Maria Elena Cristiano |
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horror
FUMO
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Maria
Elena Cristiano |
Il fumo azzurrognolo aveva
formato una coltre nebulosa
che aleggiava pigra attorno
alla luce a neon
impolverata, l’odore acro
del tabacco aveva impregnato
ogni lembo di stoffa della
stanza e si mescolava
impercettibilmente a quello
più pungente dell’alcool di
marca scadente, donando alla
stanza un vago sentore di
obitorio.
Da fuori provenivano
incessanti le urla del
pubblico pagante, li
immaginava, li fiutava,
accaldati e maleodoranti a
sbraitare il suo nome come
se il ripeterlo potesse fare
avverare chissà quale
recondito desiderio.
“Carne morta”.
Sussurrò allo specchio di
fronte al quale era seduto.
Spense l’ennesimo mozzicone
nel posacenere accanto al
divano ed esalò lugubre
l’ultimo sbuffo di Marlboro
prima della mattanza, non
c’era altro modo per
definire lo show che da
quasi dieci anni si
accingeva a replicare con
metodica devozione e
straripante noia.
“Cinque minuti e sei in
scena mostro”.
Gary, il trovarobe, lo stava
avvertendo dal corridoio del
backstage, non rispose,
sapeva benissimo quanto
mancava all’inizio dello
spettacolo ed era
perfettamente pronto a dare
il peggio si sè, il meglio,
si era accorto, non
interessava veramente a
nessuno.
“Pagherebbero qualunque
cifra per un’ora di sorrisi,
ma darebbero la vita per
venti minuti di odio” era la
frase con la quale Mike, il
suo primo agente morto di
overdose quattro anni prima,
lo aveva convinto ad
abbandonare i panni del mite
chitarrista jazz per
indossare quello che sarebbe
divenuto il suo attuale
sudario: Monster, il dio del
rock.
“Che stronzata” sorrise e
riprese a dipingersi le
labbra di nero, aprì il
cassetto della toletta ed
estrasse la custodia delle
lenti a contatto che infilò
con gesto rapido ed esperto.
Si alzò accompagnando
l’impresa con una dolorosa
imprecazione, gli anni si
cominciavano a far sentire e
la sciatalgia anche. Prese
dall’armadio la fida
parrucca di ricci neri e la
calzò con cura sui capelli
biondi dal taglio a spazzola
stile old marine.
Si rimirò per qualche
istante riflesso fra le
lampadine che contornavano
la superficie ombrata dello
specchio, l’opera di
restauro era riuscita
perfettamente anche per
quella sera. La sua figura
magra era inguainata in una
aderente tutta di pelle nera
che metteva in risalto il
fisico scolpito da ore di
palestra pomeridiana, i
ciondoli inneggianti al
Signore delle tenebre erano
stati lucidati e fissati ai
bottoni della salopette in
modo che risaltassero ed
attirassero l’attenzione dei
babbei che anche quella
notte avrebbero rimpinguato
il suo conto in banca, il
volto era semplicemente
spettarle e le lenti a
contatto azzurro ghiaccio lo
rendevano più demoniaco del
solito.
“Un minuto mostro, sbrigati,
la fuori stanno già dando di
matto”.
Uscì sbattendo
fragorosamente la porta alle
sue spalle, recitò
mentalmente qualche frase
scaramantica ed uscì sul
palco gridando, avvolto
nella solita mefistofelica
nuvola di fumo, che avrebbe
dovuto simulare la porta
sulfurea dell’inferno, ma
che in realtà null’altro era
se non una sonora ed odorosa
dose di borotalco per
bambini soffiato da un
vecchio ventilatore a pale.
(Beccatevi la vostra dose
quotidiana di bugie, piccoli
bastardi) pensò (osannate il
mostro e pregate che il
Diavolo accetti la vostra
anima, io non vedo l’ora di
tornare in albergo e farmi
una doccia, devo sentire mia
figlia prima di
addormentarmi, devo
effettuare l’ultima
transazione in banca prima
che il net si intasi di
chatters e devo fissare il
mio prossimo incontro con lo
psicanalista. Altro che
cantante maledetto, se solo
sapeste quanto anonima è la
mia vita e quanto è bello
essere anonimi e normali vi
verrebbe voglia di urlare
per davvero).
“MONSTER, MONSTER, MONSTER”
Si avvicinò alla folla che
si accalcava sotto le
transenne e lo spettacolo
ebbe inizio.
