Alessandro Girola |
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science fiction
PARALLELO NERO
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Alessandro
Girola |
< Oggi, 13 novembre 1969,
l’esercito Statunitense
invasore ha preso la città
di Napoli. Il nostro
benamato Duce, Junio Valerio
Borghese, ha sollecitato i
soldati dell’Impero a
resistere alla barbara
avanzata del nemico. Il
führer del Grande Reich
tedesco, Reinhard Heydrich,
ha promesso di mandare in
nostro sostegno altre panzer
division, ricordando però il
suo primario dovere, ovvero
la difesa dei protettorati
orientali di Ucraina e
Bielorussia contro i banditi
comunisti russi, ritornati
ad alzare il capo al comando
del nuovo Segretario
Generale Laurenti Beria.
Allo stesso modo molti
territori alleati e molte
colonie sono attualmente
minacciati da rivolte
fomentate dai servizi
segreti USA, in particolare
la nostra gloriosa colonia
di Libia …>
Angelo spense la radio
sbuffando, guadagnandosi
un’occhiataccia da parte di
Italo, che ascoltava ogni
singola parola del
radiogiornale credendo,
sperando di credere, nel
tono patriottico dello
speaker, il noto Paolo
Giordana, pupillo del
ministero della propaganda
fascista.
< Perché hai spento ? >
chiese infatti il suo
collega < stavo
aggiornandomi sulla
situazione > Italo assunse
la sua faccia classica da
arrabbiato, come se avesse
appena subito una personale
ed immeritata ingiustizia.
< Lascia perdere quello che
dice Giordana > rispose,
accendendosi una Nazionale <
la verità è che dovevamo
pensarci due volte prima di
sfidare gli americani per
quella storia dell’embargo
all’Argentina ed a Lopez
Rega. Non eravamo pronti ad
un’altra guerra, non sapendo
quanto gli americani si
siano sviluppati in tutti
questi anni. > Angelo diceva
una verità che solo i meno
obiettivi tra i fanatici del
regime potevano negare.
La seconda guerra mondiale
era stata vinta grazie al
non interventismo degli USA,
cosa che aveva permesso ad
Italia e Germania di
affermarsi in Africa ed
Europa ed al Giappone di
prendere buona metà
dell’Asia sotto il suo
controllo. Dopo la presa di
Londra da parte della
wehrmacht nel 1947 e dopo la
distruzione di Mosca grazie
alla prima bomba atomica di
costruzione italo-tedesca
nel 1948 in molti avevano
sperato finalmente ad un
nuovo periodo di pace, anche
se l’Asia continuava a
bruciare nella guerriglia
dei ribelli comunisti
cinesi, vietnamiti e
coreani.
< Gli yankee hanno preso
Napoli, ma questo non vuol
dire che vinceranno la
guerra > sembrava quasi che
Italo recitasse il vangelo <
il Duce si è detto pronto a
bombardare le città dell’East
Coast in segno di
rappresaglia, se il
Presidente Kennedy oserà
attaccare Roma. >
“Ed intanto il Duce ha
trasferito armi e bagagli a
Bologna” pensò Angelo, senza
però dirlo. In fondo Valerio
Borghese era stato un Duce
coraggioso e “fascistissimo”,
un degno erede del compianto
Mussolini. Proprio sotto la
guida di Borghese l’Italia
aveva consolidato l’Impero,
che ora comprendeva non solo
Grecia, Albania, Somalia,
Eritrea e Libia, ma anche
Egitto e Sudan, conquistati
con una difficile ma
gloriosa guerra durata dal
’49 al ’50. Ma, proprio il
carattere orgoglioso di
Borghese, ex generale della
Marina Italiana, aveva
trascinato nuovamente
l’Italia in guerra, al
fianco degli amici tedeschi,
apparentemente in difesa dei
governo fascista di Buenos
Aires, ma in realtà
nell’inevitabile conflitto
che avrebbe contrapposto il
governo
progressista-liberale degli
USA contro i regimi fascisti
che governavano una buona
metà del mondo civile.
< L’unica cosa che abbiamo
ottenuto finora è di avere
carri armati tedeschi qui,
nel centro di Milano >
ribatté Angelo < senza
nemmeno la possibilità di
rifiutare il loro “aiuto”,
visto l’amicizia che ci lega
dai tempi della seconda
guerra; non credo che il
Duce sia felice di
questo…così come non sarebbe
felice di usare l’atomica,
sapendo che poi altri la
userebbero su di noi. >
< Va bene va bene > tagliò
corto Italo, aggiustandosi
l’uniforme da carabiniere <
con te è inutile parlare di
patriottismo, comunista > lo
disse in tono scherzoso, pur
sapendo che in un altro
contesto una frase del
genere avrebbe potuto far
finire in grossi guai il suo
collega.
< Io devo fare un giro giù
negli archivi. Dobbiamo
fornire al ministero della
guerra tutti i dati
sull’Arma qui a Milano >
sbuffò, dando l’idea di
quanto fosse attirato da un
compito del genere; < tu hai
intenzione di darmi una mano
? > chiese speranzoso.
