Alberto Rosselli |
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racconto
GUSTAVO
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Alberto
Rosselli |
Gustavo aveva trascorso un
piacevole pomeriggio in
compagnia di amici e nemici
in una nota galleria d’arte,
dove aveva partecipato al
vernissage della mostra di
un giovane talento della
pittura postmoderna che di
lì a poco sarebbe stato
stroncato senza appello
dalla critica. Gustavo, che
di pittura contemporanea non
si intendeva affatto, non
disdegnava però di farsi
invitare in quei sotterranei
bianchi e spesso privi di
posacenere che sono appunto
le gallerie d’arte. Vi si
recava un po’ per ascoltare
le ultime novità sui luoghi
comuni, un po’ per bere un
bicchiere di vino bianco e
sgranocchiare schegge di
parmigiano.
Quando uscì dal locale era
già sera. Con le mani
infilate nelle tasche della
giacca di velluto a costine,
Gustavo cercava di ritrovare
la via di casa, camminando e
mantenendo basso il
baricentro del suo corpo
longilineo per far fronte ai
frequenti vuoti d’aria
provocati dall’eccessiva
libagione pomeridiana.
Lasciati alle spalle le
visioni postmoderne, i visi
tetri e barbuti degli
esperti e le sfumature di un
appuntamento tinteggiato di
provinciale mondanità, si
fece strada tra una fiumana
di gente, come un salmone
controcorrente.
Gustavo era un uomo sulla
trentina, alto, magro e ben
proporzionato. Nel suo
sguardo si potevano
intravedere i barlumi di
un’intelligenza vivace, ma
poco sfruttata. I tratti
mobili del viso, sovrastato
da una liscia e bionda
capigliatura, lasciavano
intendere un’abusata
attitudine alla smorfia;
mentre le fitte rughe della
fronte tradivano un continuo
altalenarsi di gioie e di
dolori..
La tramontana crebbe di
intensità e Gustavo la sentì
passare attraverso le
cuciture dei suoi abiti.
Ebbe quasi la sensazione che
l’aria si insinuasse tra le
sue costole, fino a
spazzargli le interiora e il
fegato appesantito dal vino
e dalla solitudine.
Giunto in una piazza
circondata da alti
ippocastani flagellati dal
vento, si accorse che
l’autunno era arrivato, più
o meno come tutti gli altri
anni.
Un grosso albero si scrollò
di dosso le ultime tracce
d’estate e lo inondò di
foglie gialle. Piovvero
anche delle castagne e una
di queste, levigata e
marrone come l’occhio di un
cervo, lo colpì sul capo. Il
proiettile fece sussultare
l’uomo che, toccandosi il
punto offeso e dolente con
l’indice, sorrise ad un
passante, quasi volesse
giustificare in qualche
maniera l’incidente.
Gustavo rallentò la marcia e
guardò il suo orologio, un
cronografo piuttosto
vecchio, ma di buona marca.
Quindi proseguì il suo
cammino, percorrendo le vie
che maggiormente sentiva
legate alla sua memoria.
Così facendo allungò non
poco il percorso, ma in
compenso poté attenuare
quella sgradevole sensazione
di vuoto pneumatico che
avvertiva nella testa.
A braccia conserte, come da
piccolo gli avevano
insegnato i padri gesuiti,
Gustavo accelerò il passo e
finalmente arrivò al portone
di casa. Vi giunse sudato,
nonostante l’aria fresca.
Senza quasi accorgersene,
entrò nel piccolo alloggio
che alcuni mesi addietro gli
era stato regalato dal
padre. Si era trattato di
uno di quei colpi fortunati
che, solitamente, riempiono
di gioia gli studenti
universitari o gli
apprendisti uomini, i più
intuitivi dei quali ben
presto si accorgono di
quanto sia difficile stare
al mondo con le proprie
forze, senza mamma e senza
camicie pulite e stirate nel
cassetto.
La camera da letto, come
d’altra parte il resto
dell’appartamento, era in
disordine ma odorava ancora
di pittura. Le pareti,
bianchissime e leggermente
increspate, avrebbero
rallegrato con il loro
immacolato rigore le menti
più cupe. Sul giaciglio
disfatto, stava posato un
ferma capelli d’osso
appartenente ad una donna
distratta.
