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  Vito Introna

science-fiction

CONTRO L'ARMATA
DELL'ADE

 

 
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Vito Introna

 


Le armate di Fenjar scorazzano oramai indisturbate per le piane del nord, se speravamo di poterle fermare beh, dopo un paio di scontri abbiamo smesso anche solo di pensarci. Quegli uomini e quelle donne sono alti due spanne più di noi, agitano spade che i nostri uomini più muscolosi difficilmente brandiscono a due mani, alzano scudi metallici da venti pondi, sfoggiano corazze così dure e pesanti che nessuna daga o dardo riesce anche solo a scalfire. Chi siano nessuno lo sa, gli avi ci non hanno lasciato alcuna tradizione che li riguardi, non una leggenda né un canto menziona simili entità.
Il sacerdote dice che Tamis è infuriato con noi, che il nostro dispregevole comportamento ce lo ha per sempre alienato… non gli crede nessuno, Lomar era ed è una città caotica e sporca, questo si ma non è mai stata una roccaforte del male. Siamo un popolo d’agricoltori, mercanti, cacciatori e bottegai, versiamo regolarmente le decime ai Rus di Zemlja, non abbiamo mai generato dotti e scienziati ma non credo che per via di pochi ubriaconi e di qualche prostituta Tamis possa smuovere un esercito di giganti punitori partoriti dal nulla. No, io credo che un’altra spiegazione debba esserci e che il sacerdote non ce la voglia dare.
Abbiamo sentito i neri di Saba, che pure sono grandi e grossi, anche loro non avevano mai sentito parlare delle armate di Fenjar e anzi, l’anno scorso hanno perfino inviato un loro massiccio contingente di lancieri a cavallo per aiutarci a liberare i nostri confini.
Dopo la travolgente disfatta che coinvolse entrambi i nostri popoli, i loro pochi superstiti si sono precipitosamente imbarcati verso il corno d’Africa e da allora tra Saba e Lomar è calata una sottile tensione: il dolore e la paura separano le amicizie, se cade Lomar temono che il turno successivo spetti a loro.
Abbiamo provato a contattare Mesrakik, Kahn degli Eftaliti ma la nostra ambasciata non ha fatto ritorno e da allora son già trascorse otto lune. I carovanieri del Maghreb mormorano che l’armata di Fenjar sia così sterminata da tenere sotto scacco anche gli Eftaliti, che pure nella propaggine più orientale del Khanato distano da Lomar sei giorni di cammino e oltretutto hanno fama d’invincibilità; credo proprio che i nostri legati non siano mai arrivati a Bataar, che sian stati fatti prigionieri e magari massacrati da quell’orda infame.
Abbiamo reclutato un nuovo contingente, inquadrando giovani contadini e pastori insieme ai superstiti della battaglia dello scorso anno, eppur elevando i combattenti ad oltre centomila, malgrado lo sforzo dei loricari per battere e amalgamare leghe metalliche in grado di reggere ai colpi di quelle spade da Golia, dopo aver visto coi miei occhi una loro guerriera tagliare due miei valorosi soldati di netto con un solo fendente, nutro fortissimi dubbi sulla riuscita della nostra impresa.
Non sono dei, questo è certo, oltre ad essere d’aspetto ripugnante con quelle pelli giallastre butterate e quelle rade chiome rossastre, spesso in battaglia ho visto cadere uno di loro per trenta di noi.
Ricordo che un fante etiope alto quasi quanto loro riuscì a strangolare con le mani nude un loro graduato; l’urlo roco e inumano che quegli lanciò nello spirare mi convinse che forse queste armate siano state partorite dall’Ade, orridi semidemoni sgraditi a Plutone, reietti del Dio reietto e pertanto mortali.
Voglio andare a Zemlja a chiedere aiuto, il borgomastro mi dovrà ascoltare. Del resto se, come credo, soggiaceremo alla schiavitù, la via di Zemlja è assai più breve di quella per Saba e quei bestioni non è detto che s’imbarchino verso l’Etiopia per mere motivazioni di bottino. Le loro truppe sono di terra e non di mare, l’esercito è composto da soli fanti e cavalieri, che lo sappia il borgomastro.
I ragazzi sono entusiasti, porgendo orecchio a quel che si racconta in campo d’armi pare che siano solo i generali a temere il nemico. Una legione di donne si è imposta come riserva, le nostre piccole fanciulle giurano di non volersi nascondere di fronte alle gigantesse invasori. Che muoiano con noi allora, stavolta sarò davanti a tutti, non per Lomar che non amo né per i Rus che disprezzo, soltanto per la gloria se verrà. Tredicimila fanti ausiliari ci hanno concesso i Rus, bastardi che preparano l’evacuazione di Zemlja, sacrificheranno quelle truppe leggere per proteggersi la ritirata verso le terre Vende… ove, una volta arrivati, saranno parimenti massacrati senza pietà dagli stessi Vendi.