< Purtroppo no. Sono stato
convocato a colloquio con il
SS-Standartenführer Gunther
Spratz e penso che sia ora
di avviarmi. Sai bene come
quei mangiacrauti siano
fissati con la puntualità.>
Italo smise subito di
sorridere. Non invidiava
Angelo, nessuno sano di
mente avrebbe invidiato un
incontro con uno dei
fanatici colonnelli delle SS
che si erano da poco
insediati a Milano come
“sostegno” per gli alleati
italiani sul fronte
meridionale.
Angelo Barali, in uniforme
completa da capitano dei
carabinieri, uscì dalla
caserma di piazzale Loreto e
recuperò la sua auto, non
un’auto di servizio, per
raggiungere il comando
provvisorio delle SS in
Piazza Medaglie d’Oro. La
gente sembrava molto
preoccupata, probabilmente
per la notizia della presa
di Napoli, “come se aver
perso Calabria e Puglia nel
giro di un mese non fosse
stato abbastanza
preoccupante”, pensò,
accendendo la sua utilitaria
di fabbricazione spagnola.
In molti angoli della città
si vedevano le sagome dei
massicci carri-armati M45
FIAT, segno che la guerra
non era poi così lontana
come si preferiva credere e
che non stava nemmeno
andando bene, aldilà
dell’ottimismo del Duce e
degli alleati teutonici.
Guidò in uno stato d’animo
pesante e preoccupato. La
convocazione da parte di
Spratz non lo aveva fatto
dormire di notte. Cosa
poteva volere un colonnello
SS da un capitano dei
carabinieri ? Avevano forse
scoperto il suo segreto ?
Sperava di no, altrimenti
sarebbe stato finito. Ma, se
così fosse, come mai non
avevano mandato
semplicemente qualcuno della
Milizia a catturarlo ?
Immerso nei suoi pensieri si
trovò ad entrare nella zona
presidiata dalla prima
panzer division della
wehrmacht che era stata
accolta a Milano. I potenti
carri “Panther P”
controllavano tutte le
strade che davano accesso a
Piazza Medaglie d’Oro, i
cannoni puntati perfino in
direzione dei binari del
tram. Un solerte sergente
ariano bloccò la sua auto,
chiedendo i documenti in
tedesco, fingendo – o
semplicemente non fidandosi
– della divisa che Angelo
indossava. Mentre il biondo
sott’ufficiale controllava
le sue generalità, Angelo
notò un paio di auto
pattuglie della Milizia che
stavano dall’altro lato
della strada senza osare
muoversi, come se quel pezzo
di Milano fosse già
diventato territorio
tedesco. Con un moto di
stizza ritirò la sua carta
d’identità dalle mani del
sergente, evitando di
rispondere al suo saluto ed
accelerando verso il palazzo
dove il comando SS era stato
ospitato.
Angelo sapeva bene, come
quasi tutti in Italia, che
il Duce non approvava molto
il nuovo führer Heydrich,
succeduto ad Hitler nel ’59.
Heydrich era ancora più un
fanatico della purezza
razziale rispetto al suo
predecessore ma non ne
condivideva metodi e
temperamento, era anzi un
freddo, composto, efficace
assassino. Con lui al potere
il reich era diventato un
enorme stato di polizia, con
le SS sempre in maggior
evidenza rispetto
all’esercito o al partito
stesso. Era stato proprio
Heydrich ad approfittare
della tesa situazione
sudamericana per schierarsi
immediatamente contro gli
odiati Stati Uniti di
Kennedy, solo che l’aveva
fatto senza nemmeno
consultare gli alleati,
tanto che sia Franco, in
Spagna, che il Giappone, si
erano per ora dichiarati
neutrali al conflitto. In
tal modo il reich e l’impero
si trovavano ad affrontare
la grande potenza bellica
statunitense col solo
sostegno di stati alleati
minori : Croazia, Bulgaria e
Romania, Iran, Argentina,
Cile e pochi altri. Dopo i
primi tre mesi e mezzo di
conflitto si poteva parlare
tranquillamente di “terza
guerra mondiale” e la
speranza di tutti era che
nessuno facesse uso per
primo dell’arsenale nucleare
che era sicuramente a
disposizione tanto degli USA
tanto di tedeschi ed
italiani, ma forse anche di
stati per ora neutrali, come
Giappone e Confederazione
Sudafricana.
Fu accompagnato da due
silenziose SS fino al terzo
piano, dove gli fu indicato
di attendere in un lungo e
tetro corridoio. Fino a
pochi mesi fa quel palazzo
era di proprietà del
ministero del lavoro, ma era
stato sgombrato proprio per
trovare una locazione per il
quartier generale tedesco.
Michele attese nervoso in
silenzio, il solo rumore
delle macchine da scrivere
che veniva dagli uffici
dislocati su quel corridoio
tetro. Non poteva esserne
certo, ma avrebbe scommesso
che qualche sistema di
sorveglianza elettronica lo
stesse controllando. I
tedeschi avevano fatto passi
da gigante, in quel campo,
surclassando gli italiani
cui rivendevano col
contagocce ed a carissimo
prezzo ogni scoperta in
campo elettronico.