Gustavo accese la luce della
lampada di ottone sul
comodino, poi, senza neanche
togliersi la giacca, si
sdraiò sul letto e chiuse
gli occhi, addormentandosi.
A scuola Gustavo non si era
mai rivelato un allievo
modello. Apparteneva a
quella schiera di studenti
non stupidi ma pigri, che
solo se sottoposti dai
professori a continue
punizioni riescono a
concludere decentemente un
anno scolastico. Gustavo
frequentò fin dalle
elementari un istituto di
padri gesuiti. Amante dello
scherzo, il ragazzo studiava
il minimo indispensabile e
quando ne aveva l’occasione
combinava guai di tutti i
tipi, ribellandosi alle
autorità scolastiche. Egli
non perdeva infatti
occasione per far ridere o
distrarre i compagni con
gesti ed iniziative
riprovevoli. Organizzò
bische e mise in piedi un
florido commercio di riviste
pornografiche e tabacchi;
versò una boccetta di purga
dentro la macchina del caffè
dei professori e ne mandò
diversi al pronto soccorso.
Insomma, si dette molto da
fare.
Come spesso capita a chi
troppo frequentemente si
macchia di gravi crimini,
Gustavo venne spesso
accusato anche di reati che
in realtà non aveva
commesso. Ogni sommossa ed
ogni guaio venivano
automaticamente attribuiti
al povero Gustavo che,
anziché chiedere giustizia,
si gloriava per i nuovi capi
di imputazione.
La generosa insensatezza e
il coraggio suicida
trasformarono ben presto il
ragazzo in un idolo della
scolaresca: un idolo comodo,
nel quale tutti gli allievi
amavano identificarsi, ma
per il quale nessuno di essi
era certo disposto a
sacrificarsi.
Accettando con fatalismo
l’ingrato ruolo di paladino
dei vili e dei cortigiani,
Gustavo approdò, tra non
poche difficoltà, all’ultimo
anno di liceo. E dando prova
di un inaspettato buon senso
egli riuscì a passare la
maturità con un trentasette
fragile ma decisamente snob.
Terminate le superiori,
Gustavo si iscrisse
all’università. Per un certo
tempo frequentò le lezioni,
ma poi le ebbe a noia. Non
sapendo che fare, iniziò
allora a buttare giù brevi e
disordinati racconti:
storielle senza capo né coda
che amava raccontare a se
stesso nei momenti di
solitudine. Tra un racconto
e l’altro trovò comunque il
tempo per laurearsi, anche
se con notevole ritardo,
senza infamia e senza lode.
Agguantato l’importante
quanto simbolico traguardo,
Gustavo non si adoperò per
trovarsi una sicura e
retribuita sistemazione, ma
intensificò la sua attività
di scrittore, alternandola
alla compagnia di amici un
tempo inclini alla
creatività, ma ora alla
disperata ricerca di un
impiego, magari statale.
Giunse infine e del tutto
inaspettato il giorno da lui
tanto atteso. Con un colpo
di fortuna, un piccolo
editore, al quale Gustavo
aveva fatto pervenire un
certo manoscritto, gli offrì
un contratto di
pubblicazione. Deciso a non
farsi sfuggire l’occasione
di diventare se non proprio
un artista almeno un
personaggio noto, egli andò
subito a trovarlo.
L’editore Salmastri lo
accolse cordialmente e lo
abbracciò come un padre,
facendolo poi accomodare
sulla poltrona più bella del
suo studio. Gli parlò a
lungo dei problemi che
affliggevano l’editoria
nazionale ed estera e dei
sacrifici che egli aveva
dovuto affrontare per farsi
una posizione. Poi gli porse
una copia del contratto di
pubblicazione che, tra varie
postille, includeva
naturalmente l’obbligo da
parte dell’autore di versare
una certa quota alla casa
per concorrere alle spese
della tiratura.
“Non si senta offeso. Lei è
sicuramente bravo, ma
purtroppo è ancora uno
sconosciuto, un giovane alle
sue prime esperienze
letterarie. Pur essendo un
uomo sempre disposto a
puntare e a rischiare su un
autore promettente -
argomentò serio il Salmastri
toccandosi il petto con il
palmo della mano - devo in
qualche modo cautelarmi”.
Gustavo, sebbene interdetto,
firmò senza fiatare il
contratto e pure un assegno.
Fatto scivolare quest’ultimo
in un cassetto, il
Salmastri, ormai luminoso in
volto, riprese a parlare con
foga.
