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  Alberto Rosselli

racconto

GUSTAVO
 

 
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Alberto Rosselli

 


Gustavo aveva trascorso un piacevole pomeriggio in compagnia di amici e nemici in una nota galleria d’arte, dove aveva partecipato al vernissage della mostra di un giovane talento della pittura postmoderna che di lì a poco sarebbe stato stroncato senza appello dalla critica. Gustavo, che di pittura contemporanea non si intendeva affatto, non disdegnava però di farsi invitare in quei sotterranei bianchi e spesso privi di posacenere che sono appunto le gallerie d’arte. Vi si recava un po’ per ascoltare le ultime novità sui luoghi comuni, un po’ per bere un bicchiere di vino bianco e sgranocchiare schegge di parmigiano.
Quando uscì dal locale era già sera. Con le mani infilate nelle tasche della giacca di velluto a costine, Gustavo cercava di ritrovare la via di casa, camminando e mantenendo basso il baricentro del suo corpo longilineo per far fronte ai frequenti vuoti d’aria provocati dall’eccessiva libagione pomeridiana.
Lasciati alle spalle le visioni postmoderne, i visi tetri e barbuti degli esperti e le sfumature di un appuntamento tinteggiato di provinciale mondanità, si fece strada tra una fiumana di gente, come un salmone controcorrente.
Gustavo era un uomo sulla trentina, alto, magro e ben proporzionato. Nel suo sguardo si potevano intravedere i barlumi di un’intelligenza vivace, ma poco sfruttata. I tratti mobili del viso, sovrastato da una liscia e bionda capigliatura, lasciavano intendere un’abusata attitudine alla smorfia; mentre le fitte rughe della fronte tradivano un continuo altalenarsi di gioie e di dolori..
La tramontana crebbe di intensità e Gustavo la sentì passare attraverso le cuciture dei suoi abiti. Ebbe quasi la sensazione che l’aria si insinuasse tra le sue costole, fino a spazzargli le interiora e il fegato appesantito dal vino e dalla solitudine.
Giunto in una piazza circondata da alti ippocastani flagellati dal vento, si accorse che l’autunno era arrivato, più o meno come tutti gli altri anni.
Un grosso albero si scrollò di dosso le ultime tracce d’estate e lo inondò di foglie gialle. Piovvero anche delle castagne e una di queste, levigata e marrone come l’occhio di un cervo, lo colpì sul capo. Il proiettile fece sussultare l’uomo che, toccandosi il punto offeso e dolente con l’indice, sorrise ad un passante, quasi volesse giustificare in qualche maniera l’incidente.
Gustavo rallentò la marcia e guardò il suo orologio, un cronografo piuttosto vecchio, ma di buona marca. Quindi proseguì il suo cammino, percorrendo le vie che maggiormente sentiva legate alla sua memoria. Così facendo allungò non poco il percorso, ma in compenso poté attenuare quella sgradevole sensazione di vuoto pneumatico che avvertiva nella testa.
A braccia conserte, come da piccolo gli avevano insegnato i padri gesuiti, Gustavo accelerò il passo e finalmente arrivò al portone di casa. Vi giunse sudato, nonostante l’aria fresca. Senza quasi accorgersene, entrò nel piccolo alloggio che alcuni mesi addietro gli era stato regalato dal padre. Si era trattato di uno di quei colpi fortunati che, solitamente, riempiono di gioia gli studenti universitari o gli apprendisti uomini, i più intuitivi dei quali ben presto si accorgono di quanto sia difficile stare al mondo con le proprie forze, senza mamma e senza camicie pulite e stirate nel cassetto.
La camera da letto, come d’altra parte il resto dell’appartamento, era in disordine ma odorava ancora di pittura. Le pareti, bianchissime e leggermente increspate, avrebbero rallegrato con il loro immacolato rigore le menti più cupe. Sul giaciglio disfatto, stava posato un ferma capelli d’osso appartenente ad una donna distratta.
