serata mondana.
Un sottile velo di angoscia avvolgeva la sua giovane anima colorandola di nero.
Ma decise che in fondo sarebbe stato più salutare uscire con gli amici e non assecondare il proprio tenebroso umore.
I consigli del diavolo appaiono sempre come i più saggi…
Chiamò Jean che alloggiava presso un albergo di via Veneto, a due passi dall’ambasciata americana., ma il centralino le comunicò che il suo amico era già uscito.
“Bene…” pensò “ starà venendo qui. Meglio cominciare a prepararsi…”
Ancora nuda, indugiò qualche minuto davanti l’armadio a muro appoggiandosi coi gomiti alle basse ante.
Scelse un vestitino bianco di lino molto leggero, che lasciava trasparire tutta la fresca sensualità del suo corpo di giovane donna e optò, tra mille indecisioni, per un paio di basse scarpe di cuoio acquistate di recente in un negozietto indiano. Raccolse i capelli in una lunga coda sopra la nuca e, quando il puntualissimo Jean suonò il campanello, Anna era pronta e felice di aver scelto di uscire.
Quando scese, trovò Jean ed Helena immersi in una fitta conversazione.
“Salve ragazzi! Come va?” disse Anna, costretta ad attirare la loro attenzione.
“Ciao Anna, perdonami per il leggero ritardo, ma sono prima passato a prendere Helena.” rispose Jean, che con il più affabile dei sorrisi invitò le ragazze ad avviarsi.
“Oh, non c’è problema. Probabilmente mi avresti trovata ancora nuda…”
“Non proprio male come eventualità!” esclamò il giovane.
“Allora Jean.“ intervenne Helena “Come si prospetta la serata?”
“Io direi che le premesse sono buone, anzi ottime: musica barocca, bella villa, gente di classe e soprattutto… belle ragazze!” esultò Jean squadrando le proprie compagne, ma soffermandosi più a lungo sulla giovane austriaca che gli rivolse un sorriso zuccherato.
Un evidente e ben accolto corteggiamento era in corso.
La serata in effetti fu molto piacevole. Le previsioni avanzate scherzosamente da Jean si rivelarono azzeccate. Il rinfresco era ottimo, abbondante e molto apprezzato da tutti. La musica era di qualità, ma come spesso succede negli eventi mondani che si rispettino, degnata di una attenzione molto parziale.
Il comportamento dei due compagni di Anna, poi era passato dal corteggiamento all’intesa più aperta.
Passata la mezzanotte, i tre decisero di ritirarsi e usciti dalla grande villa, passeggiarono a lungo per le vie di quella che certamente doveva essere una delle zone più prestigiose della città.
Tutti gli edifici, ville o palazzi che fossero, erano di vecchia costruzione e le loro caratteristiche denunciavano la grande rilevanza sociale ricoperta da coloro per i quali erano stati costruiti: giardini, grandi cancelli, immensi portali, stemmi, effigi, iniziali.
Fu proprio un vecchio palazzo, situato alla fine di una fila di edifici dalle facciate eleganti e austere ad attirare l’attenzione stupita di Anna.
Quel portone grigio, maestoso, di ferro e quello stemma, uno scudo alato, lei, lei li conosceva bene… li aveva già visti!
Ne era certa, ma non ne fece parola con Jean ed Helena, che intanto proseguivano la passeggiata, persi fra ammiccamenti, sorrisi e paroline soffiate all’orecchio.
Fissò di nuovo il portone, quindi attirò l’attenzione dei compagni.
“Hey, laggiù! Dico a voi piccioncini, mi sentite!?”
“Anna ma che fai ancora la?! E‘ tardissimo e io devo ancora accompagnare Helena!”
“Andate pure ragazzi! Ci vediamo lunedì al seminario… io… io proseguo da sola!”
“Ma… Anna è notte ed è pericoloso!”
“Non preoccuparti Jean, nessuno mi rapirà e poi sono quasi a casa!”
“Va bene, ma sta attenta!”
“Buonanotte Anna, ci si vede lunedì!” disse Helena già avvinghiata a Jean.
“Buonanotte.” sussurrò Anna intenta a fissare nuovamente il portone.
Ne era più che certa. Quella era la casa che le appariva in sogno, quasi ogni notte da quando si trovava in quella città.
Si sedette sui vecchi gradini di marmo levigati dal tempo e poggiò l’orecchio al portone che le comunicò una violenta sensazione di freddo. Sembrava non risentire affatto della calura estiva a cui era esposto. Anna rimase in quella posizione per qualche tempo. Voleva sentire se dall’interno giungeva qualche suono, dei rumori, ma nulla. Quella casa doveva essere profondamente addormentata, se non disabitata. Il silenzio di quel posto sembrava avvolgere tutte le cose intorno, privandole di ogni possibilità di produrre rumori. Anche Anna si rese conto di far parte di quel limbo silenzioso ed era più che convinta che se avesse voluto urlare, nessun suono sarebbe uscito dalla sua bocca.
“Ti stavo aspettando.”
Una voce profonda alle spalle della ragazza ruppe il silenzio poco dopo. Anna prese a tremare, incapace di muoversi o parlare.
“Non avere paura, non voglio farti del male.”
Il tono rassicurante e suadente, infuse un po’ di sicurezza in Anna che infine trovò la forza di voltarsi a guardare.
