Fabio Pontelli |
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science fiction
IL BIANCO
PADRE
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Fabio Pontelli |
Mayayo guardò il sole
alzarsi con indosso il
pigiamino rosso del mattino.
Lo faceva spesso
ultimamente, forse credendo
di poter trovare la risposta
col solo aiuto della vista.
Guardava ammirata l'astro
farsi dell'arancio pieno e
splendente delle ore calde,
rimuginando sopra a quel
moto con la sua testolina
dal perfetto color ambrato,
tipico della razza pura.
Rimirò da ogni angolazione
la stella infuocata,
muovendo il capo col lungo
collo d'aristocratica
fattura. A volte aveva
davvero l'impressione che la
terra sotto ai suoi piedi
non fosse ferma. Ma bastava
sbattere un attimo le
palpebre e quella sensazione
si perdeva nel mare
dell'evidenza. Evidenza per
la maggioranza. Non tutti
sottostavano al giogo di
tale ovvietà, e Barugat meno
di tutti.
Già, era questo a farla
dubitare. Come poteva
accettare il Bianco Credo,
se era suo padre a
opporvisi? Doveva credere
alle parole del Bianco Padre
o a quelle del più ambrato
ma assai meno trascendente
genitore?
Vivormia sosteneva che non
era poi una faccenda così
complicata. Lei – ah, le
fosse capitata in sorte
anche solo un decimo di
quella sua superficialità –,
lei diceva che rifiutare le
idee di suo padre non
equivaleva a sottrargli il
proprio amore. Scrollò il
capo sconsolata: se la fede
derivava dall'amore per il
Bianco Padre, come poteva
togliere la fede al suo
genitore terreno senza
privarlo del proprio amore?
«La fede nelle parole del
primo deriva dall'amore,
poiché non c'è raziocinio
che possa comprenderne
l'essenza, in quelle del
secondo l'intelligenza è
bastante supporto» avrebbe
risposto Baucheor, ma
nemmeno tale disquisizione
era soddisfacente. Lei non
era in grado di giudicare le
tesi di suo padre, non le
capiva nemmeno... Abbassò lo
sguardo alla terra, fissa o
in moto che fosse, e si recò
in chiesa con gran svolazzo
dei propri crucci.
«Qualcuno tra noi» tuonò
Ammufert, gran sacerdote del
Bianco Dio. «Sta corrompendo
la nostra purezza con favole
ingiuriose e peccaminose. So
che queste mie parole non
sono necessarie; vedo la
luce nei vostri cuori
brillare intensa com'è
giusto che sia, ma
ugualmente è bene che vi
metta in guardia di fronte
alla minaccia che così
d'appresso incombe sulle
vostre anime.
«Sento voci diffondersi tra
le schiere compatte di voi
fedeli, le vedo rafforzarsi
con gran gusto del Nero
Sovrano e incrinare la
saldezza della fede e
dell'amore per il Grande
Padre. Sento disquisire di
teorie eretiche senza udire
il disprezzo per tali
assurde ipotesi. Sento il
mio gregge allontanarsi dal
Gran Pastore e, sebbene io
sappia che in voi la fede è
integra, non posso astenermi
oltre dal mettere un freno a
una così perniciosa
tendenza.
«Fedeli miei, fuggite le
mani dell'Oscuro! Eresia è
il giusto nome di quelle
tesi venefiche che
certamente vi sarà capitato
d'udire. Eretico è chiunque
professi e sostenga ipotesi
che contraddicono il Sacro
Credo. Ed è nostro compito
condannare queste teorie
buie e senza speranza.
«Al bando sono messe queste
tesi oltraggiose! Eresia è
pubblicarle, diffonderle o
parlarne soltanto! Eretico
sarà considerato e in tal
guisa trattato, chiunque
sostenga, collabori, scriva
o anche legga tali parole
sgorgate direttamente dalla
bocca del Nero Tentatore!
Pentitevi, o dunque, se in
qualche modo fate parte di
quest'orrida schiera, e
conducete sulla via del
pentimento chiunque sappiate
appartenervi! Il Bianco
Padre è grande e buono, e il
pubblico pentimento sarà la
sola punizione inflitta a
chi confesserà il proprio
peccato e ne farà ammenda
col più sommo rifiuto!»