Gustavo accese la luce della lampada di ottone sul comodino, poi, senza neanche togliersi la giacca, si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi, addormentandosi.
A scuola Gustavo non si era mai rivelato un allievo modello. Apparteneva a quella schiera di studenti non stupidi ma pigri, che solo se sottoposti dai professori a continue punizioni riescono a concludere decentemente un anno scolastico. Gustavo frequentò fin dalle elementari un istituto di padri gesuiti. Amante dello scherzo, il ragazzo studiava il minimo indispensabile e quando ne aveva l’occasione combinava guai di tutti i tipi, ribellandosi alle autorità scolastiche. Egli non perdeva infatti occasione per far ridere o distrarre i compagni con gesti ed iniziative riprovevoli. Organizzò bische e mise in piedi un florido commercio di riviste pornografiche e tabacchi; versò una boccetta di purga dentro la macchina del caffè dei professori e ne mandò diversi al pronto soccorso. Insomma, si dette molto da fare.
Come spesso capita a chi troppo frequentemente si macchia di gravi crimini, Gustavo venne spesso accusato anche di reati che in realtà non aveva commesso. Ogni sommossa ed ogni guaio venivano automaticamente attribuiti al povero Gustavo che, anziché chiedere giustizia, si gloriava per i nuovi capi di imputazione.
La generosa insensatezza e il coraggio suicida trasformarono ben presto il ragazzo in un idolo della scolaresca: un idolo comodo, nel quale tutti gli allievi amavano identificarsi, ma per il quale nessuno di essi era certo disposto a sacrificarsi.
Accettando con fatalismo l’ingrato ruolo di paladino dei vili e dei cortigiani, Gustavo approdò, tra non poche difficoltà, all’ultimo anno di liceo. E dando prova di un inaspettato buon senso egli riuscì a passare la maturità con un trentasette fragile ma decisamente snob.
Terminate le superiori, Gustavo si iscrisse all’università. Per un certo tempo frequentò le lezioni, ma poi le ebbe a noia. Non sapendo che fare, iniziò allora a buttare giù brevi e disordinati racconti: storielle senza capo né coda che amava raccontare a se stesso nei momenti di solitudine. Tra un racconto e l’altro trovò comunque il tempo per laurearsi, anche se con notevole ritardo, senza infamia e senza lode. Agguantato l’importante quanto simbolico traguardo, Gustavo non si adoperò per trovarsi una sicura e retribuita sistemazione, ma intensificò la sua attività di scrittore, alternandola alla compagnia di amici un tempo inclini alla creatività, ma ora alla disperata ricerca di un impiego, magari statale.
Giunse infine e del tutto inaspettato il giorno da lui tanto atteso. Con un colpo di fortuna, un piccolo editore, al quale Gustavo aveva fatto pervenire un certo manoscritto, gli offrì un contratto di pubblicazione. Deciso a non farsi sfuggire l’occasione di diventare se non proprio un artista almeno un personaggio noto, egli andò subito a trovarlo.
L’editore Salmastri lo accolse cordialmente e lo abbracciò come un padre, facendolo poi accomodare sulla poltrona più bella del suo studio. Gli parlò a lungo dei problemi che affliggevano l’editoria nazionale ed estera e dei sacrifici che egli aveva dovuto affrontare per farsi una posizione. Poi gli porse una copia del contratto di pubblicazione che, tra varie postille, includeva naturalmente l’obbligo da parte dell’autore di versare una certa quota alla casa per concorrere alle spese della tiratura.
“Non si senta offeso. Lei è sicuramente bravo, ma purtroppo è ancora uno sconosciuto, un giovane alle sue prime esperienze letterarie. Pur essendo un uomo sempre disposto a puntare e a rischiare su un autore promettente - argomentò serio il Salmastri toccandosi il petto con il palmo della mano - devo in qualche modo cautelarmi”.
Gustavo, sebbene interdetto, firmò senza fiatare il contratto e pure un assegno. Fatto scivolare quest’ultimo in un cassetto, il Salmastri, ormai luminoso in volto, riprese a parlare con foga.
