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MIO PADRE
( Max Smaniotto )

 

 

 

 

No ho mai capito il perché quell’albero mezzo morto stesse in mezzo al nostro giardino. È orrendo, nero come la notte, e ha sempre avuto un aspetto malato e marcio.  La sua corteccia è ruvida, fredda e umida, coperta di muschio, e i suoi rami non sono meglio…

Si ergono alti e secchi verso il cielo e sono marci come il tronco.

Le radici si tuffano come grassi vermi nella terra, succhiandone la poca vita. Intorno a quell’albero non c’è nemmeno un filo d’erba vivo nel raggio di trenta metri. Tutto attorno a lui è morto, persino la terra non è più fertile.

Da bambino mi ha sempre fatto paura quell’albero, era spaventoso vederlo la notte, o durante i temporali, coi lampi che lo incorniciavano. Ma ancora più paura, l’avevo quando nelle sere tranquille osservavo con un misto di paura e attrazione i suoi rami. Sembrava che si muovessero da soli, senza l’aiuto del vento o di qualche brezza passeggera.

Si protendevano verso la terra, come a cercare di appoggiarsi, o di strisciare, magari verso di me. Ma io mi nascondevo sempre sotto le coperte e mi addormentavo con il terrore addosso.

Poi la mattina dopo raccontavo ogni particolare alla mamma, ma lei mi guardava sempre sorridendo e mi diceva che erano i miei incubi, le mie paure che mi facevano vedere i mostri.

Quando crebbi, cercai di convincere mia madre dell’inutilità di quell’albero e della sua pericolosità in caso lo avesse colpito un fulmine. Ma non ne voleva sapere niente, diceva che sarebbe costato troppo far tagliare l’albero, avere il permesso, chiamare qualcuno che trasportasse via i pezzi…insomma, cercava tutte le possibili scuse per non togliere di mezzo quello schifo.

Mio fratello mi sosteneva sempre. Lui era più grande di me di dieci anni, mi voleva bene, e lui ne voleva a me. Giocavamo sempre insieme nel bosco, oppure andavamo a fare delle passeggiate al paese lì vicino, e mi comprava sempre qualche cosa da mangiare.

Anche lui non capiva il motivo della presenza dell’albero, e cercava sempre di convincere la mamma per tagliarlo. Ma lei, stranamente, non voleva saperne.

Un giorno, un bruttissimo giorno, li sentii litigare. A quel tempo avevo dodici anni, e mi faceva ancora paura quell’albero, in verità ne aveva paura anche mio fratello, è per questo che lo voleva togliere di mezzo.

Loro continuavano a litigare, io ero al piano di sopra, e sentivo le loro parole quando alzavano molto la voce. Stavano litigando per quell’albero. Mio fratello lo voleva tagliare, lei non voleva, si inventava qualunque scusa immaginabile per non tagliarlo.

I soldi, il tempo, le richieste, tirava fuori tutto questo per salvare quello schifo.

Ad un certo mio fratello urlò: “…spiegami perché non lo vuoi tagliare! A cosa serva quello schifo?!”. Era furioso, voleva averla vinta.

Ci furono alcuni minuti di silenzio, poi sentii mio fratello urlare fino quasi a piangere. Trasalii al pensiero di mio fratello che piangeva. Poi dei passi molto velici, e mia madre che urlava disperata: “…fermati! Non farlo!”.

Poi sentii uno sparo. A quel punto corsi giù a vedere cosa era successo.

Trovai mia madre seduta a terra con le mani tra i capelli. Era sotto shock e aveva lo sguardo fisso e inespressivo. Era appoggiata allo stipite della porta che dava al garage.

Entrai, e trovai mio fratello a terra con il cranio sfondato da un colpo di pistola. C’erano molti frammenti di legno sparsi tutt’intorno.

Fui io a chiamare la polizia. Poi mi appoggiai al divano, e attesi.

In dieci minuti erano già arrivati, e stavano cominciando a fare domande a raffica a mia madre. Lei era incapace di rispondere, faceva solo qualche verso. Le loro attenzioni si rivolsero a me.

Raccontai loro che gli avevo sentiti litigare, poi mia madre e mio fratello si erano messi a correre, e infine che avevo sentito lo sparo. Guardarono un attimo il cadavere, ma solo per vedere se era morto, poi chiamarono le pompe funebri e il medico legale.

Non fecero ulteriori visite al cadavere, quella è gente di paese, non vuole vedere la morte da vicino.

Mia madre, quando si fu ripresa, raccontò che mio fratello si era suicidato in preda a un raptus di follia, prima avevano litigato animatamente. La polizia ci credette.

Toccò a mia madre mantenere se stessa e me con le proprie forze.

Mio padre era morto quando ero ancora piccolo, ricordo solo vagamente il suo viso. Lui ci aveva lasciato in eredità questa casa, non che sia molto, infatti il legno con cui è costruita è mangiato dalle tarme, in alcuni punti è marcio, vecchio, e la pittura che una volta lo copriva, si è sciolta, lasciando un colore sbiadito e malinconico. Un brutto verde opaco, veramente orrendo.