Alle due e mezza di una
notte senza luna e con poche
stelle era sdraiato in stato
di semi incoscienza sul
letto matrimoniale di un
solitario alberghetto a
pochi chilometri dal teatro
nel quale si era esibito;
aveva adempiuto a tutte le
sue mansioni:aveva esaltato
il pubblico, squartato un
paio di bambolotti-neonati
rigonfi di vernice rossa per
auto durante una personale
rivisitazione di una messa
nera, aveva augurato la
buona notte alla figlioletta
di sette anni che ora
dormiva placida nel suo
caldo lettino fra le cure
non proprio amorevoli della
sua ex-moglie, aveva
controllato l’andazzo delle
sue azioni bancarie, e
finalmente poteva godersi un
meritato riposo.
“La quiete dopo la tempesta”
mormorò alla stanza vuota.
Si issò a fatica a sedere
sul letto sfatto e si
osservò nello specchio di
fronte alla spalliera:
strano, pensò, era convinto
di essersi tolto la parrucca
appena rientrato nel
camerino dopo lo spettacolo,
si passò una mano sulla
testa ed i suoi polpastrelli
accarezzarono le punte
ispide dei cortissimi
capelli naturali.
Si avvicinò titubante alla
sua immagine riflessa: la
sagoma in boxer compiva
esattamente i suoi medesimi
movimenti, ma il suo viso
era incorniciato da lunghi
capelli neri ed i suoi occhi
rilucevano di una tetra luce
azzurrognola.
“O Cristo!”
“Non proprio”.
“O Dio...”
“O me, fai prima”.
Si sedette di fronte
all’immagine distorta e
sfiorò la superficie vitrea
con la punta delle dita, il
suo speculare gemello fece
altrettanto, ma sorridendo.
“Alla fine è successo”
bofonchiò “mi aveva
avvertito il mio analista
che prima o poi sarei
entrato in conflitto con il
mio personaggio, ed ora ci
siamo, ben venuto nel club
degli esaurimenti nervosi
amico!”.
“Non sei pazzo James Edgar
Manson, sei molto più savio
di tanta gente di mia
conoscenza, ed anche più
fortunato”.
“Parla anche, è peggio di
quanto credessi...”.
“Sei convinto che questa
apparizione sia frutto di
una tua forma di follia?”.
“Sì, lo ritengo alquanto
probabile”.
“Ti sbagli, James, se vuoi
mi presento in grande stile
con una abbigliamento e
delle sembianze più vicine
alle rappresentazioni
popolari che mi ritraggono”.
“Prego?”.
“Smettila di far finta di
non capire, mi hai evocato
per così tanto tempo, così
insistentemente e con modi
così convincenti, anche se
devo ammettere che l’heavy
metal è troppo anche per me,
che non potevo più esimermi
dal degnarti di un
incontro”.
“Tu... proprio tu...
saresti... il...”.
“Diavolo, esattamente”.
“Oddio...”.
“Mai imprecazione fu meno
azzeccata figliolo. Ho
deciso di assumere l’aspetto
del tuo alterego, ho
ritenuto che fosse meno
traumatico e demodè del
solito caprone puzzolente”.
“Il diavolo”.
“Sei monotono...”.
“E cosa vuole da me il
diavolo?”.
“E cosa mai potrà volere da
uno dei suoi più abili
pubblicitari: la tua anima,
è ovvio”.
“E scommetto che in cambio
mi offrirai fama, denaro,
immortalità, ecc., ecc., non
ho mai creduto a queste
cose, insomma io ci campo
vendendo fumo ai creduloni,
io sfrutto la loro malafede,
le loro paure ed i loro
desideri, amico io vendo un
prodotto!”.
“E lo vendi talmente bene
che io ho deciso di
comprarlo, signor Manson ho
voglia di concludere una
transazione con te”.
L’immagine bidimensionale si
avvicinò al limitare dello
specchio la cui superficie
prese a gonfiarsi ricalcando
esattamente le fattezze del
mefistofelico interlocutore
che acquistò spessore
corporeo in un attimo,
mettendosi a camminare
tranquillamente per la
stanza illuminata con passo
spedito e signorile.
“Non credo di avere nulla
che mi interessi venderti”.
“Non ti ho ancora fatto la
mia proposta”.
“Non mi interessa ciò che
hai da propormi. Il successo
ce l’ho, i soldi non mi
mancano, le donne mi
disgustano già da un paio di
anni, non c’è niente che tu
possa offrirmi”.
“La felicità, ecco cosa
posso offrirti. Sei mai
stato veramente felice in
questi ultimi dieci anni
James?”.
“Queste sono proposte da
angelo mio caro”.
“La felicità che intendo io
è molto diversa
dall’accezione celeste; io
ti offro la felicità senza
condizioni, niente rimorsi,
niente ripensamenti, niente
fatica, ti offro
l’opportunità di essere
amato da chiunque senza che
tu debba far nulla per
meritare tale sentimento. Le
folle penderanno dalle tue
labbra, i fans si
moltiplicheranno a
dismisura, nessuno sarà più
in grado di resistere ai
tuoi voleri, per ottenere
qualunque cosa ti basterà
allungare la mano e
prenderla”.