Dopo dieci minuti cominciò a
desiderare di far in tempo a
fare una telefonata a Fusco,
chiedendosi se i vecchi
telefoni pubblici che
c’erano ai tempi in cui il
palazzo era del ministero ci
fossero ancora, da qualche
parte. Stava quasi per
alzarsi e per andare a
controllare quando una
porta, li vicino, si aprì e
sentì una voce in un
italiano fortemente
accentato di tedesco che
diceva “avanti, capitano
Barali”.
Il SS-Standartenführer
Gunther Spratz era un uomo
più vicino ai quaranta che
non ai cinquanta, calvizie
incombenti ma fisico da vero
“guerriero teutonico”, petto
possente, statura alta,
portamento rigido ed
uniforme da SS perfettamente
in ordine. Fece sedere
Angelo davanti alla sua
scrivania, stringendogli
prima la mano con eccessiva
foga, quindi gli offrì un
corto sigaro, che il
carabiniere rifiutò.
< Ottimo sigaro argentino >
fece notare Spratz <
sicuramente uno dei motivi
per cui vale la pena di
difendere il nostro amico
Lopez Rega contro i
terroristi socialisti, non
crede ? > sorrise, con il
volto che sembrava quello di
un lupo alla luce della
lampada da tavolo accesa
nonostante fosse pieno
giorno.
Angelo annuì cautamente; da
quel poco che sapeva di
Lopez Rega pensava che fosse
un macellaio ed un violento
e non si stupiva che in
Argentina il 70% della
popolazione si fosse
schierata in favore
dell’intervento americano
per eliminare la dittatura
militare. Si tenne le sue
idee per se, sapendo di
giocare col fuoco.
< Ma immagino che lei avrà
da fare…capitano…quindi non
le faccio perdere tempo. >
Aprì uno dei cassetti della
sua scrivania, prendendo una
grossa busta bianca priva di
ogni intestazione o timbro e
la fece scorrere verso
Angelo.
< La apra > aggiunse poi, in
un tono più di comando che
di suggerimento.
Angelo la aprì. Dentro la
busta c’erano foto. Una
ventina in tutto, di grosso
formato, scattate con un
apparecchio professionale.
Ciascuna foto raffigurava
lui con il suo compagno
segreto, lo scrittore Fusco
Salingeri; tre delle foto li
raffiguravano in evidenti
situazioni intime.
Angelo arrossì, sentendosi
quindi inevitabilmente
condannato subito dopo. Il
suo pensiero andò quindi a
Fusco : le SS o la Milizia
l’avevano forse già
catturato e spedito in
qualche “campo di
correzione” in Romania o nel
protettorato d’Ucraina.
Forse a lui, in quanto
ufficiale, sarebbe toccato
invece un ergastolo nei
lavori forzati in qualche
miniera della Francia o dei
Paesi Bassi. Pensò di
prendere la beretta modello
20 d’ordinanza e di farla
finita qua, subito, davanti
a quell’impettito
colonnello.
< Lei sa qual è la fine che
fanno gli omosessuali,
giusto, capitano Barali ? >
ora Spratz non sorrideva più
anzi, sembrava quasi
disgustato nel rivolgersi da
Angelo.
< Qualcuno nella Milizia la
osservava da tempo. Quando
sono arrivato qui ho preteso
di avere le liste di
presunti comunisti,
omosessuali o testimoni di
Geova dalla vostra polizia
segreta. Riguardo agli
ebrei, beh…> fece un
inquietante ghigno < quello
è un problema risolto da
almeno quindici anni, dico
bene ? >
L’Italia aveva accettato le
leggi razziali tedesche, pur
non applicandole rigidamente
quanto facevano nel reich.
Molti gerarchi odiavano
addirittura quelle leggi ma,
non vidimandole, avrebbero
messo in discussione uno dei
punti fondamentali per cui i
nazisti concedevano la loro
“amicizia”. I pochi ebrei
scampati all’olocausto si
erano rifugiati negli USA o
in Australia, insieme al
governo inglese in esilio ed
ad altri sconfitti, come i
socialisti serbi o il Re
d’Olanda.
< Non sa cosa dire, vero ? >
Spratz si curvò in avanti
come un uccello da preda
pronto a spiccare il volo; <
allora le dico io qualcosa :
probabilmente il vostro
paese perderà questa guerra,
ja ? Voi italiani vi siete
rammolliti con la pace.
Avete in mente solo le
vacanze al caldo nelle
colonie, il corteggiamento
al chiaro di luna al suono
dei mandolini, stronzate del
genere. >
Si alzò in piedi, camminando
attorno ad Angelo; < ma se
voi perderete noi non
perderemo ! Gli americani
possono aver armato i
banditi russi ed i bastardi
ribelli argentini, ma per
risalire fino da noi, in
territorio tedesco,
perderanno troppi uomini…e
poi saranno schiacciati ! >
picchiò una mano sull’altra,
con violenza. Sicuramente
quello era un ottimo
esemplare dei fanatici al
comando in Germania. < Ma su
una cosa vogliamo essere
sicuri : quando e se gli
americani arriveranno qui,
non dovranno trovare nessuno
disposto ad aiutarli… nessun
ebreo, nessuno sporco
comunista, nessun frocio ! >
Mise l’accento sull’ultima
parola, in tono
dispregiativo. A quel punto
Angelo ne aveva abbastanza.