Sembra quasi che la casa si intoni con il clima e l’ambiente…

Erano mio fratello e mia madre che lavoravano: mio fratello tagliava alberi e vendeva la legna alle segherie; mia madre era una commessa all’unico supermercato del paese.

Quando mio fratello si suicidò, mia madre si licenziò e andò a fare la segretaria presso lo studio del medico. Lì si guadagnava di più, e potevamo vivere senza problemi.

Io finii le scuole medie, e volli continuare il lavoro di mio fratello; perciò andai a fare l’apprendista da un falegname. Quelli furono tra i miei peggiori anni, il mio capo era cattivissimo, urlava sempre e mi prendeva a sberle se sbagliavo qualcosa o non facevo in fretta a prenderli le cose che gli servivano. Ma io ho sempre sopportato, ho sempre subito in silenzio, volevo aiutare mia madre, l’ultima cosa a qui pensavo era il mio bene.

Passavano i giorni, le settimane e gli anni, e io ero sempre più malinconico a causa della mia situazione da sguattero. Mia madre cercò di convincermi a mollare il lavoro, ma io guadagnavo soldi, e anche se lui era un maledetto figlio di puttana, i soldi mi servivano.

Qualche volta veniva a casa mia, per prendermi o per portarmi del lavoro da fare per lui. Tutte le volte mia madre usciva a salutarlo (è sempre stata gentile mie madre), e lui la squadrava sempre dalla testa ai piedi. Si umettava le labbra, e faceva una strana faccia. Quel grassone schifoso guardava troppo mia madre. Lei faceva finta di niente, ma sapevo che lo detestava. E io detestavo lui con tutto il mio animo.

Nessuno si doveva permettere di guardare così mia madre.

Cominciai a coltivare la passione per le armi. Forse fu lo shock di vedere mio fratello suicida che mi infuse inconsciamente questa passione. Non lo so.

La pistola con cui mio fratello si suicidò mi fu data dalla polizia qualche giorno dopo il fatto, e la tenni nel cassetto vicino al mio letto. La guardo tutti i giorni, e la pulisco sempre. Ci sono sempre sei colpi in canna.

La mia bacheca conteneva pugnali di ogni genere, pistole piccole, revolver e fucili da caccia; ma il mio preferito, il mio gioiello, era il fucile a pompa che tenevo nascosto in soffitta. L’avevo comprato in nero da un commerciante a Roma, e ha sempre il colpo pronto.

Mi sono spesso allenato al poligono di tiro che hanno messo in piedi vicino al mio paese, a tutte le volte centravo il centro esatto dell’omino. Spesso sognavo che fosse il mio capo.

Successe che una notte sentii suonare al campanello di casa. Andò ad aprire mia madre, io ero dietro di lei.

Il mio capo entrò come una furia, con una pistola in mano. Mi urlò di stare fermo, ma io andai alla bacheca delle armi. Spaccai il vetro con una mano, ferendomi e schizzando sangue ovunque. Presi un fucile da caccia e andai all’entrata. Mia madre si dibatteva, mentre quella palla di lardo le puntava la pistola alla testa.

“Provaci e ti uccido stronzetto di uno!” mi disse.

Io presi la mira. Puntavo alla testa.

Il mio capo mi fissava e sbatteva la canna della pistola alla testa di mia madre.

Abbassai il cane del fucile, e feci fuoco. Il colpo gli attraversò il cranio e andò a fare un buco nella parete dietro. La calotta cranica saltò in mille pezzi, e il cervello inondò mia madre e  le pareti. Il corpo si afflosciò a terra. Mia madre svenne.

La presi delicatamente tra le braccia e la distesi sul divano.

Pensai a come liberarmi del corpo di quel bastardo lardoso.

Il mio sguardo andò a posarsi sull’albero marcio nel giardino. Decisi di sotterrare il corpo nel giardino, poi quando si sarebbe decomposto per bene, avrei disseppellito  i resti e li avrei bruciati.

Presi per le gambe quella massa di grasso, e lo trascinai in giardino lasciando una scia di sangue sul pavimento e sull’erba. Poi con una pala scavai una fossa e ci buttai giù il corpo. Cadde a faccia in giù, tra le radici marcescenti dell’albero. Ricoprii il tutto, e andai a vedere come stava mia madre.

Mi chiese che fine aveva fatto il corpo.

“L’ho sotterrato nel giardino, poi lo dissotterrerò e…”

Lei spalancò gli occhi e impallidì.

“…cosa hai fatto! Non dovevi sotterrarlo lì!” mi disse.

In quell’attimo sentii un lamento, al mezzo tra umano e artificiale. Guardai fuori, e vidi che l’albero si muoveva chiaramente. I suoi rami fremevano, il tronco si contorceva in modo grottesco.