“Non ...”.
“Tua figlia, James”.
“Melanie non c’entra nulla
in questa storia, non è mai
stata coinvolta con la mia
vita, non è mai stata
veramente mia”.
“Lo sarebbe; adorerebbe il
suo papà, non lo guarderebbe
disgustata perchè la sua
mamma le ha mostrato le foto
degli spettacoli, non si
spaventerebbe all’idea di
salire da sola in macchina
con lui perchè uccide i
bambini sul palco
scenico...”.
“Io non farei mai del male a
mia figlia, non l’ho mai
fatto a nessuno”.
“Lo so James, io so tutto di
te, so quello che pensi,
quello che vuoi, quello che
sogni e so che posso donarti
tutto questo, compreso
l’amore, anzi no, la
venerazione di Melanie”.
James aveva gli occhi
iniettati di sangue e
continuava a fissare Monster
ritto davanti a sè pervaso
da un milione di pensieri
contrastanti.
“Cosa vuoi in cambio?”.
“La tua anima, e...”.
“E, cosa?”.
“E voglio una prova della
tua devozione”.
“Parla”.
“Bene, bene, bene” e si
sedette sulla sponda
sinistra del letto “hai
sempre inneggiato a me nei
tuoi spettacoli, e a dire il
vero mi hai già reso un buon
servigio, non sai quanti
giovani adolescenti
foruncolosi hanno compiuto
atti di violenza o di
autolesionismo ascoltando i
tuoi brani, contribuendo in
tal modo a dannare, almeno
in parte, la loro inutile
anima, ma tu, amico mio, non
hai mai fatto nulla di
concreto per me, mai un
gesto, una preghiera,
qualcosa insomma che mi
inducesse a credere nella
tua fede, buffo gioco di
parole, nevvero?” rise, e
per la prima volta James fu
certo che ciò che aveva
dinnanzi non aveva nulla di
umano.
“Dunque ora pretendo che tu
mi dimostri obbedienza”.
“Come” aveva un pulsante
cerchio alla testa e fremeva
dalla voglia di concludere
quella irreale
conversazione.
“Uccidi qualcuno in nome
mio, un buon vecchio
sacrificio umano vecchio
stile, un atto sabbatico in
piena regola, amo le novità,
ma sono così drammaticamente
attaccato alle tradizioni”.
“Uccidere qualcuno? Sei
pazzo”.
“No, sono il diavolo…”.
“E come, quando?”.
“Accetti allora signor
Manson?”.
“Ed in cambio avrò...”.
“Tutto l’amore e la
devozione del mondo”.
“Accetto” deglutì
rumorosamente.
“Allora ascoltami, non mi
piace ripetere le cose due
volte, presta attenzione e
non mi deludere... che lo
show abbia inizio”.
Si svegliò l’indomani con
una forte sensazione di
stordimento e con una
tremenda emicrania che lo
costrinse a banchettare con
caffè ed analgesici
innaffiati da una sostenuta
dose di burbon.
Verso l’una di una mattina
infuocata decise di fare
quattro passi per la città,
non rammentava neppure il
nome dell’ennesima località
di provincia che aveva
ospitato il Tour e che si
sarebbe in fretta
dimenticata del passaggio di
quella carovana di invasati
che per una notte avevano
portato una ventata di
eccentricità ad animare la
vetusta e consolidata
routine del piccolo centro.
Camminava lentamente con le
mani affondata nelle tasche,
un paio di occhiali scuri
dalla montatura pesante di
ottone che scintillava
funesta fra i raggi obliqui
del sole estivo.
Nessuno badava alla sua
figura, smilza e trasandata
che vagava senza meta fra i
banchi del mercato e che si
fermava a spiare dagli
angoli dei palazzi gruppetti
di ragazzi e ragazze intenti
ad amoreggiare o a scherzare
più o meno amabilmente,
forti dell’invulnerabilità
della loro adolescenza.
Ad un tratto la sua
attenzione fu catturata da
una giovane mora che sedeva
appartata su di un muretto
nei pressi della fermata del
bus, aveva i lunghi capelli
lisci raccolti in una coda
di cavallo legata da un
nastro nero, un paio di
luridi jeans blu stinti e
malconci che dovevano essere
almeno un paio di taglie più
grandi della sua ed una
t-shirt nera con impressa
l’effige di una croce
scarlatta. La ragazza doveva
far parte del gruppetto che
stava allegramente
dissertando sulla
conclusione del campionato
di Basket universitario, ma
non sembrava prestare molta
attenzione alla confusione
che animava i suoi compagni,
aveva l’aria assente e lo
sguardo perso in un punto
indefinito lungo una
traiettoria immaginaria dove
solo lei poteva seguire il
volo pindarico dei suoi
pensieri.