< Mi uccida, se deve farlo,
ma non mi faccia sentire le
sue stronzate naziste > si
alzò di scatto, facendo
indietreggiare d’un passo il
colonnello, forse troppo
abituato ad avere con
persone remissive e
pacifiche, messe all’angolo
dai suoi metodi brutali.
< Io sono stato sempre
fedele all’Arma, all’Italia
ed al Duce…posso morire a
testa alta, nonostante
quello che lei pensa ! >
Spratz si ricompose in un
attimo. < Non si agiti così,
capitano. Io non l’ho
convocata qui per ucciderla.
Questo, semmai, spetterebbe
alla vostra Milizia. Io l’ho
chiamata per offrirle
un’opportunità di salvezza.
>
< Fusco Salingeri… il suo…
amante > pronunciò la parola
distorcendo la bocca in una
smorfia di disgusto < è un
aspirante scrittore noto per
le sue idee democratiche e
libertarie. Dico bene ? Ho
avuto modo di leggere suoi
articoli sul “Giornale
Radicale” inneggianti alla
libertà di divorzio, di
professione religiosa e
perfino di matrimonio tra
omosessuali. >
Angelo non disse niente.
Sapeva bene cosa scriveva
Fusco; finora solo le sue
amicizie altolocate tra
alcuni importanti
aristocratici lombardi lo
avevano salvato da un
mandato di cattura.
Senz’altro i nazisti
sarebbero stati molto meno
teneri dei fascisti, nei
confronti di un libertino
come Fusco.
< Sospettiamo – vale a dire
noi del comando SS
provvisorio di Milano ed
alcuni ufficiali della
vostra Milizia – che il
Salingeri sia anche in
contatto con terroristi
filo-americani che
starebbero preparando un
accoglienza coi fiocchi agli
yankee qualora arrivassero
fin qui durante la loro
campagna d’invasione.
Insomma, non diversi dai
quei partigiani comunisti
che avete abilmente fatto
fuori durante la seconda
guerra mondiale. Solo che
questi hanno come capisaldi
il capitalismo, la
democrazia ed altre
abominazioni. >
< Insomma, cosa vuole da me
? > Angelo cominciava di
nuovo a disperare. Anche
perché cominciava ad intuire
dove volesse arrivare Spratz;
< le ho già detto che io
sono sempre stato fedele al
Duce ed allo Stato > ed in
fondo era vero. Amava Fusco
da tre anni, ma non per
questo condivideva per forza
tutte le sue idee politiche.
Per un omosessuale latente
per anni come Angelo era
stato sempre duro
nascondersi e convivere con
la morale fascista, per di
più in un ambiente militare,
dove fin da giovani venivano
insegnati i concetti di
“normalità” e di famiglia,
nonché il rifiuto dei
diversi, visti come malati
sociali, da curare o
eliminare. O semplicemente
da eliminare, come pensavano
i nazisti.
< Quello che vogliamo da lei
> rispose Spratz
tambureggiando una penna
sulla scrivania < è una
lista di nomi del gruppo
“liberali per l’Italia”, il
movimento di cui fa parte il
suo Fusco. Forse lei non ne
conosce l’identità, ma sono
sicuro che riuscirebbe a
scoprirli, se solo lo
volesse. Ovviamente ho
qualcosa da offrirle in
cambio di quella lista. >
Da una tasca della sua
uniforme prese due pezzi di
carta. Biglietti aerei.
< Due biglietti di sola
andata per Melbourne,
Australia. Più soldi
sufficienti a lei ed al
suo…compagno, per campare
tranquillamente per un anno.
Questo, per una lista di
nomi. Viceversa : la morte.
Non quella rapida, onorevole
ed indolore, ma quella in un
campo di lavoro nell’est
Europa. Per lei e per
Salingeri. E non pensate
neppure di fuggire : oramai
siete sorvegliati
ventiquattr’ore su
ventiquattro. >
L’SS si accese un altro
sigaro e si rilassò sulla
sedia. < A lei la scelta. >
Tornando a casa, nel
quartiere di Lorenteggio,
Angelo si fece mille
domande. Chi poteva averlo
tradito ? Credeva che la sua
relazione con Fusco fosse
segreta, ma cosa ci poteva
essere di veramente segreto
in uno stato controllato da
un regime ? Quando si erano
conosciuti ad una festa e si
erano innamorati, avevano
deciso di vivere insieme ma
senza farlo capire a
nessuno. Fusco, che veniva
da una famiglia benestante,
aveva preso un appartamento
nello stesso palazzo dove
Angelo viveva da anni, dopo
aver lasciato i suoi
genitori, a Ferrara. Forse
era stato qualche vicino a
scoprirli ? O qualche
collega di Angelo,
insospettito del fatto che a
trentaquattro anni fosse
ancora un single nonostante
il suo bell’aspetto e
nonostante la corte di molte
donne ?
Parcheggiò l’auto e salì
rapidamente le scale fino al
suo appartamento. Era presto
per tornare dal lavoro, ma
dopo il colloquio con Spratz
aveva chiamato al comando
avvertendo che non sarebbe
tornato al lavoro, per quel
giorno “o forse mai” aveva
aggiunto tra se e se.
Entrando sentì il TV acceso,
segno che Fusco era a casa :
nella sua casa. Spesso
capitava così, avevano
doppie copie delle chiavi di
entrambi gli appartamenti.
