Ilaria Dal Brun |
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racconto
IBERNAZIONE
TEMPORALE
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Ilaria Dal
Brun |
Sdraiata a terra, sul
porfido sconnesso di una
delle più antiche vie del
centro, guardo il palazzo
davanti a me. Ha conosciuto
tempi migliori. Peggiori, ne
dubito. Il cortile interno
pare essersi trasformato in
un ecocentro, dove ognuno
butta quello che non ha più
lo stomaco di tenere in casa
propria. I vari ambienti,
originariamente di proprietà
di un’unica, più che
benestante famiglia
cittadina, sono stati ormai
da tempo immemorabile
trasformati in singoli
appartamenti, molti dei
quali tuttora abitati. Ce ne
sono pochi altri di sfitti.
Dai vetri infranti delle
finestre, se uno guarda con
attenzione, si può vedere un
interno lugubre,
abbandonato, privo di vita.
Questi sono gli appartamenti
che mi rasserenano l’animo.
Sono gli appartamenti dai
quali gli occupanti sono
riusciti ad andarsene, a
infrangere l’immobilità, a
spezzare la crosta di
ghiaccio che li teneva
segregati nel palazzo. Ma
dall’altra parte, sono
ancora tante le stanze che
ospitano inquilini.
Si muovono e respirano come
qualunque passante di questa
strada, quegli inquilini.
Ogni tanto si affacciano
alle finestre e mi guardano
storto, perché mi piace
sdraiarmi per terra a faccia
in su e guardare il loro
palazzo. Forse pensano che
qualcosa non funzioni come
dovrebbe, nella mia testa. O
forse si ricordano di quella
volta in cui la curiosità mi
aveva condotto fin dentro il
palazzo, a mettere il naso
nei loro appartamenti.
I cortili interni hanno
sempre attirato la mia
attenzione. Ti danno la
possibilità di far finta di
ammirare le finiture
dell’abitazione e intanto di
gettare uno sguardo su un
modo di vivere per forza di
cose diverso dal tuo. Questo
palazzo, poi, mi attrae in
special modo e così varco il
portone d’ingresso, sempre
spalancato. Mi ritrovo però
in quello che non pare
proprio il cortile di una
ricca dimora. È pieno
d’immondizia, di ciarpame,
di un senso di sciatteria.
Ma forse l’interno del
palazzo offre qualche
sorpresa. È un palazzo
storico, sarà pur possibile
visitarne una parte! C’è un
portinaio lì, vicino
all’entrata. Gli chiedo se è
possibile vedere almeno le
aree comuni, che so, gli
androni. Mi guarda un po’
sorpreso. “Le aree comuni?
Ma certo!” mi risponde con
un gran sorriso. “Vai pure,
non c’è problema. Però, se
ti capita di trovare qualche
appartamento aperto, facci
un giro dentro, lo merita.
Il bello sta tutto là!”. Non
lo capisco, ma entro.
I corridoi che collegano i
vari appartamenti sono
uguali e anonimi. Non danno
l’idea del lusso che doveva
aver pervaso quel luogo
secoli addietro. Sono dei
disadorni corridoi sui quali
si affacciano varie porte,
come in un albergo. Trovo
alcune porte aperte e ci
infilo la testa. Gli
inquilini sembrano non
notarmi. Allora lascio da
parte l’imbarazzo per il mio
agire da ficcanaso ed entro
in un appartamento. È
arredato con mobili in stile
inizio Novecento. Da
principio mi piace; penso
che gli inquilini abbiano un
buon senso estetico, perché
tutto è in tema, non c’è
nulla che strida in questa
scelta evidentemente dettata
da un gusto rétro per
l’arredamento. Poi però mi
sale dentro una sensazione
di disagio; non è solo
l’arredamento, l’atmosfera
stessa ti fa pensare di aver
fatto un salto nel passato.
In cucina, si cuociono
pietanze su una stufa
d’antiquariato. In
soggiorno, una donna con i
capelli raccolti in una
crocchia sulla testa e
vestita con abiti di foggia
tardo-ottocentesca (alquanto
dimessi per la verità)
lavora all’uncinetto, senza
minimamente accorgersi di
me. Il calendario alla
parete segna l’anno 1901.