“Ne ero certo! Lei ha
proprio dei numeri”, disse
ad alta voce, sfogliando il
dattiloscritto di Gustavo
con il fare attento e
ghiotto di un adolescente
alle prese con la sua prima
rivista pornografica. “Sì,
sì! Lei è proprio in gamba.
La narrazione è fluida. I
personaggi sono descritti
con molta cura. Bene, bene.
Ma si ricordi figliolo che
la strada per diventare uno
vero scrittore è molto dura.
Riuscirà soltanto se avrà
costanza, pazienza e
vocazione al sacrificio.
Quando avrà ultimato il
prossimo lavoro venga a
trovarmi e ne discuteremo
insieme”.
Gustavo decise di prendere
per buone le menzogne del
Salmastri e da quel giorno
si mise a lavorare di buona
lena, tanto che, nel giro di
pochi anni, riuscì a mandare
alle stampe altri due
racconti e persino un breve
romanzo, contribuendo non
poco alla risoluzione dei
problemi finanziari che
assillavano il Salmastri.
Poi, con il passare del
tempo, Gustavo, che non
credeva molto in quella sua
effimera gloria, cominciò a
venire meno ai suoi impegni
e, con la stessa rapidità
con la quale la sua
immaginazione si era
involata lungo le ripide ed
impervie mulattiere della
creatività, incominciò a
battere la fiacca, iniziando
a frequentare compagnie
sconvenienti. E così,
facendo la spola tra ritrovi
di falliti e forsennati,
quasi senza accorgersene,
egli imparò l’arte della
menzogna. Un’arte appresa la
quale – sostengono alcuni -
è possibile godere appieno
della libertà del proprio
pensiero.
Come annotò in un suo
celebre saggio Fjodor
Antonov: “Di tutte le cose
meravigliose che ci offre la
vita, certo le più
affascinanti sono proprio la
facoltà di pensare e quelle,
conseguenti, di asserire e
negare. La verità e la
menzogna altro non sono che
due aspetti, antitetici ma
identici, di una medesima
opportunità. Nel pensiero
troviamo sempre un’impronta
divina, quasi una garanzia
di immortalità, e una forza
occulta e potente che non
conosce limiti”.
Probabilmente l’Antonov non
farneticava. Oggi,
all’inizio del terzo
millennio, gli esseri umani
vengono spesso ipnotizzati
da molteplici chimere. Sono
infatti milioni le persone
che ogni sabato sera cadono
in preda al delirio di
fronte ad un nuovo gioco
elettronico o ad uno
spettacolo virtuale. Se
tuttavia questi individui si
sforzassero di analizzare
meglio il funzionamento del
loro cervello, imparerebbero
a gioire non tanto per le
meraviglie dell’elettronica
computerizzata, ma per la
propria capacità di pensare.
Anche la più semplice e
lineare elaborazione mentale
concepita da un manovale
bergamasco che, con pazienza
e raziocinio, si ingegna per
edificare un solido muretto
di mattoni rossi, può
infatti racchiudere il più
illuminante prodigio.
L’abbaiare insistente di un
cane destò dal lungo sonno
Gustavo. Egli si alzò e
affacciatosi alla finestra
della sua abitazione si
accorse dell’innegabile
utilità della luce
elettrica.
Dopo aver vagato per casa in
cerca di qualcosa che non
riusciva a trovare, si
sedette sul divano, davanti
al televisore, in compagnia
di una violenta emicrania.
In preda alla fastidiosa
quanto banale sofferenza
provocata dalle eccessive
bevute del passato
pomeriggio, prese il
telecomando ed accese
l’apparecchio. Data l’ora
tarda, quasi tutte le
stazioni avevano terminato i
programmi. Tuttavia,
insistendo nel pigiare i
tasti riuscì ad individuare
alcuni canali minori ancora
in attività. Gustavo fissò
la sua attenzione su una
certa emittente che mandava
in onda uno spinto
cortometraggio sui vizi
segreti di un veterinario di
campagna. Il filmetto
illustrava, con sottofondo
di musica popolare
romagnola, i tentativi
compiuti dal professionista
per possedere una voluminosa
pecora nuorese. Con la goffa
quanto scontata scusa di
volerla visitare, il
veterinario, dopo aver
palpeggiato ed auscultato il
petto della lanosa paziente,
la ribaltava in malo modo ed
inchiodatala sulla schiena
la faceva sua, non riuscendo
però a baciarla sulle umide
e rosee labbra. Negandosi
disperatamente, la bestiola
accettò l’umiliazione
d’essere penetrata dal
membro umano, ma per nulla
al mondo concesse a quel
mostro bipede l’intima
confidenza dell’atto
perugino.