Ed infatti il suo compagno
era sdraiato sul divano, in
tuta, e guardava il TG
Nazionale dalla grossa
televisione che aveva
regalato ad Angelo per lo
scorso Natale. Fece un cenno
di saluto al carabiniere,
facendogli cenno di
aspettare un attimo, per
fargli finire di ascoltare
una notizia.
La faccia di Alfonso Maria
Di Mauro, il più famoso
telegiornalista italiano,
lasciò spazio alle prime
immagini di Napoli presa
dalla 16a Divisione
Corazzata americana.
Ovviamente quelle scene
mostravano palazzi
distrutti, monumenti in
fiamme e cadaveri di soldati
italiani e delle colonie
uccisi e riversi in strada.
Il regime doveva mostrare la
faccia “brutale” degli
invasori.
< Perché non fanno vedere la
folla che è scesa in piazza
ad accogliere i liberatori ?
> strillò quasi Fusco < ma
lo sai che più di
cinquantamila persone sono
attualmente in fila davanti
alla sede provvisoria del
generale Davies per chiedere
di arruolarsi tra i
volontari dell’esercito di
liberazione ? > Quindi
sembrò accorgersi che era un
po’ presto per il ritorno a
casa di Angelo e si
accigliò. < Come mai già a
casa ? >
Per un attimo Angelo fu sul
punto di raccontargli tutto
ma sapeva che, se lo avesse
fatto, Fusco avrebbe
preferito morire piuttosto
che tradire i suoi amici.
Invece lui voleva vivere, e
vivere col suo compagno. Per
questo aveva detto di si a
Spratz.
Un’ora dopo Fusco era ai
fornelli mentre era il turno
di Angelo di seguire i
notiziari che oramai
intervallavano continuamente
il quiz pomeridiano di
Corrado Mantoni. I quiz
erano stati spostati al
tardo pomeriggio proprio
perché la sera oramai era
dedicata ad ininterrotti
“speciali di guerra”, oppure
alla trasmissione di film
sulla seconda guerra
mondiale, tutti patriottici
e con gli italiani come
grandi eroi.
< Il generale Lambertini ha
dichiarato di non temere in
alcun modo per la caduta di
Roma. La Regia Aviazione
controlla inoltre in modo
saldo e coraggioso i cieli
dell’impero, rallentando con
eroiche incursioni ogni
operazione d’avanzata
americana. Il generale ha
inoltre dichiarato di
confidare presto nell’arrivo
di rinforzi per via
marittima dalla colonia di
Libia dove il viceré Enrico
VI di Savoia pare abbia
messo insieme un esercito
ansioso di liberare la bella
Napoli dai barbari invasori.
>
Era da un’ora che Angelo
sentiva il notiziario,
limitando al minimo la
conversazione con Fusco che
invece era tutto eccitato
dalla notizia della presa di
Napoli.
< Questa volta ci siamo,
Angelo ! > ripeté infatti
per l’ennesima volta in poco
tempo < dobbiamo preparare
la strada alla rivoluzione
liberale ! Niente più
fascismo, niente più
comunismo, democrazia,
finalmente ! >
Come carabiniere Angelo
avrebbe dovuto segnalare il
comportamento di una persona
che pronunciasse frasi del
genere; anche personalmente
pensava che se gli
statunitensi avessero vinto
la guerra l’avrebbero fatta
pagare cara ai fascisti ed
avrebbero imposto la loro
politica economica e sociale
dissennata, priva di
moralità e di senso dello
stato. Per quanto reputasse
il regime autoritario e per
molti versi sbagliato
apprezzava il suo lato più
umano : l’occuparsi della
gente, dell’educazione, la
lotta moralizzante contro la
corruzione.
Ma in quel momento non aveva
alcuna voglia di parlare di
politica : il mondo in cui
viveva gli era crollato
addosso in una sola
giornata.
< Fusco, se ti chiedo una
cosa tu ti dovrai fidare di
me…> abbassò il volume della
TV e si girò verso lo
scrittore, che stava
armeggiando ai fornelli.
< Io mi fido di te. Sempre.
Altrimenti non sarei qui,
ora, in questo posto, non
credi ? >
Angelo annuì, sapendo che in
effetti la fiducia era
reciproca. Per questo
l’inganno che stava per
rifilare a Fusco gli faceva
più male ancora.
< Mi devi dare i nomi di
quelli che fanno parte dei
liberali per l’Italia…e devi
farlo molto presto. >
Lo scrittore posò le padelle
di botto, impietrito. Contò
fino a tre prima di
rispondere.
< Vuoi denunciarli ? La
Milizia si sta finalmente
muovendo contro di noi ? >
il suo tono era greve,
terribilmente serio.
< No > la menzogna gli uscì
spontanea < tutt’altro.
Alcuni nell’Arma credono che
sia il momento di aiutarvi;
se mi darai quei nomi potrò
contattarli per un… cambio
di manovratore alla guida
dell’impero. >
Fusco rimase così stupito
che una decina di secondi
non rispose poi esplose in
un urlo di gioia ed in un
battimani entusiasta; <
finalmente ! Finalmente vi
state muovendo anche voi !
