Tommaso Perissi |
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racconto
FEMMINA
MALEDETTA
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Tommaso
Perissi |
La moto era già a
centotrenta all’ora benché
percorresse una strada di
campagna non asfaltata e
piena di buche, e ci fosse
il pericolo di trovare
qualche ostacolo umano o
inanimato sul tragitto. A
quella velocità l’obitorio
era una possibilità più che
concreta.
Ma non gli importava. Non
gli importava più di nulla e
l’unico impulso da cui si
lasciava trasportare, che lo
inondava come uno tsunami
era quello della rabbia, del
dolore per quello che era
accaduto.
Il polso serrato con
violenza sulla manopola del
gas obbligava il tendine ad
uno sforzo doloroso che non
poteva essere sostenuto a
lungo da un corpo normale,
in uno stato di attivazione
normale.
Ma Pietro normale non era di
sicuro, quando s’incazzava
era peggio del demone azteco
e di Goldrake messi insieme,
e allora muscoli, giunture,
articolazioni, beh non c’era
più nulla di umano in quell’involucro
di carne.
150 km all’ora
La Harley rombava come un
aereo sotto acido, la strada
usciva ad ogni metro dal suo
campo visivo per entrare in
un confuso videogame, era
una scena orribile e
disperata ma Pietro rimaneva
freddo come stesse solo
immaginando il suo suicidio
e non lo stesse mettendo in
atto veramente
“Femmina maledetta”
195 km all’ora
La moto sbandava ora
violentemente, si contorceva
sul terreno aspro e sassoso
e guaiva più di un cagnaccio
randagio sotto la grandine,
lui riusciva a tenerla su
solo con un lavoro muscolare
che gli lacerava i capillari
delle braccia e lo faceva
urlare di dolore. Il volto
appiattito dallo spostamento
d’aria in una posa
grottesca, polvere
dappertutto, ne sentiva il
sapore acre ogni volta che
deglutiva.
220 Km all’ora circa
Ora sentiva solo un brivido
che gli abbracciava tutto il
corpo e un leggero stato di
eccitazione innaturale, come
se si guardasse andare alla
deriva dal di fuori, con una
curiosità da entomologo per
come sarebbe andata a finire
(endorfine al lavoro nel
cranio).
“manca poco… manca poco… mi
rimpiangerà…”
Poi sentì la tasca del
giubbotto di pelle vibrare,
una vibrazione lunga
abbastanza per superare il
suo stato di stordimento e
l’innalzamento della sua
soglia percettiva causato
delle iperstimolazioni
sensoriali cui si era
sottoposto.
La vibrazione di un telefono
cellulare, per sua fortuna.
Cominciò a decelerare, un
tanto alla volta, mentre
un’ondata di gelo adrenalico
gli si stampava ad anse
sulla schiena accompagnata
da una comprensione serrata
e sconvolta di ciò che stava
succedendo.
La lite con Elisa non era
poi così grave, e poi
sicuramente era lei che lo
stava chiamando si disse.
Ora andava piuttosto piano,
rispetto al delirio di pochi
minuti prima, si sentiva di
nuovo piacevolmente nel
mondo dei vivi, ma aveva gli
occhi appannati di polvere e
secrezioni lacrimali e non
vide un ramo che intralciava
subdolamente la carreggiata
da un lato all’altro.
E non sapeva che la fisica
dice che 64 km orari su una
strada stretta e sterrata
bastano e avanzano per
provocare lesioni mortali.
Non morì, non fu il suo
caso,ma sei mesi dopo
l’incidente gli toccò
ordinare una protesi in un
centro specializzato, una
cazzo di gamba finta.
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