Spenta la televisione,
Gustavo si rese conto di
avere una gran voglia di
fumare, ma di aver terminato
le sigarette. E in breve si
ritrovò a spasso per le vie
deserte della città, alla
ricerca di un pacchetto di
tabacco.
Come è noto, per un fumatore
accanito - e Gustavo faceva
parte di questa categoria di
viziosi ormai in via di
estinzione - rimanere senza
sigarette nel cuore della
notte rappresenta una delle
più angoscianti esperienze.
Come scrisse Otto Keitel nel
suo “Nebel” (uno dei più
importanti trattati sulle
dannose conseguenze del
tabagismo): “L’astinenza da
fumo può portare danni
gravissimi alla psiche
dell’uomo. Il desiderio
incontrollato di nicotina
può spingere il soggetto a
cimentarsi, ad esempio, in
improvvise ed irragionevoli
maratone di ellenica
memoria, ad arrampicarsi
senza alcun apparente motivo
su un lampione o, in casi
limite, ad appiccare fuoco
ad una rivendita di monopoli
di stato trovata
inopinatamente chiusa”.
Passando davanti alla
stazione principale della
città, Gustavo cercò di
individuare il solito
venditore abusivo dal quale
andava a rifornirsi la sera,
ma non lo trovò. Quindi
proseguì per gli antichi e
fatiscenti quartieri situati
a ridosso del porto,
laddove, negli ultimi bar
ancora aperti, sono soliti
darsi appuntamento gli eredi
ossidati di Fred Buscaglione.
Dopo un po’ di cammino,
Gustavo giunse in un’antica
piazza. Il lastricato era
sgombro e stranamente
pulito, soprattutto se
confrontato con il marciume
che incrostava gli altri
vicoli della zona. Le grosse
pietre rettangolari della
pavimentazione erano bagnate
e rispecchiavano il chiarore
di una luna che dominava,
silenziosa e pallida, un
cielo nero e profondo.
Abbandonati i vicoli angusti
e deserti, Gustavo guadagnò
rapidamente la zona a
ridosso delle vecchie
banchine tagliando
perpendicolarmente una fitta
rete di vicoli puzzolenti ed
infestati da mignatte e
mignotte. Imboccata una
larga via che correva
parallela al grande seno
dentato dei moli, si ritrovò
in un frenetico viavai di
gente e di motori. Lungo il
marciapiede della litoranea,
affollato di venditori
africani, di giurassiche
prostitute, sgangherate e
somiglianti a furgoncini con
il rossetto, egli trovò
finalmente ciò che cercava.
Da un’anziana donna baffuta,
ricoperta di scialli e con
ai piedi un paio di
pantofole, acquistò quattro
pacchetti di sigarette. La
venditrice, che stava seduta
su uno sgabello, propose a
Gustavo alcune scatole di
preservativi, ma lui declinò
l’offerta.
Aspirando con voluttà,
Gustavo constatò che la
notte non era poi così
profonda, che il suo mal di
capo era svanito e che
dunque poteva ancora fare
due passi, magari in
direzione di un bar dal nome
esotico.
Il Maracaibo era un locale
che la sapeva lunga.
Sovrastata da un’insegna al
neon, la porta di accesso
lasciava emanare
dall’interno gli odori e le
note caratteristici di quei
ritrovi tanto cari a quei
nottambuli che sono soliti
spingere le lancette dei
loro orologi oltre la
venticinquesima ora.
All’interno del locale la
visibilità era scarsa. Il
Maracaibo si allargava
formando una sala molto
ampia, zeppa di sedie e
tavolini. Vicino al bancone
del bar, uno stretto
passaggio dava l’accesso ad
una saletta riservata alle
coppie in cerca di intimità.
L’arredamento del locale
racchiudeva un’infinità di
orribili stili. Le pareti
erano in parte damascate e
in parte laminate d’oro.
