Alberto Rosselli |
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racconto
BERNARDO DI
BASANCOURT
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Alberto
Rosselli |
Alberto ebbe occasione di
fare amicizia con il conte
di Basancourt pochi anni
prima che questi decidesse
di togliersi la vita a causa
di un insopportabile dilemma
esistenziale.
Ultimo discendente di
un’antica schiatta del
nizzardo, Bernardo di
Basancourt era stato
allevato secondo
aristocratiche e rigide
regole. Intelligente,
generoso ma singolarmente
incline al non far nulla,
Bernardo aveva dimostrato
fino dall’adolescenza di mal
sopportare impegni e
responsabilità gravosi,
suscitando nei suoi genitori
dapprima irritazione, poi
preoccupazione mista a
vergogna ed infine quieta
rassegnazione.
Ciononostante, Bernardo fu
costretto a compiere gli
studi superiori e ad
assolvere il servizio di
leva: fatiche che riuscì a
portare a termine con quel
pizzico di distaccata
dignità e pazienza che la
sua educazione e il suo
status sociale gli
imponevano.
Perduti i genitori in un
incidente aereo, Bernardo,
che era figlio unico, si
ritrovò erede e responsabile
d’una notevole fortuna in
denaro e beni immobili.
Incapace di serrare le porte
del proprio cuore davanti al
pianto di signorine
infedeli, lacerate da banali
incidenti sentimentali;
troppo buono e sprovveduto
per voltare le spalle ad
amici pieni di arditi
progetti e di debiti e
troppo smemorato per
rammentare l’ingratitudine
del prossimo, Bernardo
riuscì senza molta fatica a
dilapidare il suo intero
patrimonio e a rimanere solo
come un cane.
Svenduti azioni, ville e
terreni ed infine anche
l’ultimo appartamento, il
conte si ritrovò ben presto
sul lastrico, con un paio di
bauli pieni di indumenti
fuori moda, una raccolta di
libri preziosi e pochi
ricordi di famiglia.
Sostenuto nel fisico dalle
minestrine con pane secco e
dai tè con rari pasticcini
che gli venivano offerti
dalla mensa di un convento
francescano e da alcune
incartapecorite dame, amiche
della madre, Bernardo riuscì
comunque a tirare avanti,
passando le sue notti
solitarie nei locali dove
gli facevano ancora credito
e presso le stazioni
ferroviarie, dove era solito
dormire. Aveva accettato con
filosofia la sua indigenza,
evitando tuttavia di
assumere gli atteggiamenti e
i modi di fare tipici di un
barbone qualunque. Tutte le
mattine andava dai frati per
farsi una doccia, lavarsi i
denti e all’occorrenza fare
il bucato. Bernardo
tollerava i polsini e i
colletti delle camicie
consunti ma non certo le
mani sporche.
Un giorno, erano i primi di
giugno, il conte andò a
trovare uno dei pochi amici
che gli erano rimasti e con
il quale aveva continuato a
mantenere contatti costanti,
Aaron Razel, un libraio
ebreo, molto esperto nel
rilegare rari volumi.
Nel piccolo negozio di Razel,
situato nell’antico ghetto
della sua città, i due amici
passavano talvolta alcune
ore a parlare del più e del
meno. Aaron stava dietro il
bancone in attesa di
clienti, o seduto su uno
sgabello ad incollare e
ricucire copertine
sgualcite, mentre Bernardo
passeggiava su e giù per il
laboratorio con il suo
sottile bastone d’ebano.
Aaron aveva conosciuto
Bernardo in gioventù,
dividendo con lui ozi
raffinati, comuni interessi
culturali e la passione per
il gioco e per le donne.
Quel giorno i due amici
chiacchierarono più del
solito.
“Non ho voglia di
trascorrere tutta l’estate
qui in città. Non c’è vita,
tutti vanno in vacanza; e
poi la stazione ferroviaria
è sempre peggio frequentata”
disse ad un tratto Bernardo
rivolto ad Aaron che era
intento ad incollare il
dorso di una malandata
raccolta di racconti
yiddish.
“Ma dove vorresti andare?
Hai denaro per poterti
permettere una vacanza? Stai
qui a darmi una mano in
negozio, invece”.
“No, grazie. Ho deciso. E’
ora che mi muova, sono anni
che non faccio le ferie.
Voglio andare a Nista. È’
ben frequentata e neanche
troppo cara. Ci starò fino
ad ottobre”.
“Sembri proprio deciso” rise
piano Aaron. “Forse non sai
che Nista è molto cambiata.
Non è più la località di una
volta. I signori come te
sono scomparsi Ora ci vanno
i nuovi ricchi”.
“E poi in un posto come
quello la polizia è molto
severa con i nullatenenti.
Rovinano l’immagine del
paese”.