Si avvicinò e le si sedette
affianco, la giovane non lo
degnò neppure di uno
sguardo.
“Salve”. Le disse
cordialmente. Nulla.
Le toccò leggermente una
spalla e la ragazza sobbalzò
come se fosse stata punta da
un’ape.
“Ma sei scemo!” lo apostrofò
con poca grazia”chi cacchio
sei?”.
Si sfilò gli auricolari dai
quali rombò un’assordante
assolo di chitarra
elettrica.
“Ecco perchè non mi sentivi”
aggiunse lui sorridendo.
“E che motivo avrei di
starti a sentire, vecchio?”.
(La detesto, credo che
sceglierò proprio lei)
pensò.
“Bhe, per cortesia,
innanzittutto, o hai paura
di parlare con uno
sconosciuto?”.
“Sentite il nonno com’è
spiritoso” urlò verso i
ragazzi poco distanti
“questo tipo mi chiedeva se
ho paura di parlare con gli
sconosciuti!”.
Si levarono alte risa e
qualcuno indirizzò a James
qualche esplicito e volgare
gesto di scherno.
“Non ho paura di parlare con
gli sconosciuti bello, sono
gli sconosciuti che
dovrebbero averne di parlare
con me”.
“Diglielo Batsy!” gridò
qualcuno da dietro le loro
spalle.
“Sei una tipa pericolosa,
dunque”.
“Lo puoi ben dire cocco, ne
vuoi una prova?”.
“E perchè no, devi essere
una di quelle asociali,
introverse, complicate teen
ager che si stordiscono
dalla mattina alla sera di
metal, divorano libri e film
dell’horror, e sono certe
che non ci sarebbe fine
migliore per i propri
genitori che quella di
essere le prossime vittime
di Freddie Kruegher”.
“E allora, ci trovi qualcosa
da ridire?”.
“Per carità, sono
esattamente il mio tipo di
donna”.
“Bello se mi vuoi
rimorchiare sei fuori tiro
massimo...”.
“Non ho nessuna intenzione
di rimorchiarti, non una
tipa dura come te, sono
convinto che gli uomini te
li scegli da sola già da un
paio d’anni”.
“Puoi dirlo forte, e li
faccio anche stancare da un
paio d’anni, tesoro”.
“Ohhhhhh!!!” le urla dal
gruppetto si fecero più
forti ed i ragazzi
cominciarono ad avvicinarsi
alla singolare coppia che si
era formata per ascoltare
meglio i toni aspri della
conversazione, la cosa si
stava mettendo piuttosto
bene, se Betsy avesse
continuato a prendere in
giro il vecchietto
probabilmente ci sarebbe
scappata anche una piacevole
rissa, e non riuscivano
proprio ad immaginare modo
migliore per concludere un
noioso pomeriggio estivo.
“Ok, ma oltre a saper
parlare di sesso e di morte,
avresti anche il coraggio di
fare qualcosa di concreto?”.
“Del tipo?”.
Si tolse gli occhiali da
sole ed estrasse dal
portafogli che teneva nel
taschino interno della
camicia un biglietto da
visita che porse alla
ragazza, la quale dopo
averlo guardato con aria di
disprezzo lanciò un
gridolino strozzato: “Ma è
uno scherzo?!”chiese
eccitata.
“No, mi chiamo James Mason ,
e sono l’agente di Monster”.
Al suono di quel nome il
capannello di giovani si
fece ancora più dappresso ed
iniziò a porre domande
concitate che si
accavallarono fra loro
creando un imbarazzante
frastuono.James levò una
mano in segno di silenzio, e
la piccola folla obbedì,
dopo tutto poteva essere in
palio un incontro con uno
dei loro idoli, era meglio
prestare la massima
attenzione.
“Stiamo cercando comparse
per lo show di domani, una
delle ragazze si è
infortunata dopo lo
spettacolo di ieri” e fece
un gesto teatrale con la
mano come se stesse
accendendo una sottile
sigaretta, altre risa: “Ha
ballato una volta di troppo
con Mary ...” fischi di
approvazione e risatine.
“Esattamente, in conclusione
abbiamo bisogno di una
sostituta”.
“E tu stai pensando a me?”
un soprano non avrebbe
saputo scandire meglio
quelle sillabe.
“Se ti interessa...”.
“Interessarmi! Ma scherzi
amico, io darei la vita per
poter toccare Monster!!”.
“Bene, allora non mi ero
sbagliato sul tuo conto”.