Esco e visito un altro
appartamento: stessa storia,
identica sensazione, con
l’unica differenza che
l’atmosfera mi rimanda agli
anni Sessanta. E così via,
ogni appartamento pare
fossilizzato su un anno, un
periodo, un arco di tempo in
particolare.
Confusa, scendo al
pianterreno. Trovo il
portinaio. “Curiosi, vero,
quegli appartamenti? E ce ne
sono tanti così, nel
palazzo!” dice. Alla mia
espressione interrogativa,
lui continua: “Qui dentro
viene ad abitare tanta
gente. Ma sono pochi quelli
che se ne vanno”. Volgo
istintivamente lo sguardo
sulle finestre rotte, sugli
appartamenti sfitti. “Ah,
sì” fa lui. “Ogni tanto
qualcuno riesce a uscire. Ma
in fin dei conti non è mica
un carcere questo! Sono
tutti liberi di andar via
quando vogliono. Solo che,
nella maggior parte dei
casi, non vogliono. Fa
troppo male”. Siccome lo
guardo perplessa ma non
rispondo, lui prende il mio
silenzio come un invito a
proseguire il discorso.
“Vedi” mi dice, “ci siamo
ormai accorti tutti che la
vita non è una zolletta di
zucchero. Fin troppo spesso
(a mio parere) incappiamo in
situazioni che ci dilaniano
nel profondo, che ci
infliggono ferite
devastanti. Queste ferite
non le vedi a occhio nudo, è
ovvio. Ma ci sono e chi le
subisce le sente eccome. A
volte riusciamo a
risolverle, non dico di no.
Vedi bene anche tu che tanta
gente vive fuori di qui.
Altre volte ce le teniamo,
ma arriviamo a conviverci
senza grossi problemi. Però
in certe situazioni e con
determinate persone, la
ferita non sparisce né si fa
da parte. Semplicemente, ti
ingoia la vita. Rimani
bloccato nel preciso istante
in cui quella ferita ti è
stata inferta e da lì non ti
smuovi fino a quando non
riesci a guarire. È un po’
come se qualcuno bloccasse
il cronometro della tua vita
in quel momento, congelando
tutte le tue emozioni in
quella data situazione”. Fa
un cenno con il capo verso
gli appartamenti abitati.
“Quelli che abitano là”
aggiunge, “sono rimasti
bloccati nell’epoca in cui è
stata inferta loro la
ferita. In un certo senso,
sono in ibernazione. Sì, tu
li vedi condurre una vita
normale, ma l’insieme delle
loro emozioni sta da
un’altra parte. Sta nel
momento in cui hanno smesso
di vivere”. Dà un calcio a
un barattolo vuoto. “A volte
si svegliano dal torpore.
Allora io mi vedo piombare
in cortile ogni sorta di
schifezze. Tentano di
abbandonare i loro
appartamenti svuotandoli
dall’interno, capisci? Ma
non serve a molto, perché
nella maggior parte dei casi
non riescono a liberarli del
tutto. E puoi andartene solo
quando li hai svuotati
completamente. Ecco perché
ci vuole tanto tempo. Avrai
visto anche tu che alcuni
appartamenti sono abitati da
decine e decine d’anni. Beh,
ce ne sono alcuni popolati
da secoli. Popolati da gente
ibernata nel tempo”.
Mentre esco dal cortile,
getto lo sguardo sui cumuli
d’immondizia. Mi chiedo con
che rapidità si accumula
quel ciarpame. Non dev’essere
un processo molto veloce, mi
dico. Gli appartamenti che
ho visto erano tutti ben
ammobiliati. Ma forse il
portinaio non ha capito
completamente come funziona
la cosa. Forse c’è un altro
modo di andarsene da lì. Mi
piace immaginare che
qualcuno, invece di vomitar
fuori schifezze, abbia
semplicemente aperto gli
occhi sul tempo che si era
fermato attorno a sé, sul
fatto che stava trascorrendo
la vita ibernato in un
istante doloroso. E avendolo
capito, aveva scelto di
aprire la porta di casa e di
andarsene, imprimendo un
sano giro alla ruota della
vita. Sì, forse per alcuni
di loro è andata così.
A me piace ritornare a
guardare il palazzo. Non
tutti i giorni, certo. Ma
insomma, spesso. Mi sdraio
per terra e osservo le
finestre. Però non metto più
piede all’interno. Giusto
per precauzione, non si sa
mai.
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