“Andrò a Nista con i soldi
che, gentilmente, mi
presterai. Mi hai detto,
pochi giorni fa, che dovevi
spedire una dozzina di libri
antichi ad un gestore di
spiagge e piscine del posto.
Un tanghero che si è fatto
costruire una villa in stile
rinascimentale e che ha
bisogno di libri per
arredare un salone... ”
“Ah! Monsieur Piscionet. Hai
ragione, mi ha fatto
rilegare un mucchio di
testi. Lui e sua moglie
vogliono dare un tocco di
cultura al loro salotto”,
rammentò Aaron, agitando il
suo pennello intriso di
colla come fosse la
bacchetta di un musicista.
“Meglio così”, proseguì
Bernardo. “Se tu sei
d’accordo, consegnerò io i
libri al signor Piscionet. E
tu in cambio mi darai
qualcosa per il servizio”.
“Ma hai bisogno di molto più
denaro!” gli fece notare
l’amico.
“Sono uno che spende poco,
lo sai”.
“Aspetta. Mi è venuta
un’idea. I Piscionet hanno
un figlio di quindici anni,
un lavativo che è stato
bocciato per l’ennesima
volta. Potresti dare
ripetizioni al ragazzo.
Loro, sono certo, ti
aiuterebbero a trovare una
sistemazione per la notte.
Dopotutto sono proprietari
di quasi tutto il paese. Ti
preparerò una lettera di
presentazione”.
“Ma dovrò lavorare” sospirò
con una punta di delusione
Bernardo. “Ti ho detto che
quest’anno volevo prendermi
delle ferie. E’ tutto l’anno
che...”
“Che non fai nulla! Invece
ti farà bene lavorare un
po’. E poi a te è sempre
piaciuto insegnare ai
giovani”.
“Ma sì! Farò il precettore.
In fondo sono laureato”.
Aaron preparò una cassetta
di libri e la mise in
braccio a Bernardo.
“Ce la fai? ”
“Sì. Non sono mica un
vecchio”.
I due amici si salutarono.
Aaron accompagnò con lo
sguardo Bernardo che si
allontanava ed ebbe per un
istante un brutto quanto
vago presentimento.
Dopo pochi giorni, una
corriera colma di turisti
accaldati scaricò il conte a
Nista. Bernardo si presentò
all’uscio della villa dei
Piscionet e pigiò un grosso
campanello dorato.
Jean e Chantal Piscionet
quel mattino andavano di
fretta. Aperta la porta non
prestarono molta attenzione
a Bernardo che cercò di
consegnare loro la lettera
dell’amico. I due coniugi
stavano per uscire.
Passarono sui piedi di
Bernardo, ma non si
fermarono.
“Buon giorno, sono...” tentò
di presentarsi Bernardo che
appoggiò il suo bagaglio su
un’improbabile cassapanca in
stile assiro-babilonese
dell’ingresso.
“Ah! Lei è quel tale che ci
deve consegnare i libri
rilegati dall’ebreo. Bene,
bene. Tenga, e si prenda un
caffè” gli disse il signor
Piscionet, bloccandosi
davanti a Bernardo e
frugando nella giacca di
lino in cerca di spiccioli.
“Lasci stare, il dottor
Razel mi ha già pagato per
venire da lei”.
“Beh, allora arrivederci”
rispose il Piscionet,
grattandosi con una mano il
fondoschiena.
“Se non vuole soldi che
altro vuole? Cerchi di
capire. Io e la mia signora
abbiamo fretta. Oggi in
cantiere varano il nostro
secondo yacht: venticinque
metri. Non so se mi spiego”.
Dalla strada giunse l’eco di
un concerto di clacson e
stridule voci di donna.
“La sente?”.
“Apra la busta, la prego”
insistette Bernardo con una
fermezza che non ammetteva
repliche.
“E va bene, ma mi segua”
sbuffò l’imprenditore
scartando la busta e
leggendone il breve
contenuto.
“Ah! Ma lei non è il
fattorino. E’ il nuovo
insegnante di mio figlio.
Razel mi ha già detto tutto
per telefono ieri. Mah! Per
me non ci sono problemi,
semmai ne avrà lei con
quell’asino di Georges.
Prenda servizio domani. Per
l’alloggiamento, vada al mio
stabilimento balneare, il
”Guadalupe” e si faccia dare
dal custode la chiave della
cabina numero sette.
Arrivederci”.
La nuova residenza estiva di
Bernardo non era male. Si
trattava di un’ampia cabina
bianca in muratura con bagno
e doccia, quattro
finestrelle dipinte e
persino una veranda la con
sedia a dondolo.
Sistemati i bagagli,
Bernardo si fece una bella
doccia, si rasò il viso con
cura, indossò un vecchio
abito estivo ed uscì per
fare due passi.
