Sono sempre stata una
cattiva ragazza, cari
miei, chiedete se non mi
credete, è il mio
marchio di fabbrica,
come la ribellione e
l’inquietudine, per cui
quando la mia amica
Paola mi ha chiesto di
diventare una Cattiva
Ragazza con le
maiuscole al posto
giusto, ho detto subito
di sì, che diamine.
Io e Paola Alberti,
giallista pisana con al
suo attivo numerosi
romanzi e racconti, ci
siamo conosciute nel
2005, quando ho vinto la
sezione per racconti
editi del Premio
Europa, organizzato
da lei. Il Premio
Europa è un concorso
molto particolare, visto
che è il solo concorso
letterario italiano che
si rivolge
esclusivamente alle
donne che scrivono
giallo e noir.
Grazie a questa
esperienza, che continua
da anni con sempre
maggiore successo, Paola
si è resa conto che le
scrittrici di genere
sono tante, agguerrite,
toste, ma trasparenti,
presenze scomode in un
universo maschile.
Dopo quel 2005 ci siamo
sentite via email ogni
tanto, incasinate e
soffocate dai mille
impegni, poi a settembre
2007 eccola in vacanza a
Duino, una manciata di
chilometri da Trieste,
con una proposta
difficile da rifiutare:
siamo cattive e
determinate, uniamo le
forze e sconvolgiamo
l’ecosistema.
Ed ecco a voi le
Cattive Ragazze.
Elena Vesnaver: Cara
Paola non è necessario
che io ti dica quanto mi
piace questa storia
delle Cattive Ragazze
e quanto io sia
pienamente d'accordo con
te sul fatto che in
Italia attualmente il
noir sia esclusivo
territorio maschile,
dove le donne compaiono
solo in quanto succosi
bocconcini di carne, sia
vive che morte,
sicuramente non come
detective e tantomeno,
come autrici. Ma come ti
è venuta l'idea?
Paola Alberti: L'idea di
fare una cordata al
femminile per scalare il
fortino della "scuola
dei duri" del noir
all'italiana è da tanto
che si agita dentro di
me, anche perchè a molte
manifestazioni sul
giallo e sul noir alle
quali ho partecipato mi
sono ritrovata sempre e
solo fra uomini; alla
Notte in Giallo
organizzata al Museo
Piaggio di Pontedera due
anni fa ero l'unica
donna sotto le
simpatiche frecciate di
Pinketts e l'anno
scorso, oltre a me, di
scrittrici c'era solo
Patrizia Pesaresi, che
si dà il caso sia,
insieme a noi, un'altra
Cattiva Ragazza.
L'occasione per
formalizzare l'idea,
diciamo così, è stata
l'ultima edizione del
Courmayeur Noir in
festival, dove ho
riparlato del problema
giallo e donne con Diana
Lama, scrittrice
napoletana di
gialli/horror che
attualmente pubblica con
Piemme e che nel 1995
vinse il Premio
Tedeschi.
Senza contare che
Cattive Ragazze mi
piace proprio come
appellativo, mi ricorda
"Cattive bambine",
l'antologia del
Premio Europa, di
cui sono presidente, che
si tiene a Pisa ormai da
cinque anni ed è l'unico
in Italia riservato a
donne che scrivono
racconti gialli e noir.
Dopotutto è proprio al
Premio Europa che
io e te ci siamo
conosciute, quando
vincesti la sezione per
racconti editi e quest'anno,
il primo marzo, alla
Sala delle Baleari del
Comune di Pisa, sarai
una delle ospiti d'onore
del Premio, insieme alla
scrittrice americana di
thriller Elizabeth
Jennings.
Ma secondo te, qual è il
vero problema in Italia,
per una scrittrice di
gialli?
A
mio avviso uno dei
problemi è che nei
gialli italiani chi fa
le indagini è sempre un
uomo: detective duri
versione Marlowe
aggiornata, marescialli,
ispettori più o meno
bonari e commissari con
la solita ulcera e gli
immancabili problemi con
la moglie stufa di
riscaldare la minestra.
Le donne, insomma,
compaiono sempre come le
solite pupe, o dark
lady, o vittime, o
comprimarie
stereotipate. Nei miei
racconti, invece, a fare
le indagini è una donna,
Carmela Cinquemani,
pranoterapeuta e
sensitiva, dotata di
intelligenza e intuito
straordinari, in grado
di dare molti punti agli
uomini- cosa che la mia
protagonista fa
nell’ultimo romanzo che
ho scritto e che
dovrebbe venir presto
pubblicato.
Anche nelle mie storie
chi sbroglia la vicenda,
è sempre una donna e le
mie donne, come le tue,
usano l’intuito e la
sensibilità. Mi viene in
mente Sonia Leibowitz,
il mio alias.
Poi
c'è un altro problema.
Una scrittrice di gialli
esordiente sa che sta
per entrare in una
specie di roccaforte
maschile, una torre
d’avorio e questo può
inibirla; non è certo il
mio caso, le sfide mi
sono sempre piaciute.
Non è nemmeno il mio
caso.
E
secondo te, perché ti ho
chiesto di diventare una
Cattiva Ragazza?
Già.
Infine, c'è da dire che
noi donne conosciamo
troppo bene la parola
competizione e
pochissimo la parola
alleanza. Per questo
le Cattive Ragazze
mi piacciono molto!
Però qualcosa sta
cambiando. Nell’ultimo
anno, tutti i progetti
ai quali ho lavorato e
sto lavorando, sono
voluti e organizzati da
donne e devo dire che
sto apprezzando i team
femminili, molto più
rilassati e fattivi.
Questa è un’ottima cosa.
Infatti. Ma ai lettori e
alle lettrici, a questo
punto, cosa consigliamo?
Di
cominciare a cercare nei
gialli lo sguardo
femminile e di visitare
il sito
www.cattivabambina.it
per avere
informazioni fresche
sulle Cattive Ragazze.
E poi di ricordare una
frase di Mae West.
Le brave ragazze vanno
in paradiso, le cattive
ragazze vanno
dappertutto.