“E cosa dovrei fare...
insomma io so cantare,
ma...”.
“No, no tesoro, non ci siamo
capiti, mi serve una ragazza
che partecipi alla messa in
scena del rito sabbatico del
secondo atto della
performance”.
“Mitico...”.
“Il che vuol dire che sei
d’accordo, giusto?”.
“Certo! Farei qualunque cosa
per essere su quel palco”.
“Compreso spogliarti e
fingere di essere una
vittima sacrificale?”.
“Dai Betsy, non sarà la
prima volta che qualcuno
ammira i tuoi gioielli!” il
ragazzo con i capelli rossi
ed il volto tempestato di
efelidi aveva sparato quell’affermazione
con la violenza di un colpo
d’arma da fuoco.
Betsy scosse la testa
sorridendo niente affatto
imbarazzata dal tenore delle
proposte e della
conversazione.
“Accetto”.
“Hey, e i tuoi che ne
penseranno? Devo pormi certi
scrupoli, in fin dei conti
credo che tu sia ancora
minorenne”.
“I miei non si accorgono
nemmeno della mia presenza,
troppo persi nei loro affari
personali di carriera ed
amanti, e poi ho diciassette
anni e mezzo” l’orgoglio di
quella rivelazione le
pervase il volto di un
rossore fiero, se fosse
arrivata al suo trentesimo
compleanno sarebbe stata
senz’altro una donna molto
affascinante, se ci fosse
arrivata...
Si alzò e calzò con cura gli
occhiali da sole sul naso
adunco.
“Affare fatto allora Betsy”e
le tese la mano; la ragazza
la strinse con gratitudine
manifesta.
“Ci vediamo domani sera
verso le sette nel back
stage del teatro, ti
spiegherò cosa dovrai fare
esattamente e ti presenterò
Monster, sarà lieto di
constatare la dedizione dei
suoi fans”.
Li salutò con un cenno della
mano e si allontanò nella
medesima direzione dalla
quale era venuto.
Le urla festanti dei ragazzi
alle sua spalle gli
strapparono un vago sorriso.
Doveva sbrigarsi, c’era uno
show da portare avanti.
La notte passò tranquilla e
senza incontri; si sorprese
più volte, desto, a fissare
con occhi spalancati la sua
immagine riflessa nello
specchio oblungo che
ammiccava, lucente, di
fronte al suo letto, ma
nessuno si presentò a
turbare il suo concitato
sonno.
La mattina si alzò di buon
ora, restò immobile sotto il
getto scrosciante della
doccia fredda osservando
rapito gli strani e
serpeggianti gorghi che i
sottili rivoli di acqua
formavano sull’anello
metallico del discarico
prima di svanire per
perdersi in un fiume
sotterraneo e nascosto che
li avrebbe inglobati come
figli spersi e da poco
ritrovati.
Fece un paio di telefonate,
una al suo agente per
avvertirlo che non avrebbe
rispettato le scadenze dei
prossimi due concerti, le
obbiezioni di Greg gli
fecero venir voglia di
ringhiare, ma sbattergli il
ricevitore in faccia e
troncare quella sequela
incoerente di ululati da
cane ferito, lo fece sentire
ancor più padrone della
situazione.
La seconda chiamata lo fece
ripiombare nella sua solita
depressione di genitore
inconcludente e frustrato:
tentò di parlare con Melanie,
ma la bambina si rifiutò di
concedergli anche solo un
breve saluto e la voce
sterile e monotona della sua
ex-moglie lo apostrofò con
la grazia e la comprensione
alla quale si era abituato
nei trascorsi otto anni di
catastrofe, ossia di
matrimonio: “Mia figlia non
ha nessuna intenzione di
parlare con un pazzo che si
diverte a squartare bambini
su un palcoscenico, prova a
cambiare vita James e forse
riuscirà a vederti come un
essere umano”.
Un lungo sibilo metallico
pose fine per quella
mattinata ai suoi sogni di
una famiglia felice, o solo
di famiglia.
Fece colazione in camera e a
dire il vero, non toccò
quasi una briciola di tutto
ciò che la cameriera
,ammiccante ed ancheggiante
come non mai, gli aveva
portato.
Si stese sul letto fino
quasi alle cinque e poi,
messi gli abiti di scena
nella solita valigetta di
pelle nera, si recò a
preparare lo show.
Arrivò in teatro poco dopo,
non salutò nessuno e si
precipitò a sbirciare il
dietro le quinte per
accertarsi che la sua
prescelta non avesse avuto
ripensamenti dell’ultim’ora.
Betsy era lì, con il solito
paio di pantaloni troppo
larghi e troppo sgualciti,
un sorriso tirato impresso a
fuoco sulla faccia pallida
ed un po’ spaesata.