Non era ancora arrivata
l’ora di cena che Bernardo
aveva già fatto amicizia con
tutti i barman del paese.
Bernardo li aveva estasiati
con il suo fare signorile,
l’eloquio sciolto e con la
sua incredibile competenza
in materia di drink. Nel
corso della sua leggera
esistenza, sempre in bilico
tra una coppa di champagne e
un tubetto di aspirina,
Bernardo si era costruito
una profonda cultura in
questa godereccia e
riprovevole materia.
Nonostante la non più verde
età, egli amava alzare
spesso il gomito, ma al
contrario di molti altri
individui avvezzi al bere
forte, egli riusciva sempre
a mantenere una
straordinaria capacità di
controllo ed una
brillantezza di
comportamento che ne
facevano un piacevole ed
allegro compagno di serata.
Mai e poi mai, Bernardo,
complici un paio di whisky,
avrebbe tediato il prossimo
con le sue più intime
preoccupazioni.
Alberto lo ricordava proprio
così: educato, brillante e
sorridente con tutti. Lo
conobbe durante una lunga
estate trascorsa con amici a
Nista. A quel tempo Bernardo
era già un personaggio noto
in paese. Lo incontrò la
prima volta all’entrata di
un night frequentato da
persone non più giovani:
un’ombra alta, magra e
lievemente puntellata al
suolo da un sottile bastone
da passeggio. Un’ombra quasi
parigina che si stagliava in
un gregge di individui
volgari e decisi a
divertirsi a tutti i costi.
“Mi scusi, potrebbe offrirmi
una sigaretta?” domandò
Bernardo.
Alberto estrasse un
pacchetto e gliene offrì
tre.
“Le prenda. I tabaccai a
quest’ora sono tutti
chiusi”.
“La ringrazio” rispose
Bernardo accennando un
inchino e riponendo il
tabacco in un portasigarette
d’argento”.
“Vede, ormai fumo di rado.
Ma non sopporto di rimanere
senza sigarette da offrire
al prossimo”.
Da quella sera, i due
divennero buoni amici.
Bernardo insegnò parecchie
cose al giovane Alberto. Gli
fece esplorare locali demodé,
salotti di belle signore sul
viale del tramonto e, a
notte fonda, piccoli caffè
duri a morire, frequentati
da giocatori di schedine e
da strani individui avvezzi
a stipulare incredibili
affari e a salire su
improbabili treni.
Poi, quando albeggiava e il
profumo delle brioches
cominciava a farsi intenso e
fragrante, Alberto
accompagnava il conte alla
sua dimora, piena di testi
sacri e profani,
pubblicazioni enigmistiche,
libretti ferroviari e
quaderni di appunti, sui
quali Bernardo preparava le
lezioni da impartire ai suoi
ormai numerosi allievi.
L’ultima notte che
trascorsero insieme fu
triste per entrambi.
L’autunno era alle porte e
una fitta pioggia inzuppava
la cittadina. Nista si
spogliava di foglie e di
tinte come un’anziana
attrice intenta a struccarsi
di fronte all’impietoso
specchio del tempo.
La spiaggia era deserta e le
cabine di legno, già tutte
smontate, giacevano sulla
sabbia come inutili cataste
da ardere. Sopravviveva a
tanto squallore l’abitazione
del conte: piccolo e grigio
cubetto conficcato nella
rena. Unico solido molare di
una grande arcata dentale
lambita dalla bava di un
mare viola e freddo.
“Ci rivedremo la prossima
estate?” domandò Alberto a
Bernardo.
“Se i villeggianti di questo
posto continueranno a
procreare figli stolti e
pelandroni le occasioni non
mancheranno di certo.
Arrivederci figliolo. Abbi
rispetto dei tuoi genitori e
studia bene il greco e il
latino se vuoi riuscire nel
commercio”.
Quando Alberto ricevette la
notizia della morte di
Bernardo, rimase
profondamente addolorato, ma
non del tutto stupito. Il
giorno del loro commiato
egli aveva intravisto negli
occhi del vecchio un lampo
di tristezza.
Bernardo di Basancourt si
era buttato in mare per
un’ultima impresa fuori
stagione, scomparendo tra i
flutti. Era stato un
pescatore a segnalare la
sciagura. Tra le sue reti si
era infatti impigliato il
corpo esanime del conte. Un
paio di militi erano accorsi
alla spiaggia, dove l’uomo
aveva trascinato il
cadavere. Nelle tasche della
giacca del conte venne
trovato un porta sigarette
d’argento con ripiegato
all’interno il suo ultimo
disperato messaggio.
“Credo di aver perso le
chiavi della gloria, mentre
sono certo di aver smarrito
quelle della mia cabina. Mi
uccido non certo per timore
di una vita errabonda, ma
perché ho orrore della
morte”.
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