Così si concluse il sermone
di quel giorno. Mayayo
inghiottì a vuoto alcune
volte; gli occhi inchiodati
all'altare e al prete che vi
si ergeva sopra come il
terribile braccio della
punizione divina. Non si
accorse della gente che si
accalcava alle porte; non
udì i sussurri spaventati
che andarono a perdersi al
di fuori del sacro edificio.
Lei, il prete e il tremendo
rimbombare di quella
condanna nelle sue orecchie
erano le uniche cose
percepibili. Incapace di
muoversi se non per
l'irrefrenabile tremore, il
suo corpo la trattenne lì,
nonostante il desiderio di
fuggire. Ammufert non tardò
a notarla, ma nemmeno la
coscienza di ciò servì a
scuoterla.
«Cosa c'è? Perché non vai a
diffondere per le strade la
Sacra Parola che in questo
luogo hai appreso?»
Perché sono terrorizzata!
Perché mio padre è un
eretico, e io ho ancora
dubbi tanto forti da non
potermi definire in diverso
modo!
«Tu sei Mayayo Uder Amigdal,
giusto?»
La ragazza annuì e il prete
sorrise. Il viso anziano a
sbarazzarsi della maschera
della divina indignazione;
ad attendere che la giovane
riacquistasse il controllo
di sè.
«Hai paura perché tuo padre
fa parte di quelli contro
cui mi sono così
violentemente scagliato.»
Non era una domanda, sapeva.
«Non aver paura. Sì, tuo
padre verrà processato com'è
giusto che sia, ma il Bianco
Dio ha un cuore tanto grande
da poterlo perdonare. Va',
ora. Va' senza timore
alcuno, e riconduci tuo
padre ove tu già ti trovi.»
Ammufert sorrise
apertamente, e stavolta
Mayayo seppe ricambiare.
Rincuorata e determinata,
uscì finalmente dalla chiesa
e scivolò tra occhiate e
bisbigli malevoli. Adesso
sapeva cosa fare, e i suoi
passi si alternavano ansiosi
su un terreno mai più
immobile e saldo di allora.
Se contava di arrivare
facilmente alla meta, però,
non aveva ben capito quanto
profondamente la convinzione
nelle proprie teorie si
fosse radicata nell'animo di
suo padre. Se la era
immaginata, quella scena,
mentre guadagnava il
vialetto che conduceva
all'uscio di casa. Se la era
immaginata in ogni
particolare ma, come spesso
avviene, la realtà si rivelò
tutt'altra cosa. Avrebbe
dovuto capirlo fin
dall'inizio; fin da quando
suo padre aveva risposto con
un'alzata di spalle alla
drastica posizione assunta
dal clero. Non era successo.
La speranza le aveva tappato
gli occhi e solamente adesso
cominciava ad avvertire, con
sommo terrore, quanto
lontano dal retto sentiero
si fosse spinto il genitore.
«Sei accusato di eresia,
papà!» urlò con voce
disperata e all'orlo del
pianto.
«Un dogma ha la stessa
flessibilità del granito»
rispose lui con
indifferenza.
Mayayo fuggì dalla stanza
che il genitore usava a mo'
di studio e osservatorio.
Scoppiò in lacrime prima di
riuscire a chiudersi l'uscio
alle spalle, e corse per i
corridoi accecata dalla
disperazione. Perché suo
padre non capiva? Perché non
lasciava che quella
battaglia la combattesse
qualcuno che avesse meno da
perdere? Forse era proprio
questo il punto! Forse lei
non era poi così importante.
Barugat sospirò pesantemente
e rincagnò il capo tra le
spalle, come a difendersi.
La porta sbatté, coprendo
per un attimo i singhiozzi
della figlia. Non si voltò,
conscio di ciò che stava
provando in quel momento la
piccola Mayayo. Il rozzo
telescopio che stava
montando gli sfuggì di mano
e le lenti si frantumarono
come il tenero cuore della
ragazza. Lo guardò; guardò i
frammenti di vetro sparsi
sul pavmento e si chiese se
ne valesse davvero la pena.
Un peso ben diverso
opprimeva l'animo del gran
sacerdote Ammufert e lo
faceva agire in modo così
brusco col pavido Moumenu.
Lui, povero editore
squattrinato, non aveva né
forza né volontà sufficienti
per opporsi a quel sopruso.