“Ne ero certo! Lei ha proprio dei numeri”, disse ad alta voce, sfogliando il dattiloscritto di Gustavo con il fare attento e ghiotto di un adolescente alle prese con la sua prima rivista pornografica. “Sì, sì! Lei è proprio in gamba. La narrazione è fluida. I personaggi sono descritti con molta cura. Bene, bene. Ma si ricordi figliolo che la strada per diventare uno vero scrittore è molto dura. Riuscirà soltanto se avrà costanza, pazienza e vocazione al sacrificio. Quando avrà ultimato il prossimo lavoro venga a trovarmi e ne discuteremo insieme”.
Gustavo decise di prendere per buone le menzogne del Salmastri e da quel giorno si mise a lavorare di buona lena, tanto che, nel giro di pochi anni, riuscì a mandare alle stampe altri due racconti e persino un breve romanzo, contribuendo non poco alla risoluzione dei problemi finanziari che assillavano il Salmastri.
Poi, con il passare del tempo, Gustavo, che non credeva molto in quella sua effimera gloria, cominciò a venire meno ai suoi impegni e, con la stessa rapidità con la quale la sua immaginazione si era involata lungo le ripide ed impervie mulattiere della creatività, incominciò a battere la fiacca, iniziando a frequentare compagnie sconvenienti. E così, facendo la spola tra ritrovi di falliti e forsennati, quasi senza accorgersene, egli imparò l’arte della menzogna. Un’arte appresa la quale – sostengono alcuni - è possibile godere appieno della libertà del proprio pensiero.
Come annotò in un suo celebre saggio Fjodor Antonov: “Di tutte le cose meravigliose che ci offre la vita, certo le più affascinanti sono proprio la facoltà di pensare e quelle, conseguenti, di asserire e negare. La verità e la menzogna altro non sono che due aspetti, antitetici ma identici, di una medesima opportunità. Nel pensiero troviamo sempre un’impronta divina, quasi una garanzia di immortalità, e una forza occulta e potente che non conosce limiti”.
Probabilmente l’Antonov non farneticava. Oggi, all’inizio del terzo millennio, gli esseri umani vengono spesso ipnotizzati da molteplici chimere. Sono infatti milioni le persone che ogni sabato sera cadono in preda al delirio di fronte ad un nuovo gioco elettronico o ad uno spettacolo virtuale. Se tuttavia questi individui si sforzassero di analizzare meglio il funzionamento del loro cervello, imparerebbero a gioire non tanto per le meraviglie dell’elettronica computerizzata, ma per la propria capacità di pensare. Anche la più semplice e lineare elaborazione mentale concepita da un manovale bergamasco che, con pazienza e raziocinio, si ingegna per edificare un solido muretto di mattoni rossi, può infatti racchiudere il più illuminante prodigio.

L’abbaiare insistente di un cane destò dal lungo sonno Gustavo. Egli si alzò e affacciatosi alla finestra della sua abitazione si accorse dell’innegabile utilità della luce elettrica.
Dopo aver vagato per casa in cerca di qualcosa che non riusciva a trovare, si sedette sul divano, davanti al televisore, in compagnia di una violenta emicrania.
In preda alla fastidiosa quanto banale sofferenza provocata dalle eccessive bevute del passato pomeriggio, prese il telecomando ed accese l’apparecchio. Data l’ora tarda, quasi tutte le stazioni avevano terminato i programmi. Tuttavia, insistendo nel pigiare i tasti riuscì ad individuare alcuni canali minori ancora in attività. Gustavo fissò la sua attenzione su una certa emittente che mandava in onda uno spinto cortometraggio sui vizi segreti di un veterinario di campagna. Il filmetto illustrava, con sottofondo di musica popolare romagnola, i tentativi compiuti dal professionista per possedere una voluminosa pecora nuorese. Con la goffa quanto scontata scusa di volerla visitare, il veterinario, dopo aver palpeggiato ed auscultato il petto della lanosa paziente, la ribaltava in malo modo ed inchiodatala sulla schiena la faceva sua, non riuscendo però a baciarla sulle umide e rosee labbra. Negandosi disperatamente, la bestiola accettò l’umiliazione d’essere penetrata dal membro umano, ma per nulla al mondo concesse a quel mostro bipede l’intima confidenza dell’atto perugino.