Lotterò al fianco di questi giovani, quarantuno primavere non mi pesano, sarò in testa a loro. Stanotte l’esercito mi ha acclamato, non li deluderò, non mi deluderanno. Due mesi sono trascorsi da allora e l’armata avversaria non avanza di un metro. Siamo concentrati nelle gole di Scyta, noi di Lomar e gli ausiliari leggeri Rus, coi possenti cammellieri Siri e i redivivi elefanti di Saba. Siamo in attesa, ci annoiamo tremendamente confidando nell’imboscata.
Forse sono furbi, a me paiono più forti che intelligenti. Quest’improvvisa fase di studio ha scompaginato tutti i nostri piani di attacco a sorpresa, nessuno aveva preparato l’esercito alla guerra psicologica, eravamo tutti andati incontro al nemico convinti di una terza battaglia repentina e all’ultimo sangue, invece niente, neanche il clangore di due spade.
Una staffetta proveniente da Lomar mi ha recapitato un messaggio sorprendente: l’ambasciata inviata a Bataar è rientrata questa notte dopo essere sfuggita alla prigionia. Pare che i nostri quattro legati siano stati catturati da una pattuglia nemica sulla via del ritorno, dopo aver ricevuto ampie rassicurazioni dagli Eftaliti di un loro certo impegno al nostro fianco. Il messaggio pretendeva che fosse inviato presto uno scriba in città, per ascoltare di persona e trascrivere quanto i quattro avevano appreso sul conto dei nostri nemici durante i lunghi mesi di prigionia. Dodici giorni dopo lo scriba e la sua scorta sono rientrati e le notizie che hanno riferito a me e agli altri comandanti ci hanno scosso.
- Quando ci mettemmo in cammino verso Bataar temevamo d’essere intercettati e catturati dai demoni rossi, allora aggirammo le loro immense armate e ci dirigemmo verso la steppa nera. Il nostro cammino fu lungo e reso duro dal freddo e dall’occasionale passaggio degli orsi, la notte dovevamo vegliare a turno per mantenere acceso il fuoco, grandi lupi erano dappertutto ma financo lupi ed orsi per noi eran meno pericolosi di quelle strane creature.
- Occorsero ventisei giorni di cammino per le steppe disabitate prima di venire raccolti da un’armata Eftalite, diretta proprio all’assalto dei Fenjariani. Il loro Kahn Mesrakik cavalcava in testa all’esercito e, dopo averci fatti sfamare e riposare, si dichiarò entusiasta all’idea di un attacco combinato. Gli Eftaliti ci regalarono quattro cammelli a due gobbe per facilitare il nostro rientro, raccomandandoci di ripetere lo stesso percorso dell’andata. Ringraziammo rassicurati da quell’uomo gigantesco e crudele ma che ora come allora ci pareva il munifico Visir del dio Tamis.
- Effettivamente l’esercito Eftalite, oltre a essere almeno cinque volte più numeroso del nostro, è armato alla perfezione e dispone di forti baliste, scorpioni e catapulte, poderosi reparti cammellati, elefanteria, lancieri appiedati, picchieri e arcieri di protezione, mentre i loro uomini sono conclamati da secoli quali terribili nel corpo a corpo. Rientrammo nella steppa speranzosi di raggiungere l’esercito e di annunziare un nemico vincibile e la pace all’orizzonte. Le cose andarono assai diversamente, dopo quattro giorni e quattro notti di cammino fummo assaliti da un orso affamato, che ferì gravemente un cammello. Riuscimmo a infilzare la fiera ma fu subito chiaro che il cammello non si sarebbe alzato mai più, i morsi e le unghiate dell’orso erano troppo profondi, perdeva catinelle di sangue. Decidemmo di abbattere il cammello, di scuoiare l’orso e di arrostirli tutti e due, in modo da rimpinguare le provviste a monte di un viaggio che quest’incidente avrebbe di certo prolungato.
- A questo punto Sep, il più giovane tra noi, si allontanò dal nostro bivacco in cerca d’acqua.
Un urlo ci raggelò il sangue, dopo di che vedemmo Sep correre verso di noi, inseguito da un’orda di diavoli rossi di Fenjar. Ci arrendemmo subito senza combattere, quattro guerrieri e quattro amazzoni terminarono d’arrostire orso e cammello, lasciandoci digiuni senza legacci a trattenerci, immobili e terrorizzati dai loro biechi sguardi, dal loro accento stridulo e scorticante. Divorarono tutto, le donne ridevano spesso, gli uomini d’un tratto frugarono tra le bisacce dei nostri cammelli e, trattine fuori gli orci, incominciarono a scolare il nostro vino.