Già tremante alla sola vista
delle candide uniformi dei
soldati, non pensò nemmeno a
combattere: aveva una moglie
e tre figli da mantenere, e
certo il pur buon Barugat
non rappresentava la colonna
portante della sua attività.
Non aveva alcun motivo di
cercarsi guai, e gli occhi
di Ammufert erano minaccia
sufficiente. Collaborò.
Consegnò tutte le copie del
libro sacrilego e l'elenco
completo dello sparuto
gruppo di compratori. Anche
da questi la situazione si
evolse in modo simile, e il
giorno successivo le pire si
accesero, bruciando le
rivoluzionarie idee
dell'astronomo e di altri
eretici come lui.
Eppure il gran sacerdote non
trovò pace nemmeno nei densi
fumi del rogo. Non erano i
libri sacrileghi ancora in
circolazione a preoccuparlo,
era qualcosa di più profondo
e inquietante; la sensazione
che fosse tutto inutile. Di
una sola cosa era certo: i
colpevoli dovevano ricevere
la giusta punizione.
Forte delle sue convinzioni,
Ammufert agì di conseguenza,
e il giorno dopo i soldati
in candida tenuta si
presentarono all'uscio di
casa Amigdal. Mayayo a
guardare di tra le lacrime
il padre che veniva condotto
in prigione.
I giorni successivi
trascorsero lentamente, per
Barugat. L'umidità della
cella gli penetrò fin dentro
le ossa, e buio e fame gli
fecero compagnia. I suoi
pensieri, in quella
solitudine, si fecero udire
con forza. Le inutili
proteste della piccola
Mayayo; le lacrime che le
rigavano le guance mentre i
soldati lo portavano via...
Ricordi crudeli che lo
torturarono e fecero
vacillare la sua
determinazione.
Quando, sei giorni più
tardi, potè scrutare negli
occhi di Ammufert, però, se
la ritrovò nuovamente
affianco.
«A quanto mi è dato vedere,
la prigionia non ha gravato
poi molto sul tuo fisico»
disse questi.
«Un Amurgo non è solo
corpo.»
«Sì» concesse il sacerdote.
«É incredibile scoprire
quanto si possa pesare a se
stessi, non è vero?»
«Ci sono momenti in cui non
si può fare a meno di porsi
le domande più scomode.»
«Questo è uno di quei
momenti?»
«Sì, direi proprio di sì.»
Il prete annuì con evidente
soddisfazione. «Bene, allora
il pur burbero metodo a cui
siamo stati costretti a
ricorrere ha dato i suoi
frutti. Adesso ti sarà
sufficiente rifiutare
pubblicamente le tue assurde
teorie e potrai
riabbracciare tua figlia.»
Mayayo! Un colpo basso, ma
avrebbe dovuto aspettarselo.
C'era in gioco molto più di
quello che gli era dato a
vedere. Ammufert era tutto
fuorché uno sciocco, e di
certo si rendeva conto degli
errori presenti nelle
scritture. «Avete letto il
mio libro?»
«A dire la verità sì. E'
giusto conoscere la natura
del proprio avversario.»
«Mi fate troppo onore.
Quello che non comprendo,
comunque, è il motivo di
tanta ostilità nei confronti
delle mie tesi. Possibile
che si debba intendere il
Libro Sacro in modo
letterale? Voglio dire: è
evidente che certe parti
sono basate su concetti
antichi e superati; sarebbe
più facile sostenere che il
Bianco ha parlato in modo
semplice agli antichi autori
per farsi comprendere. Ciò
che conta è il messaggio, o
almeno credo.»
Un sorriso accondiscendente
accolse la pacata critica.
«Sì, non è un'osservazione
errata, e certo anche a noi
è noto che il senso
letterale non è essenziale
né corretto. Ciò che
disturba è qualcosa di più
profondo e pericoloso.»
«Credo di essere lontano dal
luogo ove porta il vostro
discorrere.»
«Saremo più espliciti.
L'idea di porre il sole al
centro e i pianeti attorno a
esso è in verità più
semplice e naturale delle
elaborate costruzioni che
danno a Niamad tale
privilegio. Non siamo
esperti in tale campo, ma ci
fidiamo delle "prove"
forniteci dalle tue
osservazioni e, in fin dei
conti, non abbiamo nulla
contro la teoria in sè. Il
problema sono le
conseguenze.