Spenta la televisione, Gustavo si rese conto di avere una gran voglia di fumare, ma di aver terminato le sigarette. E in breve si ritrovò a spasso per le vie deserte della città, alla ricerca di un pacchetto di tabacco.
Come è noto, per un fumatore accanito - e Gustavo faceva parte di questa categoria di viziosi ormai in via di estinzione - rimanere senza sigarette nel cuore della notte rappresenta una delle più angoscianti esperienze.
Come scrisse Otto Keitel nel suo “Nebel” (uno dei più importanti trattati sulle dannose conseguenze del tabagismo): “L’astinenza da fumo può portare danni gravissimi alla psiche dell’uomo. Il desiderio incontrollato di nicotina può spingere il soggetto a cimentarsi, ad esempio, in improvvise ed irragionevoli maratone di ellenica memoria, ad arrampicarsi senza alcun apparente motivo su un lampione o, in casi limite, ad appiccare fuoco ad una rivendita di monopoli di stato trovata inopinatamente chiusa”.
Passando davanti alla stazione principale della città, Gustavo cercò di individuare il solito venditore abusivo dal quale andava a rifornirsi la sera, ma non lo trovò. Quindi proseguì per gli antichi e fatiscenti quartieri situati a ridosso del porto, laddove, negli ultimi bar ancora aperti, sono soliti darsi appuntamento gli eredi ossidati di Fred Buscaglione.
Dopo un po’ di cammino, Gustavo giunse in un’antica piazza. Il lastricato era sgombro e stranamente pulito, soprattutto se confrontato con il marciume che incrostava gli altri vicoli della zona. Le grosse pietre rettangolari della pavimentazione erano bagnate e rispecchiavano il chiarore di una luna che dominava, silenziosa e pallida, un cielo nero e profondo.
Abbandonati i vicoli angusti e deserti, Gustavo guadagnò rapidamente la zona a ridosso delle vecchie banchine tagliando perpendicolarmente una fitta rete di vicoli puzzolenti ed infestati da mignatte e mignotte. Imboccata una larga via che correva parallela al grande seno dentato dei moli, si ritrovò in un frenetico viavai di gente e di motori. Lungo il marciapiede della litoranea, affollato di venditori africani, di giurassiche prostitute, sgangherate e somiglianti a furgoncini con il rossetto, egli trovò finalmente ciò che cercava.
Da un’anziana donna baffuta, ricoperta di scialli e con ai piedi un paio di pantofole, acquistò quattro pacchetti di sigarette. La venditrice, che stava seduta su uno sgabello, propose a Gustavo alcune scatole di preservativi, ma lui declinò l’offerta.
Aspirando con voluttà, Gustavo constatò che la notte non era poi così profonda, che il suo mal di capo era svanito e che dunque poteva ancora fare due passi, magari in direzione di un bar dal nome esotico.
Il Maracaibo era un locale che la sapeva lunga. Sovrastata da un’insegna al neon, la porta di accesso lasciava emanare dall’interno gli odori e le note caratteristici di quei ritrovi tanto cari a quei nottambuli che sono soliti spingere le lancette dei loro orologi oltre la venticinquesima ora.
All’interno del locale la visibilità era scarsa. Il Maracaibo si allargava formando una sala molto ampia, zeppa di sedie e tavolini. Vicino al bancone del bar, uno stretto passaggio dava l’accesso ad una saletta riservata alle coppie in cerca di intimità. L’arredamento del locale racchiudeva un’infinità di orribili stili. Le pareti erano in parte damascate e in parte laminate d’oro. Divani barocchi e tavolini in marmo rosa si affiancavano ad alcuni lunghi tavoli in legno rustico con sedie scolpite di foggia tirolese per la degustazione di precotte e viscide penne all’arrabbiata. Completavano il tutto un alberello di Natale e la prora di una gondola veneziana adagiata su un supporto metallico, adibita a poltrona.