Divani barocchi e tavolini
in marmo rosa si
affiancavano ad alcuni
lunghi tavoli in legno
rustico con sedie scolpite
di foggia tirolese per la
degustazione di precotte e
viscide penne
all’arrabbiata. Completavano
il tutto un alberello di
Natale e la prora di una
gondola veneziana adagiata
su un supporto metallico,
adibita a poltrona.
Appoggiato al bancone,
Gustavo ordinò qualcosa da
bere ed esaminò la fauna
locale.
L’angolo barocco era
occupato da un gruppo di
uomini di mezza età con
calzini corti. Erano alle
prese con una squadra di
taxi girl assonnate ma
volenterose. Quegli
individui, con in pugno
bicchieri di scotch and soda
e dito mignolo sulle dodici,
mostravano bocche piene
d’oro ed altro non facevano
che parlare d’amore,
pronunciando frasi pesanti e
snocciolando barzellette
oscene. Il resto del locale
era invece popolato da una
massa multietnica di
soggetti, quasi tutti di
sesso maschile. Marittimi
negri seduti davanti a
boccali di birra tiepida
ascoltavano i ritmi e le
melodie che sgorgavano, come
ogni sera dopo mezzanotte,
dall’organetto elettronico
di Mascia, la graziosa
pianista nana del Maracaibo.
Mascia non si distraeva mai
dal suo lavoro. Seduta con
garbo sul bordo di una
poltroncina di velluto
lilla, la piccola ma
proporzionata musicista,
coordinava con rapidità e
perizia i movimenti delle
sue corte mani bianche sulla
tastiera dello strumento.
Gustavo rimase colpito dalla
sua bravura.
Mascia e la sua arte erano
lì a ritmare con grazia e
pudore i pensieri e gli
intenti di un’agrodolce
umanità putrefatta dal sole,
risucchiata dalle tenebre e
ricomposta dalla luna.
Laggiù, nell’angolo barocco,
mani goffe e ruvide di
uomini ammogliati
increspavano calze a rete
nere, sfiorando carni
tiepide, sacrificate
sull’altare di necessità
quotidiane. E a musicare
tutto ciò era Mascia. E
ancora Mascia con il suo
organetto ad eccitare gli
spiriti, a trasformare ogni
istinto bestiale in poesia,
a sciogliere le lingue.
“Brindisi, brindisi!” gridò
qualcuno. Saltarono i
sugheri, tintinnarono i
calici, scoppiarono le risa,
si accavallarono le gambe e
si serrarono le distanze.
Mentre frasi vuote toccavano
cuori vuoti e stanchi in
attesa d’essere riempiti da
generose porzioni di
polpettone freddo.
Uscito dal locale, Gustavo
tornò a casa. Una sana
sonnolenza pervadeva
finalmente le sue membra.
Giunto alla sua abitazione
si coricò immediatamente e
questa volta si addormentò
sul serio.
Un persistente e fastidioso
rumore di martelli
pneumatici lo svegliò a
tarda mattina. E per la
prima volta, dopo tanto
tempo, Gustavo sentì uno
stimolo che credeva ormai
smarrito. Un nervoso
desiderio d’applicarsi in
qualcosa si impossessò di
lui. Si alzò e andò in
cucina per prepararsi una
sostanziosa colazione a base
di caffé, pane, burro,
marmellata e verdure in
pinzimonio.
Dopo avere assaporato, in
una sorta di silenzio
francescano, fragranze tanto
squisite quanto dissimili,
Gustavo venne rapito da un
travolgente stimolo
creativo. E ripassando la
lingua sul palato, la
sensazione di una strana
scoperta cominciò in lui a
trasformarsi in speranza.
Deglutite le sue ultime
tracce di marmellata e
peperoni, anche l’ultimo
dubbio lasciò spazio alla
più assoluta certezza
“Ci sono!” gli scappò di
bocca. “Il dolce e l’amaro,
il liscio e il ruvido, il
caldo e il freddo. Questo è
il problema! ”
Tremante e meditabondo,
Gustavo andò nel suo studio
per mettersi subito
all’opera, per fissare sulla
carta la sua scoperta.
Iniziò a battere con foga i
tasti della macchina da
scrivere. Buttò giù qualche
cartella piena di deliri,
poi stracciò tutto e
ricominciò daccapo. Continuò
a scrivere come un
forsennato per diverse ore,
cercando di trovare il
bandolo di una bizzarra ma
avvincente teoria. Ad un
certo punto si fermò di
colpo.