«Secondo il nostro credo, l'Amurganità
è la prole prediletta del
Bianco Creatore. Essa è
stata plasmata a sua
immagine e somiglianza, ed è
l'unica specie dotata di
coscienza. La conclusione è
che tutto il creato è stato
edificato a nostro
beneficio, ed è per questo
che risulta necessario il
Niamocentrismo. Concedendo
al sole tale privilegio,
invece, ammetteremmo che
tutti i pianeti hanno la
stessa importanza. E allora
qualcuno potrebbe supporre
che il Bianco abbia creato
altre specie autocoscienti,
altri figli, importanti
quanto noi ora ci
consideriamo e forse anche
di più. Ma se non siamo i
suoi figli prediletti, fors'egli
non è poi così interessato
al nostro destino. Forse non
se ne interessa affatto, e
allora perché sforzarsi di
seguire la retta via, se
alla fine il promesso premio
non è assicurato? Se le
scritture mentono su così
tante cose, perché non ci
dovremmo sentire liberi di
supporre che mentano anche
sull'esistenza del regno
eterno o, se non altro,
sulle leggi che lo
regolano?»
Eccolo! Quello era il punto,
il motivo reale. Sì, adesso
ne era convinto. Doveva
continuare, nonostante le
lacrime di Mayayo
scorressero sui suoi
ricordi.
«Immagino mi abbiate
rivelato ciò perché siete
convinto che io collaborerò»
disse.
Ammufert spalancò gli occhi,
sorpreso. Poi il suo volto
fu solo rabbia e le sue
iridi dardi tesi a
trapassargli il cuore.
Quella medesima ira si
agitava in lui, sotto la
maschera ben approntata per
il processo che si tenne di
lì a otto giorni. Le genti
comuni miravano timorose ai
duellanti e alle loro armi
poco comprensibili. Le
autorità più illustri della
chiesa facevano lo stesso,
sebbene con maggiore
consapevolezza. I radi
sostenitori delle posizioni
di Barugat, schivi e
sfuggenti, si mescolavano
tra la folla a celare il
proprio stato d'animo, il
loro mordersi le labbra a
ogni frustata della pomposa
arringa del gran sacerdote.
Non c'era speranza di
opporre ragione
all'intenzionale cecità
della fede, né di muovere a
compassione il giudice, che
dir di parte era palese
eufemismo. E tutto, difatti,
avanzò secondo i binari
prestabiliti, in quella
farsa che la chiesa osava
definire processo.
«Signori, abbiamo udito le
accuse rivolte al qui
presente Barugat Uder
Amigdal e le giustificazioni
di quest'ultimo. Che
l'imputato sia colpevole di
eresia e spergiuro è cosa
ovvia, e le parole tese a
sminuire la gravità di tale
fatto sono solo
dimostrazione
dell'intendimento del
suddetto imputato a non
voler abbandonare l'erronea
via.
«Non ci siamo fatti
confondere dalle acute
quanto vuote argomentazioni
presentate a sua discolpa,
ma il perdono è grande dote
per ogni uomo timorato di
dio, come il Bianco Padre ci
insegnò.
«A te, Barugat Uder Amigdal,
perciò chiediamo se il
pentimento ha trovato posto
nel tuo cuore, se il Maligno
ha ingoiato ogni tua purezza
o se c'è in te la residua
forza per opporti alle sue
tentazioni. Barugat Uder
Amigdal, rifiuti tu le tue
tesi eretiche e ne fai
pubblica censura?»
L'astronomo piegò la bocca
in un mesto sorriso. Gettò
un'ultima occhiata alla
figlia, che attendeva come
una corda di violino ben
registrata. Avrebbe pianto,
se ciò non avesse potuto
dare l'impressione di timore
o insicurezza. Cercò invece
le ultime forze per piantare
gli occhi sul sommo
sacerdote e assunse
quell'aria martire e fiera
che solo da profondi
convincimenti può essere
ispirata.