Appoggiato al bancone, Gustavo ordinò qualcosa da bere ed esaminò la fauna locale.
L’angolo barocco era occupato da un gruppo di uomini di mezza età con calzini corti. Erano alle prese con una squadra di taxi girl assonnate ma volenterose. Quegli individui, con in pugno bicchieri di scotch and soda e dito mignolo sulle dodici, mostravano bocche piene d’oro ed altro non facevano che parlare d’amore, pronunciando frasi pesanti e snocciolando barzellette oscene. Il resto del locale era invece popolato da una massa multietnica di soggetti, quasi tutti di sesso maschile. Marittimi negri seduti davanti a boccali di birra tiepida ascoltavano i ritmi e le melodie che sgorgavano, come ogni sera dopo mezzanotte, dall’organetto elettronico di Mascia, la graziosa pianista nana del Maracaibo.
Mascia non si distraeva mai dal suo lavoro. Seduta con garbo sul bordo di una poltroncina di velluto lilla, la piccola ma proporzionata musicista, coordinava con rapidità e perizia i movimenti delle sue corte mani bianche sulla tastiera dello strumento.
Gustavo rimase colpito dalla sua bravura.
Mascia e la sua arte erano lì a ritmare con grazia e pudore i pensieri e gli intenti di un’agrodolce umanità putrefatta dal sole, risucchiata dalle tenebre e ricomposta dalla luna.
Laggiù, nell’angolo barocco, mani goffe e ruvide di uomini ammogliati increspavano calze a rete nere, sfiorando carni tiepide, sacrificate sull’altare di necessità quotidiane. E a musicare tutto ciò era Mascia. E ancora Mascia con il suo organetto ad eccitare gli spiriti, a trasformare ogni istinto bestiale in poesia, a sciogliere le lingue. “Brindisi, brindisi!” gridò qualcuno. Saltarono i sugheri, tintinnarono i calici, scoppiarono le risa, si accavallarono le gambe e si serrarono le distanze. Mentre frasi vuote toccavano cuori vuoti e stanchi in attesa d’essere riempiti da generose porzioni di polpettone freddo.

Uscito dal locale, Gustavo tornò a casa. Una sana sonnolenza pervadeva finalmente le sue membra. Giunto alla sua abitazione si coricò immediatamente e questa volta si addormentò sul serio.
Un persistente e fastidioso rumore di martelli pneumatici lo svegliò a tarda mattina. E per la prima volta, dopo tanto tempo, Gustavo sentì uno stimolo che credeva ormai smarrito. Un nervoso desiderio d’applicarsi in qualcosa si impossessò di lui. Si alzò e andò in cucina per prepararsi una sostanziosa colazione a base di caffé, pane, burro, marmellata e verdure in pinzimonio.
Dopo avere assaporato, in una sorta di silenzio francescano, fragranze tanto squisite quanto dissimili, Gustavo venne rapito da un travolgente stimolo creativo. E ripassando la lingua sul palato, la sensazione di una strana scoperta cominciò in lui a trasformarsi in speranza. Deglutite le sue ultime tracce di marmellata e peperoni, anche l’ultimo dubbio lasciò spazio alla più assoluta certezza
“Ci sono!” gli scappò di bocca. “Il dolce e l’amaro, il liscio e il ruvido, il caldo e il freddo. Questo è il problema! ”
Tremante e meditabondo, Gustavo andò nel suo studio per mettersi subito all’opera, per fissare sulla carta la sua scoperta. Iniziò a battere con foga i tasti della macchina da scrivere. Buttò giù qualche cartella piena di deliri, poi stracciò tutto e ricominciò daccapo. Continuò a scrivere come un forsennato per diverse ore, cercando di trovare il bandolo di una bizzarra ma avvincente teoria. Ad un certo punto si fermò di colpo.