Senza pensare andai in soffitta a prendere il fucile a pompa. Presi una manciata di munizioni, e andai in giardino.

Con orrore guardai il tronco che si contorceva, e in un punto s’ingrossava in modo orrendo. Poi risentii quel lamento disumano. Due appendici fuoriuscirono dal tronco, poi si divisero in dieci ramificazioni. Una cosa rotonda fece capolino dal tronco, e aprì quella che doveva essere la caricatura di una bocca.

Un altro, lamentoso, inumano verso.

La cosa che stava uscendo appoggiò le mani sul tronco, e facendo forza cominciò a staccarsi completamente dall’albero. L’essere cadde carponi a terra, continuava a lamentarsi e a contorcersi.

Io non resistetti più, e vomitai l’anima sulle scale di casa.

La cosa uscita dall’albero era la caricatura di un essere umano, ma la pelle era corteccia, e gli arti sembravano più dei rami.

Poi il suo verso si tramutò in una orribile risata, e cominciò a parlare. Riconobbi la voce: era quella della persona che avevo appena ucciso.

La pelle e le fattezze orrende di quella cosa cominciarono a diventare più nitide, a diventare quelle di un essere umano.

“…ciao stronzetto…metti giù il fucile…non voglio farti del male, voglio…voglio solo farmi quella puttana di tua madre!” e si alzò in piedi e cominciò ad avanzare verso di me.

Alzai il fucile a pompa e feci fuoco.

Colpii la gamba destra di quella cosa facendola esplodere. Pezzi di sangue e frammenti di legno volarono ovunque. La creatura cadde di traverso urlando e bestemmiando. Caricai di nuovo il fucile, e mirai al petto.

La cassa toracica esplose esponendo grotteschi organi in parte di legno e in parte di carne. Il mostro vomitò sangue, poi rimase immobile. Era morto.

Io mi sedetti sulle scale noncurante del vomito. Guardai l’albero: era tornato normale, solo i rami vibravano ancora un po’. Il puzzo del mostro disteso a terra era insopportabile, perciò decisi di tornare in casa a vedere mia madre. Lei sapeva qualcosa che io non sapevo…

“…lo hai ucciso?” mi chiese.

“Si. Ho ucciso sia quel balordo che la sua brutta coppia…”

Lei abbassò lo sguardo, e mi sedetti di fronte a lei.

“Ora mi devi delle spiegazioni.”

Mi spiegò che quello non era un albero normale, era cresciuto dal seme dell’inferno, era in grado di creare la vita, di avere dei figli, poteva anche fare delle coppie di persone morte a patto che venissero in contatto con le radici. Era un essere vivente, poteva muoversi, spostarsi, non aveva bisogno di nutrirsi o di bere, era una cosa immortale.

Tutte cose che avevo già scoperto a mie spese, ma questo non mi bastava. C’erano altre cose che non mi erano state dette, e io volevo saperle. Mio fratello non si era ucciso per così poco.

Mia madre mi accontentò.

“…vieni caro…prendi la mia mano e vieni con me…” mi disse. Poi mi prese la mano con delicatezza e mi portò fuori. Io non opposi resistenza.

Il cadavere del mostro era ancora lì, ma mia madre non ci fece caso, puntava dritta con lo sguardo all’albero.  Si fermò a pochi passi da esso, e cominciò a parlarmi.

“Non hai ancora osservato la tua ferita? Quella sulla mano?” mi chiese.

Nella semi oscurità guardai la mia ferita.

Potevo ancora vedere bene, e distinsi con orrore il motivo del suicidio di mio fratello, se poteva essere mai stato mio fratello…

Tra le carni e i tendini, c’erano pezzi di legno e ossa fatte di legno. La testa cominciò a girarmi.

“…lui è tuo padre. Lui è il nostro padre.” Mi disse. In quell’attimo la terra cominciò ad essere scossa da migliaia di radici simili a vermi che uscivano dal terreno. Mia “madre” rimase immobile e impassibile.

Alcune grosse radici uscirono dal terreno, e andarono ad infilzare la donna che avevo vicino. Schegge ovunque, e molto sangue. Le radici sollevarono da terra l’essere che era mia madre, e poi la trascinarono sotto terra.

Come un pazzo andai a prendere il fucile e tutte le cartucce che potevo. Andai in giardino, e cominciai a sparare. Prima feci esplodere le radici, poi cominciai a mirare al tronco.

La corteccia saltò, e grossi buchi si formarono nel tronco.

Ad un certo punto finii le cartucce, e mi misi a sedere con la faccia sconvolta.

 L’albero era ancora in piedi dopo la raffica di colpi, e si muoveva agonizzante. I rami erano stai quasi tutti distrutti, solo pochi rimanevano in piedi.

Sono ancora qui che guardo quella cosa che si contorce, e non provo pietà. Non so da dove sia arrivata, né che scopi abbia mai avuto nella sua orrenda esistenza, ma di una cosa sono sicuro: tra poco andrò in garage, prenderò l’ascia e ucciderò mio padre.