Allora qualcosa sta
cambiando davvero ! > Il suo
amore per Angelo lo rendeva
fiducioso al 100% e questo
rese tutto più doloroso.
Terribilmente doloroso.
La mattina seguente Angelo
uscì con un loden scuro
addosso, un nome nella testa
e la sua beretta nella
tasca. Guidò fino in zona
Niguarda : quella zona era
stata indicata più volte
come il ritrovo di
dissidenti di varia
estrazione politica ed anche
Fusco gli aveva indicato un
contatto che abitava proprio
li. Gianandrea Luison,
avvocato e, a dire del suo
compagno, ideologo dei
liberali democratici
italiani. Solo lui e pochi
altri leader avevano un’idea
generale di tutti i
principali membri del loro
gruppo d’opposizione a cui
anche Fusco partecipava.
Dopo una telefonata da un
telefono pubblico per
avvertire il comando di aver
preso una brutta influenza
chiuse l’auto e percorse una
piccola via parallela
all’ospedale Niguarda, il
più importante di tutto il
nord-Italia, al momento
presidiato da una compagnia
di paracadutisti della
“Folgore”, i fucili
d’assalto Beretta BM59 in
spalla, le mimetiche ed il
basco nero addosso.
Arrivato all’indirizzo, un
anonimo palazzone come
tanti, di quelli fatti
costruire dal ministro dei
lavori pubblici Carlo Scorza
tra il ’50 ed il ’53,
controllò i campanelli ed
alla fine trovò quello che
cercava.
Una voce gentile gli chiese
chi cercava; Angelo
pronunciò la “parola
d’ordine” che Fusco gli
aveva facilmente rivelato <
le interessa l’acquisto di
un raro disco dei Pink Floyd
? >
La porta gli fu aperta in un
attimo. Salì le scale di un
pianerottolo piuttosto buio
fino al terzo piano dove un
uomo in gessato scuro, sulla
sessantina, corta barba
bianca e capelli scuri, lo
attendeva guardingo. Angelo
gli strinse la mano e si
presentò come il compagno di
Fusco. Da li in poi,
miracolosamente, la sua
strada fu in discesa.
L’appartamento dell’avvocato
rispecchiava senz’altro una
non troppo vaga passione per
il cinema e per la musica.
La copertina autografata di
“A Saucerful Of Secrets”, il
disco dello scorso anno dei
Pink Floyd (musica
“sconsigliata” dal regime)
era appesa al muro poco
sotto una locandina di un
film di Alberto Sordi.
Sorseggiando un caffè amaro
Angelo rifilò all’avvocato
Luison tutta la storia che
si era preparato mentalmente
la notte prima, una variante
più elaborata di quella
raccontata a Fusco. Inoltre
la storia di alcuni membri
dell’Arma che sarebbero
pronti ad un golpe non era
così infondata : se ne
sussurrava al comando, negli
ultimi giorni. D’altro canto
i carabinieri aveva perso
man mano di prestigio a
favore della Milizia, dei
servizi segreti,
dell’esercito. Il punto
dolente fu quando chiese una
lista di nomi all’avvocato
che, a quel punto, si
bloccò.
< saremo noi a contattare
lei, se lei è il tramite.
Quando sarà il momento
dovremo coordinare i nostri
sforzi per impedire che il
regime distrugga Milano
piuttosto che cederla al
generale Davies. >
< Negativo > rispose deciso
Angelo < noi siamo
controllati dalla Milizia
molto più di quanto lo siete
voi. Tocca a me contattare i
vostri principali leader ed
i movimenti a voi amici e
stabilire un piano d’azione.
> Usò un tono deciso, duro.
L’avvocato sembrò combattuto
sulla decisione da prendere
ma alla fine si rilassò ed
incominciò a dire una lista
di nomi. In fondo, mentre
Angelo saliva aveva chiamato
Fusco per una verifica
sull’identità di quel
carabiniere. I nomi erano
una dozzina in tutto. Angelo
ascoltò, cercando di
memorizzarli tutti. Luison
li ripeté un’altra volta.
< Niente di scritto. Sia
cauto…estremamente cauto.
Dica loro che ha già parlato
con me. E faccia in fretta.
Secondo le previsioni dei
nostri contatti statunitensi
dopo la presa di Roma la
marcia verso Milano potrebbe
essere molto breve. Il Duce
starebbe per trasferirsi
ulteriormente da Bologna a
Palazzo Marino, come ultima
linea di difesa se tutto
andrà male. >
< Ma…la storia dell’esercito
coloniale proveniente dalla
Libia ? > chiese Angelo,
turbato da tanto
disfattismo.
< Balle. La Libia è in
fiamme… i servizi segreti
della CIA hanno armato gli
integralisti islamici che in
questo momento stanno
mettendo a ferro e fuoco il
paese. Lo stesso avviene
nella colonia spagnola del
Marocco ed in quella tedesca
d’Algeria. Così come è una
balla che il duce sia pronto
ad usare armi atomiche sugli
USA. Sa bene che la
ritorsione sarebbe
pesantissima. Semmai ci
dobbiamo preoccupare dei
bastardi nazisti…quelli si
che potrebbero farlo. >
Si lasciarono stringendosi
la mano con vigore, Luison
che guardava Angelo con
occhi ammirati e speranzosi,
mentre il carabiniere si
sentiva un verme in tutto e
per tutto.