In piedi, con lo sguardo assorto, con una matita spuntata in una mano, il giovane rimase a lungo in ammirazione dei suoi pensieri, in presa ad un’estasi quasi religiosa. Poi, mise in ordine il suo scrittorio e di lì a poco tutto il suo appartamento da scapolo. Solo allora Gustavo si rese conto del grande disordine nel quale era vissuto fino a quel momento. Vestiario, libri, riviste, cartaccia, bicchieri e piatti sporchi, scatole di medicinali vuote e mille altre cose giacevano sul pavimento, sui tavoli e sul letto disfatto. Per prima cosa, vuotò nella pattumiera i posacenere pieni di cicche, poi raccolse il resto e diede anche una bella pulita ai mobili e ai pavimenti. Lavorando di buona lena, pensò al tempo perduto e si accorse di quanto fossero state strane ma in fondo giuste le sue ambizioni.
Da ragazzo, a differenza dei suoi compagni, Gustavo non aveva mai desiderato di intraprendere un’esplorazione a dorso di elefante nella lontana e misteriosa India. Non aveva mai rabbrividito all’idea di disputare una partita di calcio in coppia con il famoso asso brasiliano Geolindo. I suoi sogni erano sempre stati diversi da quelli dei suoi coetanei conformisti, inclini a nutrirsi di luoghi comuni e di miserande fantasie. Gustavo non aveva fede nelle ideologie. Non credeva in un mondo, quello moderno, che si basa soltanto sui criteri dell’utile e del tempo e non più sui valori tradizionali del sacro e dell’eternità. Egli, poi, non credeva affatto al mito della palingenesi egualitaria e all’aspettativa messianica di una mitica grande famiglia degli umani tutta pace e armonia. Gustavo non amava i branchi, i proclami sciocchi e le menzogne. Preferiva passare ore ed ore a studiare gli aeroplani e le rondini con la stessa passione con la quale si infervorava alla lettura di enciclopedie, atlanti muti, vecchie raccolte di giornali e testi piuttosto inusuali per un ragazzo. Lo colpirono il “Castello Posteriore” di Santa Teresa di Gallura, la “Craniometria Comparata” di Lombardo Veneto, il “Trattato di Chirurgia Bestiale” di Rinaldo Pollenzio, “L’Oro degli Sciocchi” di Arthur Frobisher e le “Analogie Cosmiche” di Joseph Rosenthal. Letture particolari che, a prima vista, sarebbero potute sembrare impegni di pura e raffinata erudizione o oggetto dell’interesse di un eccentrico o di un folle.

Finite le pulizie, Gustavo andò a lavarsi e vestirsi, deciso a incominciare una vita nuova. Ormai consapevole della sua imminente rinascita si lasciò dietro il portone di casa ed avanzò con passo sicuro verso il suo destino. Sfiorò i lastricati cittadini andò su e giù per i ripidi sentieri mattonati, discese gli infiniti gradini di quartieri germogliati su larghe spianate; si soffermò quindi sui bordi panoramici di vecchi forti per osservare orizzonti marini lontani. Giunto ad un’alta torretta panoramica che dava sul porto, si fermò.
Proiettando lo sguardo da quello strapiombo, la città gli parve ricca di virtù nascoste e contraddittorie. Dalla coffa di quel pennone di pietra, Gustavo contemplò la concreta sintesi di un paradosso urbanistico di gigantesche proporzioni: un assurdo edificato più per amor di commercio che per amor d’arte.