Si diresse in camerino a
passo di carica, chiuse a
chiave la porta alle sue
spalle, aprì la valigia, ne
estrasse il contenuto. Si
spogliò in fretta, si calzò
con cura i pantaloni neri e
la canottiera rosso sangue,
si aggiustò la parrucca
stando attento a non
rovinare la piega dei ricci
che aveva messo a posto con
dovizia la sera precedente,
infilò le lenti a contatto
azzurre e si accinse a
dipingersi le labbra di
nero. Quando ebbe terminato
Monster lo fissava immobile
ed inespressivo come un boia
in attesa di compiere
giustizia.
Per un attimo l’irrealtà d
ciò di cui era stato
testimone poco tempo prima e
l’atrocità di ciò che si
accingeva a compiere lo
assalì con tutto il peso
della male che pervade il
mondo.
Si portò le mani alla faccia
e con un gesto di stizza si
levò il rossetto con un
rapido fendente del polso
tracciando un lungo solco
nero lucido sulla pelle
diafana.
“Cosa sto facendo...”.
Ma poi il volto minuto di
Melanie che lo guardava
atterrita nascondendosi
dietro le gambe abbronzate
della madre per difendersi
da lui, dal mostro che
mangia i bambini, si
proiettò violenta e reale di
fronte ai suoi occhi
offuscati dalle lacrime.
Prese il rossetto e ritoccò
ciò che aveva appena
guastato.
Dopo tutto c’era uno show da
mandare avanti.
Betsy si era seduta sugli
scalini del retro palco e
guardava attonita il
febbrile via vai di tecnici
delle luci, del suono, di
ragazze in reggicalze che
cercavano i resti dei loro
costumi sotto gli occhi
incuranti dei trova robe che
ormai adusi a certi
spettacoli, sembravano non
notarle neppure.
“Sei tu la ragazza che ha
mandato James?” anche la sua
voce era diversa, più roca,
più profonda, malefica e
affascinante.
Betsy alzò gli occhi e
assenti con un gesto leggero
del capo.
“Io sono Monster, e tu chi
sei?”.
“B-Betsy, Betsy Miller”.
Si strinsero la mano con
forza.
“Bene signorina Miller, ti
aspettavo un po’ più
graziosa, ma in tempo di
carestia non badiamo a certi
particolari”.
“Bhe io... in genere sono
più carina di così, ma sono
un po’ ecco... nervosa e
s...”.
“Spaventata, lo so, spavento
la gente per mestiere io,
seguimi, devo spiegarti per
cosa mi servi”.
Lui avanzò con passo spedito
verso il palco, lei lo seguì
come un cagnolino
obbediente.
“Right, a metà del secondo
tempo dello spettacolo
entrerà una sorta di tavolo
coperto da un drappo
nero...”.
“Lo so ero fra il pubblico
due sere fa... sei stato
eccezionale, io...”.
“Meraviglioso e
raccapricciante, bando ai
complimenti, ascolta.
Dunque, quando entra il
tavolo tu fa il tuo ingresso
dall’altra parte del palco”
ed indicò la parte opposta
delle quinte da dove una
ballerina discinta li stava
osservando, chiedendosi con
rammarico ed astio perchè
mai Monster avesse
rimpiazzato lei, abile
spogliarellista di
professione, con quella
insipida bambolina dal volto
sparuto.
“Avanzi fino al bordo del
tavolo, mi fissi e ti sfili
la camicetta, poi ti giri
verso il pubblico in modo
che tutti possano osservare
bene le tue grazie, quindi
ti sdrai sul tavolo e chiudi
gli occhi, io mi avvicinerò
dopo pochi minuti, urlerò
qualcosa di incomprensibile
verso di te, non ti
preoccupare di capire cosa
dico perchè non lo neppure
io, lo invento ogni sera...”
La ragazza sorrise
imbarazzata.
“Fatto questo ti trafiggerò
con un coltello dalla lama
retrattile, sgorgheranno
fiumi di inchiostro rosso,
tu resterai immobile e con
gli occhi ben chiusi,
ricordati solo di spalancare
le braccia non appena ti
colpisco e di lasciarle
immobili lungo i fianchi
finchè non ti avranno
portata via ancora stesa sul
tavolo, non ti devi muovere
per nessuna ragione, non c’è
nulla di più ridicolo che un
cadavere che apre gli occhi
per vedere che effetto ha
sortito la sua esibizione
sul pubblico. Siamo
professionisti qui piccola,
vendiamo paura e la paura è
una cosa seria. Sei certa di
rammentare tutto quello che
ti ho detto?”
“Sì”.
