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  Paolo Ferrante

science fiction

MECCANICO
 

 
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MONDI VICINI

 

Paolo Ferrante

 


Era luna d’ottobre quando mi accorsi di non essere più meccanico.

Ero stato sepolto dai cavi, nell’ombra del buio, e agitandomi come un neonato, quasi mi chiesi se per caso si trattasse di uno scherzo, o di un’illusione della mia mente troppo tenuta sola con se’ stessa.
Mi tastai l’ombelico, toccandolo per la prima volta. Ero veramente fuori dal Nucleo.
Da non crederci: Io vivevo.
Un rivolino di piacere mi scivolò dalle labbra; mi accorsi solo dopo che stavo sbavando.
La saliva aveva un sapore disgustoso, che ben presto mi suscitò conati di vomito.
Annaspai nel mare di cavi facendo lunghe bracciate verso la superficie. Era faticoso, ma non mollai, troppo desideroso di vedere il mondo esterno.
Spesse volte i piedi mi si incastravano in alcuni di quei tubi di plastica nera, e dovevo faticare almeno mezz’ora, prima di sgrovigliare una gamba. Altre volte invece venivo compresso e schiacciato come una sogliola, mancando due o tre respiri. Non mollavo.
Improvvisamente, ne fui fuori.
Libero.
La luna, me ne avevano parlato, era un globo di luce bianca in mezzo ad una sterminata coperta blu scura sforacchiata, il cielo. Davvero fantastici questi occhi: potevo vedere i contorni di ogni cosa.
Ancora non ne esultavo: dovevo trarmi totalmente fuori da quell’odioso mare di cavi.
Avvistai da lontano una scogliera, e annaspai fino alla riva, toccando la sabbia secca per poi rotolarmi.
Fuori.
Dio, che piacere. Ero lì da almeno dieci anni, fin da quando avevano iniziato a trattarmi, e non avrei mai creduto di uscirne. Ero stato messo al corrente fin dai primi mesi di gestazione che ero l’unico esemplare nel mio genere, frutto di ricerche e continue sperimentazioni. L’essere che mi parlava nel Nucleo aveva una voce atona, che mi trasmetteva programmi, informazioni codificate, odori, suoni, sensazioni e sapori, in maniera tale da non annoiarmi durante la mia lunga vita, o lavoro, o missione, non saprei proprio che termine scegliere.

La prima domanda che mi venne in mente una volta rizzatomi in piedi fu: “perché mi avevano sganciato?” e mentre me lo chiedevo tentavo di mantenermi diritto, non ero mai stato bipede, semmai steso o seduto. Acquistai equilibrio minuti dopo, quando decisi una meta oltre le dune di sabbia che vedevo in lontananza. Avevo la voglia infantile di scoprire almeno come fosse fatto il mondo che mi avevano tanto narrato, attraverso il cavo. Degli impulsi elettrici mi avevano fatto da madre e padre, fino ad allora. L’odore della plastica e del metallo erano lontani, oramai, e potevo godere della puzza che ammorbava il mondo. Gironzolai nei dintorni abituandomi alle mie nuove articolazioni per la stazione eretta. Alla fine, stanco, mi sedetti sulla sabbia a rimirare la luna fra le stelle. Cosa poteva aver portato i miei genitori a lasciarmi libero nel mondo? Vagai e vagai nei dintorni della spiaggia finché non avvertii dietro di me una voce, con le mie orecchie nuove di zecca.
- Elemento 43-Z6, torna immediatamente alla tua postazione. - mi disse, gelidamente. Mi inginocchiai, cercando con lo sguardo il proprietario di quella richiesta categorica. Allora sentii l’impulso irrefrenabile di usarla anch’io, una voce. Feci delle prove, insicuro d’avere corde vocali, poi mi accorsi che qualcosa rumoreggiava nella trachea, e urlai un paio di volte, fino a cercare di trasmettere pensieri alla bocca. Fu molto difficile. Alla fine trovai un rozzo compromesso, iniziando a sillabare e compitare. Il tartagliamento mi fece capire le funzionalità del mio apparato orale, e ben presto fui in grado anch’io di comunicare, con il mio ignoto interlocutore.
- N…No! - gli dissi - Io…libero! - mi indicai più volte, sperando potesse vedermi.
- Elemento 43-Z6, sii subordinato e torna nel Nucleo. - mi ripeté la voce, con ligio fervore paradossalmente dogmatico. I suoi ordini mi piacevano sempre meno.
- No. - gli urlai con più sicurezza. In quel momento, qualcosa guizzò verso di me. Nel buio pareva un grosso insetto, dal guscio nero del diametro di almeno trenta centimetri. Scattava verso di me senza zampette ma con grande velocità. Mi allontanai, spaventato. Poi un istinto assurdo mi portò a riavvicinarmi, dimenticando la paura. Con una strana rabbia in corpo, raggiunsi l’insettone e tentai di afferrarlo lanciandomi sul suo mefitico guscio. Lo mancai un paio di volte, la sua agilità era notevole.
Colsi da terra un pezzo di pietra e lo usai per contunderlo, ma era parecchio resistente, per nulla rigido però, anzi. La sua corazza sembrava fatta dello stesso materiale dei tubi dai quali ero emerso. Fui più volte violento, ma la sua cotta era indistruttibile, non riuscii quasi a scalfirla. Alla fine, disgustato, decisi di usare le mani nude: vibrai il più violento pugno della mia vita, colpendolo in pieno. Il suo corpo si deformò all’impatto, e un umore giallastro, denso, schiumoso, uscì dalla corazza, il che lo fece smettere di muoversi. La voce terminò di darmi fastidio. Rivoltai l’insettone, e mi accorsi con non poco orrore che sotto era assolutamente vuoto. Niente zampette, niente interiora, niente cervella, niente di niente. Solo un grosso guscio, spesso un centimetro e mezzo. Lo buttai a terra: questo mondo cominciava a piacermi poco. Decisi di incamminarmi via dalla spiaggia, allontanandomi di più dal mare di tubi.
Senza volerlo, sbavai ancora.

