La febbre
romana
I migliori medici mi hanno
visitato, mi hanno
auscultato, mi hanno
domandato, mi hanno
analizzato, e dopo avermi
rivoltato come una maglietta
sudata di cui ti liberi
frettolosamente pregustando
il refrigerio della doccia
che ti aspetta, mi hanno
dimesso con tono affranto e
impotente. Qualcuno di loro
si è asciugato il sudore
della fronte con la
pergamena di laurea e poi ha
tirato la catena. Andando
via ho staccato il polmone
meccanico a un malato.
Ho consultato maghi e
fattucchiere, onnipotenti
come vecchi televisori a
valvole, ed ho assistito a
veri miracoli: i grani di
caffè della mia tazza si
atteggiavano a punti
interrogativi, e le carte
dei tarocchi raffiguravano
“L’urlo” di Munch. Qualcuno
di loro ha pianto. Ho tenuto
una carta per ricordo.
Sono riuscito a scalare le
montagne tibetane, e
ansimante mi sono presentato
davanti al santone. Mi ha
guardato e mi ha detto: “Non
posso aiutarti, fratello”.
Gli ho gettato della neve
nelle mutande. Mi hanno
detto che adesso fa il
croupier a Las Vegas.
Esasperato, sconvolto,
amareggiato, depresso e, non
oso nasconderlo, anche un
po’ preoccupato, mi sono
seduto su una panchina del
belvedere di San Martino a
deliberare sul mio stato di
prostrazione. Devo avere
strillato senza
accorgermene. Un vecchio
gattone pezzato mi si è
avvicinato, ha strofinato il
muso contro la mia mano, e
guardandomi fisso negli
occhi mi ha detto: “Visto
che nessuno ha saputo darti
una risposta, te lo dico io
cos’hai! Sei malato di
febbre romana! Vaghi senza
meta e nel delirio vedi solo
lei, e ti senti onnipotente
se te la immagini accanto.
Come un malato costretto a
letto cerca di impegnare la
mente ma tutto ciò che
desidera è alzarsi, così tu
ti impegni in mille attività
ma l’unica cosa che desideri
è averla. Bruci di passione
come un febbricitante, hai
gli occhi lucidi di chi
piange e spera e spera e
piange, nelle vene ti punge
e ti tortura la gelosia di
chi la guarda per strada.
Hai più paura di perderla
che di morire. Mi dispiace
amico, ma dalla febbre
romana non si guarisce.”
Così mi ha detto il gattone,
ma forse ho solo immaginato
che lo dicesse. I gatti non
parlano, lo sanno tutti.
Forse ha soltanto miagolato…
Viaggiavamo nottetempo
Viaggiavamo nottetempo sulla
direttiva circolare 99bis
che porta al mare. Nel
totale disorientamento
cercavamo un punto di
riferimento, ma trovammo una
virgola di smarrimento e un
vecchio cocomeraio albino di
37 anni che giocava a carte
con il palo della luce.
Disse che era astemio e
sordo come una campana, a
causa di un petardo comprato
ad Avellino che gli era
scoppiato in mano mentre
faceva la spesa dal
tabacchino. Allora chiedemmo
informazioni a un reggimento
di bufali bicefali che
transitavano di lì per caso,
e ci mandarono direttamente
a pag. 151 senza ulteriori
scossoni. All’altezza del
casello di Frascati nord un
marocchino abusivo vendeva
abusivamente cric e ruote di
scorta, ma fu subito
bloccato e incravattato da 7
suore svedesi che andavano
in pellegrinaggio a
Fontanavecchia. Intervenne
anche un magistrato
trafelato e un po’ sudato
che propose di aprire seduta
stante un dibattito sulle
vertenze sindacali dei
giovani ornitorinchi gialli,
ma fu immediatamente
abbattuto da 2 cecchini
ciechi della Cecchignola che
aspettavano incolonnati in
una 127 Spider. Rapiti dalla
girandola di colori della
discarica di S.Anna di
Fracassa perdemmo nuovamente
il bandolo della matassa, ma
lo ritrovammo 2 pagine dopo
che giocava a rimpiattino
con un gattone nero. Alle
9.77 giungemmo finalmente
alla stazione di servizio
dove operammo una colletta
collettiva per comprare una
collezione di figurine di ex
scaricatori di cassette di
melanzane a riposo, e
assistemmo da inguaribili
romantici alla scaramuccia
di 12 modem demodé che
litigavano amabilmente sul
futuro della pasta e
lenticchie liofilizzata. Fu
allora che a qualcuno venne
la brillante idea di
accendere la lampadina ad
olio sulla scrivania, per
far luce sulla questione. Ma
era fulminata.
