Emanuele Chiricallo |
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science fiction
LA MACCHINA
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Emanuele
Chiricallo |
L'aria mancava; quel poco
che c'era era asfissiante:
colpa dei vapori emanati
dalla Macchina, caldi e
umidi; con la loro
pesantezza sembravano a
volte avere una consistenza
fisica. La poca luce che
filtrava dalle finestre, più
che illuminare l'antro buio,
sembrava voler ricordare che
fuori esisteva un mondo dove
c'era un sole che splendeva
alto nel cielo. Fuori,
quindi inaccessibile,
irraggiungibile. Eppure una
volta, tanto tempo prima...
Ma poi venne la società del
capitale e con lei venne
anche la dominatrice, ciò
che piegava tutto al suo
volere.
La Macchina.
I fantocci facevano
meccanicamente il loro
lavoro, automi che
producevano indefessamente
per Lei.
La Macchina.
E la Macchina ringraziava
con i suoi vapori fetidi,
con il buio della sua casa;
in offerta omaggio (come
adorava questa frase la
Macchina!) dava ai fantocci
le sue belle uniformi,
naturalmente tutte uguali.
Con quelle addosso, anche i
fantocci parevano tutti
uguali. Forse lo erano.
Be', era la tecnologia, il
progresso, bla bla bla...
Tante parole erano state
dette, milioni di miliardi,
quando ne bastava una, una
sola.
La Macchina.
I fantocci stavano svolgendo
le loro mansioni alla catena
di montaggio della Macchina,
credendo di creare, ma
costruivano solamente... e
sterilmente. I cilindri e i
meccanismi della Macchina si
muovevano nella loro
perfetta armonia e i
fantocci sembravano proprio
seguire il tempo degli
ingranaggi; Macchina e
fantocci si muovevano
all'unisono, erano una cosa
sola.
Poi uno dei fantocci
(inammissibile!) sbagliò, e
fu trascinato dal nastro
trasportatore della catena
di montaggio. Non cercò
nemmeno di divincolarsi,
subì passivamente il suo
destino. Il nastro lo portò
dritto alla fine, dove a
nessun fantoccio era
permesso di arrivare. Lì,
vide la faccia nascosta
della Macchina, il suo vero
volto: due enormi palle nere
come la pece e, soprattutto,
due enormi fauci pronte ad
ingoiare chiunque
(soprattutto quelli che
sbagliavano...).
Il fantoccio fu divorato
dalla Macchina; i pochi
resti furono buttati
nell'immensa zona-spazzatura
all'altro capo di quel
triste posto. Il sangue, di
un rosso vivo, sgocciolava
ancora e imbrattava alcuni
cumuli di immondizia, unica
testimonianza di un'umanità
che non era più.
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