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  Fabio Sabatini

racconto

QUESTIONI DI
WELTANSHAUUNG

 

 

Fabio Sabatini

 


Quando ricevette quella lettera, Mimmo pensò: qui le cose sono due, o il tempo, scorrendo, ci rende indecifrabile il senso della vita oppure, considerò dopo un profondo sospiro, è il contrario. Mah?
Certo che ricevere una missiva da Nina, dopo più di dodici anni, era sicuramente un evento che turbava il tranquillo fluire dei suoi insignificanti attimi e che scuoteva il suo contesto spaziale, peraltro altrettanto modesto. Quella epistola certamente riapriva antiche ferite ma donava anche nuove e inattese speranze. Riaccendeva una esistenza che, come diceva il poeta, scivolava via come l’olio su un grosso e rosso pomodoro. Nina, Ninetta bella, l’amore agognato, il ricordo bruciante, la gioventù volata via tra il balbettio di un pensiero sterile, dialettiche inefficaci ed una gestualità antiestetica. In quella lettera Mimmo lesse il suo trionfo; Nina chiedeva perdono, ammetteva tutti i suoi errori e soprattutto manifestava una nostalgia, che Mimmo trovò in parte insana, per i loro giorni andati. Nina sta tornando, esultò Mimmo, vivremo ancora giorni senza avvenimenti ma ricchi di dialoghi, pur se di scarso spessore intellettuale. Mimmo chiuse gli occhi e si lasciò andare alla marea montante dei ricordi. La sua mente spossata lo ricondusse alla sera che precedette la fine del loro amore e gli parve di riassaporare quell’antica afflizione, quel bruciore dettato dalla gelida ironia di lei e quella pena derivante dalla totale assenza di rigore etico nel suo sistema dottrinale. Fu durante un’alba melanconica e avvilente di molti anni prima che Nina, indifferente al suo dolore, s’incamminò solinga verso l’orizzonte. Come in taluni film d’autori nordici se ne andò via per motivi, almeno così disse, d’ordine superiore.
Quella maledetta notte pioveva, le strade deserte erano spazzate dal vento. Mimmo e Nina sedevano in terra appoggiati a un cassonetto dell’immondizia. Nina adorava il contatto con lo squallore e il degrado, soprattutto per questo frequentava Mimmo.
Dopo aver visto Cancer di Glauber Rocha, Nina affermò che un film incomprensibile è un film brutto. L’arte, gridò, non deve essere privato rifugio per pochi, peraltro brutti, calvi e obesi. Quel semplicistico enunciato aveva indignato Mimmo. Con le lacrime agli occhi e la voce rotta dall’emozione aveva tentato di spiegarle che il problema non risiede nell’ermeticità del messaggio o nell’astrusità dell’aspetto formale quanto nella capacità di decodificazione dei codici intestini al prodotto.
- Stronzate!, proclamò Nina.
- Il rifiuto della visione diretta non è rifiuto della realtà!, e, bada, su questo non transigo. Io non transigo!
- Ma va là!
- All’arte non servono forme fisse. Un approdo meramente pragmatico è deleterio, è esiziale, gemette Mimmo. Per bilanciare etica e prassi è necessario prendere atto della crisi di ogni tipo di determinismo anche se, come mi insegni, non voglio negare il concetto di speranza. Ti risulta chiaro?
- No, anzi sai la novità? Ti lascio.
Mimmo continuò a osservarla sino a quando lei non scomparve inghiottita dall’alba scarlatta. In quel preciso istante, per la prima volta, il sentimento prese il sopravvento in lui anche se, come ben comprese tra le lacrime, la sfera emozionale restava comunque elemento mutevole in una concezione cosmica relativistica e necessitante di un progetto. Ciò sia chiaro.
Tant’è che la vita proseguì saldamente ancorata alle irrinunciabili coordinate logiche.
La lettera lo informava che lei sarebbe arrivata a mezzogiorno e gli intimava di presentarsi con una cabriolet rossa, un sontuoso mazzo di orchidee e un anello tempestato di brillanti. Inoltre doveva passare dal parrucchiere, dall’estetista e da un sarto alla moda per rendersi decoroso. Mimmo eseguì alla lettera e si recò alla stazione. Fiero di constatare l’assenza di qualsiasi stato ansioso, a parte diarrea, gastrite spastica, balbuzie e uno strano tic che gli faceva sbattere le orecchie, si avviò. Si sentiva brioso, giocondo e gaio, Nina sarebbe tornata con lui. Avrebbe gustato ancora quelle futili conversazioni intessute di luoghi comuni, di buon senso, di frasi stereotipate. Sarebbero presto tornati a quel delizioso stadio di incomunicabilità che li faceva sentire simili agli altri, parte di un universo mesto e ilota, microcosmo d’un macrocosmo.
Dovremo fare l’amore!, pensò Mimmo con senso di sgomento, ma Nina capirà, si disse, il sesso non è tutto c’è dell’altro, c’è dell’altro...
- Porca puttana, esclamò a gran voce riscuotendosi da quel torpore meditativo, tra sei minuti arriva il treno!
- Maleducato, gli ringhiò una vecchia prima di colpirlo con l’ombrello sulla testa disfacendogli il riporto.
Mimmo tentò di spiegarle che il linguaggio è essenzialmente una convenzione, peraltro variabile e relativa, e quindi la volgarità non esiste se riferita all’assoluto. Ma la nonnetta continuò a pestarlo.
Poi tutto accadde improvvisamente. Nina scese dal treno e Mimmo, impegnato nella gustosa querelle, non potendo elaborare una strutturazione comportamentale e gestuale valida per la circostanza, non ebbe altra scelta che appressarsi all’amata nella più vieta, trita e volgare azione possibile: corse verso di lei.
E mentre correva gli parve d’udire il Morgenstimmung di Edvard Grieg.
Nina! Ninetta bella!, gridava Mimmo facendosi strada tra la folla. Maledetta massa, gregge eterodiretto. Ma no, non è un pensiero democratico, si disse.
Volarono l’uno nelle braccia dell’altro, si baciarono gli occhi umidi di pianto e poi le mani. Si strinsero con rabbia, con adorazione, infine Nina ruppe l’incanto: Basta, mi stai insalivando tutta!
Quella sera stessa Nina volle tornare nel piccolo bar di periferia che li vide protagonisti di tanti eventi insignificanti, di tante prese di posizione tutto sommato ridicole. Lo stesso tavolo, come se il tempo non fosse mai trascorso.
- Ti trovo invecchiato, disse lei.
- Grazie, sussurrò Mimmo.
- Cosa hai fatto tutto questo tempo?
- Nulla, come al solito.
- Io ho vissuto innumerevoli esperienze, disse lei in tono giulivo.
- Ebbene, gridò Mimmo adirato, cosa ti resta? Nulla, soltanto ricordi. Quei ricordi che io, senza la fatica di vivere, costruisco con la fantasia, con la lettura, con il cinema.
- Sei sempre il solito!
- Sei tu che non comprendi l’inutilità della prassi. Il presente, quando vissuto, diviene inevitabilmente un passato. Oltretutto, col tempo, questo passato, spesso misero e insignificante, viene mitizzato e...
- Basta! Stai cavalcando un pensiero obsoleto e pregno d’albagia, ho sbagliato a tornare.
Mimmo continuò a osservarla sino a che lei non scomparve inghiottita da un orizzonte sfocato.
 

 

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