Poco prima di arrivare
all’auto Angelo si chinò di
lato e vomitò la colazione.
Si sentiva veramente male…ed
era stato tutto così facile
! Fidandosi di Fusco, uno
degli ideologi del
movimento, Luison si era
fidato di conseguenza anche
del suo compagno.
Si accorse troppo tardi
dell’Alfa scura che si
affiancò alla sua utilitaria
mentre ancora si stava
pulendo la bocca. Ne scesero
due uomini in impermeabile
scuro e lungo, sicuramente
armati. Entrambi erano di
aspetto troppo mediterraneo
per essere SS, quindi capì
che si trattava dei servizi
segreti della Milizia.
< Bene bene, capitano > lo
canzonò il più alto dei due,
un naso storto probabilmente
spezzato in passato < vedo
che non sta molto bene, eh ?
Forse starà meglio dopo
averci fatto quei
nomi…perché li ha già avuti,
vero ? >
Per un attimo pensò di
ribellarsi e di sparare a
quei due. Forse ce l’avrebbe
fatta. Quando, cinque anni
fa, aveva passato undici
mesi in Grecia ad occuparsi
dei banditi dell’interno, si
era dimostrato un abile
tiratore. Il pensiero che
potessero vendicarsi su
Fusco lo fece desistere.
< Vi manda Spratz ? > si
rialzò, fronteggiando i due
mastini dei servizi.
< E lui ti manda questi > il
secondo uomo, basso e
sottile, estrasse due
biglietti d’aereo ed una
voluminosa busta
dall’impermeabile. < Abbiamo
l’ordine di darteli appena
le persone che c’indicherai
saranno nelle nostre mani.
Il che vuol dire che sarai
dei nostri durante la
retata. >
Un altro colpo basso;
Michele bestemmiò sottovoce.
< Così prendete già ordini
dai nazi, eh ? >
Il più massiccio dei due
fece per tirargli un pugno
ma il suo compagno lo
bloccò.
< I nomi, i nomi subito e
domani sarà su quell’aereo
col suo amichetto…> giocava
ad essere il poliziotto
buono.
< Finocchio schifoso >
aggiunse l’altro, il
poliziotto cattivo, che
cattivo era per davvero.
La giornata fu un incubo
quasi irreale per Michele.
Fu fatto sedere sul sedile
posteriore di una delle Alfa
blindate della Milizia,
mentre una retata in grande
stile catturava tutti i
leader indicati proprio dal
capitano Barali. All’azione
parteciparono le squadre
d’intervento speciale della
Milizia, insieme con alcuni
uomini della Gestapo ed ad
una ventina di biondi
soldati delle SS del
colonnello Spratz. Ci furono
alcuni scontri a fuoco ma
tutti i leader, colti alla
sprovvista e sicuri delle
loro coperture, furono
catturati, senza eccezioni.
Nessun carabiniere partecipò
all’operazione : i
prigionieri furono caricati
sui cellulari scuri dei
miliziani del regime e
portati via, probabilmente
verso le terribili prigioni
segrete del “Braccio Zero”
del carcere S.Vittore.
Solo verso le sette di sera
i due uomini che avevano
preso in consegna Michele lo
scaricarono di nuovo a
Niguarda, dove aveva
lasciato la sua macchina. Il
più basso dei due, che aveva
scoperto chiamarsi “Lino”,
gli consegnò i biglietti
aerei dell’Alitalia per
Melbourne e la busta coi
soldi promessi. Mentre
risaliva in auto guardò una
sola volta Michele.
< Ascolti un mio consiglio :
parta domani. Spratz
potrebbe cambiare idea molto
in fretta…oppure potremmo
farlo noi > sbatté la porta
e l’Alfa sgommò via in tutta
fretta.
Mentre tornava a casa
nutriva un’unica residua
speranza : che Fusco
credesse alla sua versione
dei fatti, in altre parole
che erano stati traditi da
qualcuno infiltrato
nell’Arma e che lui aveva
trovato una via di fuga da
sfruttare al più presto.
Accese l’autoradio per
cercare di distrarre i
pensieri da tutto lo schifo
che si sentiva dentro ed
addosso. Un radiogiornale
comunicò che le divisioni
corazzate americane stavano
dando battaglia sulla strade
per Roma, mentre nei cieli
l’USAF si scontrava coi
Savoia-Marchetti del Regio
Esercito, supportati dai
caccia della Lutwaffe
tedesca. Anche i brevi
accenni dal resto del mondo
dava l’idea che in effetti
gli americani si fossero
mossi con la sicurezza di
potercela fare a rovesciare
il nazifascismo : una
seconda armata comandata
dall’ammiraglio Peterson
stava navigando verso le
coste inglesi, col chiaro
intento di liberarle
dall’occupazione tedesca e
dal governo-fantoccio del
partito fascista inglese di
Oswald Mosley Junior. Finito
il notiziario le
trasmissioni ripresero con
una canzone patriottica del
coro dell’esercito, la
stessa che aveva commosso la
gente durante la guerra
coloniale del ’50. Spense la
radio disgustato.