Lo sconosciuto era in piedi a un passo da lei, poteva avere venticinque anni o molti di più, aveva dei lunghi riccioli castani che gli ricadevano morbidamente sulle spalle e sulla fronte, i tratti del viso erano decisi ma ben proporzionati, le sopracciglia erano folte ed incorniciavano uno sguardo di un grigio profondo e cangiante. Anna si appigliò a quello sguardo e non riuscì a dire alcunché se non ad emettere un lieve gemito quando si accorse della custodia nera e lucente che lo sconosciuto portava con se. Dopo, un insopprimibile torpore l’assalì.
Si risvegliò distesa su di un grande letto a baldacchino molto vecchio, in una stanza anch’essa molto grande immersa nella penombra. Confusa, Anna continuava a guardarsi attorno.
Quella doveva essere una delle stanze della casa, dedusse, ma non riusciva a ricordare come ci fosse arrivata.
“Mon Dieu… questa stanza è immensa!” esclamò sottovoce, contemplando il tetto altissimo e scarsamente illuminato dalla pallida luce che filtrava da tre grandi finestre incorniciate da drappeggi di velluto viola.
Questi davano su un cortile interno completamente invaso dalle erbacce e reso ancora più malinconico dalla tenue luce prodotta da una timida mezzaluna.
Ad un tratto una porta venne sbattuta in una delle altre stanze e subito dopo un suono di violino, prima flebile e delicato, poi sempre più intenso e spigoloso invase la casa, trapassando le vecchie pareti e arrivando dritto al cuore di Anna.
La ragazza riconobbe subito quel motivo.
Era quello che invano aveva cercato di ricordare e proprio come nel sogno una calma torbida e irreale si impadronì di lei.
Si diresse allora verso la porta socchiusa della camera e uscì nel corridoio completamente avvolto dalle tenebre. In fondo, una fioca luce gialla filtrava dalle fessure di una porta e Anna vi si diresse, sapendo che dentro quella stanza il violinista misterioso era impegnato a produrre quella melodia che così tanto l’ammaliava. Percorse quella distanza con la ostinata lentezza di una sonnambula, quasi seguisse il ritmo ipnotico della musica.
Quando finalmente arrivò alla porta e l’aprì, trovò lo sconosciuto dagli occhi grigi ritto al centro di un salone completamente disadorno. L’unico arredamento era rappresentato da un massiccio candelabro di bronzo che sorreggeva tre candele nere.
Lo sconosciuto le dava le spalle e i suoi piedi uniti puntavano come frecce un grande scudo alato rosso dai bordi gialli dipinto sul pavimento.
Come un automa, Anna si avvicinò a lui, posò una mano sulla sua spalla destra percorsa da movimenti ritmici e pieni di un’energia strana, rabbiosa, sovrumana. Più egli suonava, meno ad Anna interessava sapere chi fosse o come si chiamasse e meno ancora le passava per la testa di andarsene da quel posto, uscire da quella situazione che agli occhi di qualsiasi persona nel pieno delle proprie facoltà avrebbe sortito un effetto tutt’altro che conciliante e pacifico.
La musica cessò e il violinista si voltò a guardare la ragazza.
Era cambiato. Il suo volto aveva un’espressione provata e sofferente. La pelle di una pallore mortifero era tesa e gli occhi, i grandi occhi grigi brillavano di una luce malefica nella cornice di occhiaie nere e profonde. Anche le mani, erano cambiate. Ora, avevano l’aspetto di terrificanti artigli avidi di preda.
Tutto ciò, purtroppo, Anna non era in grado di notarlo.
Rimaneva lì, con il braccio proteso verso lo sconosciuto che ad un tratto cominciò a girarle lentamente intorno…
“Il mio nome è Gabriel Moreda.” esordì in tono grave.
“ La mia nobile famiglia arrivò qui dalla Spagna molti secoli fa, quando ancora in quella terra era permesso ad un infido manipolo di preti di dettare legge seminando terrore e sospetto. Roma permise ai miei antenati di prosperare e per generazioni i Moreda sono stati sinonimo di umanità e integrità morale, oltre che di potenza e ricchezza. Per secoli dunque la nostra famiglia edificò, pietra su pietra la fortezza del proprio prestigio, fino a quando non venni al mondo io: la rovina!
Condussi fin dalla più tenera età una vita viziata e dissoluta, lussuriosa, violenta. L’unica dignitosa arte alla quale mi dedicai fu la musica il cui spirito nobile tuttavia spesso mi dilettai a corrompere per farne strumento di seduzione e perversione.
Il giorno del mio ventisettesimo compleanno, il due di gennaio dell’anno milleottocentottantacinque fui sorpreso in intimità con una gentildonna dal marito di lei proprio nella stessa stanza da letto nella quale la coppia consumava, secondo quanto è scritto il vincolo del matrimonio.
Fuori di sé, l’uomo mi trafisse con un’unica stilettata al cuore e tale e tanto fu l’odio che provai mentre la vita fuggiva da me che da allora il mio corpo e la mia anima malvagia furono condannate a vagare nei secoli alla perpetua e disperata caccia di anime in grado di alimentare il fuoco maledetto che m’arde dentro.”
Detto questo Gabriel riprese a suonare, mentre Anna si distendeva lentamente sullo scudo alato.
Quella stessa notte, intorno alle tre, i vicini udirono delle terribili urla di spasimo seguite dalle lunghe, dolenti note di un violino provenire da palazzo Moreda, abbandonato dagli ultimi discendenti della nobile famiglia agli inizi del Novecento.
Dopo alcune ore la polizia rinvenne all’interno del palazzo il corpo senza vita di una giovane sui vent’anni. Apparentemente si trattava di morte naturale, ma l’esame autoptico rivelò che il cadavere era assolutamente ed inspiegabilmente SENZA CUORE!
 

 

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