L’antico nucleo urbano, dilatatosi nel corso dei secoli, mostrava per piani e terrazze un ampio anfiteatro di palazzi, chiese, grattacieli, cisterne e silos. L’ingegno dei costruttori sembrava essersi sbizzarrito grazie ai numerosi enigmi del suolo, e il loro talento non pareva avere trovato ostacoli di fronte alle obiettive difficoltà di un razionale e progressivo sviluppo. Anche se gli architetti avessero avuto più spazio, se avessero potuto abbandonarsi alla fantasia, non avrebbero comunque trovato quelle infinite risorse e quella multipla varietà di motivi che dona all’intreccio stesso delle costruzioni quella originalità fulminea, capace di introdurre in ogni anfratto il lume dell’acume. Mai gli architetti sarebbero giunti di proposito a dar vita a tali brillanti combinazioni di portici, gradinate, piazze, gallerie e ripidissime vie: fitta ma casuale compenetrazione di stili e di funzioni, di opportunità e di interessi. Insieme di combinazioni, queste, che offrono al trepidare delle arti il carattere di un’inattesa sorpresa e alla più modesta delle materie - come la pietra ad esempio - un’aurea sobrietà.

Quasi a sprofondare in mare, quel grande anfiteatro di marmi, mattoni e ardesie mostrava, come il suo porto, antiche glorie.
Gustavo cercò di immaginarsi l’approdo delle sua antica città all’epoca del massimo splendore.
Clima insolito quello di quel tempo. Clima straordinariamente caldo e pulsante, come lo spirito che animava il popolo del porto. Gente strana si agitava sui pontili o s’accalcava nell’angiporto a ridosso dei bacini. Qua e là sugli argini cristallizzati di sodio e profumati di cozze vivevano le razze più svariate: armatori, mercanti, meccanici, camalli, artigiani, avventurieri, gente col fez intenta a gesticolare ed urlare in una babele di lingue. Gertòva era Madras, Hong Kong, Charleston. Agli angoli delle sue viuzze lavoravano gli scrivani e i redattori di testamenti, i venditori di chincaglierie e di unguenti I frutti di mare erano ammassati in ceste di vimini vicine a banchi di broccati e pietre dure. La venditrice d’amore offriva nel suo antro piaceri proibiti, mentre poco più in là, in un’osteria, un ebreo levantino stipulava affari con un mercante di stoffe del comasco. Gertòva era Europa, Africa, Americhe e Asia. L’olio, il bitume e il sughero galleggiavano sull’acqua nera all’ombra degli scafi e delle gru, al ritmo d’argani, carrucole, cavi e corde tese. Mentre sui moli si accatastavano montagne di casse, barili e gabbie zeppe di acciughe, verdure, pepe, vino, aceto, cuoio e capre.
Gli uomini del porto erano vestiti di colori sporchi. Con i volti bruciati dal sole e le mani scolpite nel legno: grosse, callose e maldestre nello sfiorare guance di bimbi e seni di fanciulle, ma invincibili nell’issare cime di canapa e nel trattare merci taglienti. Di quell’ambiente spasmodico colpiva l’odore di sale, dei fumi e delle foreste incenerite e caricate a spalla da figure forti e a torso nudo: uomini agili come stambecchi nel saltare da un bordo all’altro. Mentre i loro figli, gli eredi di tanta fatica, giocavano lungo i vicoli angusti, puzzolenti di pesce e d’orina: strette fessure popolate da monchi relitti di mare, da capitani canuti, rabbiosi e corrosi dalla sifilide. E ancora i bimbi a giocare e a combattere con spade di legno ed elmi carta contro eserciti di topi curiosi e drappelli di vecchie donne deformate dall’artrite ed intente a rovistare tra mucchi di rifiuti neri di mosche.
Per Gustavo era ormai tutto chiaro. La via da seguire l’aveva davanti ed era l’orizzonte. Respirò forte e lanciò il suo sguardo oltre la diga foranea flagellata dai flutti spumosi. Rimase incantato dal volo di una piccola rondine ritardataria in rotta verso il suo sud. Cercò di seguirne le evoluzioni, si sporse troppo dalla ringhiera di ferro del belvedere quasi volesse anch’egli spiccare il volo. Il suo corpo ondeggiò per qualche istante e precipitò nel vuoto.
Due ragazzine che avevano marinato la scuola videro la scena e si misero a gridare. Dall’alto di un quartiere arroccato sulle colline una campana suonò a festa.
Una nuova speranza volteggiava nel cielo azzurro e profumato di caffè.
 

 

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