Incubo
(?)
Erano le 8 e 62 di un
tiepido mattino infernale.
Non c’erano ancora notizie
della latta di pesce
trafugata nottetempo in una
gioielleria del centro. Per
gli inquirenti poteva
trattarsi di una
ripercussione politica sul
racket delle merendine. Nel
parco i ragazzi rapiti dalla
musica heavy metal non si
ritrovavano più, nonostante
le ricerche dei barbagianni.
Dalle pompe dei pompieri i
fiori innaffiavano le belle
ragazze rosolate al sole, e
le ochette si sposavano
banchettando con arrosto di
cd. Due muli giocavano
placidamente a scacchi. Dai
balconi, le signore
stendevano i gatti ad
asciugare.
Da una porta a soffietto
dietro l’albero finalmente
venne fuori lei. Erano ormai
le 9.76. Troppo tardi per
ordinare il caviale, pensò
lui. “Sai perché sono uscito
con te oggi?”, disse lui.
Lei lo guardò ansimante e
sudata di melanzane bollite,
mentre nel vialetto accanto
un bambino rincorreva il suo
passeggino. “Perché sei anni
fa eri il terzo più bel culo
di tutta la tabaccheria.”
Rispose lei: “Ma l’irrealtà
è soltanto un gioco”.
Due zaini facevano footing e
scomparvero dietro un poggio
di campanelli per
biciclette.
Su una panchina una signora
anziana reggeva tra le
proboscidi un bel libro
aperto, da cui uscirono
delle placche tettoniche
romanticissime. Fu allora
che lei gli chiese: “Perché
non mi baci adesso?”
E lui rispose che non
poteva. Mamma aveva
preparato la colazione.
Congresso
Il 18 brumaio millenovecento
e passa fu il mio primo
giorno come segretario di
legazione presso il
Congresso delle Nazioni
Riunite. Era la vecchia
Bruxelles ma sembrava tanto
il mercato del pesce di
Mugnano. Alle 9 in punto Mr.
Gin, un inglese piuttosto
avvinazzato, prese la
parola, e alle 9.02 e una
spicciolata di secondi fu
subito baruffa. Infatti
Zuppa Inglese, la sua
traduttrice simultanea, si
scagliò con urla indiavolate
contro la signorina Vodka,
l’avvenente rappresentante
russa che aveva fatto girare
la testa a più d’uno, rea, a
suo dire, di avere profferto
le sue grazie a Mr. Ketchup,
un tarchiatello statunitense
slavato e con il fiato
profumato all’aglio
stagionato, con il quale la
Zuppa in questione teneva
una tresca da circa 49
giorni 22 ore e 7 minuti
primi. In 12 minuti le due
scalmanate furono
allontanate dalla sala e,
giusto il tempo di
raccogliere i capelli da
terra e di lavare via il
sangue dai fogli del
Presidente, fu ritrovato
l’ordine e la parola fu data
al cancelliere Wurstel,
reduce da una puntatina
notturna alla birreria
bavarese all’angolo della
strada. Egli si scagliò con
fermezza contro i dazi sulle
cornamuse bengalesi,
ottenendo applausi a scena
aperta. Monsieur Escargot,
in particolare, applaudì con
tanta veemenza che lo
ricoverarono d’urgenza in
stato d’incoscienza con
entrambe le mani fratturate
e il ginocchio sinistro un
po’gonfio. Tra convergenze
d’opinione e divergenze
oculari strabiche un po’
bislacche, il congresso andò
avanti in una noia pestifera
fino alle 3 del giorno dopo,
quando il marchese
Falanghina del Taburno
propose un gemellaggio a
donna Paella, la bella
diplomatica valenziana, che
rifiutò adducendo che aveva
già tre figli gemelli
omozigoti e oltretutto suo
marito, che faceva il
barbiere vicino Siviglia,
era un tipo piuttosto
incazzoso. Nel frattempo il
delegato ungherese, Gulasch,
leggermente infervorato
diede del salame a destra e
a manca, e tutti lo
trovarono squisito. Con
qualche sbavatura e un paio
di cancellature si arrivò a
pag.189, dove tutti i
deputati stesero la carta
dei diritti del cefalo, e vi
avvolsero dentro l’on.
Sushi, già affiliato a un
clan mafioso di
idromassaggiatrici
giapponesi, le Yakuzi, che
era stato scotennato seduta
stante per aver manifestato
disaccordo con la
controparte sindacale
sull’ardua questione della
carta stagnola riciclata.
Quando tornò la calma
successe la cosa più
straordinaria, ma ve la
racconterò un’altra volta
perché adesso vado a
mangiare.
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