“Ok, adesso sparisci e fatti
dare il costume da qualcuno,
ci si vede fra circa tre ore
sul palco, e niente errori
baby, se no ti trafiggo con
qualcosa di non retrattile,
siamo intesi?”.
“Certo Monster, farei
qualunque cosa per te”.
“Lo so” le strizzò l’occhio
e svanì dietro il palco.
Lo show stava per avere
inizio.
Si accorse di non essere
particolarmente nervoso
mentre si esibiva per la
solita moltitudine di
decerebrati urlanti.
La voce gli resse bene per
tutte le prime canzoni, cosa
che non gli accadeva da un
paio d’anni, era carico e
tagliente come agli esordi
ed anche la band sembrava
aver notato questa sua
ritrovata presenza di
spirito, non lesinando bis e
acrobazie di accordi urlati
e sofferti sopra le Fender
quasi fumanti.
L’intervallo durò meno del
solito, il pubblico era
scatenato e non aveva
nessuna intenzione di
attendere che il suo mito
riprendesse fiato
lasciandolo all’asciutto per
più di dieci minuti.
Monster li possedeva, se ne
nutriva, li amava e li
odiava con ogni sfumatura di
voce, con ogni goccia di
sudore, con ogni rantolo di
finta rabbia e loro erano
suoi, volutamente schiavi di
un’immagine senza
sostanza,di una bugia sui
tacchi alti, di un raggio
d’ombra che offuscava per lo
spazio di una canzone la
monotonia a colori delle
loro vite.
Il tavolo coperto dal drappo
nero fece il suo ingresso.
Il cuore di James prese a
battere all’impazzata.
Betsy entrò pochi istanti
dopo: adorabile con la
camicetta bianca ed il
gonnellino da collegiale blu
con le pieghe che le
scivolavano appena sulla
superficie dei polpacci.
Avanzò come una vestale, si
fermò esattamente all’angolo
del blasfemo altare, si
voltò verso la platea e
cominciò a slacciarsi uno ad
uno i bottoni della camicia,
i capelli fluenti e sciolti
sulle spalle le
incorniciavano un volto
fiero e spavaldo, mostrò i
seni ritti e ancora acerbi
ad una folla accaldata ed
eccitata, si sdraiò con il
torace che le si alzava ed
abbassava senza controllo,
chiuse gli occhi ed attese.
Monster si dileguò dietro le
quinte, estrasse dalla borsa
di pelle un lungo coltello
per affettare il pane che
aveva sottratto dalla cucina
dell’albergo e si avventò su
di lei senza profferir
verbo.
La lama le squarciò il petto
dalla gola fino all’inguine
e la ragazza sbarrò gli
occhi e lanciò un grido
strozzato, mentre un rivolo
di sangue vermiglio le
affiorava dalle labbra e
scivolava lungo la guancia
rapido come era stata la sua
vita, un battito d’ali e
nulla più.
Nessuno si accorse di nulla,
i tecnici audio lasciarono
la loro postazione ed
entrarono tentando di
passare inosservati,
spinsero il tavolo dietro le
quinte e lo abbandonarono
lì.
La musica continuò senza
interruzioni.
La folla si scatenò in un
delirio orgiastico.
Una ragazza in jeans irruppe
sul palco gridando.
“E’ morta!, fermi, smettete
di suonare, è morta vi dico,
o Cristo fermatevi!”.
Il batterista fu il primo a
riporre le bacchette, le
chitarre si unirono al
silenzio insieme al basso e
Monster si voltò adirato
verso la giovane in
pantaloni che continuava a
singhiozzare e ad indicare
dietro un punto alle sue
spalle con movimenti ritmici
e meccanici.
“Interrompi lo spettacolo
James, temo sia accaduto un
guaio”.
“Io non interrompo niente!
Io sono il Dio del rock e
non mi interessa la morte di
nessuno se non la mia,
ricominciate a suonare.
Subito!”.
Un’agente in divisa, accorso
dall’entrata del teatro, si
affacciò: “Lei è solo un
pazzo e qui c’è una ragazza
morta, interrompa lo
spettacolo e mi segua”.
La folla sprofondò in una
sorta di curioso ed attento
silenzio: “Monster ha ucciso
la ragazza?”.
“Ma quale?”
Voci anonime sparse
nell’aria.
“Quella che si è
spogliata!”.
“Monster ha ucciso quella
ragazza? Fico!”.
James fissò il poliziotto
con piglio di sfida, poi
gettò il microfono sul palco
e seguì l’uomo.
La folla non smise un attimo
di incitare il suo idolo.
“MONSTER, MONSTER, MONSTER,
MONSTER”.
Lo spettacolo era venuto
bene, dopo tutto.