Avevamo fame e sete, d’un tratto Sep provò a chiedere da bere. Uno dei mostri fece intendere di capire la nostra lingua e porse l’orcio a Sep, il quale s’alzò speranzoso di dissetarsi dall’arsura della steppa. Il gigante gli sfilò via l’orcio dalle labbra e lo colpì con un manrovescio, facendolo volare dieci metri lontano. Nessun altro si mosse più.
- Durante la notte alcune luci ci avvertirono che il supplizio sarebbe continuato a lungo, una carovana di grandi uccelli senz’ali condotta da piccoli uomini biondi e bruni e dalla pelle chiara venne a rilevare i nostri carcerieri. Fummo fatti alzare bruscamente e, mentre ciascun gigante saliva in groppa a uno di quei giganteschi uccelli, noi fummo costretti a camminare al centro della fila, scortati a vista da questi buffi nanerottoli muti di cui nessuno sospettava l’esistenza. Dopo una notte di cammino sul far del mattino giungemmo al loro accampamento, situato probabilmente ai piedi del Pamir. Sep e Marg, non ancora trentenni, furono immediatamente comandati di coltivare la terra arabile intorno al campo, che pareva dissodata di fresco. Io ed Oger, molto più anziani, fummo fatti entrare al di là di un’immensa palizzata e potemmo vedere le loro abitazioni: null’altro che tende di pelle nera d’orso e yak di forme irregolari, sostenute da travi portanti di legno affumicato e insistenti su di un basamento di mattoni parimenti irregolari. Tende colossali, con un raggio di almeno diciotto cubiti l’una, ma pur sempre orribili e sgraziate, come i loro costruttori.
- Fummo sospinti dai nanerottoli in un grosso capannone vagamente circolare e lì costretti a conciare pelli insieme ad altri uomini e molti altri nanerottoli. Di tanto in tanto su quel capannone s’affacciava una gigantessa e se sorprendeva qualcuno di noi a poltrire lo colpiva con una corta frusta metallica. A sera ci davano da mangiare soltanto un po’ di minestra di verdure, dopo di che si dormiva stipati sulle cataste di pelle d’orso e di bufalo.
- Riuscimmo col tempo e con tutte le cautele del caso a comprenderci con gli altri prigionieri Eftaliti e Mongoli, dei quali non possedevamo appieno la lingua. L’orrore di quei giorni, il lento decadere dei nostri fisici, le frustate e l’aria viziata ci stavano ammazzando, nessuno di noi riusciva a elaborare un piano di fuga credibile e il terrore che gli uomini nani in realtà capissero le nostre parole e magari riferissero dei nostri progetti di evasione costituivano ulteriore detrimento.
- Una notte però accadde qualcosa: una sorta di lucore rosso filtrò tra le pelli della nostra prigione, lamenti sommessi s’alzarono tutt’intorno, d’un tratto si sentì correre da ogni parte, risuonare di spade e di strilli inumani, come se nel campo di Fenjar fosse esplosa un’immensa rissa. Ci nascondemmo sotto le pelli pregando Tamis di risparmiarci dalla morte. Fummo esauditi.
- Il massacro, se tale fu, persistette fino all’alba, dopo di che la porta non fu aperta e nessuno venne a portarci pelli da conciare. I nanerottoli erano immobili e rigidi, un eftalite invece, rotti gli indugi, provò a spingere l’enorme porta che, dopo una certa resistenza iniziale, s’aprì di colpo. Migliaia e migliaia di corpi senza vita costellavano il suolo, le tende erano a pezzi, le staccionate bruciavano ancora. Un forte lezzo di carne bruciata ci avvolse le nari portandoci a vomitare dal disgusto, crani fracassati, globi oculari staccati dalle orbite, teste mozzate e arti disarticolati erano là, sparsi per ogni dove.
- Camminammo su quell’immensa catasta di cadaveri smembrati fino al portale attraverso il quale eravamo stati introdotti in quell’inferno. Per fortuna lì fuori il mondo era rimasto normale, superati i resti del cancello d’ingresso trovammo i coltivatori lì in piedi, anche loro accompagnati dai nanerottoli muti e catatonici; in testa a tutti Sep e Marg ci stavano venendo incontro. Anche loro dissero d’aver visto filtrare tra le tende dove erano rinchiusi la notte una sinistra luce rossa e poi di aver percepito chiaramente i rumori di una battaglia. Ma di invasori non ne avevano visti né sentiti , non un galoppo né una voce diversa da quelle dei nostri aguzzini. Ci rimettemmo in moto a piedi, indeboliti e malconci, non fidanti di montare le superstiti cavalcature feniarjane.
- Dopo venti giorni e venti notti di marcia siamo tornati, sempre per la via della steppa nera e senza più incontrare alcuna pattuglia nemica. Non sappiamo cosa sia successo e del perché i Feniarjani si siano massacrati tra sé in quel modo ma auspichiamo e opiniamo che questo sia il momento migliore per attaccarli, ora che gli Eftaliti li impegnano a est, per poterli schiacciare.