Un rumore improvviso mi mise in agitazione: veniva da dietro. Alcuni grossi cavi si estesero fuori dal mare, serpentando celeri fino a me. Avevano l’estremità esterna più grossa, a forma di cilindro di metallo, dalla quale proveniva una luce rossa. Si voltava in continuazione, come a cercarmi, muovendosi con agilità che sfioravano l’animalesco. Qualcos’altro uscì dal mare di cavi: a prima vista, nel buio, sembrava un tappeto peloso. Si muoveva di una propria volontà, e mi aveva individuato.
Chi erano quegli esseri? Cosa volevano da me?
Scappai, urlando. Mi facevano sentire strano, come se fossi colpevole di un reato senza nome e loro fossero agenti incaricati di arrestarmi. Ma io non avevo fatto niente!
- Lasciatemi… stare! - li urlai, con l’affanno montarmi in petto. Il tappeto era molto veloce, mi chiesi che razza di animale potesse essere…che fosse socio di quell’insetto di prima, fatto di solo guscio?

Tremavo, correndo: non potevo farmi catturare. Il cavo di prima mi puntò addosso quella strana luce rossa, e sentii come una sensazione di smarrimento, ma mentre rallentando per ragionare quello strano animale-tappeto mi saltò addosso avvinghiandomi col suo schifoso essere verdognolo, facendomi sentire il movimento di ogni singolo capillare della sua detestabile pelliccia. Caddi riverso al suolo sabbioso, maledicendo la mia goffaggine che mi impediva azioni più fluide. Il raggio di luce rossa aumentò di intensità, intorpidendomi. Con muscolature insospettabili, la manta pelosa mi riportò nel mare di cavi, facendomi riaffondare nella mia tremenda prigionia, no, dio, no!
Addio, luna, stelle del cielo! Tornerò ad essere il componente principale di questo inferno di calcoli e numeri, grovigli e soffocante software! Torno nel nucleo, la mia culla, il mio feto, sprofonderò in esso avvolto nella bambagia del vuoto nero, per tornare a servire gli utenti esterni, inconsapevoli della mia orribile condizione!
Ecco, sento ogni singolo aggancio interfacciarsi con la mia struttura bioware, uniformarmi alla disciplina delle loro matematiche e incatenarmi ai loro componenti elettrici! Non provo più nulla, sono nuovamente meccanico, nuovamente installato in questo complesso di tecnologie che io chiamo reclusione, ma fuori, all’esterno, chiamano gioco virtuale.
 

 

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