In piedi, con lo sguardo
assorto, con una matita
spuntata in una mano, il
giovane rimase a lungo in
ammirazione dei suoi
pensieri, in presa ad
un’estasi quasi religiosa.
Poi, mise in ordine il suo
scrittorio e di lì a poco
tutto il suo appartamento da
scapolo. Solo allora Gustavo
si rese conto del grande
disordine nel quale era
vissuto fino a quel momento.
Vestiario, libri, riviste,
cartaccia, bicchieri e
piatti sporchi, scatole di
medicinali vuote e mille
altre cose giacevano sul
pavimento, sui tavoli e sul
letto disfatto. Per prima
cosa, vuotò nella pattumiera
i posacenere pieni di
cicche, poi raccolse il
resto e diede anche una
bella pulita ai mobili e ai
pavimenti. Lavorando di
buona lena, pensò al tempo
perduto e si accorse di
quanto fossero state strane
ma in fondo giuste le sue
ambizioni.
Da ragazzo, a differenza dei
suoi compagni, Gustavo non
aveva mai desiderato di
intraprendere
un’esplorazione a dorso di
elefante nella lontana e
misteriosa India. Non aveva
mai rabbrividito all’idea di
disputare una partita di
calcio in coppia con il
famoso asso brasiliano
Geolindo. I suoi sogni erano
sempre stati diversi da
quelli dei suoi coetanei
conformisti, inclini a
nutrirsi di luoghi comuni e
di miserande fantasie.
Gustavo non aveva fede nelle
ideologie. Non credeva in un
mondo, quello moderno, che
si basa soltanto sui criteri
dell’utile e del tempo e non
più sui valori tradizionali
del sacro e dell’eternità.
Egli, poi, non credeva
affatto al mito della
palingenesi egualitaria e
all’aspettativa messianica
di una mitica grande
famiglia degli umani tutta
pace e armonia. Gustavo non
amava i branchi, i proclami
sciocchi e le menzogne.
Preferiva passare ore ed ore
a studiare gli aeroplani e
le rondini con la stessa
passione con la quale si
infervorava alla lettura di
enciclopedie, atlanti muti,
vecchie raccolte di giornali
e testi piuttosto inusuali
per un ragazzo. Lo colpirono
il “Castello Posteriore” di
Santa Teresa di Gallura, la
“Craniometria Comparata” di
Lombardo Veneto, il
“Trattato di Chirurgia
Bestiale” di Rinaldo
Pollenzio, “L’Oro degli
Sciocchi” di Arthur
Frobisher e le “Analogie
Cosmiche” di Joseph
Rosenthal. Letture
particolari che, a prima
vista, sarebbero potute
sembrare impegni di pura e
raffinata erudizione o
oggetto dell’interesse di un
eccentrico o di un folle.
Finite le pulizie, Gustavo
andò a lavarsi e vestirsi,
deciso a incominciare una
vita nuova. Ormai
consapevole della sua
imminente rinascita si
lasciò dietro il portone di
casa ed avanzò con passo
sicuro verso il suo destino.
Sfiorò i lastricati
cittadini andò su e giù per
i ripidi sentieri mattonati,
discese gli infiniti gradini
di quartieri germogliati su
larghe spianate; si soffermò
quindi sui bordi panoramici
di vecchi forti per
osservare orizzonti marini
lontani. Giunto ad un’alta
torretta panoramica che dava
sul porto, si fermò.
Proiettando lo sguardo da
quello strapiombo, la città
gli parve ricca di virtù
nascoste e contraddittorie.
Dalla coffa di quel pennone
di pietra, Gustavo contemplò
la concreta sintesi di un
paradosso urbanistico di
gigantesche proporzioni: un
assurdo edificato più per
amor di commercio che per
amor d’arte.
L’antico nucleo urbano,
dilatatosi nel corso dei
secoli, mostrava per piani e
terrazze un ampio anfiteatro
di palazzi, chiese,
grattacieli, cisterne e
silos. L’ingegno dei
costruttori sembrava essersi
sbizzarrito grazie ai
numerosi enigmi del suolo, e
il loro talento non pareva
avere trovato ostacoli di
fronte alle obiettive
difficoltà di un razionale e
progressivo sviluppo. Anche
se gli architetti avessero
avuto più spazio, se
avessero potuto abbandonarsi
alla fantasia, non avrebbero
comunque trovato quelle
infinite risorse e quella
multipla varietà di motivi
che dona all’intreccio
stesso delle costruzioni
quella originalità fulminea,
capace di introdurre in ogni
anfratto il lume dell’acume.