«Io, Barugat Uder Amigdal,
sono pronto a morire per ciò
che sento e vedo essere
giusto! La morsa della
chiesa sui nostri corpi non
è cosa precetta da dio, e
lui medesimo ci dette il
libero arbitrio e
l'intelligenza per capire la
creazione donataci. Leggo
paura nei vostri volti, la
sento nel vostro ciarlio:
voi temete per il vostro
potere! Da sempre la chiesa
si adopra a ingannare i
fedeli con l'immagine di
guida e pastore delle loro
anime, mentre arraffa
ricchezze, influenza le loro
decisioni e ne imbriglia le
forze a proprio uso e
consumo. Sostengo le mie
teorie perché esse sono
verità, come dio mi ha
concesso di verificare.
Sostengo la scienza perché
essa mira a donarci maggiore
comprensione dell'Universo e
quindi di dio stesso. Aborro
voi, che vi spacciate per
suoi rappresentanti, e la
chiesa tutta, ch'essa è ciò
che di più presso sta al
Nero Vuoto e alla sua forza
distruttrice! Uccidetemi.
Uccidete tutti quelli che
stanno nel mio pensiero!
Bruciate ogni nostra opera,
se è questo che volete! Noi
sappiamo che il Bianco Padre
ci accoglierà a braccia
aperte e ci mostrerà fiero
alle schiere delle altre
anime, dicendo: "Ecco,
questi sono martiri per la
mia vera causa! Essi hanno
la sola colpa di avere
combattuto l'ottusa
malvagità di chi abusa del
mio nome per il proprio
tornaconto!"»
Mayayo boccheggiò in cerca
d'aria, mentre girava uno
sguardo sui volti sbigottiti
dei sacerdoti. Pallidi, essi
assistevano a quella decisa
denuncia incapaci di
reagire, e cercavano con gli
occhi la faccia resa
paonazza dall'ira del sommo
sacerdote.
«Noi, condanniamo il qui
presente...»
Le parole si spensero,
assorbite dal rombo lontano.
Gli occhi andarono a sondare
il cielo, in cerca della
causa di quel rumore che si
faceva sempre più
assordante. Guardarono
attoniti l'oggetto che si
approssimava col suo
fragore; lo guardarono
guadagnare velocemente forme
e dimensioni, mentre si
avvicinava.
La navicella oblunga
rallentò, fermandosi sopra
le teste ambrate degli
Amurghi, proiettando su quei
volti stupiti la propria
ombra. Lentamente, l'oggetto
immenso scese a terra con
leggerezza di piuma. Il suo
rombo caratteristico, ora
fattosi sommesso e profondo,
a sovrastare un silenzio
sbigottito. Le zampe da
zanzara si tesero e si
appoggiarono con dolce
pesantezza, affondando
appena nel suolo.
Il cupo rombo da fiera in
riposo si estinse, lasciando
solo il silenzio. L'attesa
prolungò all'infinito quegli
istanti, mentre paura e
stupore si mischiavano in
quei cuori. Lentamente, con
clangore metallico e sibilo
da decompressione, il
portello stagno si aprì.
Erano i maledetti figli del
Nero? Erano giunti a
reclamare l'anima del loro
accolito?
Questo si chiedevano gli
Niamodei, mentre le ombre
fino a quel momento celate
dall'acciaio si rivelavano
all'arancia luce del sole;
di questo cercavano di
convincersi i preti,
sconvolti al solo pensiero
di altre possibilità. Questo
era quello che si ripeteva
all'infinito l'ora
cadaverico sommo sacerdote,
tra un respiro raschiato e
l'altro.
Lo sportello si posò al
suolo, finalmente, e gli
esseri maligni uscirono allo
scoperto. Un mormorio
incredulo percorse la folla;
i preti soffocarono un urlo
di stupore e paura. Barugat
sorrise, e così fece sua
figlia. Volse quel sorriso
ai componenti del clero e lo
lasciò sparire.
Scolorito e scosso da
fremiti violenti, il sommo
sacerdote fissava gli esseri
scesi dalla nave con occhi
sgranati dal più profondo
terrore. Asmatici respiri a
raschiare la sua gola, a
portare il sibilo del suo
cuore fuori fase a labbra
pallide quanto la morte.
Quell'ansito disperato si
mutò in gorgoglio profondo,
un fremito violento scosse
il corpo grasso e lo bloccò
in posa spastica. Cadde a
terra come statua di piombo,
il cuore paralizzato
dall'ultima rivelazione.
Come potevano i demoni scesi
dalla nave avere una pelle
tanto bianca e pura?
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