Antonio Marco Iorio |
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racconto
EX EX, ALEEX
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Antonio
Marco Iorio |
Disteso sul letto, immobile,
giaccio senza energie né
fiato (tutto è silenzio) e
il niente è inquiete. Il
bianco gracile dell’armadio
s’immerge nello sfondo nero
del poster di Amedeo Pace
che martella il Music Man
Stingray a quattro corde
metro. Fisso il soffitto
muto, schiacciato dal peso
di un assillo chiamato
pensiero, e avverto dentro
di me spirali=vortici di
insidie, vento che soffia
violento intorno e turbini
di insidie. Sarà perché
salto al buio da una bugia
all’altra ed alle volte
perdo l’equilibrio. Sarà
perché ora, rinchiuso nella
mia camera oscura, inietto
di continuo aria tesa nei
polmoni chiusi. O forse
perché anche oggi che è
l’ante vigilia di Natale ho
mentito. Di nuovo: ancora
una volta ho scelto la
Mistificazione. Lo so, è
importante ripetere a
memoria rosa, rosae, rosam
eppure non ci riesco, mi
rifiuto, mi si annebbia il
cervello, come se le sinapsi
si rimpicciolissero, sempre
più minuscole, tanto minime
da non percepire neppure
l’escatologia di un
dittongo. Non ho mai
sopportato il De Bello
Gallico, le Metamorfosi di
Ovidio, l’incipit del
Trimalcione e questa mattina
ho incassato un due spaccato
all’ultimo compito in classe
del primo quadrimestre. Un
disastro, l’ennesimo. Non so
se quest’anno riuscirò ad
essere promosso, non credo
visto l’andazzo generale.
Storia, matematica, latino,
fisica: è una catastrofe.
Quando sono tornato a casa
per pranzare, non ho potuto
fare altro che rigurgitare
il mio conato quotidiano di
falsità. E’ stato un attimo,
solo pochi secondi, giusto
il tempo di poggiare lo
zaino dell’Invicta sul
divano di damasco
all’ingresso, percorrere il
corridoio a testa bassa,
affacciarmi in cucina e
salutarla. Lei che,
smagnetizzandosi, si stacca
dal Bibi Gas e poi mi fa:
“Allora come è andato il
compito di latino?”. Si
pulisce le mani sporche di
sugo strofinandole sui bordi
del grembiule e sgrana un
sorriso dietro al quale
tenta maldestramente di
celare la sua ansia di
mammifera. Avverto limpido
il battito industrial
hard-core del suo cuore, lo
sento forte e chiaro e mi
accorgo che il castello di
sabbia sta per crollare.
Disteso sul letto immobile,
giaccio senza energie né
fiato (tutto è inquiete) e
una vampata improvvisa
spunta come un melanoma
sulla pelle. Fa caldo e tiro
via la t-shirt. Ecco, ora a
petto nudo respiro meglio.
Ci vorrebbe una sigaretta ma
fumare in camera non si può,
lei non vuole. E’ tardi,
troppo tardi per tornare
indietro. Ed io già sono in
ritardo, o forse in
anticipo, non lo so, non
vedo nessun traguardo.
Guardo fisso il soffitto e
provo così a scacciare via i
rimorsi. Ho voglia di
urlare, dannazione,
scardinare le ante del
guardaroba, stracciare le
camice appena stirate,
prendere a calci la
scarpiera. Bestemmio ad alta
voce e mi alzo di scatto dal
letto slanciandomi col torso
in avanti; già va meglio, in
verticale è tutto meno
angosciante. Dovrei studiare
ed invece passeggio nervoso
nel vicolo cieco della mia
stanza disadorna. Sulla
scrivania i tappi delle
penne mordicchiati, le
orecchie sulle pagine
scarabocchiate del
quadernone, il libro di
matematica è aperto, a
pagina 26, sempre la stessa
ormai da giorni. Sulla
destra il romanzo “L’altra
Agata” di Carla D’Alessio
comprato alla Feltrinelli in
via Roma. Forse ci vorrebbe
solo un po’ di musica, di
leggere ancora come un
clandestino non mi va. La
sedia è scomoda, nel cielo
grigio le polveri bianche,
uno strano formicolio
all’inguine. Tra gli sgorbi
a penna, una vaga forma
fallica. E così penso per un
battito di mani al
giornaletto porno che
nascondo sotto la scarpiera.
Nessuno sa che è lì, nemmeno
Lei. Rieccola ancora,
dannazione. Penso a Lei,
alle mani sporche di sugo
nel chiaroscuro della sua
ansia e la libido scompare.
Resta solo il peso specifico
nell’immateriale, la gogna
alla gola, i calcinacci
decadenti di un’altra
menzogna. Sono in trappola,
devo distrarmi, pensare a
qualcosa di piacevole e
subito. Ma certo, ci sono,
la musica. Interpol, o Ally
Pally o C'Mere. Cerco
il compact disc.
C’ero anche io a Caserta, in
via Medaglie d’Oro allo
Stadio Pinto quando
suonarono insieme ai Blond
Redhead. Cerco ancora
il cd. Ricordo come
se fosse ora ed immagino me
stesso sul palco dello
Stadio Pinto. Ballo con Kazu
Makino, mentre lei sia
lancia nell’ultimo assolo
vocale di Ally Pally.
Cd trovato: ora accendo lo
stero e lo metto a cucinare.
La guardo tra gli squarci
degli occhi a mandorla. Lei
danza avvolta nel suo
vestitino bianco con le
stringhe verdi sulla schiena
nuda. Balliamo insieme al
ritmo di “In particular” e
le luci stroboscopiche
montate sul palco del Pinto
mi squarciano le pupille.
Sono felice, finalmente,
felice. Dio com’è sexy Kazu
Makino quando ondeggia come
una sciamana, scrollando la
testa a destra e a sinistra
per poi volteggiare su se
stessa mentre una fluida
chioma castana le travolge
il volto pallido e madido di
sudore. Si, siamo soli io e
lei sul palco ed ora non mi
vergogno più di nulla. Sono
io, siamo soli io e lei
davanti a ventimila cenciosi
che mi invidiano. Davanti a
me Kazu Makino, la vedo, la
sento, l’ammiro.
All’improvviso, dopo aver
smesso di cantare, lei mi
passa una sigaretta. Le
nostre mani si sfiorano. Mi
eccito e subito riaffiora
alla mente il giornaletto
porno nascosto sotto la
scarpiera. Al diavolo il
compito di latino, il Bibi
Gas, il cenone di Natale.
Afferro la rivista patinata,
la sfoglio con foga. Ci sono
set fotografici con Jill
Kelly, Christy Canion, Jenna
Jameson, Nici Sterling,
Celeste, Chasey Laine e poi
la mia preferita, Asia
Carrera, che indossa un
vestito bianco con le
stringe verdi sulla schiena.
A pagina 26, anche lei con
gli occhi a mandorla come
Kazu Mikino. Anche lei è mia
e solo mia.
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