Mai gli architetti sarebbero
giunti di proposito a dar
vita a tali brillanti
combinazioni di portici,
gradinate, piazze, gallerie
e ripidissime vie: fitta ma
casuale compenetrazione di
stili e di funzioni, di
opportunità e di interessi.
Insieme di combinazioni,
queste, che offrono al
trepidare delle arti il
carattere di un’inattesa
sorpresa e alla più modesta
delle materie - come la
pietra ad esempio - un’aurea
sobrietà.
Quasi a sprofondare in mare,
quel grande anfiteatro di
marmi, mattoni e ardesie
mostrava, come il suo porto,
antiche glorie.
Gustavo cercò di immaginarsi
l’approdo delle sua antica
città all’epoca del massimo
splendore.
Clima insolito quello di
quel tempo. Clima
straordinariamente caldo e
pulsante, come lo spirito
che animava il popolo del
porto. Gente strana si
agitava sui pontili o
s’accalcava nell’angiporto a
ridosso dei bacini. Qua e là
sugli argini cristallizzati
di sodio e profumati di
cozze vivevano le razze più
svariate: armatori,
mercanti, meccanici, camalli,
artigiani, avventurieri,
gente col fez intenta a
gesticolare ed urlare in una
babele di lingue. Gertòva
era Madras, Hong Kong,
Charleston. Agli angoli
delle sue viuzze lavoravano
gli scrivani e i redattori
di testamenti, i venditori
di chincaglierie e di
unguenti I frutti di mare
erano ammassati in ceste di
vimini vicine a banchi di
broccati e pietre dure. La
venditrice d’amore offriva
nel suo antro piaceri
proibiti, mentre poco più in
là, in un’osteria, un ebreo
levantino stipulava affari
con un mercante di stoffe
del comasco. Gertòva era
Europa, Africa, Americhe e
Asia. L’olio, il bitume e il
sughero galleggiavano
sull’acqua nera all’ombra
degli scafi e delle gru, al
ritmo d’argani, carrucole,
cavi e corde tese. Mentre
sui moli si accatastavano
montagne di casse, barili e
gabbie zeppe di acciughe,
verdure, pepe, vino, aceto,
cuoio e capre.
Gli uomini del porto erano
vestiti di colori sporchi.
Con i volti bruciati dal
sole e le mani scolpite nel
legno: grosse, callose e
maldestre nello sfiorare
guance di bimbi e seni di
fanciulle, ma invincibili
nell’issare cime di canapa e
nel trattare merci
taglienti. Di quell’ambiente
spasmodico colpiva l’odore
di sale, dei fumi e delle
foreste incenerite e
caricate a spalla da figure
forti e a torso nudo: uomini
agili come stambecchi nel
saltare da un bordo
all’altro. Mentre i loro
figli, gli eredi di tanta
fatica, giocavano lungo i
vicoli angusti, puzzolenti
di pesce e d’orina: strette
fessure popolate da monchi
relitti di mare, da capitani
canuti, rabbiosi e corrosi
dalla sifilide. E ancora i
bimbi a giocare e a
combattere con spade di
legno ed elmi carta contro
eserciti di topi curiosi e
drappelli di vecchie donne
deformate dall’artrite ed
intente a rovistare tra
mucchi di rifiuti neri di
mosche.
Per Gustavo era ormai tutto
chiaro. La via da seguire
l’aveva davanti ed era
l’orizzonte. Respirò forte e
lanciò il suo sguardo oltre
la diga foranea flagellata
dai flutti spumosi. Rimase
incantato dal volo di una
piccola rondine ritardataria
in rotta verso il suo sud.
Cercò di seguirne le
evoluzioni, si sporse troppo
dalla ringhiera di ferro del
belvedere quasi volesse
anch’egli spiccare il volo.
Il suo corpo ondeggiò per
qualche istante e precipitò
nel vuoto.
Due ragazzine che avevano
marinato la scuola videro la
scena e si misero a gridare.
Dall’alto di un quartiere
arroccato sulle colline una
campana suonò a festa.
Una nuova speranza
volteggiava nel cielo
azzurro e profumato di caffè.
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