Lasciò l’auto fuori del box,
quasi stupendosi di non
trovare un’altra Alfa della
Milizia ad aspettarlo. Nel
cielo tuttavia sfrecciò una
formazione di caccia
Savoia-Marchetti,
provenienti probabilmente
dalle basi in Piemonte e
diretti al fronte. Perché
ora il fronte era in Italia.
Aprì la porta d’ingresso,
sempre con più fretta di
convincere Fusco ad
andarsene dal paese in
fiamme. I fascisti avevano
creduto di durare per sempre
e così, per colpa del loro
stupito orgoglio e del loro
estremo conservatorismo, non
avevano notato il mondo
cambiare. Pensò di dover
avvertire almeno i suoi, a
Ferrara, ma intanto suo
padre non avrebbe mai
lasciato la sua casa nemmeno
con gli americani sulla
soglia. Sperò solo che il
destino riservasse loro un
po’ di clemenza.
Salì le scale di fretta, la
mano in tasca che toccava la
busta con soldi e biglietti,
come un amuleto. Arrivato
davanti alla porta del suo
appartamento si bloccò, i
sensi in allerta : era
socchiusa, la luce spenta.
Estrasse la beretta
togliendo la sicura. La
Milizia o le SS lo avevano
dunque tradito ? Niente di
più probabile.
Entrò di soppiatto, senza
accendere la luce. Nell’aria
si percepiva un odore forte,
quasi metallico. Lo aveva
sentito spesso, durante la
sua carriera : sangue.
Stava per accendere la
piccola abat-jour
dell’anticamera quando una
figura gli balzò addosso dal
bagno, sbattendolo
violentemente a terra. La
luce del bagno gli fece
intravedere la sagoma di un
uomo alto e dinoccolato,
capelli rasati a zero, volto
scavato, vestito con una
giacca in stile aviatore e
con un paio di occhialini
calzati sul naso.
< Eccolo qua, l’altro
traditore ! > l’assalitore
imprecò, digrignando i denti
e cercando di cacciargli la
lama di un serramanico nella
gola; < tu e il tuo compagno
siete due luride spie ! >
Angelo aveva afferrato il
polso del suo assalitore e
faceva ogni sforzo per
tenere lontano il coltello
da se; in un angolo del suo
cervello le parole
dell’aggressore gli avevano
messo addosso una paura
folle per la sorte di Fusco,
ma in quel momento doveva
pensare solo a difendersi.
< Avete spifferato tutto ai
Nazi, eh ? > non sembrava
molto muscoloso, ma la
rabbia stava sostituendo la
forza fisica. Mettendo a
frutto il suo addestramento
militare Angelo riuscì a
puntellare il ginocchio
nella pancia del suo
avversario e quindi diede
una forte spinta
proiettandolo di nuovo nel
bagno. La mano destra quindi
cercò a tentoni la pistola
che aveva fatto cadere. La
trovò mentre l’aggressore si
rialzava scompostamente per
tornare alla carica. Senza
pensarci due volte prese la
mira e sparò, uno, due, tre
colpi. I proiettili 6.35 br
colpirono duro alla testa ed
alla spalla destra, senza
lasciare scampo. L’uomo
terminò il suo secondo
assalto sulla soglia della
porta del bagno, il cranio
scoperchiato grottescamente
ed il sangue che andava
imbrattando le piastrelle
bianche e blu.
Trovò Fusco sdraiato sul suo
divano; la coperta verde e
gialla che usava di solito
era tirata ancora fino al
petto, come se dormisse. Un
taglio lungo e regolare gli
attraversava la gola, il
sangue che andava
rapprendendosi era stato
assorbito in parte dalla
stoffa del divano. Non lo
avevano svegliato nemmeno
per chiedergli se fosse
veramente lui, la spia.
Prese il cadavere tra le
braccia con delicatezza e si
andò a sedere sulla poltrona
da lettura che stava davanti
alla porta finestra. Le sue
lacrime si mischiarono al
sangue di Fusco.
Non ricordava quante ore
fosse rimasto in quella
posizione, a cullare il suo
amore morto come se fosse un
bambino. Non poteva pensare
più nulla, perfino il
terribile senso di colpa si
annullò nell’oblio della
follia. Non ricordava
nemmeno quando avesse acceso
la radio. Le notizie
giungevano in una zona
remota del suo cervello, a
malapena registrate dal suo
udito, intervallate tra una
canzone di Caterina Caselli
e gli slogan propagandistici
del ministro Giorgio
Almirante.
Li vide arrivare poco dopo
l’alba, dalla finestra
davanti alla quale sedeva
con ancora il corpo di Fusco
tra le braccia. Lasciarono
le loro auto a lato della
strada e s’incamminarono
verso il palazzo, ampie ed
informi giacche addosso, le
mani nelle tasche che
certamente stringevano armi
da fuoco. Una mezza dozzina,
gli sguardi risoluti, alcuni
con occhiali da sole e
sciarpe. Non sapeva se
fossero miliziani o i
superstiti del movimento
liberale clandestino e poco
importava, oramai. Adagiò
Fusco sulla poltrona, con
delicatezza, gli baciò la
fronte fredda, recuperò la
beretta dal tavolo su cui
l’aveva appoggiata, e si
preparò a morire.
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