Questo il contenuto della pergamena letta dallo scriba di Lomar.

Son giunti di rincalzo i Burgundi e gli Alamanni, i giovani scalpitano, andremo all’assalto.
Le poderose cavallerie germaniche conferiscono più sicurezza alle nostre armate, le spade lunghe son levate, in trecentomila corriamo incontro ai giganti ebeti. Gli Eftaliti han giurato di essere con noi, ai Germani crediamo sulla parola, con gli Etiopi siamo fianco a fianco, partiamo all’assalto tutti insieme e se morremo l’avremo voluto da noi.
Qualcosa non quadra però, il nemico latita.
I giganti rossastri sembrano essere fatti d’aria, li passi con le mani nude e non fanno motto.
Calano la spada e parimenti non ti sfiorano nemmeno i capelli. Un’armata di ombre, ecco cosa sono adesso! Gli Eftaliti non se ne danno ragione, gli Etiopi sono increduli e i Germani parlano schivi di antichi riti runici.
La luce rossa che videro i nostri ambasciatori, ora lo so, tolse a questa armata infernale la carne e la sostanza. Un castigo inflitto loro da dei arcani, per motivi a noi ugualmente ignoti.
Ho passato con la spada troppe ombre eteree per non capirlo, Tamis non c’entra, il male è in loro e loro ne rispondono. Con gli Eftaliti troveremo il modo di sgomberare le valli Mede da questa inquietante presenza ombrosa. Il nostro sacerdote è all’opera, il loro sciamano sarà qui a breve, che ci liberino da quest’incubo morboso, prima che la forma riprenda sostanza e che Lomar ritorni a essere un bancone da beccheria.

Grazie Tamis per averci salvati, io in te non credo, mia figlia sì.
 

 

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