L’interrogatorio fu lungo e
sfiancante, non vi era
dubbio alcuno che la giovane
fosse stata accoltellata e
non vi era dubbio alcuno che
l’arma del delitto giaceva
con le impronte digitali di
James Edgar Manson in un
angolo del suo camerino,
dove i tecnici l’avevano
riposta dopo l’“esecuzione”
del numero. E non vi era
dubbio alcuno che James
Edgar Manson era l’autore
del delitto, confermato
dalla testimonianza di
almeno un migliaio di
persone.
Non si difese.
Si limitò a tacere e chiese
di poter usufruire del suo
camerino prima di essere
portato via in manette.
L’agente lo scortò fino alla
stanza, la ispezionò a fondo
per accertarsi che non vi
fossero possibili vie di
fuga,lo lasciò solo e si
mise a piantonare la porta.
James si sedette di fronte
allo specchio, si sfilò la
parrucca e quando vide che
l’immagine riflessa
conservava i lunghi capelli
neri, parlò: “Ho fatto ciò
che mi hai chiesto”.
“Hai fatto molto di più, hai
convinto quei ragazzi che la
morte fa spettacolo e li hai
avvicinati ancor di più a
me. Complimenti Monster, mi
hai sorpreso”.
“Mi vogliono arrestare”.
“Lo so”.
“Non possono!”.
“Perchè? Mio caro hai
assassinato quella poveretta
di fronte ed un numero
imbarazzante di testimoni,
non c’è ragione per la quale
ti lascino andare”.
“Ma che stai dicendo, fra
noi esisteva un patto!”.
“ E tu credi che il Diavolo
rispetti i patti? Il Diavolo
tenta ed infrange, gioca e
vince, non c’è regola che
non muti o vincolo che non
possa essere violato”.
“Tu mi avevi promesso che...
che... mia figlia...”.
“Tua figlia non ti vuole e
non ti vorrà mai, l’amore è
l’unica cosa che non posso
comprare e tu sei stato
tanto ingenuo da pensare che
Io, il Signore delle
tenebre, Mefisto per gli
amici, avrebbe ricongiunto
un padre alla sua tenera
pargola. Disgustoso. Sei
così puerile, quasi puro che
mi ispiri tenerezza”.
“Ma allora se tutto è una
menzogna, perchè? Perchè mi
hai fatto questo?”.
“Per gioco, per vedere se
l’idolo nero del rock era
veramente un mio seguace.
L’ho fatto perchè eri in
debito con me ed era ora che
saldassi il conto”.
“Non capisco”.
“Hai costruito la tua fama,
la tua “carriera” su di me,
mi hai nominato, invocato,
osannato, per poi schernirmi
in privato e deridere i miei
seguaci, com’è che li
chiamavi? Aspetta, aspetta,
credo di rammentarlo... a
sì!Imbecilli lobotomizzati,
piccoli mostri senza
padrone, devoti del nulla,
sciocchi creduloni senza
speranza. No, no, no mio
caro. Non si scherza con il
Maligno”.
“Ma ora sai che anch’io
credo in te e ti sono
devoto, ora hai la mia
anima”.
“La tua anima è sempre stata
mia o pensi che solo gli
assassini e gli stupratori
siano di mia pertinenza? Tu
hai deviato e traviato i
sogni di una generazione di
adolescenti indicandogli la
giusta strada per arrivare a
me. Li hai convinti della
vacuità della bontà, della
mendacità della speranza,
dell’assenza di Dio, della
irragionevolezza dell’amore
e della beatitudine che solo
gli istinti possono dare,
hai contribuito a
risvegliare la bestia che
alberga in loro, sei stato
uno dei miei migliori
emissari, la tua anima mi
spetta”.
“Ora ho capito”.
Tacque.
“Tu non esisti, sei il seme
della mia follia”.
L’immagine si dileguò e
James si trovò a fissare la
buffa parodia di un Monster
semi struccato e con ispidi
e sudati capelli a spazzola
che lo fissava con sguardo
assente dallo specchio
contornato di luci.
Aprì il cassetto, estrasse
il rasoio, vi sfilò la lama.
Entrò nel piccolo bagno,
aprì l’acqua calda e turò il
lavabo.
Due colpi.
Precisi, profondi, fecero
zampillare fiotti di sangue
dai suoi polsi.
Li immerse nel liquido
bollente e chiuse gli occhi.
“Ti voglio bene Melanie”.
I suoni si fecero lontani,
le luci sbiadite, il battito
del cuore aritmico e
soffocato come il suo
respiro.
Quando l’agente entrò nella
stanza insospettito dal
silenzio e dall’eccessivo
tempo trascorso, James Edgar
Manson, Monster, giaceva
esanime in una pozza di
sangue .
Sorrideva.
Libero.
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